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lunedì 2 novembre 2015

Tutte le ipotesi sull’aereo russo precipitato sul Sinai

(Pubblicato su Formiche)

Sabato 31 ottobre un Airbus A321 della compagnia russa Metrojet partito dall’aeroporto di Sharm el Sheikh, in Egitto, e diretto a San Pietroburgo (Russia) è precipitato 20 minuti dopo il decollo in un’area al centro della penisola del Sinai, a circa 100 chilometri a sud della città di Arish. Tutte le 224 persone a bordo sono morte: mancano ancora una sessantina di corpi e Reuters scrive che le ricerche sono state ampliate in un raggio di 15 km dal punto dello schianto. Si tratta di uno dei più grandi disastri aerei avvenuti quest’anno e del peggior incidente del genere che ha colpito la Russia, tanto che il ministro dei Trasporti russo Maxim Sokolov da ieri si trova nel luogo del disastro (sul luogo del disastro ci sono anche dei tecnici francesi inviati dalla Airbus).

Non c’è ancora chiarezza su quello che è accaduto, e ci sarà da aspettare la lettura dei dati delle scatole nere che secondo il ministro dell’Aviazione egiziano Mohamed Hossam Kemal sono state recuperate (e i tecnici sarebbero già al lavoro): poi serviranno le indagini sul campo, che il presidente Abdel Fattah al Sisi sostiene potrebbero durare mesi.

IL LUOGO DEL DISASTRO

L’area in cui il volo KGL9268 è precipitato è isolata e difficile da raggiungere per i soccorritori, ed è resa ancora più impervia dalla presenza delle milizia jihadiste appartenenti alla Provincia del Sinai dello Stato islamico (un gruppo prima noto come Ansar Bait al Maqdis, che dal novembre del 2014 ha compiuto il baya, il giuramento di fedeltà, al Califfo Abu Bakr al Baghdadi). Il gruppo è apertamente in lotta con lo stato centrale egiziano, ha compiuto diversi attacchi uscendo anche dalle aree di diretto controllo e arrivando fino al Cairo, mentre il governo ha avviato nella penisola una corposa operazione militare, che però non sta portando i risultati sperati. Le ricerche procedono con la “supervisione” di alcuni elicotteri Apache egiziani, che monitorano l’area per evitare che i gruppi combattenti si avvicinino al luogo del disastro. Domenica Air France, Lufthansa ed Emirates hanno comunicato che non percorreranno più le rotte del Sinai, indipendentemente da quello che è accaduto: si tratta di una misura di prevenzione.

LE IPOTESI SULL’ACCADUTO

La rivendicazione. Poche ore dopo la diffusione delle notizia dell’incidente aereo, i baghdisti egiziani hanno diffuso online una rivendicazione in cui sostenevano di essere loro i responsabili del disastro aereo: hanno dichiarato di averlo abbattuto. Secondo il rivendico, l’attentato sarebbe stato compiuto come operazione di ritorsione contro la Russia, che da circa un mese ha iniziato una campagna militare in Siria diretta contro lo Stato islamico e diversi altri gruppi ribelli, per sostenere il regime di Damasco: «A bordo c’erano più di 220 crociati russi. O russi e chiunque sia vostro alleato: sappiate che non sarete più sicuri né in terra musulmana né in aria, e che [in Siria] ci saranno decine di uccisioni ogni giorno. I bombardamenti del vostro esercito vi si ritorceranno contro», si legge nel documento diffuso dal gruppo terroristico egiziano.

Su questo messaggio di rivendicazione, gli analisti hanno subito espresso i propri dubbi: non ne è chiara l’autenticità, dicono in molti. È possibile infatti che lo Stato islamico abbia sfruttato l’occasione dell’incidente per “farsi pubblicità”: il gruppo di Baghdadi (come altre gruppi radicali) vive di proselitismo, e cerca ogni occasione per potersi fare propaganda. Secondo i funzionari americani si sarebbe trattato di un problema tecnico a far precipitare l’areo, come scrive il Wall Street Journal, tuttavia dice il giornale che in questo momento non si può escludere nessuna pista: compreso l’attentato. Lo Stato islamico, in effetti, non è solito rivendicare azioni di cui non è effettivamente responsabile: differentemente le Wilayat (le province) affiliate. Il New York Times fa notare che spesso queste realtà locali si intestano atti per puro fine propagandistico in modo da alimentare la narrativa attorno alle proprie gesta e assumere più importanza e rispetto all’interno dell’organizzazione.

Problemi tecnici e errore umano. Subito dopo l’incidente, sono cominciate a circolare diverse ricostruzioni diffuse dai media locali e alimentate da fonti governative egiziane. Le autorità del Sinai avevano detto in un comunicato che si trattava di un guasto tecnico, circostanza smentita da lì a poco dal primo ministro egiziano che ha dichiarato che durante non sono risultate registrazioni di irregolarità durante il volo. Un’altra delle ricostruzioni, faceva cenno ad una richiesta del pilota in merito ad un’atterraggio di emergenza: in questo caso è stato il ministro Kemal a smentire la richiesta di SOS. Inoltre sembrerebbe, secondo dichiarazioni ottenute da Associated Press, che l’areo prima del decollo avesse superato controlli di manutenzione e sicurezza all’aeroporto di Sharm. Tuttavia la moglie del pilota ha dichiarato ad ABC News che suo marito le avrebbe confessato di non essere troppo soddisfatto dello stato del velivolo prima di decollare (è noto che la compagnia avesse dei problemi economici).

Mashable ha pubblicato un articolo che cita un recente report redatto dalla International Air Transport Association, in cui si criticano le condizioni di sicurezza delle compagnie aeree russe, soprattutto quelle più piccole. L’agenzia aeronautica sostiene che «uno dei problemi più vistosi e ignorati è quello relativo alla certificazione da pilota e al suo addestramento». Dalla Russia hanno però escluso che si possa essere trattato di un errore umano, visto che chi guidava l’aereo aveva alle spalle 12 mila ore di volo.

Un missile lanciato da terra. Quasi tutti gli esperti concordano che l’aereo non è stato abbattuto attraverso un missile lanciato da terra. Non è successo cioè quello che è accaduto al volo MH17 in Ucraina. In quel caso il velivolo della Malaysia Airlines fu colpito da un “Buk” russo, un missile in grado di abbattere aerei ad alta quota. A gennaio, prima del giuramento di fedeltà al Califfo, Ansar Bait al Maqdis, aveva lanciato un razzo contro un elicottero dell’esercito egiziano, abbattendolo: ma è diverso colpire un grande aereo passeggeri in quota. Non è chiaro il tipo di armi di cui dispongono i baghdadisti egiziani, anche se sembra poco possibile che abbiano in mano mezzi balistici molto potenti; si sa comunque, che dallo svuotamento degli arsenali libici, alcuni gruppi combattenti nordafricani sono entrati in possesso di missili “Strela” e “Igla”, armamenti in grado sì di abbattere aerei di linea ma che hanno un raggio di azione che non supera i 4/5 mila metri. Mentre invece, secondo quanto dichiarato dalle autorità egiziane, il volo KGL9268 si trovava oltre i 9 mila metri di quota quando si sono interrotte le comunicazioni (pare quindi fuori portata): da lì, il velivolo è cominciato a scendere di 1800 metri al minuto, secondo quanto riportato dall’autorevole sito svedese Flightradar24, che si occupa di monitoraggio delle rotte aeree.

