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sabato 19 dicembre 2015

Lo Stato islamico in Siria rivendica un attentato in Tunisia. Che significa

(Pubblicato su Formiche)

Lo scorso anno l’Economist indicava la Tunisia come paese dell’anno 2014: è moderata, una speranza per «una regione disgraziata e un mondo inquieto» diceva il settimanale inglese; segnarsi questa informazione di partenza, perché sarà importante per lo sviluppo del ragionamento.

Una settimana fa un video pubblicato dallo Stato islamico della provincia di Hasakah, nel nord della Siria, ha rivendicato l’attentato al bus delle guardie presidenziali di Tunisi avvenuto a fine novembre ed in cui sono rimaste uccise tredici persone e ferite una ventina. L’autore, Abu Abdallah al Tunsi, era un tunisino unitosi al jihad siro-iracheno e operante sotto la Wiliayah di Hasakah, rientrato, per colpire, in patria.

Hasakah è una città del nord siriano, al confine con l’autoproclamato Stato curdo del Rojava: l’area è abitata dai siriaci, componente cristiana di origini ancestrali, la cui milizia combattente fa parte del fronte, supportato dagli Stati Uniti, che sta scendendo verso Raqqa, liberando vari villaggi dall’occupazione del sedicente Califfato. Sono gli stessi gruppi combattenti che stanno ricevendo l’aiuto, ufficializzato dalla Casa Bianca, di due team di forze speciali americane disposti direttamente sul campo.

PASSAGGI LIBICI

La notizia del rivendico potrebbe apparire questione routinaria, ma nasconde alcuni dettagli analitici interessanti. Il fatto che un attentatore siriano abbia colpito in Tunisia, per iniziare, indica che i mujaheddin di Abu Bakr al-Baghdadi hanno un passaggio facile tra Siria e nord Africa. In particolare, fanno notare gli esperti, per arrivare a Tunisi l’attentatore deve essere passato per la Libia, e questo significa che là lo Stato islamico ha ottimi contatti e collegamenti (un altro esempio è il trasferimento di elementi importanti verso Sirte). Ciò confermerebbe che i baghdadisti possano fluire verso il suolo libico dal cuore centrale siro-iracheno del Califfato senza incorrere in stop frontalieri. E confermerebbe ancora di più la necessità di trovare presto una soluzione, questione che torna alla cronaca dopo la firma dell’accordo (non proprio ferreo) tra i due grandi contenitori della guerra civile libica, lo pseudo esecutivo di Tobruk e Tripoli, siglata due giorni fa in Marocco; su quel che riguarda “l’intervento armato in Libia contro l’IS”, l’Italia potrebbe giocare un ruolo centrale, portando la questione (anche quella del rivendico e dell’attentato) ad un certo livello di “interesse nazionale”.

INTERESSE ITALIANO

Per colpire la Tunisia dalla Libia si deve passare per Sabratha. La città patrimonio dell’Unesco qualche giorno fa è finita al centro delle cronache perché numerosi media italiani la considerano (consideravano?) ormai caduta in mano al Califfato. Fonti locali ed esperti però hanno subito sottolineato che non è così, sebbene della presenza di elementi organizzati dell’Isis in città se ne sta parlando da diversi mesi. Alcuni sostengono che è troppo lontana dalle roccaforti locali del Califfato (Sirte e l’area fuori Derna, centinaia di chilometri più a est); altri che se avesse avuto la possibilità di prendersi il controllo della città, Baghdadi lo avrebbe già fatto da tempo. Quelle viste negli ultimi giorni, sono manifestazioni con cui il Califfato ha mostrato la propria forza ai gruppi rivali locali, i quali avevano catturato tre miliziani baghdadisti. Tuttavia, sebbene escano un po’ dallo schema abituale mostrato nell’area, con cui lo Stato islamico ha cercato invece di tenere un basso profilo nella zona per non attirare troppo l’attenzione delle operazioni militari, è difficile si tratti realmente dell’istituzione di un nuovo emirato a Sabratha.

I legami con l’Italia. Sabratha è una città fortemente legata all’impronta italiana (al di là delle rovine archeologiche romane). Si trova a pochi chilometri dagli impianti Eni di Mellitah e sulla costa dinanzi agli impianti offshore (fece da base agli incursori della Marina italiana chiamati a bonificare le piattaforme dopo l’operazione militare del 2011), nonché è hub commerciale di molte altre aziende italiane che fanno affari in Libia. Potrebbe, per queste ragioni, essere anche area di attività di operatori della forze speciali italiane che stanno raccogliendo informazioni per quelle eventuali azioni militari.

Dieci giorni fa, durante la visita ufficiale a Roma, il premier tunisino Habid Essid e il primo ministro italiano Matteo Renzi avevano parlato di come la situazione in Libia e la diffusione locale del Califfato, fossero il problema centrale non solo per la Tunisia, ma per tutto il nord Africa e il Mediterraneo. «Siamo di fronte a diverse minacce che pesano enormemente sulla nostra stabilità: terrorismo, traffico di armi, merci, droga» aveva spiegato Essid, annunciando l’avvio di una maggiore collaborazione «economica e politica» tra Tunisia e Italia.

LA SIMBOLOGIA

L’attacco dell’attentatore suicida di Tunisi, ha anche un significato simbolico che si lega anche a Sabratha. Partito dalla Siria, il centro del potere del Califfo, il kamikaze è arrivato in Tunisia, che, come sottolinea la scelta dello scorso anno dell’Economist, è considerato l’unico paese in cui le istanze islamiste hanno trovato un equilibrio democratico dopo le Primavere arabe. Cioè è andato a colpire quel certo tipo di “Islam secolarizzato” che è nemico esistenziale dell’IS. Ad aggiungere simbolismo, va detto che quel pullman colpito trasportava l’unità d’élite dell’esercito tunisino nelle questioni di counter-terrorismo, quella che le autorità tunisine usano nelle operazioni con cui arrestano i terroristi o i fanatici islamici, nel tentativo di affrancarsi definitivamente dal radicalismo. Di più: come dimostrato dai report di alcuni autorevoli centri studi americani, il flusso dei foreign fighters, che nel corso dei mesi non s’è arrestato, ha dalla Tunisia il suo centro principale; dunque, l’obiettivo era anche vendicarsi contro la terra di origine di molti degli uomini che si uniscono al jihad (più avanti, nel video di rivendico, si parla anche di liberare i jihadisti che il governo tunisino ha imprigionato). Inoltre, l’attentatore ha probabilmente viaggiato passando dal nuovo territorio di interesse, la Libia, muovendosi in libertà in un luogo che sembra diventare un hub per compiere operazioni clandestine all’estero: e Sabratha è la bocca per entrare in Tunisia (o un passaggio per entrare nel jihad). Altro aspetto: quel video di rivendicazioni della provincia dell’IS del nord siriano, inizia con dei tunisini che ascoltano un jihadista francese spiegare piani per colpire la Francia. Nei giorni successivi all’attentato del 13 novembre a Parigi, era girata insistentemente l’informazione (per il momento non confermabile) che Abu Mohammed al Adnani, il portavoce dello Stato islamico ─ lo stesso che ha prestato la voce alle minacce contro Roma nell’ultimo video diffuso dall’Isis─, era il responsabile progettista di tutti gli attacchi tenuti dallo Stato islamico al di fuori del territorio del Califfato: in molti, anche tra le autorità della sicurezza libica, sostengono che l’espansione in Libia spinta dal Califfo, è anche legata alla volontà di creare un centro logistico sul Mediterraneo, per effettuare “più comodamente” attacchi nell’area del Magreb e in Europa.

D’altronde, basta seguire la linea: un kamikaze parte dalla Siria, attraversa la Libia e colpisce in Tunisia. Cioè, parte dal cuore del Califfato, passa attraverso un nuovo territorio di conquista per colpire uno dei simboli dell’Islam politico occidentalizzato.

mercoledì 25 novembre 2015

L’Isis rivendica l’attacco di Tunisi, ecco l’uomo bomba

(Pubblicato su Formiche)

Lo Stato islamico ha rivendicato la paternità dell’attacco di Tunisi di martedì. in cui sono rimaste uccise tredici persone e altre venti ferite. Un kamikaze, l’uomo nella foto diffusa dai media del Califfato, si è fatto esplodere vicino ad un autobus che trasportava soldati della Guardia presidenziale.

La Guardia è considerato il reparto d’élite nella lotta agli estremisti islamici. Il mezzo si trovava vicino alle sedi dei ministeri degli Interni e del Turismo e all’ex sede del partito del deposto presidente tunisino Zine El Abissine Ben Ali, cacciato dal paese nel periodo delle Primavere arabe. A tutti gli effetti, e con tutti i difficili passaggi vissuti, la Tunisia è uno degli unici Paesi dove le rivolte contro i regimi dittatoriali sono riuscite a riproporre una condizione sostenibile di democrazia, senza lasciare campo libero alle istanze islamiste più radicali ─ il partito che interpreta le posizioni più conservatrici nel campo islamista, Ennhada, partecipa adesso regolarmente alla vita democratica. Anche per questo, per il successo di un certo genere di secolarizzazione dell’Islam di governo, il paese è vittima di attentati da parte dell’Isis e di altri gruppi jihadisti, che però operano nell’area del Kasserine, un massiccio montuoso centro-occidentale vicino al confine con l’Algeria. La Tunisia è anche il paese da dove è partito il maggior numero di foreign fighters per andare a combattere il jihad siro-iracheno.

