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martedì 29 dicembre 2015

Anonymous ha difeso l’Italia da un attacco terroristico?

(Pubblicato su Formiche)

“Non abbiamo bisogno di essere creduti, l’importante che nessuno muoia”. Questa è la spiegazione ufficiale che il collettivo di hacker Anonymous ha dato in un tweet del 28 dicembre a proposito della pubblicazione su Twitter di un altro messaggio in cui Anonymous indicava, pochi giorni prima, di essere riuscito a sventare un attentato che lo Stato islamico stava per compiere in Italia. Messaggio, quest’ultimo, apparso per la prima volta alle 7:38 del 25 dicembre, poi rimosso dall’account @OpParisOfficial che il movimento di hacktivisti usa per diffondere le notizie in merito alla propria campagna “anti Isis”, ed infine ripubblicato alle 14:26 del 28 dicembre.

LA VICENDA

Arturo di Corinto su Repubblica.it ha ricostruito l’accaduto grazie ad una conversazione avuta via chat con un attivista di Anonymous che si è fatto chiamare “X”. Al momento quella di Repubblica è l’unica ricostruzione “più dettagliata” fornita dal movimento, che ha annunciato la pubblicazione a breve di un video in cui spiegherà come sono andate le cose. Scrive il quotidiano: “Un attivista francese collegato ad Anonymous avrebbe intercettato una conversazione privata tra due presunti jihadisti che parlavano della pianificazione di un attacco terroristico da compiersi in un comune italiano. La notizia, passata ai coordinatori dell’#OpParis ha fatto quindi scattare l’allarme e la decisione degli anons italiani di diffonderla”. In pratica, spiega “X”, il collega francese è entrato nell’account Twitter di un presunto jihadista, “che usava una password del cavolo, alahakbar123″, e ha trovato in uno scambio di messaggi privati con un altro presunto jihadista la parola “colpiremo” in riferimento a una ignota città italiana. Il francese ha segnalato la faccenda all’organizzazione che ha provveduto a bloccare l’accesso ad “alahakbar123″, silenziandolo e impedendogli di andare oltre nella pianificazione, mentre l’altro elemento della conversazione sarebbe stato raggiunto da altri hacktivisti di Anonymous, i quali lo avrebbero avvisato di aver intenzione di comunicare il suo piano alle autorità italiane, bloccando e sventando così l’attentato. Stesso genere di dinamiche è stato poi riportato da Marta Serafini sul Corriere della Sera: la giornalista ha contattato un esponente del movimento, anche lei via chat (si tratta della stessa fonte?).

DOMANDE E CONFERME

Dall’Italia la Polizia e l’intelligence non confermano le dichiarazioni di Anonymous, che hanno ricevuto critiche anche da diversi osservatori online: “Spiegatemi come fa un gruppo di ragazzini a bloccare un uomo con un AK47 e una bomba dalla propria tastiera. Yeah, io ho fermato un’invasione aliena”, risponde un utente di Twitter al messaggio in cui il gruppo dice di “non aver bisogno di essere creduto”. La notizia, tra gli addetti ai lavori, diffusa inizialmente dal giornale britannico Daily Mail, aveva destato sospetti sulla fondatezza.

IL PARERE DEGLI ESPERTI

Uno degli aspetti meno chiari della vicenda, spiegano alcuni esperti ascoltati da Formiche.net, è cosa si intenda per “attacco”. Alcuni media, per semplificare, hanno usato la parola “attentato”. Ma, fanno notare addetti ai lavori, “non si tratta della stessa cosa”. I jihadisti “pianificavano un attacco informatico? O un’azione violenta sulla scia degli ultimi attentati in Francia?”. Ma anche in caso di azioni informatiche, “a cosa miravano i terroristi?”. Sono pochissimi, al momento, “gli attacchi informatici in grado di arrecare un danno che possa causare anche vittime. E, tutti, sarebbero di difficile realizzazione per una semplice organizzazione, se non coadiuvata da apparati di intelligence e cyber eserciti di veri e propri Stati”. Forse lo scenario sarà più chiaro quando Anonymous diffonderà il suo video esplicativo, “ammesso che ciò che dica sia vero”, evidenziano ancora esperti che chiedono l’anonimato.

GLI ALTRI ELEMENTI NON CHIARI

Altro elemento non chiaro è la rimozione del post inizialmente pubblicato tre giorni fa: c’è stata una discussione interna al movimento? Perché è stato cancellato per poi essere rimesso online? Servivano verifiche, poi arrivate? Sono domande che per il momento non trovano risposta. Ufficialmente, il movimento spiega in un altro tweet di non poter parlare ancora, perché parte dell’operazione è ancora in corso.

COSA FA ANONYMOUS

Anonymous è un collettivo senza struttura, “chiunque può indossare la sua maschera e usarne il nome” recita uno slogan del gruppo: “L’elemento che per lungo li ha caratterizzati è stata la battaglia contro la censura dei governi e la manipolazione religiosa”, ha spiegato Di Corinto in un pezzo pubblicato sul sito Che Futuro!. Da diverso tempo, combatte anche lo Stato islamico con propri metodi. Dagli attentati del 13 novembre a Parigi, il movimento che si nasconde dietro la maschera di Guy Fawkes ha lanciato con un videomessaggio su Youtube un’operazione denominata #OpParis, attraverso la quale ha colpito molti profili che uomini legati al mondo jihadista utilizzavano sui vari social network e ha oscurato diversi siti e forum che contribuivano al reclutamento online dei combattenti islamisti. In realtà questo genere di operazioni è iniziato nel 2014, sostenuto anche da hacker indipendenti, per combattere quello che è stato definito il “Cyber Caliphate”: lo Stato islamico è molto forte a livello mediatico e sfrutta i moderni spazi online con l’attenzione e precisione forniti da professionisti che lavorano per le aree media dell’organizzazione del “Califfo”. La campagna internet “anti Isis”, oltre che dagli attivisti come quelli di Anonymous, è stata sostenuta dalle strutture di sicurezza delle stesse aziende proprietarie dei social network, tanto che sia il fondatore Jack Dorsey che il ceo di Twitter Dick Costolo sono finiti al centro delle minacce dei proseliti dell’Isis.

#OpParis IN ITALIA

Pochi giorni dopo l’annuncio del lancio di #OpParis a novembre, un elemento di Anonymous Italia aveva parlato con l’Agi, e rivelato, anonimamente, alcuni dettagli dell’operazione contro il “Califfato”: “Ci sono quattro persone che coordinano l’offensiva. Si tratta di un’operazione di intelligence senza attacchi di tipo DDoS (quelli che mettono offline i siti, ndr), che hanno più che altro valore per i media: il vero scopo della campagna “#OpParis” – ha aggiunto l’hacker, che l’Agi dice di essere tra i più noti tra gli addetti ai lavori – è localizzare e intercettare le comunicazioni dei terroristi”. Praticamente quello che secondo il testimone “X” sentito da Repubblica è avvenuto nei giorni prima di Natale. Già a febbraio, dopo i fatti di Charlie Hebdo, Anonymous aveva segnalato una serie di account italiani che si sono poi rivelati effettivamente utilizzati da reclutatori jihadisti presenti in Italia.

