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venerdì 18 settembre 2015

Forze speciali americane in Niger contro Boko Haram califfale

(Pubblicato su Formiche)

Un giornalista della Reuters è andato nella città di Diffa, in Niger, dove ha assistito ad una riunione in cui insieme a 75 capi villaggio, politici e comandanti militari, prendevano parte anche degli uomini delle Special Operations Forces americane. L’argomento del vertice era organizzare una difesa credibile contro gli attacchi di Boko Haram.

Il gruppo islamista nigeriano nel marzo 2015 s’è impegnato nella baya al Califfo Baghdadi, e da allora si è rinominato Provincia dell’Africa occidentale del Califfato. Da diversi mesi sta portando attacchi al di fuori della Nigeria verso i paesi confinanti, tanto che gli eserciti di Niger, Ciad e Camerun (e Nigeria) hanno lanciato un’offensiva congiunta contro il gruppo comandato da Abu Bakr Shekau. La Wilayat africana dell’IS è la più grande tra le province del Califfato, sia in termini di estensione territoriale che di uomini e capacità operativa. Boko Haram, saltato alle cronache mondiali per la vicenda del rapimento delle 200 studentesse liceali (quelle dell’hashtag virale poi sopito #BringBackOurGirls), è un gruppo terroristico corposo e radicato da svariati anni, che rappresenta il principale threat continentale africano.

In Africa sarebbero dispiegati 1000 elementi delle forze speciali americane, con compiti di addestramento delle forze locali, consulenza e talvolta operazioni da commandos: sono coordinate da AfriCom, il centro di comando per l’Africa che si trova alle Kelly Barracks di Stoccarda e coordinate dal Jsoc di Fort Bragg.

Secondo quanto scritto da Warren Strobel, il giornalista dell’agenzia britannica, i soldati statunitensi a Diffa sarebbero una ventina (rafforzati in aprile, dopo le incursioni nigerine di Boko Haram in febbraio). Piccole unità che si muovono con estrema agilità: parte della nuova strategia di counterterrorism americana. Per il momento non ricoprono ruoli attivi in battaglia, spesso non vestono divise (operazioni da commandos, si diceva) e stanno semplicemente coordinando la costruzione di un muro militare per proteggere la città (e il Niger). Non hanno detto per quanto durerà la loro presenza.

La provincia di Diffa, un territorio di duecento chilometri che si estende lungo il corso del fiume Kamadougou Yobe al confine nigeriano, è fin dal duemila territorio di reclutamento per Boko Haram. Per questo le forze speciali stanno anche collaborando con la no-profit Spirit of America (che ha assistito i militari anche in Iraq e Afghanistan nell’aiutare le popolazioni locali): l’obiettivo è portare avanti anche un programma civile, chiedendo ai giovani di costituirsi in gruppi di sicurezza e ai cittadini di segnalare alle autorità possibili movimenti di Boko Haram ─ oltre al reclutamento, il territorio ha fatto da quinta di protezione e rifornimento di materiali agli islamisti.


lunedì 24 agosto 2015

Duecento uomini di Boko Haram al fianco dell’IS in Libia (con calma)

(Pubblicato su Formiche)

Ci sarebbero tra ottanta e duecento combattenti di Boko Haram a Sirte (Libia). Gli uomini del gruppo islamista nigeriano, sarebbero andati a dar man forte allo Stato islamico in Libia. Lo ha scritto l’analista indipendente Jacob Zenn, specializzato in questioni africane, in un paper per la Jamestown Foundation di Washington (istituto di ricerca e analisi strategica).

Le forze di sicurezza algerine, ritengono che gli uomini di Boko Haram si siano uniti ai militanti del nord del Niger, scrive Zenn ─ che per il suo lavoro ha raccolto informazioni sul campo. E spiega che l’apertura di rotte di migrazione dalla Nigeria attraverso il Niger orientale per arrivare in Libia, rende il viaggio abbastanza semplice, e non è certo un problema per lo Stato islamico pagare trafficanti per il trasporto di militanti e armi lungo queste vie.