Gli attacchi dei terroristi islamici, quest’anno, hanno avuto un cambiamento di pericolosità e strategia. Lo Stato islamico ha iniziato a colpire luoghi di interesse turistico, che è uno delle principali fonti di entrate economiche del paese. Prima, a marzo, è stato messo sotto attacco il museo del Bardo, sempre al centro di Tunisi; poi sotto i colpi di un attentatore armato di Kalashnikov (e imbottito di Captagon) sono finiti, in giugno, inermi turisti che prendevano il sole su una spiaggia di Sousse, meta balneare tra le più note della Tunisia, sulla costa a sud della capitale.

Gli attentatori tunisini si addestrerebbero appena oltre confine, in Libia, nell’area di Sabratha, dove il Califfato mantiene un profilo basso (senza pubblicizzare la propria presenza), ma ha attive diverse postazioni, è diffuso tra la popolazione, e ha creato dei campi di training militare. Sabratha oltre ad essere molto importante per favorire questi passaggi verso gli obiettivi tunisini dell’Isis, è una delle città in cui si posizionano gli interessi dell’Eni. Si trova vicino a Melita, l’hub del colosso energetico italiano ed è nota anche perché i suoi porti, insieme a quelli di Zawiyha e Zuwara, sono i centri di smistamento del grosso dei migranti che arrivano sulle coste italiane.

La Germania invierà 650 soldati in mare

Il ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen, ha annunciato che la Germania invierà 650 soldati in Mali per dare "un po' di sollievo" alle truppe francesi impegnate nel contenimento delle varie presenze jihadiste dell'area. 

Domani è previsto un vertice tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il capo di Stato francese François Hollande, dove uno dei temi trattati sarà il sostegno tedesco alla Francia dopo i fatti del 13 novembre a Parigi.

I soldati tedeschi si concentrernno sulla logistica e sulla ricognizione nell'ambito della missione di pace delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) ─ finora Berlino ne aveva schierati soltanto 10. Altri militari tedeschi sono schierati nell'ambito della missione con cui l'UE dà addestramento alle forze di sicurezza maliane che prende il nome di EUTM.



lunedì 23 novembre 2015

Mali, tutti i dettagli dell’attacco jihadista

(Pubblicato su Formiche)

Alle 7.00 di questa mattina l’Hotel Radisson di Bamako, la capitale del Mali, è stato attaccato da alcuni uomini armati. L’hotel è frequentato da molti turisti e stranieri che lavorano in Mali, e secondo la tv francese France 24 è meta abituale di viaggiatori transalpini. Nell’hotel ci sono state diverse sparatorie, una presa d’ostaggi, e l’intervento delle forze speciali che hanno liberato l’edificio dagli assalitori.

Ci sarebbero numerosi morti. Le notizie che arrivano sono ancora un po’ confuse, e per tutta la giornata il governo di Bamako non ha mai dato comunicazioni ufficiali direttamente alla stampa: la direzione dell’hotel ha comunicato invece che 125 ospiti e 13 addetti del personale sono stati trattenuti dagli attentatori. Di questi non si sa quanti esattamente sono stati liberati e quanti hanno perso la vita (almeno una ventina, le stime più diffuse parlano di 27). Testimoni hanno raccontato ai vari media sul posto di aver visto molti cadaveri. N’Diaye Rama Diallo, ministro per la Cultura e il turismo in Mali, ha fatto un appello su Twitter ai mezzi d’informazione perché agiscano con senso di responsabilità, dicendo che la vita degli ostaggi può dipendere anche da questo.

Si è trattato di un attentato legato al fondamentalismo islamico, stando ai racconti dei presenti. Chi è riuscito a scappare, o è stato liberato dalla polizia, ha raccontato di aver sentito insieme agli spari gridare “Allah è grande”, il grido tipico con cui cominciano le azioni degli integralisti musulmani. Altri testimoni hanno detto alle agenzie di stampa che i terroristi hanno scelto di catturare soltanto coloro che non sapevano recitare nemmeno un verso del Corano, liberando invece gli altri. Una selezione spietata contro “gli infedeli”, già vista durante l’assalto al centro commerciale Westgate di Nairobi, in Kenya, dove il 21 settembre del 2013 gli jihadisti di al Shabaab uccisero 71 persone: tra queste molte giustiziate a sangue freddo, perché non sapevano rispondere a domande sulla vita di Maometto.

Gli uomini che hanno fatto irruzione nell’hotel sarebbero da tre a dieci (il numero non è ancora confermato). Sembra che fossero armati di fucili d’assalto Ak-47 Kalashnikov e che, a differenza di quanto raccontato inizialmente, non sono entrati a bordo di un’auto diplomatica nel cortile dell’albergo, ma hanno approfittato dell’ingresso di un veicolo di quel genere per introdursi.

IL CONTRATTACCO

Le forze speciali del Mali hanno condotto il blitz che ha permesso di liberare il grosso degli ostaggi. Prima un gruppo dell’unità d’élite Groupe d’intervention de la Gendarmerie nationale (GIGN, un’unità speciale della Gendarmeria nazionale francese) e altri 10 uomini dell’Istituto di ricerca criminale sono partiti da Parigi per Bamako ─ sembra che abbiano preso parte all’operazione per liberare gli ostaggi. Il ministero degli Esteri francese ha aperto un’unità di crisi. Anche i militari della MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) hanno comunicato via Twitter che le loro forze stanno collaborando nella logistica con le autorità maliane. Sembra che alcuni dei terroristi siano stati uccisi nel blitz.

IL PENTAGONO E LA CNN

Un portavoce del Pentagono ha confermato quello anticipato dal giornalista della CNN Jim Sciutto, che si occupa di questioni legate al terrorismo e alla sicurezza nazionale: anche delle Special operations forces americane sarebbero giunte sul luogo della vicenda per aiutare i civili e le forze dell’ordine maliane. In Mali ci sono advisor militari americani, sul posto con il compito di portare avanti il training a soldati e polizia maliani, in più è nota la presenza di piccole unità di sof statunitensi che si muovono nell’area del Sahel come commandos controllando sia aspetti legati al terrorismo che al contrabbando.

L’HOTEL DELL’ATTACCO

Il Radisson SAS Hotel di Bamoko è un lussuoso cinque stelle che si trova leggermente fuori al centro cittadino, nord-ovest. L’alloggio è al secondo posto tra quelli consigliati per il pernottamento dal sito del Journées Minières et Pétrolières du Mali che si è svolto dal 17 al 19 novembre. Il JMP ’15 è uno dei principali eventi internazionali che interessa la città ed ha cadenza biennale. Si trattano temi che riguardano le risorse minerarie, di cui il paese è ricco, e che coinvolgono interessi internazionali. Le attività estrattive sono uno degli asset economici più importanti del Mali (dalla fine del 20° secolo il paese ha avuto la terzo più alta produzione di oro in Africa, dopo Sudafrica e Ghana) e hanno attirato capitali stranieri da diverse parti del mondo. La francese Total, attraverso una società dedicata, Total Mali, che ha preso parte al JPM ’15, è uno dei partner principali del settore estrattivo maliano. Il contesto (luogo e momento) è sicuramente un obiettivo “interessante” e simbolico per una attacco terroristico.

COINVOLGIMENTO FRANCESE IN MALI

Ad agosto a Sévaré, sempre in Mali, al Byblos Hotel, un gruppo affiliato ad al Qaida aveva fatto un attentato in cui erano morti nove civili, quattro soldati e quattro miliziani. Il Mali è uno dei Paesi coinvolti nell’operazione antiterrorismo francese denominata “Barkhane” (gli altri sono Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad), attraverso cui Parigi ha schierato oltre tremila uomini dell’esercito per contrastare l’espansione del terrorismo islamico nel Sahel. L’attività militare ha preso il via ad agosto del 2014, ed è andata a sostituire due precedenti missioni, la “Serval” con cui la Francia ha salvato il Mali da una sorta di colpo di stato islamista ad opera di un gruppo jihadista denominato Ansar Dine, e Epervier che interessava il Ciad dal 1986.

I GRUPPI PRESENTI NELL’AREA

I più conosciuti gruppi jihadisti che operano nell’area, escludendo le mire espansionistiche di Boko Haram (diventata provincia del Califfato), sono: Al Mourabitoun, guidato da Mokhtar Belmokhtar (conosciuto come “Il Guercio”, uomo sulla lista dei più ricercati terroristi a livello globale, più volte dichiarato ucciso da raid occidentali); Aqim, ossia la filiale maghrebina di al Qaeda; Ansar Dine, l’organizzazione salafita maliana che durante il conflitto del 2012 era riuscita a prendere sotto il proprio controllo ampie fette di territorio; Fronte di liberazione di Macina, di ridotte dimensioni, un gruppo combattente che sogna la creazione di uno stato islamico nel sud del Mali, dove opera maggiormente. Sono entità radicate nel territorio e diffuse tra le popolazioni tribali locali, in cui l’islamismo e la predicazione jihadista si sommano a interessi economici sul contrabbando, ad agende territoriali, a rivendicazioni nazionalistiche sfociate spesso in azioni contro i francesi (“crociati colonialisti”).