La bomba a bordo. Se, e si sottolinea se, dovesse essersi trattato di un gesto terroristico, è molto più probabile che ci possa essere stata la detonazione di una bomba a bordo. È una teoria sostenuta tra gli altri anche da Bill Roggio, esperto militare e curatore del sito Long War Journalism. Sarebbe comunque stata un’operazione complicata far passare le misure di sicurezza dell’aeroporto di Sharm el Sheikh (ultimamente incrementate) all’esplosivo, sia addosso ad un kamikaze sia in borsoni o altri oggetti. Tuttavia, le parole del capo dell’agenzia russa per l’aviazione civile, Alexander Neradko, non fanno che aumentare questo genere di sospetti: ha detto infatti che l’aereo si è spezzato in volo a un’alta altitudine, senza precisare però le possibili cause. Per molti esperti, il fatto che l’aereo si sia spezzato in due parti, abbinato alla velocità con cui è precipitato, può far pensare ad un evento repentino (come un’esplosione) e non ad un guasto meccanico. Reuters e BBC hanno scritto entrambe che dalle prime osservazioni sui rottami del velivolo si noterebbero i segni di parti annerite sulla fusoliere, con diverse sezioni metalliche contorte: circostanze che si allineano con la possibilità di un’esplosione.

LA PROBLEMATICA POSIZIONE RUSSA ED EGIZIANA

«La distruzione è accaduto in aria, e frammenti si sono sparsi su una vasta area di circa 20 chilometri quadrati» ha dichiarato domenica anche Viktor Sorochenko, direttore del Comitato intergovernativo dell’aviazione. Tuttavia, ha messo subito in guardia contro letture laterali di questa informazione. «È troppo presto per arrivare a conclusioni», ha detto alla televisione russa dal Cairo. Il riferimento va ovviamente all’atto terroristico.

Sia l’Egitto che la Russia si sono subito prodigati nello smentire, per quanto possibili, le rivendicazioni jihadiste e le ipotesi di azioni terroristiche. Tuttavia anche queste dichiarazioni vanno prese con il relativo dubbio, visto che arrivano da governi che spingono molto con la propaganda le proprie attività. Entrambi i Paesi sono infatti impegnati in importanti operazioni terroristiche, l’Egitto sul Sinai e la Russia in Siria. Sia Vladimir Putin che Sisi stanno cercando di utilizzare queste azioni di anti-terrorismo per ottenere una riqualificazione definitiva dalla Comunità internazionale e dall’opinione pubblica: Putin vuole scrollarsi di dosso il ruolo di “cattivo in Ucraina” e passare da paladino globale contro il terrore, Sisi vuole togliersi con le azioni contro l’Islam radicale l’etichetta di golpista. Se si dovesse trattare di un gesto terroristico, sarebbe sia per Mosca che per il Cairo un danno di immagine: un’implicita vittoria dei terroristi davanti ad uno sforzo militare tanto pubblicizzato e politicizzato. (Questo al netto dell’eventualità di un campagna di Mosca, che potrebbe utilizzare l’attacco come proxy per sostenere la necessità del proprio piano di counterterrorism).

Frank Gardner, corrispondente per la sicurezza della BBC, sostiene comunque che in questo momento sia Turchia che Russia stanno sperando che non si sia trattato di terrorismo. Nel frattempo, in queste ore, AFP riporta che il direttore dalla Cia John Brennan ha dichiarato che per il momento, stando alle sue informazioni, non sono uscite prove di attacchi terroristici. Contemporaneamente la CNN riporta che un dirignte della compagna aerea russa avrebbe ammesso che «l’unica spiegazione ragionevole per lo schianto è “una influenza esterna”».


venerdì 30 ottobre 2015

Raif Badawi ha vinto il premio Sakharov

Il blogger saudita Raif Badawi ha vinto il premio Sakharov per la libertà di pensiero. Badawi è stato condannato a 10 anni e 1000 frustate (rateizzate ogni venerdì, a scalare), perché è stato accusato di aver insultato l'Islam. Il riconoscimento è probabilmente un segnale contro il regime oscurantista di Riad ─ lo stesso che ha tenuto nascosta al mondo la mostruosa conta delle morti durante il pellegrinaggio dell'Hajj qualche settimana fa.

Però mentre il Parlamento Europeo premia un blogger ingiustamente incarcerato in un paese dove la teocrazia soffoca la libertà di pensiero, l'Onu mette un rappresentate saudita a presiedere il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. (Distopia).




martedì 14 luglio 2015

Quella storia da film di Hacking Team

Immagine via EFF.org
Hacking Team è un'azienda privata milanese (ma che ha preso anche soldi pubblici attraverso un fondo della Regione Lombardia) che vende software per hackerare computer e smartphone ─ quelli con cui si fanno le intercettazioni ─ e prima servizi e consulenza per la sicurezza informatica. Sebbene sia da anni molto conosciuta nell'ambiente a livello globale (è stata fondata nel 2003 e ha clienti in tutto il mondo), il risalto mainstream in Italia è arrivato solo una settimana fa, quando ha subito un attacco informatico attraverso cui sono stati messi online 400 GB di email, codici segreti, documenti molto riservati (alcuni anche parecchio controversi) che riguardano i rapporti tra HT e i suoi clienti ─ molti di questi sono governi, forze dell'ordine e agenzie di intelligence, ma anche aziende private soprattutto del settore finanziario e bancario.

La notizia ha avuto piuttosto scalpore, anche perché da anni molti attivisti in rete accusano la società milanese di vendere i propri prodotti anche a governi illiberali, che poi li utilizzerebbero per controllare (e successivamente tarpare) opposizioni e dissidenti. HT si è sempre difesa sostenendo di operare nella legalità, ma dai leaks che stanno uscendo qualcosa non quadra. C'è per esempio un controverso rapporto con il DISS, il dipartimento dei servizi segreti del Sudan, paese sottoposto a sanzioni Onu per la guerra interna che nel 2011 ha portato alla separazione del Sud Sudan, ma che ancora non è finita del tutto ─ per capirci, il presidente sudanese Omar al Bashit è accusato dalla Corte penale dell'Aja di crimini contro l'umanità e su di lui pende un mandato di cattura internazionale dal 2009. Il punto legale, oltre quello morale ed etico, è che i servizi offerti da Hacking Team potrebbero essere inquadrati come "armi digitali" e sul Sudan c'è l'embargo per la vendita di armi o prodotti di assistenza militare ─ in questi il panel Onu che monitora sull'embargo tende ad inquadrare il software Rcs prodotto da Hacking Team. (Altri clienti non proprio egregi sono governi, polizie, servizi segreti, di Arabia Saudita, Bahrein, Azerbaijan, Uzbekistan, Nigeria, Etiopia, Marocco, Russia, insomma non proprio il nido delle libertà).

In Italia, tutto quello che di interessante c'è da sapere sulla vicenda lo ha scritto (e bene) Carola Frediani sulla Stampa. Per questo, senza andare oltre, riporto di seguito i link ai suoi articoli per chi volesse approfondire questa storia che a tutti gli effetti sembra un ottimo soggetto per un film. (Va da sé, che con il procedere delle cose, aumenteranno man mano i i pezzi linkati).