Il 7 marzo del 2015 il leader di Boko Haram Abu Bakr Shekau s’era impegnato nella baya al Califfo Baghdadi: il giuramento di fedeltà, che arrivava dopo una serie di segnali di avvicinamento tra le due organizzazioni (e i corteggiamenti di Shekau), fu ufficialmente accettato circa una settimana dopo attraverso un audio del portavoce dello Stato islamico Mohammed al Adnani, in cui si annunciava anche l’allargamento dell’interesse del Califfato all’Africa. Da quel momento il gruppo di Shekau ha avuto un re-brand in Wilayat Africa Occidentale dello Stato islamico: la più grande in termini di uomini, superficie di territorio controllato e capacità operativa, delle province dell’IS.

Zenn inquadra la migrazione di alcuni combattenti nigeriani verso nord e verso la Libia, come una delle risposte che (l’ex) Boko Haram ha dato all’offensiva militare partita quasi contemporaneamente alla baya e, lanciata dalle forze congiunte di Niger, Ciad e Camerun.

Il Califfo, in nome della Umma, la comunità internazionale di tutti i fedeli, ha travalicato il concetto di confini nazionali e si espande su vari fronti (tatamadad). Quello nordafricano sta diventando fortemente attivo, e anche se ancora numericamente in minoranza rispetto alle altre milizie che combattono la guerra civile libica, i militanti cominciano già a definire Sirte la terza capitale dello Stato islamico (dopo Raqqa in Siria, e Mosul in Iraq). La diffusione mediatica della Wilayat dell’Africa occidentale potrebbe sostituire nel cuore dei proseliti al Qaeda, che finora è stata il collettore entro cui sono confluite tutte le istanze islamiche radicali regionali: questo ammesso che i vari leader estremisti locali, ciaddani, nigerini, etc, accettino il Califfato (per gli altri c’è ancora ciò che resta di qaedista in al Maraboutin del redivivo Mokhtar Belmokhtar).

Se le informazioni riportate da Zenn saranno confermate, ci saranno di certo degli sviluppi e delle dichiarazioni diffuse attraverso i sistemi mediatici dello Stato islamico.


venerdì 13 marzo 2015

Il Califfo accetta il giuramento di Boko Haram (come da copione)

(Pubblicato su Formiche)

Nella serata di giovedì il dipartimento mediatico dello Stato islamico ha trasmesso un audio in cui comunicava di accettare il giuramento di fedeltà al Califfo (che si chiama baya), del gruppo islamista nigeriano Boko Haram.

La voce che parla si descrive come il portavoce dello Stato islamico Mohammed al Adnani ─ non è ancora verificata al momento, ma sono pochi i dubbi ─ e annuncia che l’obiettivo del Califfato si è allargato all’Africa occidentale (sì, la Nigeria è ancora più a sud, ma l’intento era sottolineare “l’allargamento” e contemporaneamente la presenza pianificata in Libia). È una mira espansionistica pseudo nazista, che sotto certi aspetti è propria dell’ideologia del califfato islamico, come alcuni studiosi sostengono (per esempio Barry Rubin e Wolfgang Schwanitz, autori del saggio per la Yale University Press “Nazis, Islamists and the Making of the Modern Middle East”). Ma andiamoci piano, perché, dato che in realtà le forze di Baghdadi non sono quelle del Tausendjähriges Reich, almeno per il momento tutto si limita a situazioni contingenti e locali (vedi i gruppi nel Sinai, nello Yemen o in Algeria, e adesso Boko Haram in Nigeria).

La scorsa settimana, Abubakar Shekau, il leader di Boko Haram ─ gruppo combattente sunnita che è insorto nel 2009 per imporre la sharia nel nord della Nigeria ─, era apparso in un video in cui annunciava la baya a Khalifa Ibrahim, promettendo di ascolo e obbedienza al Califfo «nei momenti di difficoltà e in quelli di prosperità».

L’accettazione del giuramento da parte di Baghdadi, a questo punto era una notizia attesa, sebbene lo scorso anno Shekau ci avesse già provato, ottenendo l’indifferenza del leader dell’Is. Da quel momento, comunque, segni di connessione tra le due realtà sono stati evidenti: per esempio il capo di Boko Haram sta da tempo usando la “colonna sonora” dell’Is nei suoi video diffusi su internet, come segnala Rumini Callimachi sul New York Times.