LE CONTROVERSIE

Se è vero che la campagna, fatta anche di troll (le “prese in giro” su internet), ha spesso smontato l’apparato “cyber” costruito dal “Califfato”, persiste un problema nelle operazioni di Anonymous, che interessa le sue attività in generale, e non solo quelle per così dire di counterterrorism: colpiscono ciò che il gruppo ritiene “un obiettivo”, ma è pur sempre il gruppo a decidere, peraltro senza una struttura verticistica. Queste decisioni sono in mano ad un’entità extra giuridica che si muove al di fuori delle leggi e del diritto di uno Stato, violando vari livelli di riservatezza, pilastro del vivere comune, in nome di una sorta di trasparenza assoluta e unilateralmente decisa dagli hacktivisti. “Il giustizialismo fai-da-te dei piccoli Saint-Just della Rete sembra però ignorare tutto ciò ed è proiettato verso una completa assenza di riservatezza”, ha scritto Carlo Lottieri dell’Istituto Bruno Leoni sul Foglio.

GLI INTERROGATIVI

Che cosa succederebbe se tra i nomi diffusi online da Anonymous nella lista continuamente aggiornata di jihadisti, ci finissero persone estranee ai fatti? Fino a che punto sono approfondite le analisi degli hacktivisti? Se i due elementi che il gruppo dice di aver bloccato prima di colpire l’Italia, stessero semplicemente scherzando come può capitare a tutti? Chi restituirebbe loro il valore della propria privacy? Su queste domande si sono interrogati membri dello stesso Anonymous, come riportato in una discussione che si è sviluppata su Pastebin, quando il collettivo ha iniziato a pensare di pubblicare le generalità dei propri obiettivi (discussioni analoghe avvennero nel caso di un attacco al Ku Klux Klan). Più volte gli analisti hanno sottolineato che gli account di simpatizzanti, proseliti e combattenti, sono una fonte di informazioni. Per questo, in alcuni casi, è stato chiesto ai gestori dei social network di non oscurarli. Sotto quest’ottica, la chiusura indiscriminata degli account da parte di Anonymous può portarsi dietro un’altra problematica, perché toglie informazioni preziose agli investigatori e può essere controproducente.

E in tutto questo, se fosse una bufala la notizia dello sventato attentato in Italia, che ne sarebbe dei titoloni apparsi sui media italiani? Come “risarcire” i lettori?

lunedì 28 dicembre 2015

Di smog e di Olimpiadi, senza troppo interesse, leggendo in giro

Secondo un report della Banca del Giappone, le Olimpiadi del 2020 avranno un effetto clamorosamente positivo per l’economia: Bloomberg spiega che arriveranno nelle casse giapponesi 30 trilioni di yuan, cioè 249 miliardi di dollari. 

Per dire che Roma 2024 può guardare cosa stanno facendo a Tokyo, che si muove forte e bene anche sul piano degli investimenti ambientali, sfruttando la tecnologia delle auto e delle stazioni a idrogeno. Per dire, di nuovo, che si può parlare di smog senza essere noiosi, retorici, e polemici: insomma, senza la necessità di far per forza politica. Insomma due, per parlare non di chiacchiere, ma di fatti.


- Un vecchio pezzo, sempre da Bloomberg, che racconta del progetto Toyota per le auto olimpiche: "Tokyo to Get $385 Million Hydrogen Makeover for Olympics"

(via List)

Gli incursori italiani ispezionano una petroliera libica davanti a Tripoli

(Pubblicato su Formiche)

Domenica la fregata italiana “Euro” avrebbe intercettato la petroliera “Anwaar Libya” che trasportava petrolio proveniente dalla Libia, nelle acque a nordovest di Tripoli. Dall’imbarcazione italiana sarebbe decollato un elicottero arrivato fin sopra al ponte della petroliera, da lì si sarebbe calato un gruppo di soldati che, secondo quanto raccontato da un ingegnere a bordo del cargo al sito arabo con sede a Londra Al Wasat, avrebbero ispezionato la nave per almeno due ore ed interrogato i marinai.

Secondo l’ingegnere l’Italia starebbe compiendo questo genere di operazioni per ottenere informazioni sul traffico di petrolio di contrabbando che esce dalla Libia. L’episodio sarebbe avvenuto nei pressi del Bouri Field, campo pozzi offshore che si trova a 120 chilometri dalla costa libica. Il giacimento è sfruttato dall’italiana Eni sin dal 1974: dal 2004 è stata creata la joint venture Western Libyan Gas Project, partecipata al cinquanta per cento dall’azienda italiana e dalla Noc (la compagnia petrolifera nazionale libica), per gestirlo.

A giudicare dal modus operandi descritto, prendendo per vera la notizia nell’attesa di maggiori dettagli, e sulla base di ciò che si intravede dalle immagini, l’azione sembra essere stata condotta da operatori degli incursori della Marina, i Comsubin. Della presenza di queste forze speciali all’interno di navi che si trovano intorno alle acque libiche, se n’era parlato già mesi fa: quella rivelata domenica potrebbe esserne una conferma. Corpi scelti mandati dal governo di Roma si trovano in Libia sia per difendere le ditte italiane che fanno affari in Libia (questione di interesse nazionale), sia per raccogliere informazioni nell’ottica di coordinare un’azione militare contro lo Stato islamico.

Ecco come l’Isis sta lasciando Ramadi

(Pubblicato su Formiche)

Decine di raid aerei americani hanno permesso all’esercito iracheno, aiutato dalle milizie sciite al-Hashd al-Shaabi (il Fronte di mobilitazione popolare), di entrare a Ramadi. La situazione nel capoluogo dell’Anbar, la parte di territorio iracheno che si allunga verso la Siria, vede da un paio di settimane le forze alleate impegnate nello sforzo finale per togliere la città dal controllo dei baghdadisti. Un assedio in piedi da mesi, arrivato a quanto pare a conclusione, anche se permangono sacche di resistenza. La BBC ha diffuso la notizia che anche il compound centralissimo in cui aveva sede il governo provinciale, occupato dagli uomini del Califfato, è stato (più o meno) riconquistato dai soldati iracheni. Non senza difficoltà: l’avanzata, dopo che l’esercito era riuscito ad entrare nel centro municipale martedì, è stata ostacolata dalle mine nascoste nel terreno, dai cecchini appostati sugli edifici e dagli attacchi-kamikaze dei combattenti jihadisti. Si tratta di un territorio pieno di trappole, che si sono portate dietro distruzioni terribili causate dagli ordigni piazzati ovunque, e che grazie alla copertura aerea della Coalizione occidentale non s’è trasformato in una tomba con una carneficina di iracheni. Baghdad ha, e aveva, a disposizione sul posto un numero di truppe superiore di almeno dieci volte a quelle jihadiste, ma gli uomini del Califfo, al massimo quattrocento, hanno giurato fedeltà fino alla morte, sono più motivati e si erano asserragliati.

UN COLPO DURO

Si tratterebbe della peggior sconfitta subita dal Califfato negli ultimi 18 mesi, che contraddice i messaggi trionfalistici contenuti nell’audio di Khalifa Ibrahim diffuso in questi giorni. Di più, la sconfitta potrebbe essere proprio la motivazione dietro alla scelta temporale della diffusione: non è la prima volta che il gruppo fa uscire messaggi nei momenti di debolezza messaggi per stringere i ranghi e alzare l’umore di proseliti e combattenti. Esternazioni che spesso sono seguite anche da azioni e attacchi; per questo si segue con attenzione il pericolo segnalato per le principali città europee, bersaglio di possibili attentati di uomini legati al califfato.

L’IMPORTANZA DI RAMADI

Riconquistare Ramadi ha anche un peso simbolico. La città non è solo un crocevia per collegare due parti del sedicente Califfato, quella irachena e quella siriana. Il capoluogo dell’Anbar significa che ancora una volta i sunniti della regione hanno smesso di appoggiare il Califfo, hanno aperto spazio in modo centripeto alle truppe irachene (pur con enormi diffidenze verso i miliziani sciiti che le sostengono) e hanno lasciato isolati poche centinaia di baghdadisti al centro di Ramadi.