1. La vicenda dell'hackeraggio all'hackeratore (ossia quella volta che Hacking Team diventò "Hacked Team")

2. La prima risposta, parziale, dell'azienda («Non è la nostra fine»)

3. La storiaccia del Sudan, che è un pezzo di film quasi a sé, spiegata bene

4. Con Hacking Team va su Wikileaks un pezzo di Stato italiano «Il rischio è infatti che dati della nostra intelligence siano stati hackerati» (Giampiero Massolo, direttore del Dis in audizione al Copasir)

5. L'hackeraggio è stato forse il colpo di grazia, perché è arrivato in un momento di fiacchezza e indebolimento dell'azienda. Una sorta di «crisi di mezza età» che però può avere un rilancio nella possibilità di penetrare il mondo del darknet

6. Ma Hacking Team è un semplice fornitore o anche un partner strategico per il governo italiano? Un rapporto bipolare, spesso a servizio dell'interesse

7. Broker spietati e doppiogiochisti, ex dipendenti in fuga con (forse) segreti aziendali, detective privati: la situazione difficile a cui era arrivata HT prima dell'attacco (e le paranoie sugli ex dipendenti)

8. I giri honduregni che partivano da via Moscova e la storia di uno che di lavoro fa il trafficante d'armi e che era in mezzo ai clienti di HT

9. Rab, ISI, Vietnam, Bangladesh, Uzbekistan, Kazakistan, Azerbaijan: tra i clienti asiatici di HT ci sono non proprio i più raccomandabili dal punto di vista di diritti e repressioni interne

10. The Italian Job: le non proprio integerrime aziende italiane con cui HT aveva rapporti commerciali. Tra queste c'è pure la Area s.p.a. che aveva ottenuto una commessa da 13 milioni di euro da un cliente piuttosto scomodo: la Siria di Bashar al Assad, che gli aveva chiesto un sistema di intercettazione e analisi del traffico internet (tutto saltato alla fine, perché Bloomberg scatenò un polverone mediatico con un'inchiesta giornalistica)

11. Ricostruire la catena commerciale per cui passano i prodotti di HT non è facile: il caso studio della Nigeria

12. Pure la Colombia ha il suo Datagate: scoop in anteprima della Stampa. (Sì, HT è impicciata nell'impiccio).

13. Il software di HT era usato anche per controllare e sedare i dissidenti del Golfo (e Marocco)

. Bonus

- L'intervista di Massimo Russo a David Vincenzetti, il potente Ceo e fondatore di Hacking Team

- «Un servizio di impareggiabile valore». Così lo Stato italiano aiutava Hacking Team

- Il capo della polizia, Alessandro Pansa al Copasir: sono state danneggiate anche indagini delicate su potenziali terroristi

- Non solo Hacking Team: lo spyware Finfisher è usato in ogni angolo del mondo

- L'ebook da scaricare, se ce n'è uno


mercoledì 15 aprile 2015

Un anno da #BringBackOurGirls

Il 14 aprile del 2014, un anno fa ieri, il gruppo salafita Boko Haram rapiva a Chibok, in Nigeria, oltre 200 liceali. La storia delle ragazze nigeriane rapite, aveva fatto il giro del mondo; l'indignazione globale era conseguenza delle dichiarazioni che arrivavano dal leader e dai comandanti del gruppo: le ragazze sarebbero diventate loro schiave sessuali.

La mobilitazione sui social network, sponsorizzata da personaggi del calibro di Papa Francesco e Michelle Obama, aveva creato non solo l'hashtag, ma pure i presupposti per un impegno militare internazionale contro i jihadisti nigeriani (ne avevo scritto su The Post Internazionale).

Parole più che fatti, alla fine. Perché l'Occidente è rimasto, a conti fatti, a guardare, mentre i Boko Haram prendevano il controllo di fasce sempre più ampie di territorio al nord della Nigeria a suon di stragi di civili. Sul campo è poi intervenuta una coalizione di Paesi africani limitrofi, riuscendo a fermare l'avanzata dei Boko, che tuttavia hanno trovato modo e spazio per proclamarsi affiliati allo Stato islamico (con un baya al Califfo) e per perpetrare i propri orrori.

AFP ha fatto un'infografica che indica i punti dove sono avvenuti altri rapimenti di giovani ragazze per trasformarle in mogli del jihad ─ oltre a quello noto alle cronache mondiali.


E così, a un anno dall'hashtag virale, non solo le ragazze non sono state ritrovate (sebbene alcune fortunate, nel tempo, siano riuscite a fuggire dai propri aguzzini), ma il numero di questo genere di crimini ha avuto una crescita 10x: secondo AFP, infatti, in questo momento le ragazze rapite dai guerriglieri di Boko Haram sono circa 2000.


venerdì 10 aprile 2015

Sbloccati gli aiuti a Sisi, il partner perfetto

(Ammetto di arrivare in ritardo). Quasi dieci giorni fa, Obama ha sbloccato gli aiuti all'Egitto (il Congresso lo aveva già fatto in precedenza). I rubinetti erano stati chiusi nel 2013, quando ancora non si era deciso se il generale/presidente Sisi potesse essere uno affidabile o meno ─ a quei tempi, ci fu anche parecchia polemica sull'uso lessicale della definizione "colpo di stato" per la presa di potere di Sisi: di fatto quello era, ma l'Amministrazione non lo ha mai definito in tal modo, per non avere guai legali, connessi proprio a quegli aiuti (in questo post di due anni fa, aveva provato a spiegare il perché).

Nel frattempo, Sisi, da generale/presidente si è trasformato in presidente/generale, e ha acquisito man mano un ruolo di primo piano nella Comunità internazionale ─ "Sisi risolve problemi".

L'America adesso si fida di lui. Anzi, in una logica da Guerra Fredda, riapre i rubinetti degli aiuti per cercare di tenere lontano l'Egitto dall'influenza russa. Una legittimazione politica non da poco per Sisi, figlia di una strategia che il presidente egiziano ha studiato a fondo. Le foto e le riverenze durante la visita di Putin, erano un messaggio chiaro agli Stati Uniti: "se voi non mi volete, io ho già con chi andare".

D'altronde Obama ha bisogno di Sisi, e ne ha più bisogno di quanto non ne abbia l'egiziano dell'America (alla sua porta non bussa solo la Russia, ma pure la Cina, e i partner arabi sono pronti a spendere soldi in Egitto). Perché se contenimento e disimpegno sono il lessico della politica estera di Obama, alla fine qualcuno che si impegni a contenere, deve pur esserci: e Sisi, è uno che si impegna. E davanti a sistemi più grossi, il fatto che il presidente egiziano non sia certo un liberale, passa in secondo piano.

Sisi è il partner perfetto per la realpolitik obamiana: vero c'è una sorta di "mediorentalizzazione" che somiglia alla "vietnamizzazione" di Nixon, ma nella linea della Casa Bianca anche questa passa in secondo piano.






lunedì 11 agosto 2014

L'Iraq adesso (e qualche mese fa)

Gli attacchi aerei americani al confine curdo-iracheno, hanno portato nuovamente - e con più vigore - le vicende dello Stato Islamico nelle cronache mondiali. Dietro, sempre in questi giorni, le notizie sulle persecuzioni contro i cristiani e contro la minoranza religiosa yazidi (curdi, sunniti non arabi, che professano una religione sincretica molto antica).

Gli Stati Uniti hanno deciso in queste ore di dare armi ai curdi; la Casa Bianca aveva fin qui frenato le proprie intenzioni, per non creare un'occasione di destabilizzare la fragile integrità del Paese. D'altronde, il pallino di Obama è stato da sempre "Iraq unito". Ora però, Maliki non è più una possibilità politica credibile - tra l'altro, Obama aveva anche vincolato l'intervento aereo ad una svolta politica a Baghdad. Così non e stato, anzi: Maliki ormai è solo, abbandonato anche dalla politica legata allo sciismo (dopo che già da qualche settimana la guida suprema locale, al-Sistani, aveva mollato il premier).

Nella serata di domenica, inoltre, il premier in un discorso in Tv ha accusato il presidente Faud Masum di aver violato la costituzione, minacciandolo di un processo, perché non aveva concesso la strada per un nuovo governo-Maliki. Per tutta risposta, Masum, curdo (come prevede una regola non scritta in Iraq), ha chiesto allo sciita Haider al-Abadi - presidente delle Camera e uomo moderato - di formare un governo. Una specie di colpo di stato, a cui Maliki ha replicato schierando le proprie milizie fedeli, per le strade della capitale.

Tutto a gioco dello Stato Islamico, che nonostante i successi dei curdi in un paio di villaggi a nord (anche grazie ai raid aerei americani), sembra continuare a rinforzarsi.