Lo Stato islamico può trovare solo benefici nell’affiliazione di Boko Haram, che potrebbe costituire un altro avamposto al centro dell’Africa, una specie di saliente di questa guerra globale, lontano diverse migliaia di chilometri da Raqqa e Mosul: un luogo che senza l’impegno di un partner locale sarebbe stato irraggiungibile. La confusione socio-politica nigeriana, con il paese impelagato nella guerra a Boko Haram e stretto dalle contraddizioni tutte africane tra la povertà del nord e la ricchezza naturale del sud e dalla corruzione endemica, sono lo scenario perfetto per l’attecchimento delle istanza islamiste. Per questo i Boko (probabilmente il gruppo islamista più sanguinario nel mondo), possono contare su una forza di circa seimila miliziani e rappresentano il gruppo più grande e numeroso ad aver giurato fedeltà al Califfo finora. Forza che adesso sarà implementata dalla potenza evocativa dell’egida del Califfato.

Ora la questione chiave è se l’Is deciderà di inviare alcuni dei suoi uomini dalla Siria o dall’Iraq (oppure anche dalla Libia) in Nigeria, ad aiutare il gruppo locale nelle azioni militari o per impostare la governance dei territori conquistati sullo schema del Califfato. Secondo diversi esperti rapporti diretti di questo genere ci sono già: Daniele Raineri del Foglio, per esempio, faceva notare come il format utilizzato per la baya dei Boko fosse del tutto analogo a quello usato nelle stesse circostanze in Sinai, Yemen, Libia e Algeria. Segno di possibili contatti tra “inviati” del Califfo che hanno “facilitato” il giuramento dei combattenti nigeriani ─ anche se “quei contatti” finora potrebbero essere avvenuti soltanto via internet.

giovedì 15 gennaio 2015

Le distruzioni di Boko Haram viste dal satellite

(Pubblicato su Formiche)

Le immagini satellitari pubblicate in queste ore, mostrano come gli ultimi attacchi del gruppo islamista nigeriano Boko Haram abbiano prodotto una distruzione di portata catastrofica – Amnesty International ha usato proprio il termine «catastrofico» in un suo report.

Secondo quanto affermato da Amnesty, dalle riprese si contano almeno 3700 edifici di Baga e Doron Baga distrutti o danneggiati. Tutto, soltanto, nell’ultima settimana.

Il governo nigeriano ha contesta il bilancio inizialmente diffuso di 2 mila vittime, riducendolo a 150. La situazione è particolarmente tesa, perché per il mese prossimo sono in programma le elezioni, anche se si teme che in alcune aree del paese non potranno essere celebrate.

Amnesty ha detto che l’attacco della scorsa settimana a Baga e Doron Baga (la più colpita, con 3100 strutture distrutte), vicina città nel nord-est della Nigeria, era il più grande e il più mortale assalto mai fatto da Boko Haram.

Le immagini sono state scattate il 2 e il 7 gennaio (prima e dopo l’attacco più consistente): in rosso la vegetazione rimasta “sana”. In altre immagini si vede come nei quattro giorni di attacchi, la città di Doron Baga sia stata quasi completamente cancellata dalla carta geografica.

Stando agli analisti che hanno visionato le immagini, il governo nigeriano ha sottostimato le dimensioni dei danni, e dunque delle vittime: il numero sembra più vicino a quello diffuso appena il giorno dopo l’attacco, 2000, che ai 150 dichiarati da Abuja. Un funzionario governativo locale, ha dichiarato a BBC Hausa che alcuni abitanti sopravvissuti gli avevano raccontato che dei 10 mila abitanti della zona, erano rimasti soltanto in pochi.

I militanti di Shekau sono entrati in città travesti da soldati, per non insospettire gli abitanti, poi hanno cominciato a saccheggiare tutto ciò che potevano. Secondo fonti locali citate da BBC, alcune donne sarebbero state rapite. Dopo il saccheggio, hanno aperto il fuco contro qualsiasi cosa in movimento.









sabato 20 dicembre 2014

Uccidere i bambini è uccide il futuro

(Pubblicato su Formiche)

La realtà che il Pakistan ci ha riconsegnato martedì, il giorno dell’attacco alla scuola di Peshawar, è molto peggiore dell’immaginario infido e violento che la quarta stagione di “Homeland” ci ha delineato.