In un messaggio registrato ad ottobre e ritenuto autentico dalle intelligence francesi e maliane, il leader di Ansar Dine, Iyad Ag Ghali, aveva chiesto di continuare a combattere la Francia. Ag Ghali, ex capo dei ribellioni tuareg, diventato poi alleato di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), nell’audio criticava quei gruppi ribelli del nord che nel mese di giugno hanno firmato un accordo, negoziato tramite il governo di Algeri, per porre fine alla loro ribellione: il capo di Ansar Dine definiva «laici» coloro che avevano accettato la tregua.

RIVENDICAZIONI

Il Monde aveva da subito tenuto una posizione ferma: sono necessarie rivendicazioni attendibili e provate in modo indipendente. Contrariamente il sito della qatariota Al Jazeera sosteneva da quasi subito, attraverso fonti proprie, che gli attentatori appartenessero ad Ansar Dine.

È stato “Il Guercio”? Successivamente, sia il giornale francese che Reuters hanno invece accreditato come credibile il rivendico diffuso su Twitter da Belmokhtar, il leader del gruppo Al Mourabitoun. Molti analisti avevano registrato le analogie tra l’attacco al Radisson di Bamako con la più famosa azione condotta dai miliziani del “Guercio”, la presa degli ostaggi ad In Amenas, un impianto di estrazione del gas nell’Algeria orientale. In quell’occasione circa 700 lavoratori sia algerini che stranieri, furono catturati da un commando terroristico di circa 30 uomini: alla fine di tre giorni di sequestro, i morti furono 39 tra gli ostaggi (persone di diverse nazionalità, tra cui giapponesi, americani, inglesi, norvegesi e filippini, uccise anche dal blitz dell’esercito) e diversi altri tra gli attentatori. Una correlazione: alcuni testimoni dell’attacco a Bamako, hanno raccontato alla stampa presente che c’erano dei terroristi che parlavano un inglese fluente; circostanza analoga alla vicenda di In Amenas, dove in mezzo al gruppo jihadista c’erano diversi foreign fighters di origine canadese anglofona.

Belmokhtar, conosciuto anche come “Mr. Marlboro”, è il simbolo dell’integralismo locale: somma in sé la sfera jihadista a quella del contrabbando, si crede che abbia relazioni con al Qaeda, e che il suo gruppo abbia raggiunto un accordo con Ayman al Zawahiri per gestire gli interessi dell’organizzazione nell’Africa occidentale. Secondo un’altra rivendicazione inviata al giornale mauritiano Al-Akhbar al Mourabitoun avrebbe collaborato con i qaedisti di Aqim per portare a termine l’attacco.

venerdì 18 settembre 2015

Forze speciali americane in Niger contro Boko Haram califfale

(Pubblicato su Formiche)

Un giornalista della Reuters è andato nella città di Diffa, in Niger, dove ha assistito ad una riunione in cui insieme a 75 capi villaggio, politici e comandanti militari, prendevano parte anche degli uomini delle Special Operations Forces americane. L’argomento del vertice era organizzare una difesa credibile contro gli attacchi di Boko Haram.

Il gruppo islamista nigeriano nel marzo 2015 s’è impegnato nella baya al Califfo Baghdadi, e da allora si è rinominato Provincia dell’Africa occidentale del Califfato. Da diversi mesi sta portando attacchi al di fuori della Nigeria verso i paesi confinanti, tanto che gli eserciti di Niger, Ciad e Camerun (e Nigeria) hanno lanciato un’offensiva congiunta contro il gruppo comandato da Abu Bakr Shekau. La Wilayat africana dell’IS è la più grande tra le province del Califfato, sia in termini di estensione territoriale che di uomini e capacità operativa. Boko Haram, saltato alle cronache mondiali per la vicenda del rapimento delle 200 studentesse liceali (quelle dell’hashtag virale poi sopito #BringBackOurGirls), è un gruppo terroristico corposo e radicato da svariati anni, che rappresenta il principale threat continentale africano.

In Africa sarebbero dispiegati 1000 elementi delle forze speciali americane, con compiti di addestramento delle forze locali, consulenza e talvolta operazioni da commandos: sono coordinate da AfriCom, il centro di comando per l’Africa che si trova alle Kelly Barracks di Stoccarda e coordinate dal Jsoc di Fort Bragg.

Secondo quanto scritto da Warren Strobel, il giornalista dell’agenzia britannica, i soldati statunitensi a Diffa sarebbero una ventina (rafforzati in aprile, dopo le incursioni nigerine di Boko Haram in febbraio). Piccole unità che si muovono con estrema agilità: parte della nuova strategia di counterterrorism americana. Per il momento non ricoprono ruoli attivi in battaglia, spesso non vestono divise (operazioni da commandos, si diceva) e stanno semplicemente coordinando la costruzione di un muro militare per proteggere la città (e il Niger). Non hanno detto per quanto durerà la loro presenza.

La provincia di Diffa, un territorio di duecento chilometri che si estende lungo il corso del fiume Kamadougou Yobe al confine nigeriano, è fin dal duemila territorio di reclutamento per Boko Haram. Per questo le forze speciali stanno anche collaborando con la no-profit Spirit of America (che ha assistito i militari anche in Iraq e Afghanistan nell’aiutare le popolazioni locali): l’obiettivo è portare avanti anche un programma civile, chiedendo ai giovani di costituirsi in gruppi di sicurezza e ai cittadini di segnalare alle autorità possibili movimenti di Boko Haram ─ oltre al reclutamento, il territorio ha fatto da quinta di protezione e rifornimento di materiali agli islamisti.


lunedì 24 agosto 2015

Duecento uomini di Boko Haram al fianco dell’IS in Libia (con calma)

(Pubblicato su Formiche)

Ci sarebbero tra ottanta e duecento combattenti di Boko Haram a Sirte (Libia). Gli uomini del gruppo islamista nigeriano, sarebbero andati a dar man forte allo Stato islamico in Libia. Lo ha scritto l’analista indipendente Jacob Zenn, specializzato in questioni africane, in un paper per la Jamestown Foundation di Washington (istituto di ricerca e analisi strategica).

Le forze di sicurezza algerine, ritengono che gli uomini di Boko Haram si siano uniti ai militanti del nord del Niger, scrive Zenn ─ che per il suo lavoro ha raccolto informazioni sul campo. E spiega che l’apertura di rotte di migrazione dalla Nigeria attraverso il Niger orientale per arrivare in Libia, rende il viaggio abbastanza semplice, e non è certo un problema per lo Stato islamico pagare trafficanti per il trasporto di militanti e armi lungo queste vie.

Il 7 marzo del 2015 il leader di Boko Haram Abu Bakr Shekau s’era impegnato nella baya al Califfo Baghdadi: il giuramento di fedeltà, che arrivava dopo una serie di segnali di avvicinamento tra le due organizzazioni (e i corteggiamenti di Shekau), fu ufficialmente accettato circa una settimana dopo attraverso un audio del portavoce dello Stato islamico Mohammed al Adnani, in cui si annunciava anche l’allargamento dell’interesse del Califfato all’Africa. Da quel momento il gruppo di Shekau ha avuto un re-brand in Wilayat Africa Occidentale dello Stato islamico: la più grande in termini di uomini, superficie di territorio controllato e capacità operativa, delle province dell’IS.

Zenn inquadra la migrazione di alcuni combattenti nigeriani verso nord e verso la Libia, come una delle risposte che (l’ex) Boko Haram ha dato all’offensiva militare partita quasi contemporaneamente alla baya e, lanciata dalle forze congiunte di Niger, Ciad e Camerun.

Il Califfo, in nome della Umma, la comunità internazionale di tutti i fedeli, ha travalicato il concetto di confini nazionali e si espande su vari fronti (tatamadad). Quello nordafricano sta diventando fortemente attivo, e anche se ancora numericamente in minoranza rispetto alle altre milizie che combattono la guerra civile libica, i militanti cominciano già a definire Sirte la terza capitale dello Stato islamico (dopo Raqqa in Siria, e Mosul in Iraq). La diffusione mediatica della Wilayat dell’Africa occidentale potrebbe sostituire nel cuore dei proseliti al Qaeda, che finora è stata il collettore entro cui sono confluite tutte le istanze islamiche radicali regionali: questo ammesso che i vari leader estremisti locali, ciaddani, nigerini, etc, accettino il Califfato (per gli altri c’è ancora ciò che resta di qaedista in al Maraboutin del redivivo Mokhtar Belmokhtar).