Long War Journal ha costruito l'infografica in foto, datata 7 agosto ma ancora sufficientemente attuale (forse per poco), che ricorda, in una specie di timelapse immediato, la situazione da gennaio. Analogamente anche il New York Times ha costruito una bellissima mappa multimediale delle varie conquiste degli uomini del Califfo.
 



mercoledì 30 luglio 2014

La sfera di influenza di Zhou Yongkang

L'ex capo della Sicurezza cinese Zhou Yongkang, è sotto indagine per "gravi violazioni disciplinari". Nel linguaggio spesso figurato della dittatura comunista, significa che ci sono di mezzo mazzette e corruzione (si era già detto).

Zhou era un uomo potentissimo, oltre la ministero di Pubblica Sicurezza, era membro del corpo decisionale superiore, il Comitato permanente del Politburo, il vertice massimo dello Stato.

Si era ritirato dalla scena politica nel 2012, appena dopo che Xi Jinping era salito al potere. Zhou era un intimo dell'ex presidente Hu Jintao, così come era un alleato di Bo Xilai - finito in prigione lo scorso anno.

Aspetti che portano a sospettare che dietro all'indagine aperta dal mai domo - adesso con Xi - Comitato di Ispezione e Disciplina, non ci sia solo la necessità di un chiarimento legale, ma anche un più ampio piano politico. Ci sono da tempo molte discussioni - e letture - dietro alla decisione presa da Xi di "combattere tigri e mosche" contro la corruzione endemica cinese, a cominciare da quella tra i papaveri del partito. Molti, infatti, sospettano che l'opera di Xi abbia come il fine ultimo - e segreto - nell'eliminazione dei suoi avversari politici, affermando il proprio potere e la proprio autorità.

Zhou Yangkang è il più alto funzionario finito sotto la scure disciplinare - era uno dei nove uomini più potenti della Cina, quelli che componevano, appunto, il Comitato permanete (ora le "riforme" li hanno ridotti a sette).

È del tutto legittimo pensare che la frana-Zhou si porterà dietro diverse altre persone: la BBC ha creato un'infografica che ricostruisce il suo giro d'influenza.



 

venerdì 25 luglio 2014

Rick Perry militarizza il confine messicano

Il governatore del Texas Rick Perry, repubblicano, ha inviato 1000 uomini della Guardia nazionale di presidiare il confine messicano, a sostegno delle forze di polizia.

La questione immigrazione è una di quelle promesse irrisolte dell'Amministrazione Obama, e proprio su questo Perry, uscito perdente dalla candidatura del 2012, prova a calcare la sua politica in vista del 2016. Difficile, va detto, risolvere un problema enorme come quello dei traffici dal sud; traffici di persone (57mila bambini arrivati già negli Usa da inizio anno), di droga e criminali (203mila i detenuti nelle carceri texane dal 2008). Una di quelle faccende, che rendono quasi «impossibile avere successo come presidente degli Stati Uniti», per riprendere quello che Chris Cillizza scriveva una paio di giorni fa sul Washington Post.

Perry c'è andato giù duro commentando la sua decisione: «Non ci può essere sicurezza nazionale senza sicurezza delle frontiere, e i texani hanno pagato un prezzo troppo alto per il fallimento del governo federale nel proteggere i nostri confini».

Il costo dell'operazione promossa dal governatore, è di 12 milioni di dollari al mese. Proprio lui che con il suo partito aveva respinto in Congresso il piano economico che accompagnava la riforma dell'immigrazione presentato da Obama (facilitare il percorso sullo status giuridico agli immigrati, assunzione di altri giudici per seguire le pratiche, finanziare i servizi medici, sorveglianza dei confini utilizzando i droni).

Magari potrebbe sembrare una questione relativa, ma la costruzione della campagna del 2016 è in corso, ed è da passaggi come questo che si deciderà il futuro politico dell'America.


lunedì 2 giugno 2014

I 5 in cambio del sergente Bergdahl

L'unico militare americano prigioniero in Afghanistan, è stato liberato sabato in via pacifica. Dietro al rilascio del sergente Bowe Bergdahl (lo avevo raccontato su Formiche) ci sarebbe stato infatti uno scambio, mediato dal Qatar (circostanza che fa discutere), con cinque talebani rinchiusi a Guantanamo.

Il riscatto pagato dall'America era stato tirato in ballo per primo dal Washington Post, successivamente hanno iniziato a girare le prime foto dei cinque uomini, e poi, oggi, sono stati diffusi i nomi. Diciamo praticamente in via ufficiale. Dalle ricostruzioni note, vediamo chi sono.

- Mohammad Fazl: vice ministro della difesa dei talebani durante la campagna militare americana nel 2001, è accusato di crimini di guerra, tra cui l'uccisione di migliaia di musulmani sciiti.

- Khirullah Khairkhwa: era un alto funzionario talebano, ex ministro degli interni e governatore di Herat, terza città dell'Afghanistan. Sospettato di aver avuto legami diretti con Osama Bin Laden.

- Abdul Haq Wasiq: era vice ministro talebano con compiti nell'intelligence; ha più volte ricordato egli stesso la centralità del suo ruolo nel formare alleanze con altri gruppi islamici per combattere contro le forze americane e della coalizione.

- Mullah Norullah Noori: era un alto comandante militare talebano e un governatore. Accusato anche di essere coinvolto negli omicidi di massa di musulmani sciiti.

- Mohammad Nabi Omari: ha tenuto molteplici ruoli di leadership nei talebani, tra cui il capo della sicurezza. Accusato di essere coinvolto e di aver guidato svariati attacchi contro le forze americane e della coalizione.





 

venerdì 16 maggio 2014

#SaveMeriam

Update 24/07/2014: dopo una serie di vicissitudini - nuovi arresti, passaggi diplomatici e via dicendo -, Meriam è arrivata in Italia. Successo diplomatico del governo Renzi - anche se la consistenza è molto relativa, va detto per onestà - con il premier (e il ministro degli Esteri) che si è recato di persona ad accoglierla. La donna passerà qualche giorno nel nostro paese per poi andare negli Stati Uniti insieme alla famiglia.


Fino a pochi minuti fa, questo era uno dei tanti post scritti negli ultimi giorni, come testimonianza, voce, grancassa, per chiedere che Meriam, la donna sudanese incinta condannata a morte, fosse lasciata vivere.

C'è stato un gran rumore attorno al suo caso, e a quanto pare la mobilitazione ha portato il suo frutto. Meriam avrà un nuovo processo, che non prevederà la pena di morte. 

Lo ha riferito Antonella Napoli, presidente di Italians For Darfur all'Ansa. Napoli ha citato rassicurazioni degli avvocati raccolte dalla Ong Sudan Change Now. Gli avvocati «hanno avuto rassicurazioni importanti: la nuova sentenza» ha detto. Sentenza che sarà pronunciata dalla Corte suprema, fra poche settimane e «non prevederà la pena di morte».

A questo punto non resta che sperare che le notizie siano vere.

*** Post originale ***

Meriam Yahia Ibrahim, la dottoressa sudanese condannata all'impiccagione per apostasia, è in carcere dal 17 febbraio con suo figlio (2 anni).

È di padre musulmano e di madre cristiana, cresciuta secondo la religione materna per l'assenza del padre: ma la Sharia prevede che se il padre è musulmano allora anche la figlia deve essere musulmana. C'è di più: perché Meriam aveva trovato l'amore di un cristiano, ma la Sharia non riconosce il matrimonio, e la Corte che l'ha condannata l'ha accusata anche di adulterio.

Una ragazza di 27 anni, che sarà impiccata all'ottavo mese di gravidanza. Qualsiasi sia la sua colpa, ripeto, e qualsiasi sia il disumano modo di giudicare i reati in un mondo talmente distante dal nostro da essere incomprensibile, resta il fatto che Meriam è incinta di otto mesi.

E con lei se ne andrà anche una vita senza colpe.