Il paese, nonostante gli sforzi di affrancarsi dalle dinamiche del terrorismo islamista, è in piena guerra contro i Talebani. Il gruppo, come noto, opera nelle aree tribali al confine con l’Afghanistan, e si dirama in una serie di sottogruppi tutti più o meno riconducibili alla sigla TTP (che sta per Tehrek-i-Taleban Pakistan, movimento talebano del Pakistan: qui in sintesi, chi sono).

Gli Stati Uniti laggiù hanno sempre avuto difficoltà di intelligence, anche per l’ambiguità dei servizi segreti interni: il famigerato ISI, considerato tra i più efficienti del mondo, ma spesso colluso e corrotto partner oscuro delle istanze radicali. Ora gli americani più che a terra, lavorano dall’alto, tenendo i droni sempre in allerta, aspettando le soffiate dei contatti, per colpire militanti usciti allo scoperto.

La tragedia avvenuta alla scuola di Peshawar, si inserisce in un quadro temporale che vede il governo di Islamabad aver intrapreso una faticosa trattativa con i ribelli talebani, senza tirarne fuori granché, e il TTP in una fase turbolenta, prossimo alla divisione (o almeno così si pensava dopo la morte del leader Hakimullah Mehsud colpito proprio da un drone nel novembre scorso, e la nomina al suo posto di una guida poco condivisa).

In Pakistan i Talebani ci sono ancora, e continuano a lottare con forza: così come ci sono inAfghanistan. In giugno al-Jazeera stimò in un’infografica, che il numero totale degli insorti fosse intorno ai quindicimila. Nonostante questo, Obama ha deciso (non senza paturnie e ripensamenti) di alleggerire la presenza militare in Afghanistan, il cuore dei Taliban – e anche l’Italia si ritirerà a partire dal 2015, lasciando soltanto 750 soldati, secondo l’annuncio di due giorni fa del ministro Pinotti.

L’attacco di Peshawar è stata una cosa «orribile», giusta definizione usata dal premier Matteo Renzi nell’intervento in cui sottolineava come il governo italiano si unisse al dolore dei pakistani (le scenate di alcuni nostri parlamentari sono state invece “patetiche”). Non si tratta semplicemente delle 141 vittime, una quantità enorme, ma della “qualità” di quei morti. Perché non è vero che i morti sono tutti uguali: ce ne sono alcuni che vanno pianti più di altri. È la nostra natura umana, la nostra emotività, a dettare certe regole, e il raziocinio a darne conferma.

Nel caso, i bambini e i ragazzi della scuola gestita dai militari, ma che accoglieva pure allievi provenienti da famiglie civili, presa di mira dai fanatici islamisti pakistani.

Uccidere i bambini significa uccidere il futuro. Il futuro di un Paese. Su quei bambini preme la speranza di un Pakistan libero e allontanato dalle derive radicali, dalle violenze, dalle guerre. Su quei bambini, come su quelli di Kabul e delle altre città afghane continuamente martoriate da attacchi e attentati, pesa la futura stabilità di un’intera area, ampia fetta della regione nevralgica tra Asia e Europa.

Non a caso, in questi mesi, gli attacchi terroristici contro i giovani si stanno concentrando: le forze combattenti, anche dopo la preoccupazione internazionale suscitata dal fenomeno “Stato Islamico” e le relative reazioni, sono sempre più messe alle strette dalle campagne dei governi.

Gli obiettivi ora non hanno più la centralità sociale dei mall, come quello attaccato dagli Shabaab in Kenya un anno fa, o dei punti di aggregazione, mercati, piazze, luoghi di preghiera. Si mira a distruggere porzioni nevralgiche della società. Una società che si sta spostando verso posizioni più moderate e comincia a porre resistenza al sangue dei radicali, indirizza la via ai propri figli. Spostamento intollerabile per i gruppi islamisti più integerrimi, dunque cosa c’è di meglio da colpire che una scuola? Cosa c’è di più centrale nella società che la crescita e la formazione dei propri figli?