Alberto Negri, giornalista del Sole 24 Ore, ha commentato su Facebook che “la gestione politica della riconquista di Ramadi e le relazioni che saranno instaurate con i sunniti saranno un importante banco di prova per il governo a maggioranza sciita di Baghdad: gli errori del passato sono stati pagati duramente con l’avanzata dell’Isis”.

I RAID

Domenica, mentre circolavano le notizie sulla caduta delle aree centrali di Ramadi, l’account Twitter della Coalizione internazionale per la lotta allo Stato islamico a guida americana ha pubblicato il report settimanale degli attacchi aerei condotti tra Siria e Iraq tra il 19 e il 25 dicembre. Sono stati 119 gli airstrike che hanno colpito postazioni del Califfato sul suolo iracheno, mentre 44 hanno interessato il territorio siriano, soprattutto al nord, dove c’è da difendere il raggruppamento di milizie che sta cercando di isolare Raqqa, la capitale siriana dell’Isis.

MOSUL: IL CENTRO DEGLI AIRSTRIKE

Nonostante il culmine dell’offensiva in atto, Ramadi non è stato, secondo gli osservatori, il luogo dell’Iraq più colpito dalla Coalizione. Leggendo il report dei militari americani si osserva che su Mosul, la capitale irachena dello Stato islamico, sono stati condotti 45 airstrike, che hanno distrutto 143 obiettivi nelle aree cittadine e limitrofe; Ramadi è stata colpita da 31 attacchi aerei. La situazione a Mosul è difficile, l’Isis è tornato all’offensiva nel nord iracheno, dopo cinque mesi, per segnare la propria presenza, anche a seguito della distribuzione di soldati da parte della Turchia nell’area; circostanza che aveva creato anche una bega diplomatica con il governo iracheno: ora i militari turchi stanno lentamente rientrando verso Ankara.

Se si osservano le distruzioni a Ramadi, che impediranno ai civili di rientrare in città almeno nel breve tempo, si intuisce che se e quando toccherà a Mosul di essere liberata dal Califfato (che Baghdad vede come l’ultimo baluardo da togliere al controllo dei baghdadisti), ci si dovrà aspettare un’altra crisi umanitaria: Ramadi è una città di 450mila persone, molte fuggite (e in parte sfollate prima dell’inizio della fase finale dell’offensiva), mentre Mosul e il suo hinterland ospitano circa due milioni di abitanti.

martedì 22 dicembre 2015

Mosul, che succede tra Italia e Irak?

(Pubblicato su Formiche)

«Nessuna intesa è stata finora raggiunta tra governo iracheno ed italiano» ha dichiarato il portavoce dell’esecutivo di Baghdad, Saad al Hadithi, a proposito dell’annuncio del premier italiano Matteo Renzi, che, durante il programma televisivo “Porta a Porta“, aveva annunciato l’invio in Iraq di 450 militari da schierare a difesa dei lavoratori della Trevi, ditta di Cesena che si sarebbe aggiudicata l’appalto per la riparazione dell’imponente diga di Mosul.

La notizia, lanciata dall‘Ansa nella serata di lunedì, riporta l’invio del contingente italiano in Iraq al centro del dibattito politico, perché a quanto pare alla ditta cesenate non sarebbe stato attribuito ancora definitivamente l’incarico per i lavori infrastrutturali e, in aggiunta, il governo iracheno non si sarebbe mostrato molto contento dell’invio dei soldati dall’Italia. Scrive l’Ansa che il ministro delle risorse idriche Mushsin Al Shammary, avrebbe ricevuto ieri l’ambasciatore italiano, Marco Carnelos, affermando che l’Iraq «non ha bisogno di alcuna forza straniera per proteggere il suo territorio, i suoi impianti e la gente che ci lavora».

IL CONTRATTO

Il ministro iracheno, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa, ha detto che la Trevi avrebbe presentato soltanto i documenti in regola per partecipare all’assegnazione dell’appalto di consolidamento fondale e strutturale della diga (un lavoro da diverse decine di milioni di dollari, sulla più grande diga d’Iraq). Per il ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti, però, l’esito della gara dovrebbe essere scontato, dato che la ditta di Cesena è l’unica ad aver presentato un’offerta. Da Roma spiegano che l’incarico ai militari sarà formalizzato solo dopo l’assegnazione dell’appalto, ma secondo quanto riportato dall’Ansa, alcuni membri di gruppi scelti dell’esercito italiano, si sarebbero già recati sul posto per un primo sopralluogo. Anticipazione questa quasi scontata, perché certe missioni devono essere precedute da operazioni di raccolta informazioni su pericoli, esigenze logistiche e pratiche organizzative, che di solito sono portate a termine dai reparti delle forze speciali. Oggi il presidente del Senato Pietro Grasso è a Baghdad, sarà ricevuto dal presidente della Repubblica irachena, Fouad Masum, ed incontrerà il presidente del Parlamento Salim al Jabouri ed il patriarca Louis Sako, e forse tra i temi ci sarà anche la questione della diga di Mosul. Renzi invece è in Libano, per portare il saluto di Natale alle truppe italiane impegnate con il contingente Onu: la presenza in Medio Oriente di due delle più alte cariche della repubblica italiana è un segnale forte lanciato dal governo di Roma.

LE CONTROVERSIE

L’invio dei soldati italiani a Mosul, considerato dal governo una priorità di interessa nazionale per difendere circa quaranta lavoratori della ditta Trevi, potrebbe avvenire a primavera: come anticipato da Formiche.net, l’organizzazione di una missione del genere richiede del tempo; contrariamente a quanto diffuso finora, invece, pare che a partire non saranno i parà della “Folgore”, ma i Bersaglieri della brigata “Garibaldi” con i propri mezzi meccanizzati (confermata invece la presenza di operatori dei reparti speciali e di nuovo citato l’appoggio aereo, forse fornito da elicotteri a supporto truppe). Fin dall’annuncio, la missione aveva suscitato diverse polemiche, ora nuovamente infuocate dalla notizia di lunedì, secondo cui pare che un’operazione così sensibile sia stata comunicata dal governo prima di essere concordata con l’Iraq. Tra le principali preoccupazioni degli osservatori, c’è il ruolo dei soldati italiani e le regole d’ingaggio: in molti sostengono che potrebbero finire per ricoprire posizioni simili a quelle dei contractor privati (ancor più se non c’è intesa con Baghdad), coinvolti in un magma giuridico che rischierebbe di aprire controversie simili a quelle che hanno coinvolto i due Marò italiani in India. Preoccupazioni rese ancora più alte dal fatto che in questo momento, dopo mesi, l’area di Mosul è tornata ad essere una delle più calde dell’intero fronte iracheno nella guerra allo Stato islamico. Alberto Negri, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore, ha messo insieme queste preoccupazioni: «Come dice il presidente del Consiglio questo non è il Paese dei balocchi, quindi decide il Parlamento, non l’audience o i social network. Questo non è il Paese dei balocchi perché i soldati non sono dei contractor a disposizione del governo ma degli uomini, dei professionisti, e bisogna sapere perché debbano essere mandati e soprattutto con quali regole di ingaggio. In cambio di un appalto? Sembra un po’ troppo poco». «Speriamo non vengano a dire che è l’ennesima missione di pace.», chiosava Negri.