Se le informazioni riportate da Zenn saranno confermate, ci saranno di certo degli sviluppi e delle dichiarazioni diffuse attraverso i sistemi mediatici dello Stato islamico.


martedì 21 aprile 2015

Le rotte del traffico di uomini dalla Libia

Sul Wall Street Journal, articolo sul traffico di migranti che parte dalla Libia, dove le milizie armate e i clan locali hanno trovato un accordo producente per sfruttare la disperazione dei profughi che scappano non solo dalla guerra libica, ma anche da altre realtà africane e mediorientali (per esempio la Siria). Vedere la mappa.



mercoledì 15 aprile 2015

Un anno da #BringBackOurGirls

Il 14 aprile del 2014, un anno fa ieri, il gruppo salafita Boko Haram rapiva a Chibok, in Nigeria, oltre 200 liceali. La storia delle ragazze nigeriane rapite, aveva fatto il giro del mondo; l'indignazione globale era conseguenza delle dichiarazioni che arrivavano dal leader e dai comandanti del gruppo: le ragazze sarebbero diventate loro schiave sessuali.

La mobilitazione sui social network, sponsorizzata da personaggi del calibro di Papa Francesco e Michelle Obama, aveva creato non solo l'hashtag, ma pure i presupposti per un impegno militare internazionale contro i jihadisti nigeriani (ne avevo scritto su The Post Internazionale).

Parole più che fatti, alla fine. Perché l'Occidente è rimasto, a conti fatti, a guardare, mentre i Boko Haram prendevano il controllo di fasce sempre più ampie di territorio al nord della Nigeria a suon di stragi di civili. Sul campo è poi intervenuta una coalizione di Paesi africani limitrofi, riuscendo a fermare l'avanzata dei Boko, che tuttavia hanno trovato modo e spazio per proclamarsi affiliati allo Stato islamico (con un baya al Califfo) e per perpetrare i propri orrori.

AFP ha fatto un'infografica che indica i punti dove sono avvenuti altri rapimenti di giovani ragazze per trasformarle in mogli del jihad ─ oltre a quello noto alle cronache mondiali.


E così, a un anno dall'hashtag virale, non solo le ragazze non sono state ritrovate (sebbene alcune fortunate, nel tempo, siano riuscite a fuggire dai propri aguzzini), ma il numero di questo genere di crimini ha avuto una crescita 10x: secondo AFP, infatti, in questo momento le ragazze rapite dai guerriglieri di Boko Haram sono circa 2000.


giovedì 2 aprile 2015

Tornano gli Shabaab in Kenya, ancora sotto Mohammed Kuno

(Pubblicato su Formiche)

Intorno alle 4:30 ora italiana, uomini armati del gruppo islamico combattente Shabaab hanno attaccato l’università di Garissa, nel nord est del Kenya, e hanno ucciso quindici persone. Il campus universitario è stato circondato dalle forze di polizia, mentre i cinque (ma il numero è da definire) terroristi si trovano ancora all’interno di un edificio. Avrebbero in mano diversi ostaggi ─ anche in questo caso, i numeri sono molto discordanti, e come insegna l’esperienza del Westgate (l’attentato al mall di Nairobi del 2013), le notizie che arrivano dalle fonti locali non sono molto affidabili.

Mary Harper della BBC ha contattato alcuni membri di Shabaab che le hanno fornito informazioni sull’attacco. Secondo quanto scritto su Twitter dalla giornalista britannica, gli assalitori avrebbero separato i credenti musulmani dagli altri: una prassi già nota, usata per esempio dagli Shabaab nel corso dell’attacco alla cava di Mandera, una cittadina al confine tra Keyna e Somalia, avvenuto all’inizio del dicembre scorso.

Il ministero dell’Interno keniota ha diffuso l’identikit di quello che si crede sia il “mastermind” dietro all’attacco odierno: si tratta di Mohammed Kuno, latitante da dicembre 2014, accusato di essere l’ideatore dell’attentato a Mandera (decine di minatori “non credenti” furono uccisi a sangue freddo). Kuno è un ex preside di una madrassa (le scuole teologiche musulmane) di Garissa; ruolo che ha abbandonato per unirsi all’Unione delle Corti Islamiche in Somalia (UCI) ─ un’entità critarchica che raggruppava varie realtà islamiste minori a Mogadiscio e che per un breve periodo aveva provato a prendere il controllo cittadino, defunta definitivamente nel dicembre 2006 con l’azione militare congiunta dell’esercito locale e quello etiope, con l’appoggio statunitense.

Dopo lo scioglimento delle UCI, Kuno è entrato tra i ranghi di al Shabaab, dove è diventato una figura prominente. È conosciuto con tre alias: Sheikh Mahamad, Dulyadin e Gamadheere. Ora su di lui c’è una taglia da oltre 200 mila dollari.

Al Shabaab (“la gioventù”) è una realtà importante del jihad globale. Nonostante l’eliminazione di alcuni leader ─ tra cui il capo Moktar Ali Zubeyr, noto come “Godane”, avvenuta il settembre scorso per un drone-strike statunitense, o quella dei capi della sicurezza Talhil Abishakur e Yusef Dheeqm, e della mente operativa Adan Garaar ─ la milizia non si è contratta. La sua base operativa è la Somalia, dove mantiene una certa presa sull’area meridionale del Paese. Gli sconfinamenti in Kenya (come quelli sopra citati al centro commerciale di Nairobi e quello a Mandera), non sono rari, e sono conseguenza delle attività militari che il governo di Nairobi sta da tempo portando avanti contro il gruppo. Sugli Shabaab pesa anche l’azione di counter-terrorism americana: una strategia del tutto simile a quella (fallimentare) messa in atto in Yemen: attacchi con i droni e azioni mirate di forze speciali.

Il nuovo emiro del gruppo, Ahmad Umar, nominato dopo la morte di Godane, ha avuto diversi problemi nel gestire le divisioni interne (con fazioni che si sono messe in competizione armata). Come fa notare Guido Olimpio sul CorSera, «scissioni e contrasti duri, ma che hanno avuto ripercussioni parziali sulla pericolosità del movimento».

Ci sono segnali secondo cui il dilemma ideologico del jihad globale, sembra stia colpendo anche Shabaab: la realtà somala ha da sempre avuto legami con al Qaeda, ma sembra che ci siano diversi sottogruppi interni in smottamento verso le istanze del Califfo.

venerdì 13 marzo 2015

Il Califfo accetta il giuramento di Boko Haram (come da copione)

(Pubblicato su Formiche)

Nella serata di giovedì il dipartimento mediatico dello Stato islamico ha trasmesso un audio in cui comunicava di accettare il giuramento di fedeltà al Califfo (che si chiama baya), del gruppo islamista nigeriano Boko Haram.

La voce che parla si descrive come il portavoce dello Stato islamico Mohammed al Adnani ─ non è ancora verificata al momento, ma sono pochi i dubbi ─ e annuncia che l’obiettivo del Califfato si è allargato all’Africa occidentale (sì, la Nigeria è ancora più a sud, ma l’intento era sottolineare “l’allargamento” e contemporaneamente la presenza pianificata in Libia). È una mira espansionistica pseudo nazista, che sotto certi aspetti è propria dell’ideologia del califfato islamico, come alcuni studiosi sostengono (per esempio Barry Rubin e Wolfgang Schwanitz, autori del saggio per la Yale University Press “Nazis, Islamists and the Making of the Modern Middle East”). Ma andiamoci piano, perché, dato che in realtà le forze di Baghdadi non sono quelle del Tausendjähriges Reich, almeno per il momento tutto si limita a situazioni contingenti e locali (vedi i gruppi nel Sinai, nello Yemen o in Algeria, e adesso Boko Haram in Nigeria).

La scorsa settimana, Abubakar Shekau, il leader di Boko Haram ─ gruppo combattente sunnita che è insorto nel 2009 per imporre la sharia nel nord della Nigeria ─, era apparso in un video in cui annunciava la baya a Khalifa Ibrahim, promettendo di ascolo e obbedienza al Califfo «nei momenti di difficoltà e in quelli di prosperità».

L’accettazione del giuramento da parte di Baghdadi, a questo punto era una notizia attesa, sebbene lo scorso anno Shekau ci avesse già provato, ottenendo l’indifferenza del leader dell’Is. Da quel momento, comunque, segni di connessione tra le due realtà sono stati evidenti: per esempio il capo di Boko Haram sta da tempo usando la “colonna sonora” dell’Is nei suoi video diffusi su internet, come segnala Rumini Callimachi sul New York Times.

Lo Stato islamico può trovare solo benefici nell’affiliazione di Boko Haram, che potrebbe costituire un altro avamposto al centro dell’Africa, una specie di saliente di questa guerra globale, lontano diverse migliaia di chilometri da Raqqa e Mosul: un luogo che senza l’impegno di un partner locale sarebbe stato irraggiungibile. La confusione socio-politica nigeriana, con il paese impelagato nella guerra a Boko Haram e stretto dalle contraddizioni tutte africane tra la povertà del nord e la ricchezza naturale del sud e dalla corruzione endemica, sono lo scenario perfetto per l’attecchimento delle istanza islamiste. Per questo i Boko (probabilmente il gruppo islamista più sanguinario nel mondo), possono contare su una forza di circa seimila miliziani e rappresentano il gruppo più grande e numeroso ad aver giurato fedeltà al Califfo finora. Forza che adesso sarà implementata dalla potenza evocativa dell’egida del Califfato.