#SaveMeriam

giovedì 17 aprile 2014

La sostituzione del principe Bandar dal vertice dell'intelligence saudita

Qassem Suleimani
Il principe Bandar bin Sultan, diplomatico a capo dell'intelligence saudita dal 2012, è stato licenziato, sarà sostituito dal suo vice Youssef al-Idrissi. Non si tratta ormai di una notizia, visto che il regio decreto è arrivato lunedì, e soprattutto se ne parla già da tempo. Bandar è malato - faceva notare Guido Olimpio sul CorSera, che era da mesi ricoverato in Marocco, e secondo quello che scrive la BBC si tratterebbe di una sorta di dimissioni, una richiesta di esonero.

A Bandar era stata affidata la "pratica Siria", ma i risultati non erano stati ottimi - non era riuscito a deviare dal lato giusto i ribelli, lasciando spazio ai gruppi islamisti; e poi era entrato spesso in disaccordo con gli Stati Uniti, accusati di non volersi sporcare le mani, proprio da Bandar, ambasciatore a Washington fino al 2005 e amico di vecchia data americano (girava su internet la battuta "Bandar Bush", l'ho letta da @mazzetta, non so se è sua, ma non è troppo importante perché comunque rende l'idea). Sempre sulla "pratica Siria" un altro fiasco era stato il viaggio in Russia, per chiedere a Putin di abbandonare il sostegno al governo siriano: i risultati ce li ha raccontati la storia. E allora il re Abdullah - che è il cugino di Bandar - aveva deciso di affidare il dossier contro Assad direttamente in mano del ministro degli Interni, Mohammed bin Nayef, uomo molto ben visto a Washington, che secondo fonti citate da Reuters avrebbe il polso della situazione già da almeno cinque mesi.

Bandar ha un nemico giurato dall'altra parte delle coste del Golfo: Qassem Suleimani, capo della Quds Force. A metà aprile scorso durante una visita del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah a Teheran, il misterioso Suleimani avrebbe condiviso con l’alleato il suo piano operativo per la Siria - la strategia prevedeva la formazione di 150 mila uomini da integrare nell’esercito siriano, in gran parte provenienti da Iran (Basij) e Iraq, dai ranghi della milizia libanese, e dai paesi del Golfo e dal Pakistan.

Non c'è nemmeno bisogno di dire chi ha vinto per il momento lo scontro, non solo di nervi, nel Golfo: basta pensare che Bandar ammalato esce di scena e il volto grigio dei Quds fa foto da divo di Hollywood.


martedì 15 aprile 2014

La MERS torna a far paura: nuovo picco di epidemia in Arabia Saudita

Da un articolo per il Giornale dell'Umbria pubblicato il 17 aprile 2014.

L'Arabia Saudita ha confermato in queste ore, l'aumento dei casi nel regno di persone colpite da un virus potenzialmente mortale durante queste ultime settimane. Solo nel fine settimana sono stati infatti segnalati altri sei casi confermati di Sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS- Cov), uno dei quali – un paramedico del pronto soccorso del King Fahd General Hospital – è morto a causa delle complicazioni e un altro sarebbe in terapia intensiva.

Sarebbero diversi i paesi del Golfo interessati da casi di MERS, e secondo alcuni osservatori non si starebbe procedendo adeguatamente nelle attività di prevenzione.

La malattia è conosciuta dal settembre 2012, individuata dal virologo egiziano Ali Mohamed Zaki, e da quella data l'OMS ha confermato 228 casi, di cui 92 fatali – ma nelle ultime settimane, secondo quanto detto dall'epidemiologo australiano Ian Mackay al Wall Street Journal, ci sarebbero state altre 50 persone colpite.

Né l'Organizzazione mondiale per la sanità, né il ministero della Salute saudita – che ha comunicato in ritardo i decessi (ce ne sarebbe stato un altro oltre al paramedico) – hanno finora diffuso informazioni sulle possibili motivazioni del picco di contagi. Tuttavia i governi del Golfo hanno dichiarato di procedere secondo i protocolli sanitari alla prevenzione, allontanando le polemiche sulla propria negligenza: ma intanto domenica, è stato annunciato il primo caso in Yemen.

Studi medici dicono che i cammelli potrebbero essere individuati come organismi ospitanti del virus, sebbene la malattia potrebbe essere trasmissibile anche da persona a persona. Il ministro della Salute saudita Abdullah al-Rabeea ha fatto sapere di aver dato avvio a procedure di controllo, in modo che ogni paziente arrivato in ospedale con problemi respiratori, venga trattato come “virtualmente” affetto da MERS – in modo da poter limitare le trasmissioni.

Venerdì, il giorno di preghiera dei musulmani, un funzionario del governo saudita ha parlato prima del sermone settimanale in una delle principali moschee di Jeddah, impartendo istruzioni su come evitare il contagio – essenzialmente si tratta, per il momento, soltanto delle note accortezze igieniche di base.

Il virus che causa la patologia è del tipo Coronavirus (viene comunemente definita anche MERS-Cov), del tutto simile a quello della SARS, ma con un tasso di mortalità molto più elevato – per MERS è del 50%, per SARS del 10%, con una differenza di genere di 2:1 a sfavore degli uomini, riscontrabile anche nei contagi tanto che secondo alcuni scienziati potrebbe essere legata all'uso femminile del niqab che in questo caso svolgerebbe un ruolo protettivo.

Già lo scorso maggio il medico cinese Margaret Chan, direttore dell'OMS, aveva messo in guardia sui possibili rischi epidemiologici: «Siamo di fronte ad una emergenza sanitaria mondiale; non si tratta di un problema che un singolo paese possa contenere entro i propri confini o che possa facilmente gestire». In passato si sono registrati alcuni casi anche in Europa, mentre lo scorso giugno a Firenze furono colpiti, non in forma grave, due adulti e una bambina di 18 mesi.

Per il momento non si sono registrati casi dichiarati in Siria, ma ovviamente a preoccupare è la possibilità della diffusione della malattia in aree rese già sanitariamente deboli dalla guerra civile, dove il virus potrebbe trovare bacino d'espansione.

Il pezzo è stato ripreso anche da The Post Internazionale.

giovedì 10 aprile 2014

L'Iran manda nuovi droni in Siria

Foto via @MiddleEast_BRK
L'Iran avrebbe inviato droni Shahed 129 in Siria: uno sarebbe stato visto volare sul cielo di Goutha (nella zona orientale del Rif di Damasco, quartiere tristemente noto per gli attacchi chimici del 21 agosto scorso) proprio poche ore fa. Lo dimostrerebbero le immagini registrate sul canale Youtube di un account locale.

L'UCAV iraniano è stato svelato per la prima volta nel settembre del 2012, ed è in grado di compiere sia attività di ISR, sia di attaccare obiettivi al suolo - ha un'autonomia di 24 ore, un raggio di 1700 chilometri e raggiunge un'altitudine di 7315 metri (dimensioni 8 metri per 16 di apertura alare).  La produzione di massa è stata avviata nel settembre del 2013, inizialmente ad uso esclusivo dei Guardiani della Rivoluzione - molto probabilmente il controllo remoto potrebbe essere affidata ad un'unità dell'IRGC posizionata in una base di appoggio a Damasco. 

Quello visto nel video, sembra essere disarmato, ma potrebbe rappresentare la terza generazione del velivolo, con i miglioramenti che interessano proprio la possibilità del montaggio degli armamenti (8 missili) e il carrello retrattile - l'antenna visibile sul muso, è una novità secondo diversi esperti e confermerebbe quanto appena detto. Il velivolo, o i velivoli, potrebbero essere stati consegnati attraverso uno dei tanti voli di IL76 che partono da Teheran verso la Siria, e sottolinea il forte impegno con cui l'Iran sta sostenendo Assad e la volontà chiara di continuare nell'attività - nonostante i negoziati con l'Occidente. 

Mesi fa era già stato avvistato  un altri drone iraniani a monitoraggio della zona di Homs: si trattava di Yasir, basati sugli americani Sky Eagle - UAV americani di cui uno almeno è stato catturato dagli iraniani e usato a modello.  



lunedì 7 aprile 2014

Cose che non piaceranno a Israele

Il dipartimento del Tesoro americano ha concesso alla Boeing una licenza per l'esportazione di alcune parti di ricambio commerciali in Iran.