DICHIARAZIONI “GEOPOLITICHE”

Va comunque sottolineato che i membri dell’esecutivo di Baghdad non sono nuovi in uscite ad effetto e annunci poi smentiti: per esempio, il governo iracheno ha dichiarato l’uccisione del Califfo Baghdadi in almeno tre occasioni, dichiarazioni successivamente smentite e talvolta spernacchiate dallo stesso interessato. Dunque certe esternazioni vanno prese con cautela, perché possono essere ridimensionate o stravolte del tutto nel giro di poche ore. Baghdad – notano alcuni osservatori – non sempre è una voce autorevole, anche perché è molto allineata con le volontà degli ayatollah iraniani; un aspetto che, sotto certi punti di vista, rende le dichiarazioni irachene ancora più interessanti. L’Iraq ufficialmente fa parte della Coalizione guidata dagli Stati Uniti, di cui è membro anche l’Italia, ma ospita il più importante centro di coordinamento per le attività russo-iraniane in Siria; con Teheran è legato dal cordone ombelicale dell’asse sciita.

Il ruolo dell’Iran. Se non fosse stato per l’uccisione del leader del Partito di Dio libanese Samir Kuntar, che ha attirato le più classiche e infuocata invettive e minacce anti-israeliane (Israele è considerato l’autore dell’attacco omicida), le dichiarazioni delle milizie sciite schierate in Iraq sarebbero state concentrate sulla questione “soldati italiani”. La prima a cominciare, il giorno dopo dell’annuncio di Renzi, fu la Kataib Hezbollah, partito/milizia che l’Iran ha installato in Iraq sull’impronta dell’omonimo libanese in cui militava Kuntar: “saranno considerate come forze di occupazione”, diceva un comunicato a proposito delle forze italiane a Mosul. La Kataib Hezbollah, insieme a tutte le altre milizie sciite irachene, è stata protagonista di attacchi sanguinosi contro il contingente americano durante gli anni della guerra dopo il 2003; ora combatte sotto l’ombrello del grande conglomerato miliziano (assoggettato agli ordini iraniani) Hasad al Shaabi, la Forza di mobilitazione nazionale, che aiuta l’esercito iracheno e più o meno indirettamente riceve l’appoggio areo della Coalizione occidentale nelle offensive più importanti (come quella di questi giorni a Ramadi). Anche Moqtada al Sadr, il più importante degli ayatollah sciiti in Iraq, uno dei principali ispiratori dell’insurrezione contro le truppe americane nel periodo dell’occupazione, ha detto la sua a proposito del contingente italiano: «L’Iraq è diventato una piazza aperta a chiunque voglia violare i costumi e le norme internazionali». L’Iran, neo-rivalutato partner dell’Occidente post accordo nucleare, non perdere mai occasione di muovere i suo cani da guardia.

sabato 19 dicembre 2015

Perché Mosul è strategica nella guerra a Isis

(Pubblicato su Formiche)

«Siamo in Iraq per l’addestramento ma anche con un’operazione importante per la diga di Mosul» ha detto martedì al programma televisivo “Porta a Porta” il premier italiano Matteo Renzi. Spiegava così l’invio di 450 soldati italiani a difesa dell’infrastruttura nel nord dell’Iraq. Un’azienda italiana da anni attiva in Iraq, la Trevi di Cesena, ha vinto la gara d’appalto per la ricostruzione, e dunque tutelare i lavoratori e gli interessi italiani è diventata una questione di interesse nazionale (Renzi dice che la sicurezza sarà fornita anche da militari americani).

LA DIGA

La diga di Mosul è in piedi dal 1980 (operativa dal 1986) ed è la più grande diga di tutto l’Iraq. Sbarra il Tigri all’imbocco della regione storica mesopotamica: la sua costruzione è stata circondata da un’aura di magnificenza, con cui l’opera ingegneristica è stata propagandata come la dimostrazione della grandezza del regime di Saddam Hussein (viene chiamata anche “Saddam Dam”, la diga Saddam). L’impianto idroelettrico mosso dagli 11,1 chilometri cubi dell’invaso, provvede a fornire elettricità ai due milioni di abitanti Mosul e gestisce l’approvvigionamento idrico su una vasta area. L’infrastruttura soffre di problemi di instabilità fondale noti fin dal 2007: come spiega un rapporto Usa ripreso in un’infografica della BBC, già ai tempi la sistemazione della diga richiedeva «misure di ingegneria straordinarie» (citazione diretta del report dei genieri americani ripresa dalla ABC) e per questo la ditta italiana è chiamata ad intervenire. Quando lo Stato islamico tra il luglio e l’agosto del 2014 prese il controllo della diga, molti analisti temettero che l’Isis potesse ridurre le forniture di acqua ed elettricità, ma soprattutto la paura si concentrò sul fatto che o per dolo o per incuria, lo sbarramento potesse rompersi e versare tutto l’immenso bacino nella valle sottostante.

IL VALORE STATEGICO

In un articolo uscito sul New York Times in quei giorni dello scorso anno, Stuart W. Bowen Jr., l’ex ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Iraq, che ha curato il rapporto del 2007 sulla diga, ha detto che l’Isis avrebbe potuto certamente utilizzare la diga come arma di guerra, ma che il suo interesse sarebbe stato anche nell’utilizzarla come strumento di finanza, cioè per estorcere denaro in cambio di acqua o elettricità. In quel periodo si era già assistito a quella che venne definita “la guerra dell’acqua” (parlando di controllo ed uso “militare”): lo Stato islamico entrato in controllo della diga di Nuaimiyah (sull’Eufrate, nei pressi di Falluja, area centro-occidentale dell’Iraq) ne aprì deliberatamente gli invasi sui trecento chilometri quadrati intorno per “annegare” le forze governative. Karbala, Najaf, Babilonia e Nasiriyah, restarono senz’acqua, mentre Abu Ghraib fu completamente inondata: l’Onu stimò che 12mila persone rimasero senza casa. Azzam Alwash, un ambientalista di primo piano, ingegnere e fondatore di “Nature Iraq”, un gruppo no-profit, disse al NYTimes che se una circostanza del genere si fosse verificata a Mosul «sarebbe stato uno tsunami che scende dal Tigri». Ovviamente il discorso valeva anche per un danneggiamento accidentale, legato alle instabilità strutturali a cui l’Isis non avrebbe potuto far fronte.

L’AREA, ADESSO

Il lavori di manutenzione di cui si occuperà la ditta italiana sono dunque una necessità stringente e possono essere portati a termine adesso che la situazione è relativamente più tranquilla. La diga, e un buon perimetro intorno, sono usciti dal controllo dello Stato islamico dal 17 agosto 2014, quando i Peshmerga curdi, in collaborazione con i raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti, sono riusciti a far arretrare le posizioni dell’Isis. Sul Foglio Daniele Raineri ha definito la zona «a pericolosità variabile», perché è vero che si trova a circa quaranta chilometri da Mosul, dove il Califfato è presente in forze, ma è ben isolata da un cordone di sicurezza garantito dai soldati del Kurdistan iracheno: «Un confine netto difficile da varcare», ragion per cui i militari italiani non saranno schierati in un’area di prima linea, ma che comunque ha alta sensibilità.

MOSUL PER L’ISIS

Che lo Stato islamico possa mantenere un interesse verso l’infrastruttura è possibile, che lo possa fare per provocare danni con il versamento delle sue acque, attualmente è difficile, perché la prima città ad essere allagata sarebbe Mosul, che è di fatto la capitale irachena dello Stato islamico, la seconda città più importante per il gruppo dopo Raqqa, e l’abitato più grande sotto il controllo dei baghdadisti. Mosul ha per l’Isis un particolare valore simbolico: Abu Bakr al-Baghdadi (nella foto), prima di diventare leader (nel 2010), era comandante militare di al Qaeda in Iraq, proprio in questa zona. Erano gli anni dell’occupazione americana, e le violenze nell’area avevano due obiettivi: i soldati statunitensi e i curdi, che si trovano poco a nord e sono considerati infedeli e traditori, perché non sono musulmani e perché, soprattutto quelli iracheni, sono alleati occidentali (hanno forti rapporti con gli Usa e anche con l’Italia). La zona di Mosul, secondo certe letture, è l’ultimo pezzo di terra islamica prima del Kurdistan, e per questo è stata teatro di lotte violente fin dal 2004: fu anche l’ultima ad essere liberata dalla presenza degli insorti sunniti post guerra d’Iraq.