Ora la questione chiave è se l’Is deciderà di inviare alcuni dei suoi uomini dalla Siria o dall’Iraq (oppure anche dalla Libia) in Nigeria, ad aiutare il gruppo locale nelle azioni militari o per impostare la governance dei territori conquistati sullo schema del Califfato. Secondo diversi esperti rapporti diretti di questo genere ci sono già: Daniele Raineri del Foglio, per esempio, faceva notare come il format utilizzato per la baya dei Boko fosse del tutto analogo a quello usato nelle stesse circostanze in Sinai, Yemen, Libia e Algeria. Segno di possibili contatti tra “inviati” del Califfo che hanno “facilitato” il giuramento dei combattenti nigeriani ─ anche se “quei contatti” finora potrebbero essere avvenuti soltanto via internet.

sabato 24 gennaio 2015

Benvenuti in Centrafrica, dove si trova più facilmente un’arma che una cena

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Le granate provengono dalla Cina o dalla Bulgaria. I mortai dal Sudan, mentre i lanciarazzi sono iraniani. Il giro tra Spagna e Camerun per i fucili, per i proiettili invece arrivano dla contrabbando inglese, o ceco o belga.

Secondo un rapporto compilato dal Conflict Armament Reaserch per l’Unione europea, le granate “Type 82-2″ (bombe a mano) sono così comuni nella Repubblica Centrafricana che possono essere acquistate con prezzi anche inferiori ad un dollaro (fino a 50 cents): «A meno di una bottiglia di Coca Cola».

Sono armamenti piccoli, facilmente trasportabili in grosse quantità, e, altrettanto facilmente, utilizzabili e maneggiabili. Durante la guerra civile scatenata nel 2013 dai Seleka, una colazione di ribelli in gran parte musulmani, sono state proprio le Type 82-2 ad avere il più alto impatto sulla condizioni di sicurezza. Molti degli attacchi ─ dei morti e dei feriti, alcuni orribilmente mutilati ─ a Bangui, la capitale del paese, scenario del rovesciamento di potere, sono avvenuti attraverso l’utilizzo di queste bombe, piccole e occultabili, quanto letali.

Un lotto di oltre 25.000 “Type 82-2″ di una spedizione del 2006 è stata tracciata dai ricercatori, fabbricato in Cina, e , stante al confezionamento, destinato ai “Royal Nepalese Army Headquarters” ─ anche se l’esercito nepalese precisò di non utilizzare questo genere di bombe.

Alcune delle armi finite in mano ai ribelli, sarebbero state saccheggiate dagli arsenali governativi, altre contrabbandate da mercanti stranieri attraverso i porosi confini del paese. Molte altre, sono entrate dagli stati vicini, per primo il Sudan, nonostante sia sottoposto a sanzioni .

La guerra civile che da due anni sfianca la Repubblica Centrafricana, è un’emorragia infinita di morte e distruzione, apparentemente senza soluzione. I Seleka, i ribelli, hanno attirato nel territorio centrafricano combattenti dal vicino Sudan e dal Ciad, tutti accattivati dal progetto di trasformare il paese in uno stato islamico. Bambini soldato, villaggi bruciati, violenze, esecuzioni a colpi di machete. I cristiani, i cosiddetti anti-balaka (anti-machete), hanno risposto in modo altrettanto sanguinoso, bruciando moschee, lapidando i nemici, profanandone a morsi i cadaveri. Cinque mila le vittime accertate, oltre un milione e mezzo gli sfollati: questi i numeri, in crescita, dell’emergenza umanitaria.

Tutto avviene in un paese ricco di risorse nel sottosuolo (petrolio, oro, diamanti), ma poverissimo in superficie. Il 60 per cento della popolazione vive con 1.25 dollari al giorno. L’indice di sviluppo umano (indicatore di sviluppo macroeconomico utilizzato dall’Onu) è di 0.384: cioè il 171° paese su 177. L’analfabetismo si appaia alla povertà endemica e alla diffusione di ceppi virali come malaria e lebbra (sembra quasi un miracolo che ancora non sia ancora arrivata ebola).

Nel settembre 2014 è arrivato il primo contingente di peacekeeper delle Nazioni Unite (Eufor RCA risoluzione Onu 2134), per sostituire le truppe dell’Unione Africana che avrebbero dovuto garantire la stabilità del paese.

Tra i loro compiti, permettere la mobilità delle forze europee (già presenti sul posto prima dei Caschi blu), bonificare di residuati bellici, la realizzazione di lavori infrastrutturali di base in favore dei civili e del governo locale e, appunto, il monitoraggio dei traffici di armi.

Vent’anni fa fu hutu contro tutsi in Ruanda, oggi c’è il rischio di un nuovo genocidio, quello incrociato tra cristiani e musulmani a Bangui: guerre fomentate dall’odio religioso, razziale, settario, e veicolate dalla facilità con cui in certe parti del mondo, come l’Africa, si arriva a disporre di un’arma.


giovedì 15 gennaio 2015

Le distruzioni di Boko Haram viste dal satellite

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Le immagini satellitari pubblicate in queste ore, mostrano come gli ultimi attacchi del gruppo islamista nigeriano Boko Haram abbiano prodotto una distruzione di portata catastrofica – Amnesty International ha usato proprio il termine «catastrofico» in un suo report.

Secondo quanto affermato da Amnesty, dalle riprese si contano almeno 3700 edifici di Baga e Doron Baga distrutti o danneggiati. Tutto, soltanto, nell’ultima settimana.

Il governo nigeriano ha contesta il bilancio inizialmente diffuso di 2 mila vittime, riducendolo a 150. La situazione è particolarmente tesa, perché per il mese prossimo sono in programma le elezioni, anche se si teme che in alcune aree del paese non potranno essere celebrate.

Amnesty ha detto che l’attacco della scorsa settimana a Baga e Doron Baga (la più colpita, con 3100 strutture distrutte), vicina città nel nord-est della Nigeria, era il più grande e il più mortale assalto mai fatto da Boko Haram.

Le immagini sono state scattate il 2 e il 7 gennaio (prima e dopo l’attacco più consistente): in rosso la vegetazione rimasta “sana”. In altre immagini si vede come nei quattro giorni di attacchi, la città di Doron Baga sia stata quasi completamente cancellata dalla carta geografica.

Stando agli analisti che hanno visionato le immagini, il governo nigeriano ha sottostimato le dimensioni dei danni, e dunque delle vittime: il numero sembra più vicino a quello diffuso appena il giorno dopo l’attacco, 2000, che ai 150 dichiarati da Abuja. Un funzionario governativo locale, ha dichiarato a BBC Hausa che alcuni abitanti sopravvissuti gli avevano raccontato che dei 10 mila abitanti della zona, erano rimasti soltanto in pochi.

I militanti di Shekau sono entrati in città travesti da soldati, per non insospettire gli abitanti, poi hanno cominciato a saccheggiare tutto ciò che potevano. Secondo fonti locali citate da BBC, alcune donne sarebbero state rapite. Dopo il saccheggio, hanno aperto il fuco contro qualsiasi cosa in movimento.









giovedì 18 dicembre 2014

La Libia, un disastro

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L’attacco dei talebani pakistani alla scuola di Peshawar, con la tragica uccisione di decine di ragazzi; i fatti che continuano ad uscire dalla Siria e dall’Iraq, regno sanguinoso e preoccupante del Califfo; le vicende che vedono lupi solitari ispirati dalla propaganda jihadista compiere attentati, gesti disperati, nelle più svariate aree del mondo. Circostanze che distraggono i racconti di cronaca da quello che sta succedendo in Libia.

E non siamo solo noi che raccontiamo a sonnecchiare sulla situazione, ma pure i governi sembrano lenti, disinteressati, superficiali. Lunedì il premier italiano Matteo Renzi ha incontrato Romano Prodi per parlare, “ufficialmente”, della situazione del paese nordafricano – e dell’Ucraina, che ancora, di fatto, è messa male, con i russi (o i filorussi) che continuano a guerreggiare col governo regolare.

Prodi – che si è incontrato con Renzi, al di là della versione ufficiale, anche per le beghe legate alla nomina del Presidente della Repubblica – è per certi aspetti, persona di riferimento per le “pratiche africane”. Dal 2008 presiede il Gruppo di lavoro ONU-Unione Africana sulle missioni dipeacekeeping in Africa; nell’ottobre 2012 è stato nominato Inviato Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il Sahel (fascia sub-sahariana che si estende tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, e tra l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est; in pratica di Libia ne becca ben poca, ma “è giù di lì” e tanto basta).