I rapporti tra l'azienda e Teheran risalgono a prima del 1979 - anno della crisi degli ostaggi, che aprì di fatto le azioni sanzionatorie americane nei confronti della repubblica islamica. Gli attuali aerei della flotta Iran Air sono antecedenti a tale data - sarebbero stati acquistati intorno ai primi anni Settanta -, ragion per cui il Tesoro avrebbe permesso a Boeing di effettuare delle opere di manutenzione in alcune parti strutturali (tra cui 18 motori malmessi della General Electric). L'obiettivo è migliorare la precaria sicurezza aerea della flotta iraniana, vittima di circa 200 incidenti negli ultimi venticinque anni, che hanno provocato più di 2000 morti.

Quasi inutile aggiungere che la concessione rientra nei piani d'intesa sul nucleare, stipulati lo scorso novembre da Stati Uniti e Iran - e al conseguente alleggerimento delle sanzioni. La circostanza potrebbe anche aprire a Teheran la possibilità di acquisto di altri apparecchi, per rinnovare completamente la flotta - se dovesse essere raggiunto un accordo permanente, l'Iran potrebbe comprare centinai di aerei.

giovedì 13 febbraio 2014

L'opposizione fa fuori Assad dal piano post-bellico

Reuters ha pubblicato gli estremi di un piano che l'opposizione siriana avrebbe in mente per avviare il processo post-bellico. Alla fase di transizione politica, dovrebbero prendere parte, insieme al governo, tutti i gruppi etnici («cercare la protezione e la partecipazione» si legge). Ma nel documento (presentato mercoledì), è stato volutamente escluso qualsiasi accenno al nome dell'attuale presidente Bashar al-Assad, così come richiesto dalle potenze mondiali, in un testo precedente risalente al 2012.


giovedì 6 febbraio 2014

La morte di Seifullah al-Shishani

Durante il massiccio assalto lanciato dai ribelli contro la prigione di Aleppo, è rimasto ucciso il combattente di origini cecena Seifullah al-Shishani.

La notizia è interessante per due aspetti: il primo, un risvolto importante legato alle contingenze temporali. Domani iniziano le Olimpiadi invernali di Sochi con da scenario il noto rischio di attentati da parte degli antagonisti ceceni - le premesse sono state i due kamikaze di Volgograd e le successive minacce dirette di ripetere quanto successo in occasione dei giochi olimpici, esplicitate in vari video e messaggi dei terroristi caucasici. L'uccisione da parte dell'esercito governativo di Assad (e dunque filo-russo) di una elemento di spicco della battaglia jihadista siriana, potrebbe infiammare iniziative di vendetta.

Altro aspetto interessante da raccontare, è la storia di Seifullah al-Shishani, ceceno che ha diviso a fine estate il proprio destino dall'altro al-Shishani, Abu Omar (detto "Omar il ceceno"). "Al-Shishani" significa proprio "il ceceno" in arabo, e i due ceceni - insieme a molti altri - erano arrivati insieme a combattere il jihad in Siria (contro la volontà di Doku Umarov, che chiedeva ha sempre sostenuto che sebbene l'iniziativa sia da elogiare, comunque prima bisognava liberare il Caucaso).

Gruppi inizialmente timidi, confusi insieme ai turchi, che poi a cominciare da febbraio 2013 hanno cominciato a rivendicare la propria identità, soprattutto grazie ad Omar. La sua katiba (battaglione, unità militare) di muhajirin (combattenti venuti da fuori) benne presentata in un video proprio in quel periodo, poi ripreso e trasmesso da molti media: il messaggio ebbe talmente successo che diverse altre katiba decisero di confluire in quella di Omar. A maggio il gruppo contava più di mille elementi, tanto che fu necessario un altro messaggio per annunciare il passaggio a jaysh, esercito.

Il passo successivo è l'incontro con il capo dell'Isis, Abu Bakr al.Baghdadi, avvenuto ad Aleppo, dove Omar giura fedeltà all'iracheno, che lo nomina comandante (Emiro) delle operazioni nel nord della Siria, nelle tre regioni di Aleppo, Idlib e Latakia. Il passaggio è cruciale anche per il rapporto con Seifullah, a quanto sembra - poi vederemo.

Nel frattempo Omar e i suoi muhajirin del Jaysh al-Muhajireen wal-Ansar riportano una vittoria dietro l'altra, la fama del ceceno cresce, fino a farlo arrivare ad essere considerato uno dei più influenti capi militari delle forze dell'opposizione (qaedista) organizzata. Su tutte, probabilmente la più importante, quella della battaglia per la presa della base aerea di Menagh, dove l'esercito di Omar è stato capace di sbloccare una situazione d'assedio, che andava avanti da un anno e che i militari governativi erano finora riusciti a controllare.

A settembre del 2013, Omar ha scaricato il compagno di battaglia e di etnia d'origine Seifullah, divenuto anche lui un emiro. L'espulsione di Seifullah con i suoi 27 uomini, è stata annunciata come atto dovuto per preservare la credibilità e l'integrità del suo gruppo - non era il primo caso, Omar aveva già espulso il guerriero venuto dal Daghestan Abu al banat, reo secondo i locali di essere interessato più al controllo e al potere sulla piccola porzione di territorio in cui operava, che al combattimento contro Assad. L'accusa contro Seifullah, invece, era di appropriarsi dei soldi e delle auto (per poi rivenderle), presi durante i combattimenti.

Seifullah si era difeso, sostenendo che in realtà dietro a tutto c'era la sua volontà di non volersi assoggettare alle linee dell'Isis e di Baghdadi, ma di restare indipendenti. Da settembre fino ad oggi, si erano perse più o meno le tracce di Seifullah al-Shishani; sebbene si sapeva che vagava ancora sul fronte insieme alla sua piccola katiba.

La notizia, arrivata oggi, della sua morte nell'assalto della prigione di Aleppo, è un'ulteriore conferma di come quel fronte di combattimento siriano sia ampio, diffuso e articolato - sembra, da fonti non confermate, che Seifullah attualmente stesse conbattendo al fianco delle brigate al-Nusra.



martedì 4 febbraio 2014

Al-Qaeda scarica l'Isis

«Not a branch of al-Qaeda», si legge così su uno statement ufficiale del Comando centrale dell'organizzazione, diffuso su diversi forum jihadisti, a proposito dell'Isis (Islamic State of the Iraq and al-Sham). Il gruppo, guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, molto attivo tra le forze ribelli nel conflitto siriano, si era da subito distinto per la crudeltà della propria azione e per l'eccessiva radicalità, tanto da essere inviso alla guida centrale al-Zawahiri - che aveva concentrato il suo appoggio sull'altro grande gruppo qaedista coinvolto nella guerra in Siria, al-Nusra, considerato più vicino alle nuove politiche dell'organizzazione. (Se ne parla anche si CNN).

Ne ho scritto su Formiche.

martedì 3 dicembre 2013

Quello che succede in Ucraina, partendo da un po' di anni fa

Ho scritto un pezzo per Agorà Vox che racconta di quello che succede in Ucraina, partendo dai passaggi storici che ne hanno prodotto i presupposti. La questione tra filo-occidentali e filo-russi dura da più di vent'anni, fin dai tempi dell'indipendenza del Paese dall'Urss, e rappresenta la principale problematica identitaria del popolo ucraino.

Il pezzo è molto lungo (15K), dunque siccome in questi giorni se n'è già parlato parecchio di certe cose, vi capisco se decidete di mollare qui.



Migliaia di persone si sono ritrovate per continuare le proteste contro il governo ucraino, e sono continuati anche gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza: i cortei hanno bloccato gli ingressi ai principali edifici governativi di Kiev, tra cui il Palazzo del Governo dove i manifestanti che hanno provato a forzare le porte, sono stati respinti dai Berkut, le teste di cuoio.