Simbologie per immagini. Il valore simbolico che Mosul ha per l’Isis è spiegabile con due immagini. La prima: dopo la grossa avanzata del 2014, che finì proprio con la presa di Mosul, Baghdadi scelse proprio la moschea più importante della città per apparire in pubblico e proclamare la creazione del nuovo Califfato (in quell’occasione l’acronimo Isis cambiò ufficialmente in Islamic state, ma il primo è ancora molto usato). Fu quella l’unica apparizione pubblica dell’autoproclamato califfo. L’immagine di quell’uomo coperto da una tunica nera che pronuncia la khutba, il sermone, più importante di questi ultimi anni dal pulpito della Grande Moschea di Mosul, resterà nella storia come un 11 settembre senza demolizioni e aerei. Seconda immagine: Human Rights Watch sostiene che una delle più grandi esecuzioni di massa eseguite simbolicamente dal Califfato, ha avuto proprio come teatro la prigione Badoush di Mosul. Il 9 giugno del 2014 lo Stato islamico entrò nel carcere quasi senza resistenza (le guardie erano già fuggite) e divise i detenuti in due gruppi: da un lato i sunniti, che furono lasciati liberi (tra loro c’erano anche diversi membri del gruppo prodromo del Califfato, e dunque amici di chi li stava liberando), dall’altra sciiti e etnie minoritarie, che furono trasferiti in una zona desertica poco fuori la città e trucidati. Erano circa seicento persone (soltanto il massacro dei cadetti iracheni a Tikrit avrà poi dimensioni maggiori). Una strage simbolica, raccontata ma mai mostrata nei video dello Stato islamico, che serviva per spiegare che chi non era un fedele sunnita andava incontro alla morte. Si dice che ad aprire il cancello della prigione fosse presente il califfo Baghdadi in persona, e dunque la pulizia etnica è stato un suo ordine diretto: un passaggio immaginifico dal potentissimo peso evocativo, fondamentale nella creazione del proselitismo del Califfato.

L’OFFENSIVA SU MOSUL

La seconda città più grande dell’Iraq, doveva essere oggetto di un’offensiva che aveva lo scopo di riprenderla dalle mani del Califfo (si parlava proprio di liberarla, e non di isolarla come nel piano che riguarda Raqqa, l’altra capitale). L’azione sarebbe dovuta partire nella primavera di quest’anno, ma a tutti gli effetti, salvo isolati passi avanti fatti dai curdi, niente si è mosso: sarà una battaglia cruciale, quando arriverà, ma per il momento consegna al mondo un’altra immagine, quella dello stallo davanti all’Isis («Non è stato contenuto» ammetteva due giorni il segretaria alla Difesa americano Ashton Carter). L’area di Mosul è anche stata teatro delle prime operazioni mirate per decapitare la leadership dello Stato islamico: diversi leader furono colpiti e uccisi, a testimonianza che nell’area l’intelligence funziona, è pronta, ma ancora non parte l’attacco finale. Quello che invece sta succedendo a Ramadi, dove gli iracheni con l’aiuto aereo americano stanno cercando di riprende il controllo del capoluogo dell’Anbar, che è un obiettivo considerato più facile: negli ultimi giorni però sono morti oltre sessanta soldati iracheni, uccisi da una serie ripetuta di azioni suicide.

UN COMMENTO

Niente è facile contro lo Stato islamico: Alberto Negri, esperto di Medio Oriente del Sole 24 Ore ha commentato su Facebook la scelta di Renzi di comunicare l’invio dei militari italiani dalle poltrone di “Porta a Porta”, sostenendo che decisioni del genere vanno comunicate e discusse in Parlamento. Negri, chiede di valutare il rapporto rischi/benefici della missione, ed evoca la ferita ancora aperta dell’attentato di Nassiriya, dove 50 persone rimasero uccise per l’esplosione di una camion bomba in una base militare in cui si trovavano anche gli italiani (25 il bilancio finale dei morti tra i nostri connazionali). Proprio oggi, sei Peshmerga sono morti in una base distante circa 20 chilometri dalla diga di Mosul, dove un kamikaze dell’Isis s’è fatto esplodere; vicenda simile è avvenuta, sempre oggi, in un’altra base nella zona, contro il contingente turco.

Come e perché lo Stato islamico difende Mosul

(Pubblicato su Formiche)

Nella notte di mercoledì lo Stato islamico ha condotto il più importante attacco nel nord dell’Iraq degli ultimi cinque mesi, con un’offensiva lanciata contemporaneamente in tre punti distinti tra il nord e l’est di Mosul. Lo scopo, rilevano gli analisti, potrebbe essere quello di dimostrare che l’Isis è ancora una forza combattente presente, nonostante le battute d’arresto subite sul Sinjar, e di bloccare in anticipo i possibili piani della Coalizione americana per riprendere il controllo della città. Una sorta di ansietà del Califfato per la possibile invasione e allo stesso tempo, come scrive ilWashington Post, «una dimostrazione di resilienza». A magnetizzare l’attenzione dei baghdadisti, c’è stato anche l’invio da parte della Turchia di un proprio contingente (al di fuori degli accordi con l’Iraq), andato a rinforzare i soldati di Ankara che stanno fornendo addestramento militare ai curdi: la base Zilikan nella zona di Bashiqa, dove sono basate le truppe turche, è stata colpita da colpi di mortaio (o razzi Grad) lanciati dagli uomini del Califfato penetrati oltre le linee di sicurezza peshmerga.

GLI ATTACCHI DEGLI ULTIMI GIORNI

Il comandante dell’esercito americano per il nord dell’Iraq, il generale Mark Odom, ha detto al New York Times che era da luglio che non assisteva ad azioni così corpose e coordinate da parte dell’Isis nella zona. Attacchi che hanno colpito simultaneamente tre aree (Narwan, Bashiqa e Tal Aswad), coinvolgendo un centinaio di miliziani alla volta, coadiuvati dai soliti blindati esplosivi e dai pick-up armati di mitragliatrici, ai quali la coalizione ha risposto con intensi bombardamenti aerei, in cui, secondo i funzionari americani, sarebbero morti almeno 180 soldati del Califfato. Alcuni elementi delle forze speciali canadesi presenti nell’area sarebbero rimasti coinvolti direttamente in uno scontro a fuoco: «Si sono trovati sotto il fuoco effettivo e i nostri ragazzi erano abbastanza vicini e in grado di rispondere su quelle posizioni Isil (acronimo dell’Isis usato nel mondo anglosassone. ndr)», ha spiegato il generale Charles Lamarre in un rapido briefing stampa, scarno di altri dettagli (non è la prima volta che le Sof canadesi rimangono coinvolte in scontri a fuoco, anche se il governo – a detta di molti osservatori – ha sempre cercato di sminuire queste fasi “combat” per evitare polemiche politiche sull’impiego dei militari, che doveva avere, come per tutti gli altri militari della Coalizione, soltanto l’addestramento come regola d’ingaggio).

SIAMO AGLI ALBORI DELL’OFFENSIVA?