E allora, per questo, i Boko Haram in Nigeria rapiscono studenti e studentesse (185 presi proprio l’altro giorno), trasformandoli in schiavi, per colpire al cuore, e spaventare, chi si oppone alla loro volontà di applicazione della sharia in quel pezzo di territorio. Lo Stato Islamico rapisce i bambini curdi, per rappresaglia e per trasformarli, con il lavaggio del cervello, in fanatici radicali. Propaganda e azione. Membri di Hamas, qualche mese fa, hanno preso a sassate i bambini nel giardinetto interno di un asilo.

Nelle stesse ore dell’attentato in Pakistan, dove perdevano la vita 141 persone, la stragrande maggioranza minorenni, venivano uccise altre 15 bambine in Yemen.

Colpire i ragazzi e i bambini, significa distruggere la speranza. E senza speranza il fanatismo religioso diventa una via praticabile, quasi una soluzione, un senso della vita. Si creano mostri, al buio.

È noto come molti dei giovani attentatori, le cui gesta in questi mesi si sono susseguite nelle cronache mondiali, lupi solitari figli della fascinazione del Califfato, siano persone ai margini della società, isolate, disperate appunto. L’applicazione estrema, radicale, sballata, dei precetti religiosi, è sembrata a loro l’unica via di realizzazione. Ragazzi bruciati sull’altare del fanatismo, sacrifici sociali spaventosi.

Ragazzi, come Malala Yousafzai, da poco premio Nobel per la Pace, a cui i talebani avevano sparato nel 2012 per aver fatto propaganda per l’istruzione femminile nella valle dello Swat, sempre in Pakistan. Una speranza.

sabato 4 ottobre 2014

Vivo o morto Shekau, Boko Haram resta un enorme problema. Dimenticato

(Pubblicato su Formiche)

Giovedì AFP ha diffuso un video che mostra Abubakar Shekau, il leader del gruppo islamista radicale nigeriano Boko Haram. O qualcuno che gli somiglia e si spaccia per lui.

Già, perché al di là dei contenuti del messaggio recitato, la questione gira tutta intorno a chi sia in realtà quell’uomo. Shekau, alla guida del gruppo che sta dilaniando la Nigeria dal 2009 (anno in cui il fondatore Mohammed Yusuf è stato ucciso), era stato dato ufficialmente per morto dall’esercito nigeriano. Secondo i report era stato ucciso durante la Battaglia di Kondunga, in Borno nei pressi di Maiduguri, tra il 12 e il 14 settembre – uno dei pochi successi significatavi riportati dalle forze di Abuja.

Sulla sua morte c’è stato da subito scetticismo: secondo molti era «vivo e vegeto» (citazione del giornalista Ahmad Salkida, che ha ottimi rapporti locali) e la diffusione della notizia da parte dell’esercito, altro non sembrava che pura propaganda.

Ma la Difesa di Abuja, resta ferma sulle proprie posizioni, e nonostante il video diffuso in rete, continua a sostenere che Shekau in realtà sia morto: in una dichiarazione rilasciata dal quartier generale della capitale, il direttore della comunicazione dell’esercito, il maggiore generale Chris Olokulade, ha affermato che nel video non ci sono riferimenti temporali, e dunque potrebbe essere stato girato prima della morte del capo di Boko Haram e pubblicato soltanto per non scoraggiare gli altri combattenti in attesa della sostituzione della leadership.

Non è la prima volta che i nigeriani dichiarano di aver ucciso Shekau, era già successo altre volte – l’ultima nell’agosto del 2013 – e le segnalazioni sulla morte erano sempre state seguite da messaggi di smentita. Anche stavolta sono in molti a pensarla come il corrispondente di BBC Huasa Service, Mansur Liman, secondo il quale quello nelle immagini è proprio il leader di Boko Haram.

«Here I am, alive. I will only die the day Allah takes my breath», le parole di apertura del filmato, in cui, sempre continuando con i toni forti, vengono mostrate sequenze di “vita” nelle aree sotto il controllo dei Boko – che hanno istituito una sorta di Califfato in un’ampia fascia nel nord della Nigeria. Una donna lapidata a morte, un uomo punito con frustrate per adulterio, un ladro a cui viene tagliata una mano, un soldato nigeriano decapitato. Secondo le parole di Shekau, il soldato sarebbe un pilota, catturato dopo l’abbattimento di un aereo militare dell’esercito – per altro, vengono mostrate anche le immagini del relitto, ufficialmente scomparso secondo l’Aviazione il 12 settembre, abbattuto a detta dei ribelli.