Già da domenica le proteste, iniziate il 21 novembre, avevano fatto segnare un rapido incremento, con la partecipazione di diverse centina di migliaia di persone - si dice 500 mila - che si erano radunate in Piazza Indipendenza nella notte di sabato, per manifestare. Durante la giornata di domenica, erano state erette barricate, c'erano stati scontri, con feriti anche gravi (feriti anche una quarantina di giornalisti) ed erano state occupate prima la sede dei sindacati, poi il municipio della città, dove è stato poi dislocato il momentaneo quartier generale dei manifestanti - l'idea, secondo il leader di Svoboda ("Libertà", partito di estrema destra che negli ultimi anni ha moderato sensibilmente la sua comunicazione politica) Oleg Tiagnibok, era quella di andare poi a far base nella sede dell'amministrazione presidenziale in via Bankovskay, dove è avvenuto l'intervento dei Berkut).
Foto di @Keteryna_Kruk

Le proteste sono legate alla decisione del governo di sospendere il processo di preparazione alla firma di un accordo importantissimo, che avrebbe permesso al Paese di avviare politiche di libero scambio con l'Unione Europea. L'accordo si sarebbe dovuto siglare a Vilnius, Lituania, nei giorni del 28 e 29 novembre, in occasione del tavolo di confronto che i paesi dell'Unione avevano organizzato, ma tutto è saltato anche - e soprattutto - per le forti pressioni russe.

La divisione tra filo occidentali - che vorrebbero un avvicinamento del Paese all'Europa - e filo sovietici, ha accompagnato tutta la storia contemporanea dell'Ucraina ed è una delle questioni aperte più importanti e delicate per il Paese. L'indipendenza Ucraina dall'URSS si votò per via referendaria proprio il 1 dicembre del 1991: sul testo della scheda una semplice e diretta domanda: "Approvi l'Atto di Dichiarazione di Indipendenza dell'Ucraina?", preceduta dal testo dell'atto. Vinse la risposta "Sì", per il 90,32 per cento.

Nell'agosto del 1991 si votarono le prime elezioni democratiche, che decretarono la vittoria di Leonid Kravčuk, eletto presidente. L'instaurarsi della democrazia - e dell'economia di mercato - non fu affatto immediata: la radicalizzazione culturale dei rapporti sovietici, l'ampiezza e la dispersione del territorio (il doppio di quello italiano per superficie), favorivano la permanenza di gruppi etnici e linguistici, e le divisioni socio culturali. A Kravčuk seguì nel 1994 Leonid Kučma, filo-russo, rieletto anche nel 1999, «la cui amministrazione fu giudicata da molti autoritaria e oligarchica» (IlPost) e corrotta. Proprio la conduzione politica di Kučma, comportò l'avvio di un processo di proteste mosso dall'interno del suo governo: due importanti elementi,  Yulia Tymoshenko e Victor Yushenko, passarono all'opposizione. Yushenko - da sempre filo-occidentale - era stato precedentemente primo ministro dal 1999 e fu sostituito nel 2002 dal filo-russo Viktor Yanukovych.

I due si ritrovarono avversari in campagna elettorale un paio di anni dopo, alle elezioni presidenziali del 2004. La vittoria di Yanukovych sollevò una serie di polemiche, con denunce di brogli e irregolarità, che sfociarono in quella che viene conosciuta come la "Rivoluzione arancione" - migliaia di manifestanti sfilarono pacificamente per le strade delle città ucraine indossando vestiti arancioni, colore che avrebbe accompagnato la protesta, avvenuta durante il periodo autunnale, quando le foglie degli ippocastani di Kiev si tingono appunto di arancione.

La protesta durò a lungo, fino a che - spinta anche dalla certificazione delle irregolarità da parte dell'Ocse - la Corte Suprema ucraina accolse il ricorso di Yushenko e successivamente sentenziò degli avvenuti brogli. Il Parlamento sfiduciò Yanukovych e si tornò al voto. Vinse (dicembre 2004) Yushenko, che affidò l'incarico di primo ministro a Yulia Tymoshenko, che si mise alla guida di un governo di aperto orientamento europeista. Ma il nuovo governo entrò in crisi presto e diede avvio a un nuovo periodo di instabilità politica, con l’avvicendarsi di diversi primi ministri e «la rottura definitiva tra Yushenko e Tymoshenko» (IlPost) - che comunque fu nuovamente primo ministro dal 2007 al 2010, ma lasciò la guida del governo all’ex ministro delle Finanze Azarov, dopo aver perso le presidenziali ancora contro Yanukovych, nel 2010 (tuttora in carica).

Nel 2011 Tymoshenko fu arrestata - l'accusa di abuso di potere, era legata alla firma un accordo, a quel che si dice di sua  unica sponte, con la Russia, quando era primo ministro e senza l'assenso del governo; l'accordo fissava il prezzo dovuto dall’Ucraina per gli approvvigionamenti di gas naturale e sarebbe stato giudicato svantaggioso per gli interessi ucraini. Fu condannata a sette anni di carcere alla fine di un processo controverso su cui anche la Corte europea dei diritti dell’uomo si era espressa, giudicando la detenzione preventiva cui era stata sottoposta nel 2011 (prima della fine del processo), illegale e arbitraria. Ora la sentenza è definitiva, ma i problemi di salute di Tymoshenko - gravi disturbi alla colonna vertebrale - imporrebbero che la detenuta venisse rilasciata per permettere le cure. L'Europa voleva che nell'accordo di libero scambio, fosse inserita la liberazione di Tymoshenko come un sorta di contropartita.

Sullo sfondo della mancata ratifica dell'intesa commerciale di questi giorni, c'è dunque tutta la storia dell'esistenza di un popolo da sempre schierato "con o contro la Russia". Sentimento radicato - l'occidentalizzazione o l'amore verso la grande Madre Patria - anche territorialmente, con le regioni più a est rimaste fortemente connesse con Mosca, mentre quelle più a ovest sempre più lanciate verso il sogno europeo.

Le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del presidente. Svoboda e il partito di Tymoshenko - Unione Pan-Ucraina "Patria" - stanno spingendo la protesta anche sul campo. Tymoshenko, in carcere, è entrata in sciopero della fame. Anche il pugile Vitali Klitschko - leader di un altro partito di opposizione - ha chiesto ai suoi sostenitori di non cedere alle forze di sicurezza il controllo di Kiev. Intanto il più importante operatore internet nazionale ha aperto i wi-fi: conferma che anche in queste manifestazioni Internet sta giocando un ruolo fondamentale.

La Russia si diceva: il New York Times ha sottolineato come le posizioni di Mosca siano diventate sempre più aggressive nel corso delle ultime settimane, con una specie di embargo alimentare - i russi sono i principali consumatori di prodotti ucraini e fece notizia qualche tempo fa la decisione sovietica di mettere al bando gli amatissimi cioccolatini Roshen perché contenti opinabili "impurità tossiche" - che poi è passato alla mano pronta a chiudere i rubinetti del gas. Interesse dei russi, sarebbe l'inserimento dell'Ucraina in una propria unione doganale (cui finora si sono detti favorevoli Bielorussia e Kazakistan) - sebbene i vantaggi economici sarebbero sensibilmente inferiori a quelli della collaborazione con l’Europa.

Mosca ha declinato ogni responsabilità sul black out delle trattative, sebbene i rapporti con l'UE sono abbastanza tesi: Herman van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ha commentato «Le azioni intraprese dalla Russia [a favore] del partenariato orientale sono incompatibili con il modo in cui le relazioni internazionali dovrebbero funzionare nel nostro continente nel 21° secolo».