La seconda città d’Iraq, la “capitale” irachena dell’Isis, è in mano al Califfo dal giugno del 2014 e rappresenta terreno di scontro per il suo valore strategico e simbolico. Da qualche settimana ci sono manovre militari che cercano di tagliarne i collegamenti, ma l’offensiva vera e propria per sottrarla dal controllo dei baghdadisti non è mai partita e si è preferito scegliere zone più facili: prima Tikrit, poco a sud, ora Ramadi, ad ovest. Ci sono due ordini di problemi che l’offensiva può incontrare, secondo gli esperti. Primo, la presenza di oltre un milione e mezzo di abitanti civili, che, rispetto a situazioni come la quasi disabitata Tikrit, impone la massima accortezza e dunque limita l’efficacia degli attacchi (a terra o aerei). Secondo, l’impreparazione delle forze terrestri, irachene e curde, a battaglie come quella richiesta a Mosul: “Military Operations on Urban Terrain” (Mout) le chiamano in Occidente, cioè battaglie in stile guerriglia urbana, strada per strada, l’opposto degli scontri in campo aperto a cui sono stati addestrati i Peshmerga o l’Isf (Iraq Security Force).

RINFORZARE I CURDI

Il capo del Gabinetto presidenziale del Kurdistan iracheno, Fuad Hussein, ha recentemente annunciato l’incontro del suo governo con funzionari americani e turchi: tema, discutere su come contrastare lo Stato islamico. Molto probabile, secondo diversi media iracheni e curdi, che al centro della discussione finisca la strategia per riprendere Mosul al Califfato (la città si trova al confine della regione autonoma del Kurdistan). Il segretario alla Difesa americano Ashton Carter, che ha visitato il nord dell’Iraq e ha incontrato i leader curdi, ha proposto di aumentare gli aiuti militari e fornire quello che il sito specializzato Military Times ha definito «un equipaggiamento per due brigate» ai peshmerga, cosa che diversi analisti hanno colto come segnale indicatore di una preparazione tattica per l’offensiva (le armi dovrebbero arrivare dai “magazzini” americani in Kuwait).

L’IMPEGNO ITALIANO

Mosul e dintorni, sono la zona dove 450 militari italiani dovranno essere impiegati per preservare la sicurezza dei lavori di ristrutturazione della diga, appaltati ad una ditta italiana. Lo schieramento richiederà tempi logistici, è perciò prevedibile che il dispiegamento, tenendo anche conto dell’iter di discussione parlamentare, non arriverà prima della primavera prossima. A tutti gli effetti, tra qualche mese, l’Italia tornerà in Iraq e questo è motivo di dibattito politico.

Le minacce. A mettere benzina sul fuoco, le parole del capo della Kata’ib Hezbollah che ha avvisato che gli italiani a Mosul saranno considerati come una forza occupante. La brigata Hezbollah è una delle milizie sciite irachene comandate dall’Iran (come l’omonima libanese). Queste fanno parte delle forze militari che appoggiano il governo iracheno contro lo Stato islamico. Teoricamente, dunque, la Kataib sarebbe alleata occidentale e italiana, combattendo lo stesso nemico al fianco dello stesso alleato: ma in Medio Oriente, quello che avviene a Ramadi, dove le milizie sciite conducono l’offensiva, non è la stessa cosa che avviene qualche chilometro più a nord, a Mosul.

Forze speciali, quali sono (e cosa fanno)

(Pubblicato su Formiche)

Sono al centro di dibattiti politici, ne parlano leader mondiali, generali ed esperti analisti, nonostante si muovano in (quasi) completo silenzio nei teatri operativi. Le forze speciali dei vari reparti degli eserciti del mondo, sono diventate argomento di discussione pubblica ed uso comune, che collega gli aspetti militari a questione politiche e geopolitiche.

Perché? Si tratta di reparti che fino a qualche anno fa appartenevano ad una categoria misteriosa, venivano impiegati per operazioni dietro alle linee nemiche, per compiere sabotaggi, spesso attacchi ed assassini mirati, attività di raccolta informazioni, liberare ostaggi, mettere al sicuro aree difficili: le loro missioni erano sempre avvolte dal completo segreto militare. Adesso, date le caratteristiche operative, l’impiego di queste unità s’è fatto sempre più necessario per far fronte alle esigenze dei conflitti asimmetrici, come quello siriano o libico, o ucraino: campi di battaglia dove esistono pochi alleati fidati, dove non ci sono fronti di combattimento, e dove è necessario prevenire le mosse dei nemici quanto quelle dei presunti amici e dove i militari ricoprono anche compiti psicologici, mantenendo i contatti diretti con le popolazioni locali, fornendo assistenza e indirizzando l’opinione pubblica. Le Sof, acronimo inglese di Special operations forces, sono sempre più fondamentali: il governo italiano ha proposto un emendamento (in discussione al Senato) perampliare i compiti delle unità speciali delle Forze armate italiane e permettere agli operatori di ricoprire anche ruoli di intelligence in specifiche missioni, trasformando così, temporaneamente, i militari in un mix di 007 con compiti di raccogliere informazioni (in anticipo) nei teatri operativi.

L’ITALIA

La presenza delle forze speciali italiane nei vari teatri operativi dove i soldati di Roma sono ufficialmente impegnati (Afghanistan, Libano, Somalia) è un dato di fatto.

La Libia. Ultimamente sono circolate informazione in merito ad un impegno dei reparti d’élite italiani anche in Libia, per preparare il terreno ad un’eventuale offensiva contro lo Stato islamico (resa più probabile ed imminente dalla firma di giovedì in Marocco sull’accordo per la creazione di un esecutivo di unità nazionale tra le macro-entità in guerra, Tripoli e Tobruk: certo, come sostiene la BBC, ora bisognerà vedere se l’intesa regge anche sul campo, dove la realtà combattente è molecolarizzata in oltre 200 fazioni; aspetto affrontato anche dal generale Luciano Piacentini, ex capo delle forze speciali dei paracadutisti, su Formiche.net). Daniele Raineri del Foglio, in un reportage dalla Libia uscito il 3 dicembre, ha parlato per primo di forze speciali italiane schierate nell’area prossima al confine tunisino: tra Sabratha e Zuwara, due città note anche per essere i porti di partenze dei migranti, si trova il grande hub Eni di Mellitah, ragione che porta la presenza dei nostri soldati nell’area a livello di interesse nazionale (inoltre, nella zona, fanno base anche diverse altre aziende italiane che fanno affari in Libia). Il motivo è logico, i lavoratori italiani potrebbero essere obiettivi sensibili, e la loro sicurezza deve essere preservata dal governo (anche se in realtà è nota la presenza anche di contractor privati con compiti di close security). La zona occidentale della Libia, è inoltre una delle aree di interesse dello Stato islamico, che sfrutta la disposizione geografica per facilitare i traffici di combattenti dalla Tunisia: per questo le Sof italiane potrebbero trovarsi là anche con il compito di raccogliere informazioni di intelligence sul Califfato. L’articolo di Raineri è stato corroborato da fonti libiche, poi smentito dallo Stato maggiore della Difesa: ma l’informazione è stata poi rilanciata in un altro pezzo uscito un paio di giorni dopo dove il Foglio sosteneva di essere «a conoscenza dell’esistenza di almeno un rapporto specifico sulla situazione in Libia prodotto dal ministero della Difesa italiano, i cui autori sono militari inviati con l’incarico di raccogliere informazioni in quel paese arabo». Va ricordato che furono proprio gli elementi del Comsubin, il Comando incursori subacquei della Marina, a bonificare le piattaforme Eni e renderle di nuovo operative, dopo l’intervento militare internazionale che depose Gheddafi nel 2011. A febbraio di quest’anno gli incursori subacquei sono tornati in cronaca, perché il governo italiano aveva segnalato la partenza di un gruppo di Comsubin dalla base di Varignano (La Spezia) per una non specificata missione al largo della Libia: forse si trovano su qualche nave della Marina ed è probabile che siano un altro pezzo del piano preliminare italiano. Guido Ruotolo, sullaStampa, è tornato sull’argomento due giorni fa, scrivendo in un articolo che c’è un piano italiano che sfrutterà Carabinieri e forze speciali (il GIS, Gruppo intervento speciale dell’Arma è una delle Sof italiane) per facilitare la formazione delle unità di sicurezza libiche, dopo la firma dell’accordo. «Il generale di corpo d’armata Paolo Serra, consigliere militare del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha chiesto quaranta giorni di tempo per creare una cornice di sicurezza nella capitale della Libia, Tripoli» spiega la Stampa. Le forze armate locali, saranno poi guidate contro l’Isis. Anche il Chicago Tribune parla attraverso fonti del governo italiano, di un piano analogo a quello descritto dal giornale di Torino.