Prodi, in realtà, è di fatto molto considerato tra i Paesi dell’Unione Africana, che lo avrebbero visto bene (già da due o tre anni) anche come negoziatore della questione libica: incomprensibilmente l’Italia non ha fatto sponda sull’ex Presidente del Consiglio, e così il ruolo di inviato speciale dell’Onu è andato allo spagnolo Bernardino Leon. Non una scheggia. A dirla tutta, non bastasse la storia dei “101″ sull’elezione al Quirinale dell’anno passato, l’Italia ha fatto secco Prodi anche dal ruolo di negoziatore tra Russia e Ucraina: proposta avanzata direttamente da Roma, e lasciata decadere nei mesi scorsi senza un perché – che di certo ci sarà, ma ancora non è noto.

La situazione in Libia negli ultimi giorni è peggiorata, per quanto possibile, visto che eravamo già sul fondo del barile. Daniele Raineri, sul Foglio, ha sintetizzato il tutto così: «Negli ultimi quattro giorni le due fazioni in guerra in Libia hanno fatto un passo senza precedenti e hanno aggredito l’unico settore che finora era scampato alla violenza, vale a dire il circuito di estrazione di gas e petrolio, di esportazione e infine di spartizione dei ricavi attraverso la banca nazionale del paese. Il governo di Tobruk – che è quello appoggiato dagli stati arabi del Golfo e dall’Egitto ed è in genere considerato “più legittimo” all’estero, e comanda le forze militari della cosiddetta operazione “Dignità” – ha proposto un circuito dei ricavi energetici alternativo, che taglierebbe fuori i rivali. L’altro governo libico, quello di Tripoli, che comanda le milizie dell’Alba della Libia, islamiste ma non tutte, ha risposto domenica con un attacco militare ai due grandi porti per l’export di petrolio a Es Sider e a Ras Lanuf».

La prima preoccupazione che a un italiano viene in mente, è la situazione del terminal di Melita che viene usato dall’Eni. Le postazioni dell’azienda italiana, in questo momento, non sono in pericolo, ma è chiaro che aprire il fronte della “guerra dell’energia” (settore a cui è ascrivibile il 90 per cento del budget statale libico) è la mossa finale. La tragica mossa finale, che porterà (o potrebbe portare, per i più ottimisti) il paese all’implosione definitiva. La Noc (National Oil Corp, compagnia petrolifera statale libica) è bloccata – “cause di forza maggiore” – visto che i terminal di Tripoli e Tobruk sono entrambi chiusi. Esperti dicono che la produzione sarebbe scesa dagli 800 mila barili al giorno di prima dell’offensiva al polo petrolifero, a circa 250 mila.

Se il governo di Tobruk, guidato da Abdallah al Thinni, prova a tagliare fuori dal mercato energetico quello di Tripoli, il Congresso nazionale libico dominato dai Fratelli Musulmani, e questo risponde con l’occupazione (“per liberare i campi” dice Islaim Shoukri, portavoce delle milizie dell’Alba) e la distruzione dei terminal, è chiaro che nulla di buono può uscire da questa situazione.

Per il momento Noc e Banca continuano a pagare il costo dell’amministrazione pubblica, tutta, perché grazie alla clausola di uno status legale che la salva dalle richieste di risarcimento di chi ha comprato petrolio che non vede arrivare, Noc può tenersi i ricavi senza cacciare una lira per i ritardi. Quanto reggerà questa neutralità non è chiaro. Anche perché dal governo di Tobruk arrivano forte pressioni per fare allineare le banche sul suo esecutivo.

È notizia di queste ore, che l’Italia manderà le forze speciali in Iraq, per combattere lo Stato Islamico. Realtà che brucia anche nelle aree orientali libiche, nella cittadina di Derna e all’interno di alcune fazioni islamiste di Tripoli. Non è detto che le truppe italiane non scendano anche in Libia: Roma, insieme a Parigi, ha dato la disponibilità, ma a condizione che ci sia la copertura delle Nazioni Unite; cioè vadano come Caschi Blu.

L’Onu, come spesso accade, viaggia a una velocità molto più lenta della realtà: i negoziati intrapresi stallano, dovevano iniziare il 9 dicembre ma sono stati rinviati. Una fonte diplomatica egiziana – l’Egitto è un paese che si sta muovendo molto per la stabilità dell’area e si sta opponendo alle realtà islamiste – ha detto all’Ansa che si sarebbe svolto un incontro martedì 16 ad Awjila, 400 km a sud di Bengasi, e non più a Ghadames (nell’ovest), in modo da consentire a tutti i negoziatori di prendervi parte. Chi siano i negoziatori, però non è chiaro, e nel comunicatoredatto da UNSMIL, la missione Onu guida da Leon, si leggono generici richiami diplomatici e niente di più sostanzioso.

Mentre invece la rapidità e la risoluzione, sembra la prima necessità. Negli attacchi di lunedì, per la prima volta, Fajr Libya (Alba), la coalizione di gruppi armati guidati dagli ex ribelli di Misurata che regnano a Tripoli, ha usato mezzi aerei per colpire le postazioni petrolifere della costa del golfo di Sirte. Sarebbero stati usati arei rubati all’esercito libico, proprio nella zona di Misurata: per il momento non hanno fatto grossi danni e sono stati bloccati dalle guardie presenti nelle istallazioni, guidata dall’ex leader autonomista Ibrahim Jadran, adesso alleato del governo di al-Thani.

Ma è chiaro che si tratta di un ulteriore passo avanti, in peggio, in questa guerra appena al di là delle coste siciliane.


sabato 29 novembre 2014

La Sicilia è più vicina allo Stato Islamico che a Roma

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È un’iperbole quella del titolo, anche se. Quello che sta succedendo nella città libica orientale di Derna, rappresenta – anche se se ne parla poco – la notizia potenzialmente più pericolosa per l’Italia, di tutto il 2014.

Derna è una cittadina costiera di 100 mila abitanti, entrata da un paio di settimane nell’orbita del Califfato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. La striscia di Mediterraneo che la divide dalla Sicilia, è larga poco più di 800 chilometri – per intenderci, Roma-Palermo, in macchina, sono 925. La presenza dell’IS a Derna, è il frutto di un piano di rafforzamento e di espansione che esce direttamente dai territori siro-iracheni in mano al Califfo, i cui uomini (per lo più appartenenti alla brigata al-Battar, interamente libica) hanno atteso con pazienza il momento propizio per prendere il controllo del territorio. Secondo vecchi report, si trovavano lì da questa primavera: erano circa 800 miliziani (ora probabilmente sono molti di più, rimpinguati nel tempo da fascinazione e propaganda).

La città della Cirenaica è stata da sempre sede di movimenti integralisti – circostanza che le è costata la repressione di Gheddafi tra l’80 e il ’90. Secondo quanto scrive Daniele Raineri sulFoglio, quando nel 2007 gli americani scoprirono in Iraq i “Sinjar records” (set di documenti in cui erano registrati nome e credenziali di molti dei vecchi foreign fighters dello Stato islamico in Iraq), scoprirono che la maggioranza relativa dei combattenti, arrivava proprio da Derna.

Quelli di al-Battar hanno scacciato dalla città le forze filo-qaediste di Abu Salem, e hanno imposto il proprio controllo: amministrazione autonoma, con una rigidissima applicazione della sharia, retta da uno yemenita – racconta Raineri – di nome Mohammed Abdullah, conosciuto in battaglia come Abu al Baraa al-Azdi. Adesso Derna è il fulcro della Wilayat di Barqa, ovvero della provincia della Cirenaica: in realtà lo Stato Islamico controlla soltanto una parte della città, perché in Libia, in generale, è un’entità non prevaricante; ma come spesso accade quando si parla di IS, le manie di grandezza del Califfo, fanno il paio con la potenza di conquista, dunque c’è da aspettarsi un ampliamento dei possedimenti.

Lo yemenita al-Azdi ha combattuto in Siria, come molti dei jihadisti libici suoi compagni in Cirenaica. Il regista della conquista, però non è stato lui, ma un altro uomo, ancora più fidato, del Califfo: si chiama Abu Nabil al-Anbari, almeno secondo quanto detto alla CNN – e riportato dalFoglio – da Norman Benotman, ex jihadista libico, pentito, oggi analista anti terrorismo della Quillam Foundation. Anbari sarebbe stato mandato dal Califfo in persona, per organizzare la presa di Derna – e magari, poi, della Libia intera, un territorio che dista oltre 1600 chilometri dal Califfato.

Nei giorni tra la fine di ottobre e metà novembre, Khalifa Ibrahim ha ottenuto giuramento di fede da parte di diversi gruppi combattenti in giro per il mondo, dal Pakistan, allo Yemen, dall’Algeria fino alla Libia, appunto. Nel complicato universo libico, ci sono realtà molto più diffuse di quelle affiliate all’IS, come detto, ma diversi gruppi stanno cominciando a mostrare la bandiera nera -va ricordato che, di questi, non se ne conosce la reale consistenza in termini di combattenti e armamenti. Alcune di tali entità combattenti, sono entrate a far parte del “Consiglio della Shura per la gioventù dell’Islam”, la milizia che controlla Derna: «la brigata Rafallah al Sahati, che faceva parte di Ansar al Sharia (da poco inserita dalle Nazioni Unite nella lista delle organizzazioni terroristiche), i “Martiri della brigata del 17 febbraio”, “Lo scudo libico” e Jaish al Mujahideen», scrive Raineri.