Nelle ultime ore il presidente Yanukovych è sembrato sul punto di compiere un clamoroso passo indietro e, anche spinto dall'onda della protesta, ha chiesto a Barroso di ricevere una delegazione ucraina - Barroso ha risposto con un "vedremo", chiedendo intanto alle autorità di Kiev di dare «prova di moderazione e rispetto dei diritti umani e civili» durante le manifestazioni. Di tutt'altro avviso il primo ministro Azarov  che ha condannato le proteste, che a suo dire avrebbero «tutte le caratteristiche di un colpo di Stato» e utilizzerebbero metodi «assolutamente illegali».

Ian Taylor, Europ editor del Guardian, ha scritto nel suo articolo di analisi che le «proteste in Ucraina sono la testimonianza che l'Europa è ancora un luogo di speranza» - anacronistico, per certi versi, visto il successo che stanno riscuotendo in giro per il continente le posizioni anti-europeiste.

Ma quello che sta succedendo in Ucraina, secondo il Financial Times, potrebbe essere anche una lezione per l'Europa stessa. Scrive nella sua analisi per il quotidiano londinese Mary Dejevsky: «Le proteste non significano che l'Ucraina è unita dietro i Kievans pro-Europa, o che Yanukovich e il suo governo saranno pressati alla rassegnazione o di un'inversione. Il Paese è diviso nelle sue lealtà tra un orientamento occidentale e orientale, come è stato da sempre dopo l'indipendenza. Kiev vive a cavallo tra est e ovest, ora vira più verso ovest, grazie alla sua nuova classe media». E questa instabilità, secondo Dejevsky, richiede un approccio più calmo, in futuro, su altri eventuali negoziati, nonché la possibilità per l'Ucraina di tenere il piede in entrambe le staffe: «La guerra fredda, quando l'Ucraina poteva essere vista come un trofeo da vincere o perdere, è finita».



domenica 1 dicembre 2013

Che cos'è il "kill switch off"

Il governo degli Stati Uniti avrebbe la possibilità di spegnere le reti wireless cellulari e Internet - "kill switch off" è la definizione - in caso di emergenza. Il piano, sotto il controllo del Dhs (Department of Homeland Security), è stato progettato dall'amministrazione Bush e adesso il tribunale distrettuale federale del Distretto di Columbia, ne ha richiesto il rilascio pubblico.

Ne ha parlato Mother Jones - storico magazine della sinistra statunitense - in un articolo di Dana Liebelson, in cui si spiega quanto fin qui conosciuto del piano e si specifica che gran parte è stata finora «classificata» e segretata.

Secondo il programma governativo, lo switch off si potrebbe rendere necessario in caso di guerra, o, in tempo di pace, nel caso di un attacco terroristico. Funzionalmente sembrerebbe abbastanza facile - stando a quel che si dice, più facile rispetto alle vie di terra, dove ci sono migliaia di gestori - perché le società che controllano il wi-fi si appoggiano tutte sulle reti dei grossi colossi come AT&T e Verizon. E il governo sarebbe già in contatto con le società: nel 2006, l'amministrazione Bush avrebbe stipulato un accordo segreto con i giganti delle telecomunicazioni.

Nonostante Mother Jones alluda sottilmente a qualcosa di simile a quello che fece Mubarak durante le proteste in Egitto, ci sarebbe la completa - e ovvia (?) - legalità dell'operazione, legata anche ad alcuni precedenti. Nel 1918, durante la Prima Guerra Mondiale, una risoluzione congiunta del Congresso ha autorizzato il presidente ad assumere il controllo dei sistemi telegrafici statunitensi e il loro funzionamento. Nel 1934, il presidente Franklin D. Roosevelt ha firmato il Communications Act, che decretò: «Su proclamazione del Presidente in caso di guerra o minaccia di guerra, o di uno stato di pericolo pubblico o di calamità o altra emergenza nazionale, o al fine di preservare la neutralità degli Stati Uniti, il presidente, se lo ritiene necessario, nell'interesse della sicurezza nazionale o alla difesa, può sospendere o modificare il segnale radio e i servizi di telefonia», il che significa che comunque non è chiaro se questo potrebbe applicarsi a un servizio internet.

Ci sono stati anche casi più recenti, in cui sono stati inoltrati ordini di sospensione delle comunicazioni. Nel 2005 a seguito degli attentati di Londra, furono disabilitate le reti cellulare in quattro grandi gallerie di New York. Inoltre, durante la cerimonia di inaugurazione della presidenza Obama, nel 2009, l'Fbi avrebbe utilizzato dispositivi per bloccare i telefoni cellulari, al fine di evitare possibili detonazioni - i detonatori a distanza, sono spesso collegati a telefoni cellulari e innescano la carica alla risposta automatica o alla ricezione di un sms. Anche nel 2010 a San Francisco è stato tagliato il servizio cellulare in quattro stazioni della Rapid Transit Bay Area per diverse ore con lo scopo di prevenire una protesta - legata alla controversa uccisione da parte della polizia di un senzatetto.

Le polemiche girano molto dietro all'aspetto che apre quest'ultima vicenda: il rischio, anche in questo caso come nel Datagate, è che il blocco delle linee venga utilizzato non soltanto per ragioni di sicurezza, ma come limitazione della libertà e controllo. E come sempre in casi del genere, sono i fondamenti della democrazia a entrare in discussione. David Jacobs di EPIC - Electronic Privacy Information Center - è arrivato addirittura a chiedersi come «il kill switch off possa essere coerente con il Primo emendamento della Costituzione americana». (Il primo emendamento è quello che garantisce la terzietà della legge e tra le altre cose, la libertà di parola e stampa).






domenica 24 novembre 2013

L'accordo sul nucleare iraniano è stato raggiunto

L'abbraccio di Kerry e Ashton. (Foto Al Jazeera)
Dopo quattro giorni di trattative è stato raggiunto l'accordo sul nucleare iraniano. Lo ha annunciato a notte fonda il portavoce del capo della diplomazia Ue, Catherine Ashton. Per le trattative c'erano tutti: erano corsi a Ginevra, oltre che il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, anche gli altri pari ruolo del 5+1 (Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Francia, Russia, e la Germania).

L'accordo prevede, secondo fonti di Washington, lo stop dell'arricchimento dell'uranio per scopi bellici - fermando il reattore ad acqua pesante di Arak - e il diritto al nucleare civile per l'Iran, oltreché l'accettazione di un più rigido sistema di ispezioni internazionali. Nelle quattro pagine dell'accordo ce ne sarebbe anche una dedicato la sospensione delle sanzioni - gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a fornire aiuti economici all'Iran per 7 miliardi di dollari - e lo sblocco di fondi iraniani investiti in banche estere, che il Dipartimento del Tesoro aveva nel tempo congelato (fondi appartenenti al "tesoro di Khamenei").

Secondo le prime dichiarazioni di fonti iraniane invece, l'accordo non porrebbe vincoli sull'"uso" del nucleare, e non richiederebbe la chiusura di nessun impianto. Washington aveva smentito con la diffusione degli estremi più stringenti, e così Zarif ha recuperato sottolineando che «il diritto all'arricchimento è stato riconosciuto nelle sezioni sugli "obiettivi" e nel "passaggio finale" dell'accordo in tre parti, firmato stanotte». Insomma la guerra diplomatica è continuata anche dopo la ratifica.

Soddisfazione del presidente Obama, anche se dalla Casa Bianca ha dichiarato che «c'è ancora molto da fare»; di parere opposto il premier israeliano Netanyahu che ha dichiarato «il mondo è più pericoloso, perché il regime più pericoloso ha compiuto un passo significativo in avanti verso l'arma più pericolosa».

A Teheran il presidente Rohani ha rilanciato la notizia dell'accordo con un tweet in cui ha scritto «Il voto del popolo iraniano per la moderazione e l'impegno costruttivo e gli instancabili sforzi da parte dei team negoziali apriranno nuovi orizzonti». Rohani per le ore successive alla fine dei negoziati è stato molto attivo su Twitter .