L’Iraq. Unità speciali dell’esercito italiano sono impiegate anche in Iraq. Il loro impiego nel contesto iracheno, in questo momento, è più chiaro, perché hanno il compito di fornire addestramento alle milizie Peshmerga; si trovano a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno e mettono la propria esperienza al servizio dei combattenti locali, e a Baghdad, dove addestrano le forze irachene. Tuttavia, a giugno, sempre il Foglio, aveva pubblicato un articolo in cui riportava informazioni ottenute da una fonte anonima della Farnesina, che annunciava la partenza di una trentina di operatori del 9° Reggimento d’assalto “Col Moschin” (i paracadutisti incursori, una delle migliori unità d’élite del mondo) inviati in Iraq, esattamente nella base che corpi analoghi dell’esercito americano stavano costruendo a Taqqadum, area strategica tra Falluja e Ramadi. La base, in pieno Anbar, la provincia sunnita irachena dove l’Isis è più forte, sarebbe servita da piattaforma di lancio per operazioni mirate e per attività di raccolta informazioni nell’ottica dell’offensiva finale su Ramadi (che è partita, a stento, qualche giorno fa). I soldati si sarebbero dovuti muovere sotto il comando della Task Force 44, compiendo missioni “outside the wire”, cioè fuori dalle basi: la Task Force 44 avrebbe dovuto emulare la 45, composta da circa 200 elementi dei reparti speciali non conteggiati tra gli effettivi del contingente italianoschierato in Afghanistan (l’unità agisce sotto il comando del Col Moschin).

GLI STATI UNITI

La presenza delle forze speciali americane nei vari teatri sensibili è da sempre una costante al limite del mitologico: film, serie Tv, libri, videogames, dedicati. Washington, più nell’attuale ne ha inviato diverse unità in Iraq per fronteggiare l’avanzata del Califfato, ufficialmente con compiti di addestramento e consulenza delle forze di sicurezza locali (peshmerga e irachene) Il 31 ottobre il presidente Barack Obama ha annunciato l’invio di due team anche in Siria. Una dichiarazione pubblica che ha scoperto un piano pseudo-segreto, in cui le Sof americane avrebbero il compito di fare da advisor sul campo per le unità combattenti dei curdi siriani (YPG) e di alcune fazioni arabe che stanno avvicinandosi a Raqqa, la capitale siriana del Califfato (Foreign Policy dice che sono arrivate nel nord-est siriano in questi giorni). Circa un mese dopo, la Casa Bianca ha annunciato di inviare in Siria altri corpi scelti, tanto che sono iniziate a circolare insistentemente news sulla possibilità delle creazione di una base logistica per questi operatori a Rimelan (Rmlah), nel nord est della Siria. Da notare che la questione può apparire di piano secondario, ma invece dietro nasconde informazioni sull’enorme nodo geopolitico sulla Siria: cosa fare di Bashar al Assad? È abbastanza difficile che il regime siriano, e i suoi sponsor principali (Russia e Iran), permettano la creazione di una base militare americana, anche se improvvisata e temporanea, all’interno di un territorio di effettiva sovranità di Damasco senza che Assad sia d’accordo: ragion per cui c’è da credere che per la Casa Bianca la rimozione del rais non sembra più prioritaria, come ha scritto il New York Times spiegando il nuovo round di negoziati sulla crisi siriana di venerdì a New York.

La vicenda. Giovedì è girata un’altra notizia che riguarda le forze speciali americane, ma in Libia. Un commando (sembravano potessero essere anche contractors, ma una fonte della Difesa ha confermato che erano militari alla NBC) è atterrato il 14 dicembre in una base libica utilizzata dalla forze aree del governo di Tobruk prossima al confine tunisino (l’area è quella in cui opererebbero anche le Sof italiane), ma a causa del mancato coordinamento con le autorità locali, sarebbe stato rispedito subito indietro (pare da una delle milizie locali). In un approfondito pezzo uscito il 28 novembre sul New York Times in cui si parlava della diffusione del Califfato in Libia, i giornalisti americani parlavano di forze speciali americane presenti già sul suolo libico. La fonte che ha chiarito alcuni dettagli della vicenda del 14 dicembre allaNBC, ha indirettamente corroborato quanto scritto dal NYTimes, spiegando anche che queste unità stanno facendo «dentro e fuori» la Libia da diverso tempo, mantengono contatti, addestrano alcuni reparti dell’esercito regolare, cercano informazioni: l’intell in Libia potrebbe funzionare anche grazie al loro lavoro, visto che a metà novembre Washington ha comunicato di aver ucciso in un raid aereo (guidato dalle attività a terra) il capo dello Stato islamico in Libia Abu Nabil al Anbari, mandato direttamente dal Califfo per costruire la struttura libica dell’IS. A metà agosto, è stato anche segnalato lo sbarco di uomini del 524th Special Operations Squadron al confine tra Tunisia e Algeria, in aree sensibili alle rotte jihadiste: un analista specializzato in Iraq ha sostenuto su Twitter che quegli uomini sarebbero stati trasportati dallo stesso aereo che ha spostato il commando “beccato” il 14 dicembre. È noto da tempo che commandos americani girano in anonimato in diverse zone del Nord Africa, considerate molto importanti per la presenza dei diverse fazioni jihadiste combattenti (ampliare basi hotspot di Sof in vari territori, è uno dei nuovi piani counter-terrorism del Pentagono). Un esempio: quando gli attentatori del gruppo filo-qaedista al Mourabitoun attaccarono un hotel nella capitale del Mali, sul posto, a dirigere le operazioni per liberare gli ostaggi, erano presenti anche operatori delle forze speciali americane (a testimonianza che si dovevano trovare nei paraggi).

FRANCIA A REGNO UNITO

Il 17 dicembre il Times ha pubblicato un articolo in cui citava fonti del governo di Londra che dichiaravano la disponibilità inglese a fornire 1000 uomini dello Special Air Service (i Sas) da inviare in Libia al fianco di un contingente guidato dall’Italia. Le forze speciali si rivelano ancora una volta una cartina tornasole di attività più ampie di politica estera: il giornale inglese, infatti, sosteneva che l’invio dei militari si rendeva necessario visto che ormai i tempi erano maturi per l’intervento in Libia contro il Califfato. Il Times ha scritto che era pronto a partire un contingente di circa 6000 uomini: l’Italia ha più volte espresso la volontà di intestarsi le attività, anche militari, sulla Libia, visti i legami storico-culturali ed economici che legano i due Paesi. Nel pezzo in cui il NYTimes annunciava la presenza di Sof americane in Libia, si parlava anche di «commandos» inglesi nell’area: sia USA che UK hanno da difendere grossi impianti che gestiscono le estrazioni petrolifere nei campi poco a sud-est di Sirte, la roccaforte libica del Califfato.