Complice la concentrazione sulle vicende legate allo Stato Islamico – e all’intervento militare internazionale – nonché il threat globale “Ebola”, che ultimamente sui principali network americani sta rubando spazio anche al Califfo, la situazione in Nigeria è passata in un piano secondario. Quasi dimenticata: e pensare che l’istintiva campagna mediatica del#BringBackOurGirl, guidata da personalità di alto livello come Michelle Obama, per chiedere la liberazione delle oltre 200 liceali rapite dal gruppo a Chibok, risale a maggio. In quell’occasione una mini-coalizione internazionale, mise tecnologie e uomini a disposizione del governo nigeriano per le ricerche – con il secondo fine, nemmeno troppo celato, di attaccare i ribelli.

Nell’arco di questi mesi, tuttavia, non solo le studentesse (molte minorenni) non sono state ritrovate, ma anzi, la situazione è di fatto peggiorata – e l’impegno internazionale scemato. Boko Haram controlla ampie fette di territorio nigeriano, ha proclamato un Califfato Islamico (per certi versi simile a quello di Baghdadi, anche se le realtà islamiste mediorientali avevano deriso la proclamazione). e sta avanzando contro un esercito molle e corrotto. Situazione in alcuni aspetti simile a quella irachena: l’esercito nigeriano non è in grado di resistere alla furia dei ribelli. Le truppe fuggono, si rifiutano di combattere. Il timore e la propaganda si uniscono: chi fugge è spaventato, cerca “rifugio” alleandosi con i Boko, ma ci sono anche molti elementi che ne condividono le ideologie e si “arruolano” tra le linee dei ribelli per diretta volontà.

Una corte marziale ha iniziato in questi giorni il processo a 97 soldati, di cui 16 ufficiali, che si erano rifiutati di combattere gli insorti; mentre altri 12 sono stati fucilati dal governo due settimane fa, accusati di ammutinamento.

In un paese che esprime tutte le controversie africane - la Nigeria è tra gli stati con più forte crescita economica in Africa (e nel mondo), che si abbina però a condizioni di vita ancora fortemente diseguali tra le varie fasce sociali e geografiche – l’esercito rispecchia in sé, l’endemica corruzione sociale e politica. Da tempo si discute – e alcuni report hanno ricostruito le prove – della possibilità che ci siano finanziatori locali per i Boko Haram, così come ci sarebbe “sostegno” al gruppo tra alcune figure politiche e alti quadri militari.

Ora il rischio, se le forze di sicurezza governative non riusciranno a respingere i Boko Haram, è che un altro Califfato Islamico – forse più crudele di quello siro-iracheno – si imposti stabilmente al centro dell’Africa (disfunzione storica, il doppio califfato, certo). Gli uomini di Shekau hanno avviato prima una campagna razzista nei confronti delle altre religioni, a cominciare dai cristiani, costretti a fuggire dai villaggio settentrionali, per poi concentrarsi sui musulmani moderati, considerati alla stregua degli altri, perché non applicano i principi radicali predicati dai Boko Haram. Migliaia le vittime, per un totale di tre milioni di persone colpite.

E gli attacchi terroristici hanno colpito fino alla capitale Abuja, vista come simbolo dell’occidentalizzazione – si ricorda che “Boko Haram” in lingua Hausa significa “l’educazione occidentale è vietata” – in un paese che è in forte tiro di sviluppo, frutto attuale degli interessi pianificati dall’Occidente.

venerdì 27 giugno 2014

La Nigeria in una parola

BBC Africa ha chiesto alla gente di descrivere la Nigeria con una parola, seguendo l'hashtag Twitter #onewordnigeria.

"Corruzione" e "Boko Haram" dominano la scena di gran lunga, ma ci sono anche "Great" e "Great-Nation", orgoglio di un popolo che lotta: sullo sfondo, molto più in piccolo, ci sono anche parole come "Potential" e "Hope". Speranza, appunto. L'economia della Nigeria secondo studi indipendenti, diventerà in una decina d'anni delle dimensioni di quella inglese - ma il paese dovrà affrontare comunque le enormi contraddizioni che lo caratterizzano.