Le foto che sono girate in questi giorni su determinati account Twitter e Facebook, spiegano che l’importanza di una roccaforte dello Stato Islamico in Libia, è centrale per la sua diffusione. Immagini che arrivano da cellule presenti a Sirte, Bayda, Bengasi, al-Khums e pure a Tripoli – anche in questo caso, non se ne conosce la consistenza – spiegano come le istanze islamiste locali, siano ricettive della propaganda del Califfato. Inoltre, la posizione di Derna, affacciata sul mare e controllata dall’IS, permette alla città di diventare uno scalo sicuro per i combattenti in viaggio per il jihad.

Un bacino culturale, in cui elementi nuovi, che arrivano dall’estero (dal nord Africa, Tunisia e Algeria in primis, ma pure dall’Europa) potrebbero prepararsi militarmente e ideologicamente prima delle missioni di jihad. Tutto, non troppo distante dalle coste siciliane.

sabato 4 ottobre 2014

Vivo o morto Shekau, Boko Haram resta un enorme problema. Dimenticato

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Giovedì AFP ha diffuso un video che mostra Abubakar Shekau, il leader del gruppo islamista radicale nigeriano Boko Haram. O qualcuno che gli somiglia e si spaccia per lui.

Già, perché al di là dei contenuti del messaggio recitato, la questione gira tutta intorno a chi sia in realtà quell’uomo. Shekau, alla guida del gruppo che sta dilaniando la Nigeria dal 2009 (anno in cui il fondatore Mohammed Yusuf è stato ucciso), era stato dato ufficialmente per morto dall’esercito nigeriano. Secondo i report era stato ucciso durante la Battaglia di Kondunga, in Borno nei pressi di Maiduguri, tra il 12 e il 14 settembre – uno dei pochi successi significatavi riportati dalle forze di Abuja.

Sulla sua morte c’è stato da subito scetticismo: secondo molti era «vivo e vegeto» (citazione del giornalista Ahmad Salkida, che ha ottimi rapporti locali) e la diffusione della notizia da parte dell’esercito, altro non sembrava che pura propaganda.

Ma la Difesa di Abuja, resta ferma sulle proprie posizioni, e nonostante il video diffuso in rete, continua a sostenere che Shekau in realtà sia morto: in una dichiarazione rilasciata dal quartier generale della capitale, il direttore della comunicazione dell’esercito, il maggiore generale Chris Olokulade, ha affermato che nel video non ci sono riferimenti temporali, e dunque potrebbe essere stato girato prima della morte del capo di Boko Haram e pubblicato soltanto per non scoraggiare gli altri combattenti in attesa della sostituzione della leadership.

Non è la prima volta che i nigeriani dichiarano di aver ucciso Shekau, era già successo altre volte – l’ultima nell’agosto del 2013 – e le segnalazioni sulla morte erano sempre state seguite da messaggi di smentita. Anche stavolta sono in molti a pensarla come il corrispondente di BBC Huasa Service, Mansur Liman, secondo il quale quello nelle immagini è proprio il leader di Boko Haram.

«Here I am, alive. I will only die the day Allah takes my breath», le parole di apertura del filmato, in cui, sempre continuando con i toni forti, vengono mostrate sequenze di “vita” nelle aree sotto il controllo dei Boko – che hanno istituito una sorta di Califfato in un’ampia fascia nel nord della Nigeria. Una donna lapidata a morte, un uomo punito con frustrate per adulterio, un ladro a cui viene tagliata una mano, un soldato nigeriano decapitato. Secondo le parole di Shekau, il soldato sarebbe un pilota, catturato dopo l’abbattimento di un aereo militare dell’esercito – per altro, vengono mostrate anche le immagini del relitto, ufficialmente scomparso secondo l’Aviazione il 12 settembre, abbattuto a detta dei ribelli.

Complice la concentrazione sulle vicende legate allo Stato Islamico – e all’intervento militare internazionale – nonché il threat globale “Ebola”, che ultimamente sui principali network americani sta rubando spazio anche al Califfo, la situazione in Nigeria è passata in un piano secondario. Quasi dimenticata: e pensare che l’istintiva campagna mediatica del#BringBackOurGirl, guidata da personalità di alto livello come Michelle Obama, per chiedere la liberazione delle oltre 200 liceali rapite dal gruppo a Chibok, risale a maggio. In quell’occasione una mini-coalizione internazionale, mise tecnologie e uomini a disposizione del governo nigeriano per le ricerche – con il secondo fine, nemmeno troppo celato, di attaccare i ribelli.

Nell’arco di questi mesi, tuttavia, non solo le studentesse (molte minorenni) non sono state ritrovate, ma anzi, la situazione è di fatto peggiorata – e l’impegno internazionale scemato. Boko Haram controlla ampie fette di territorio nigeriano, ha proclamato un Califfato Islamico (per certi versi simile a quello di Baghdadi, anche se le realtà islamiste mediorientali avevano deriso la proclamazione). e sta avanzando contro un esercito molle e corrotto. Situazione in alcuni aspetti simile a quella irachena: l’esercito nigeriano non è in grado di resistere alla furia dei ribelli. Le truppe fuggono, si rifiutano di combattere. Il timore e la propaganda si uniscono: chi fugge è spaventato, cerca “rifugio” alleandosi con i Boko, ma ci sono anche molti elementi che ne condividono le ideologie e si “arruolano” tra le linee dei ribelli per diretta volontà.

Una corte marziale ha iniziato in questi giorni il processo a 97 soldati, di cui 16 ufficiali, che si erano rifiutati di combattere gli insorti; mentre altri 12 sono stati fucilati dal governo due settimane fa, accusati di ammutinamento.

In un paese che esprime tutte le controversie africane - la Nigeria è tra gli stati con più forte crescita economica in Africa (e nel mondo), che si abbina però a condizioni di vita ancora fortemente diseguali tra le varie fasce sociali e geografiche – l’esercito rispecchia in sé, l’endemica corruzione sociale e politica. Da tempo si discute – e alcuni report hanno ricostruito le prove – della possibilità che ci siano finanziatori locali per i Boko Haram, così come ci sarebbe “sostegno” al gruppo tra alcune figure politiche e alti quadri militari.

Ora il rischio, se le forze di sicurezza governative non riusciranno a respingere i Boko Haram, è che un altro Califfato Islamico – forse più crudele di quello siro-iracheno – si imposti stabilmente al centro dell’Africa (disfunzione storica, il doppio califfato, certo). Gli uomini di Shekau hanno avviato prima una campagna razzista nei confronti delle altre religioni, a cominciare dai cristiani, costretti a fuggire dai villaggio settentrionali, per poi concentrarsi sui musulmani moderati, considerati alla stregua degli altri, perché non applicano i principi radicali predicati dai Boko Haram. Migliaia le vittime, per un totale di tre milioni di persone colpite.

E gli attacchi terroristici hanno colpito fino alla capitale Abuja, vista come simbolo dell’occidentalizzazione – si ricorda che “Boko Haram” in lingua Hausa significa “l’educazione occidentale è vietata” – in un paese che è in forte tiro di sviluppo, frutto attuale degli interessi pianificati dall’Occidente.

giovedì 18 settembre 2014

Il referendum scozzese può incoraggiare i separatisti in Africa?

Approfondimento della BBC, su come e quanto il referendum scozzese può influenzare gli umori delle realtà separatiste in Africa. Realtà ovattate dopo la fine della Guerra Fredda ─ e della filosofia "il nemico del mio nemico è mio amico". Il parallelo che fa la BBC è con la fine della dominazione britannica in Africa. Interessante  (pure la mappa) anche se, ovviamente, la risposta alla domanda del titolo è "no" ─ era talmente banale che questo non è uno spoiler.




mercoledì 3 settembre 2014

Chi è l’uomo che cercano gli USA in Somalia

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Lunedì primo settembre il brigadier general Wayne Grigsby, a capo della Combinated Joint Task Force Horn Africa di AFRICOM (il comando africano degli Stati Uniti), era in Somalia con il generale Dahir Adan Elmi, capo dell forze armate somale per ancora poco tempo – in giugno è stato sostituito da Abdullahi Anod.

Un saluto dopo una duratura collaborazione, potrebbe essere uno dei motivi che ha portato Grigsby a scendere in Africa dalle Kelly Barracks di Stoccarda (sede dei AFRICOM), ma forse c’è dell’altro. L’alto funzionario militare americano potrebbe essere andato a Mogadiscio per coordinare sul posto la contemporanea operazione al porto di Barawa, roccaforte dei miliziani islamisti di al-Shabaab situata nella regione meridionale di Lower Shabelle.

Da quanto diffuso dal portavoce del Pentagono, il contrammiraglio John Kirby, il raid è stato «solo» aereo – non ci sarebbe stato impiego di truppe di terra, ufficialmente, ma testimoni locali hanno raccontato di aver assistito allo sbarco di un piccolo commando che dopo uno scontro a fuoco, ha riportato sulle proprie imbarcazioni alcuni dei corpi degli uomini colpiti. Sono stati impiegati droni e velivoli con pilota (non definiti), che hanno colpito un accampamento e alcuni veicoli con Hellfire e bombe a guida laser. L’obiettivo, dichiarato dallo stesso Kirby, era un meeting di leader dell’organizzazione filo-qaedista: tra i presenti ci sarebbe stato anche l’emiro Moktar Ali Zubeyr, noto come “Godane”, figura di massimo rilievo del gruppo e mente dell’attentato al mall di Nairobi lo scorso settembre.