 

giovedì 15 maggio 2014

Guerra a Boko Haram

Il rapimento delle oltre 200 liceali da parte di Boko Haram, realtà attiva nelle aree a nord della Nigeria nel tentativo di ricreare uno stato islamico da diversi anni, ha sensibilizzato il mondo sulle attività di quello che a tutti gli effetti è il più violento, sanguinario e radicale, dei gruppi islamisti in giro per il mondo (se n'era abbondantemente parlato qui, qualche mese fa).

In un luogo difficile e pieno di enormi contraddizioni come la Nigeria (le mappe che raccontano il background sociale del paese), difendersi dal terrorismo non è facile. Le truppe governative sono spesso spalleggiate da forze di autodifesa locali (mercoledì una di queste ha ucciso oltre 200 militanti Bok Haram, respingendo uno dei tanti assalti ad un villaggio del nord), tuttavia non bastano.

I problemi nigeriani, specchiano quelli di tutta l'Africa: l'impreparazione delle truppe, la corruzione, le enormi disparità sociali, sono il terreno in cui attecchisce l'attività dei gruppi combattenti estremisti di radice islamica - molti legati ad al-Qaeda, mentre alcuni si stanno svincolando. (Qui un vecchio pezzo, dove si parlava dei gruppi jihaidisti africani e anche di Boko Haram).

La comunità internazionale, raggiunta - tardi! - consapevolezza dello scenario, ha deciso di reagire alla crisi delle ragazze rapite non solo attraverso i messaggi della campagna mediatica #BringBackOurGirls (che ha comunque ottenuto successo planetario, coinvolgendo personalità assolute come Papa Francesco), ma intervenendo militarmente a sostegno delle forze di Abuja.

Ho scritto su The Post Internazionale, su come queste operazioni saranno condotte - per lo meno, quello che si sa fin qui e che si può ragionevolmente immaginare.



mercoledì 2 aprile 2014

Boko Haram: record di morte

Sarebbero 1500 i morti causati dall'escalation di attacchi di Boko Haram dall'inizio dell'anno. Gli islamisti operanti nel nord della Nigera, ha ucciso anche ieri 15 persone - ferendone altre 17 - in un attentato suicida a Maiduguri, capitale dello stato del Borno, terra ancestrale del gruppo musulmano.

Ma la reazione dell'esercito sembra aver perso i riferimenti del diritto internazionale, umano e di guerra: i terroristi catturati sarebbero stati vittime di assassini per via extragiudiziale; comportamenti che rischiano di aumentare la violenza e scatenare una vera e propria guerra civile. Tutto è finito in una denuncia di Amnesty International.

Ne ho scritto su Formiche.

Nigeria: il background dei Boko Haram

La Nigeria: un paese che cresce economicamente e socialmente, immerso nelle contraddizioni e ancora alle prese con i guerriglieri islamisti di Boko Haram - forse ora più che mai. Solo in Iraq, dove l'Isis ormai si è dotato di mezzi di combattimento di alto livello tecnologico (rubati all'esercito iracheno), c'è stata una così alta concentrazione di morti e di terrore: nei primi tre mesi dell'anno, secondo la denuncia di Amnesty International, sarebbero stare uccise oltre 1500 persone, quasi tutti civili delle provincie settentrionali.

Prese dalla BBC, alcune belle infografiche che aiutano a capire il background geografico e socio-culturale del paese in cui opera uno dei gruppi fondamentalisti islamici più spietati del pianeta.

Ricchezza pro capite
Nonostante l'immensa disponibilità di risorse naturali, la Nigeria secondo le Nazioni Unite è uno dei paesi più diseguali del mondo - Il Pil procapite è di 1280 dollari. La differenza economica tra il nord povero - con vaste aree rurali - e il sud civilizzato e ricco, è stato terreno fertile per l'attecchimento delle idee jihadiste mosse dal fondatore di Boko Haram Ustaz Mohammed Yusuf, con l'intento di combattere l'Occidente (Boko Haram, è traducibile come "l'educazione occidentale è sacrilega") e creare uno stato islamico nelle aree settentrionali del paese (e introdurre la shiaria). 