Inizialmente le notizie diffuse, soprattutto da fonti locali – non il massimo dell’affidabilità -, riportavano che Godane era stato ucciso negli attacchi, poi però, ancora adesso, il Pentagono non ha saputo esprimersi con chiarezza sulle sorti del terrorista. L’intelligence sta spostando risorse e concentrazione dal teatro iracheno per risolvere la questione. Sembra che sia stato ferito, e che diversi altri uomini dell’organizzazione, tra cui vari comandanti, siano stati colpiti – sembra anche che ci siano vittime civili, non confermate.

L’attacco è stato seguito da un’operazione di terra condotta dai militari somali in altre aree del paese, che ha riportato altri successi, dopo che nelle ultime settimane le truppe governative erano riuscite a sottrarre dal controllo degli Shabaab quattro importanti villaggi. Il governo di Mogadiscio, ha deciso – forse spinto dai successi militari – di offrire la possibilità di un’amnistia per i ribelli islamici combattenti, concedendo 45 giorni per la resa. A quanto pare la strategia somala è di sfruttare il forte impatto emotivo e organizzativo che la morte di Godane potrebbe avere sul gruppo affiliato ad al-Qaeda.

Ma chi era Godane per essere così importante?

Non è la prima volta che gli Stati Uniti lanciano blitz diretti a colpire i massimi vertici dell’organizzazione sia con droni, e in rari casi anche via terra. Il 21 settembre scorso, con l’attentato al centro commerciale Westgate della capitale kenyota ancora fresco, fu inviata una squadra di Navy Seals a “prendere” Abdulkadir Mohamed Abdulkadir (un miliziano conosciuto come “Ikrima”), considerato il capo materiale dell’attacco a Nairobi (dove persero la vita oltre sessanta persone). In quell’occasione però, le forze speciali americane fecero un fiasco, e furono costrette alla ritirata per la potente resistenza mostrata dagli Shabaab. Memorabile, poi, fu l’attacco a Mogadiscio del 1993 (durante l’operazione UNOSOM II Restore Hope), quando i miliziani riuscirono ad abbattere due Black Hawk della Delta Force mandati a colpire una riunione di alti notabili del signore della guerra Mohammed Farah Aidid – la vicenda fu ripresa nel film Black Hawk Down.

Il raid contro Godane è la testimonianza che l’uomo viene considerato come una minaccia globale – conferma della decisione presa in segreto, di chi aveva parlato il Washington Post ad inizio anno, di schierare un piccolo contingente di forze speciali statunitense a Mogadiscio (le prime, dopo il ’93). La paura è legata anche alle (molte) giovani reclute americane di origine somala, sensibilizzate, attirate, dagli Shabaab. Il rischio, poi, è che le principali organizzazioni africane (al-Shabaab, Aqim e Boko Haram), si possano coordinare e sincronizzare: per questo serve colpirle alla “testa”.

Godane, la “testa” degli Harakat al-Shabaab al-Mujahideen (HSM, così vogliono essere definiti) è stato colui che ha portato il gruppo nella scena della jihad globale: nel 2012, in un video di un quarto d’ora, dichiarò l’affiliazione del gruppo con al-Qaeda e giurò fedeltà alla guida suprema Ayman al-Zawahiri. Tra i suoi vanti c’è proprio l’idea dell’attentato al mall kenyota, oltre ad attacchi dalla minore risonanza (ma altrettanto sanguinari) tra Kenya e Uganda.

Godane, pochi mesi prima della strage a Nairobi, era uscito vittorioso da una sanguinosa faida interna all’organizzazione. Quattro dei suoi principali rivali erano stati assassinati: la motivazione, secondo Simon Tisdall del Guardian, sta nella visione più internazionalista che lui ha degli Shabaab, rispetto a quelle più limitate di altri leader.

Nato nel 1977, il misterioso Godane, avrebbe studiato brillantemente in Sudan e Pakistan – e si pensa che abbia ricevuto un addestramento militare in Afghanistan. Tornato in Somalia si è mosso nell’universo della defunta entità islamista Al-Ittihad Al-Islami (finanziata da Osama Bin Laden con l’obiettivo di sfruttare il marasma della caduta di Barre, per creare uno stato islamico nel Corno d’Africa); e poi si è costruito una posizione di rilievo nell’Unione delle Corte Islamiche, sconfitte dal governo di transizione durante la guerra nel 2006.

Sciolte le Corti e con il gruppo giovanile (gli Shabaab) che divenne autonomo, si ritrovò alla testa della catena di comando, diventando il comandante in capo dopo che un missile americano uccise nel 2008 l’allora leader Aden Hashi Ayro.

Un uomo che ha cercato muoversi nell’ombra per coordinare le dinamiche di una delle realtà terroristiche più pericolose in circolazione. Ma a differenza dell’iracheno, il somalo non sempre c’è riuscito. È osservatissimo, e più di una volta i droni sono stati in grado di ricostruire i suoi spostamenti. Nel blitz dei Seals di settembre scorso, l’obiettivo dichiarato era “Ikrima”, ma sembra che il vero bersaglio fosse proprio lui. Gli occhi dall’alto dell’intelligence americana, avevano visto bene anche lunedì: fonti di al-Shabaab hanno confermato ufficialmente che nel convoglio colpito dai missili americani era in viaggio Godane.

La situazione in Somalia

L'attacco aereo dei un paio di giorni condotto dagli Stati Uniti su un porto di una cittadina del sud, e diretto contro leader del movimento Shabaab, ha riportato le vicende del paese alle cronache. Ma la Somalia sta vivendo una sorta di guerra civile: una situazione critica quanto quella irachena.

Una carta della BBC riassume come stanno i fatti.


venerdì 27 giugno 2014

La Nigeria in una parola

BBC Africa ha chiesto alla gente di descrivere la Nigeria con una parola, seguendo l'hashtag Twitter #onewordnigeria.

"Corruzione" e "Boko Haram" dominano la scena di gran lunga, ma ci sono anche "Great" e "Great-Nation", orgoglio di un popolo che lotta: sullo sfondo, molto più in piccolo, ci sono anche parole come "Potential" e "Hope". Speranza, appunto. L'economia della Nigeria secondo studi indipendenti, diventerà in una decina d'anni delle dimensioni di quella inglese - ma il paese dovrà affrontare comunque le enormi contraddizioni che lo caratterizzano.

 

mercoledì 21 maggio 2014

Il punto sulla situazione in Libia

Quello che succede è molto «fluido», come lo ha definito il dipartimento dei Stato americano. Tuttavia, in questa fase di calma apparente - apparente, perché di fatto è stato ucciso un tecnico cinese a Bengasi poche ore fa e ferito in un altro attentato il capo della Marina libica - ho provato a fari il punto, tra fatti e considerazioni, su Formiche.

Rispetto a ieri, oggi ci sono alcune notizie importanti da registrare. 1) Il generale Haftar ha parlato apertamente dell'appoggio egiziano, promettendo di consegnare i terroristi catturati alle corti del Cairo. 2) In Tunisia sono stati arrestati otto terroristi legati ad Ansar al-Sharia, gruppo qaedista che opera nell'area. Gli uomini si sarebbero addestrati in Libia e stabiliti in Tunisia da un po': segno che le operazioni di intelligence nei paesi confinanti si stanno facendo sempre più attente. 3) Le milizie di Misurata si sono schierate apertamente: hanno fatto sapere di essere a Tripoli per difendere il governo contro il «golpe» di Haftar. 4) Il ministro degli Esteri italiano Mogherini, è a Lisbona per una riunione del tavolo di dialogo Euromediterraneo (detto 5+5, cinque paesi europei, Italia, Francia, Spagna, Malta, Portogallo, e cinque africani, Marocco, Algeria, Libia, Tunisia e Mauritania, che si affacciano sul Mare Nostrum), incontrerà a margine i colleghi libico e francese, Mohamed Abdelaziz e Laurent Fabius. Il tentativo sarà di portare la situazione all'attenzione dell'Onu prima che sfugga definitivamente dal controllo. 5) La Guida Suprema Bashir al Kubti della Fratellanza Musulmana in Libia - messa da Haftar nell'obiettivo delle operazioni militari - ha espresso la prima dichiarazione ufficiale: «Qui  non siamo in Egitto e noi non siamo terroristi. In Libia tutto il popolo è armato. Non esiste casa in cui non ci sia una pistola o un fucile. In strada si trova qualsiasi tipo di arma: stiamo parlando di almeno 25 milioni di armi circolanti nel Paese». 6) Il portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki, ha dichiarato che Washington non era al corrente delle azioni del generale, con il quale non è in contatto da mesi, e che «non sostiene né condanna le azioni sul terreno».