Etnie
I 160 milioni di abitanti nigeriani, sono divisi in numerosi gruppi etno-linguistici. In linea di massima, il popolo Hausa-Fulani basato nel nord è per lo più musulmano. Gli yoruba del sud-ovest sono divisi tra musulmani e cristiani, mentre gli Igbo dei gruppi di sud-est sono per lo più cristiani o animisti. La cintura di mezzo, invece, è la patria di centinaia di gruppi con diverse credenze, e intorno Jos ci sono frequenti scontri tra Hausa di lingua musulmani e cristiani membri della comunità Berom.



Salute
Come prevedibile, gli abitanti delle aree meridionali hanno un accesso facilitato anche alle cure mediche, e soprattutto alle vaccinazioni anti poliomielite, tubercolosi, tetano e difterite. Al nord, anche e soprattutto per la propaganda dei Boko Haram, sono state a lungo boicottate le vaccinazioni proposte dalle attività umanitarie, sostenendo che si trattava di una campagna occidentale per rendere le donne musulmane infertili. Ora stanno piano piano riprendendo, anche grazie all'attività di diverse ong, ma l'apertura a certe offerte dell'Occidente, è una dei principali motivi per chi i Boko hanno aumentato la loro attività, anche contro alcuni gruppi musulmani che seguono certe indicazioni e che per questo sono considerati traditori.



Alfabetizzazione
L'alfabetizzazione femminile, è uno dei benchmark utilizzato per definire lo standard di vita delle future generazioni: un bambino che nasce e cresce con una mamma istruita ha possibilità molto maggiori di sopravvivenza. Anche qui la discrepanza tra il nord e il sud è enorme: al settentrione in alcuni stati (la Nigeria è una federazione di 36 stati) soltanto il 5% delle donne è alfabetizzato, al sud si raggiunge il 90%.



Petrolio e risorse
La Nigeria è il più grande produttore di petrolio dell'Africa, uno dei principali al mondo, ma un'ampia percentuale di persone vive con meno di 2 dollari al giorno. Le estrazioni avvengono nei giacimenti delle aree di sud-est, con diverse problematiche legate agli attacchi dei gruppi combattenti (nella zona opera il Movimento per l'emancipazione del delta del Niger, che combatte "contro le multinazionali straniere che sfruttano l'ambiente" con il fine ultimi di controllare le estrazioni). Dopo il petrolio, i principali prodotti di esportazione sono il cacao e la gomma.



Società
Secondo le analisi di Andy Fennell, Chief operating officer di Diageo - azienda di distribuzione e produzione di bevande alcoliche che in Africa sta investendo a ritmo triplo rispetto agli anni precedenti -, «entro il 2035 l'economia della Nigeria sarà grande quanto quella del Regno Unito». Ma non c'è solo la questione economica.
Dalle contraddizioni locali, emergono importanti realtà intellettuali e culturali, che si spostano in giro per il mondo. È il caso della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie - il suo libro, "Americanah", è stato inserito tra i migliori dieci dell'anno passato dal New York Times -, oppure di Uzoamaka Maduka fondatrice della rivista The American Reader - definita la nuova Paris Review - riferimento culturale di un certo tipo di salotti buoni newyorkesi.
E sempre dalla Nigeria, viene Tunde Kehinde, fondatore di Jumia, il più grosso retailer online del continente africano - chiamato “l’Amazon d’Africa”.
La leadership nigeriana (regolarmente eletta secondo gli osservatori internazionali e guidata da Goodluck Jonathan, cristiano del sud) tuttavia, è ancora immersa nelle contraddizioni e nella corruzione, circostanza che non attira investimenti stranieri: a questo si aggiunge la traballante rete di infrastrutture e la presenza di mine vaganti come i gruppi combattenti.
Reporters sans frontières (RSF) classifica la Nigeria al 126 ° posto su 179 paesi nel mondo, sull'indice di libertà di stampa (dato 2012), per colpa degli arresti quasi quotidiani e gli assalti ai giornalisti. Boko Haram, ha più volte minacciato i media. Nel mese di aprile 2012, ha bombardato gli uffici dei giornali in Abuja e Kaduna.