La Francia anche è molto attiva nel Nord Africa: diverse unità scelte compongono il contingente dell’operazione “Barkane”, missione militare in chiave anti-terrorismo che interessa il Sahel e il Maghreb.

LA RUSSIA

Per la prima volta da due anni a questa parte, il presidente russo Vladimir Putin ha ammesso durante la conferenza stampa di fine anno tenutasi giovedì, che alcuni uomini inviati sul territorio ucraino avevano compiti «anche militari». È un giro di parole criptico, più o meno “politichese”, per ammettere non esplicitamente, l’impiego di corpi speciali durante il conflitto ucraino (questione nota a tutto il resto del mondo ma mai ufficializzata dal Cremlino). Uomini della Spetsnaz, l’unità scelta controllata dal servizio segreto militare russo (GRU), in realtà sono stati più volte segnalati sia tra i manifestanti di piazza Maidan, in missioni di disturbo, sia in Crimea e nel Donbass. Si pensa che i cosiddetti “omini verdi”, i militari senza insegne che hanno preso la penisola ucraina e poi le aree orientali, siano proprio membri delle forze speciali russe. Anche in Siria Mosca ha schierato (da molto tempo) uomini dell’élite militare, con ruoli a cavallo tra le spie, i sabotatori, e gli incursori. Ad inizio ottobre è stata segnalata sul suolo siriano la presenza della Zaslon, unità clandestina russa che opera fuori del contesto militare sotto diretto controllo del ministero degli Esteri e della presidenza.

L’IRAN

Se c’è un esempio del peso politico che i corpi speciali possono assumere, va ricercato a Teheran. L’unità scelta dei Pasdaran (i Guardiani della rivoluzione, cioè l’esercito comandato dal potere teocratico della Repubblica islamica), si chiama Quds Force; dove “Quds” sta per “Gerusalemme” e esterna un compito ultimo, distruggere Israele, nemico esistenziale iraniano. Il capo delle Quds è Qassem Soleimani, generale iraniano a cavallo del mito in patria, considerato molto più di un comandante. Soleimani è l’ideatore dell’intera strategia iraniana all’estero, che comprende la creazione, il finanziamento, l’addestramento, di milizie sciite in vari paesi come Siria, Iraq, Libano, Yemen, Afghanistan, al fine di mantenerne la presa sul potere; attività analoghe coinvolgono anche l’India e il Venezuela. Inoltre i suoi uomini sono artefici di operazioni clandestine, sabotaggi, omicidi mirati. Due giorni fa è stata diffusa la notizia che il generale Soleimani, spesso indicato come “l’eminenza grigia del Medio Oriente”, è volato a Mosca per incontrare Putin in persona. Il viaggio, in palese violazione di una sanzione Onu sullo spostamento del generale iraniano, è stato commentato dal presidente russo che ha definito Soleimani «il mio grande amico». Nelle ultime settimane si è assistito ad un decremento dell’impegno iraniano in Siria (sfiduciato sulle sorti del Paese, dalle ingenti perdite e dalla morte di numerosi ufficiali, tra cui il numero due di Soleimani, Hossein Hamadi), e forse Putin ha voluto un incontro diretto con il capo della strategia militare di Teheran, per rinvigorire l’alleato. Soleimani si occupa anche della gestione di un’altro braccio speciale iraniano: l’ala armata del partito libanese Hezbollah (a proposito: il Times of Israel scrive che circa un terzo dei combattenti Hez sono rimasti uccisi o feriti per difendere Assad). I libanesi si muovono secondo gli ordini del generalissimo, anche se non sono forze effettive dell’Iran: un chiaro esempio di come i corpi speciali possano indirizzare questioni geopolitiche di ordine superiore.

domenica 13 dicembre 2015

Chi è Robert Musa Cerantonio, il predicatore Isis di origini italiane

(Pubblicato su Formiche)

Non sarà Turky al Binali, il predicatore più in voga a Raqqa in questo momento, autore dell’autobiografia ufficiale del Califfo Abu Bakr al Baghdadi e del suo portavoce Abu Mohammed al Adnani, ma anche l’Australia, e per traslato l’Italia (viste le sue origini), ha un proprio chierico “di punta” legato allo Stato islamico: il suo nome è Robert “Musa” Cerantonio. L’antiterrorsimo italiano lo segue da tempo, e lo indica come una vera star mediatica della web-jihad, cioè l’indottrinamento a posizioni islamiche radicali che passa attraverso social network, forum, siti internet (su cui i Carabinieri hanno da tempo aperto un filone investigativo denominato “JWeb”).

L’ARRESTO

L’11 luglio del 2014, Musa è stato svegliato dall’irruzione nella sua casa di uno Swat Team della polizia filippina: lo hanno arrestato a Lapu Lapu insieme alla moglie e poi rimpatriato, ufficialmente si trovava là per fare una visita al fratello malato (ma le autorità dicono che non avesse nessuna intenzione di tornare a Melbourne, dove era sotto osservazione). In quei giorni il governo australiano stava portando avanti la più imponente operazione counter terrorism della propria storia: 800 uomini impegnati per sgominare un’organizzazione di 15 persone che aveva come obiettivo catturare un cittadino australiano “a caso” e poi decapitarlo in una piazza pubblica di Sidney; un gesto d’effetto, dall’alto valore propagandistico. Tra gli arrestati c’era anche Mohammed al Baryalei, descritto dalla polizia come il leader dell’organizzazione in Australia, mentre le autorità pensano che a far da guida spirituale dietro alla diffusione delle istanze dello Stato islamico in Australia fosse proprio Cerantonio. Sono andati a prenderlo fino a Manila per riportarlo a Melbourne, anche se Musa, sempre molto attivo sui social network, aveva scritto su Twitter di trovarsi in Siria per combattere il jihad un mese prima del blitz che lo ha catturato. Le autorità australiane ritengono sia stata una mossa per alleggerire le pressioni che si sentiva addosso, ma non ha funzionato, oltre che a un messaggio propagandistico: a cascare nel tranello solo alcuni media italiani, che lo descrivevano come “il jihadista calabrese che combatte in Iraq”.

LO STUDIO CHE LO HA INCASTRATO

Musa era al sicuro nelle Filippine, a far ciò che gli viene meglio: predicare via internet. Per questo è da un po’ inserito nella lista dei predicatori attivi anche in Europa condivisa da Interpol e Viminale. In uno studio che l’International centre for the study of radicalization (centro studio in partnership tra il King’s College di Londra, un’università israeliana, una giordana e la Georgetown americana) lo scorso aprile ha dedicato a chi muove i foreign fighter siriani, Cerantonio appare tra le due più prominenti figure d’ispirazione, insieme ad un altro predicatore americano. Solo che, spiega Icsr, Cerantonio è più diretto, usa tecniche meno sottili e sfumate, è una sorta di “cheerleader dell’Isis”. Lo studio rivela che molti dei foreign fighter seguono con più attenzione le parole di certi elementi come Musa, piuttosto che le dottrine ufficiali: è una questione di attenzione e di empatia, il rigore dottrinale è superato dalle visioni smart e più leggere. In questo Cerantonio avrebbe costruito la sua fama. Oltre il 60 per cento dei foreign fighters analizzati dall’istituto inglese, avrebbe condiviso o messo “mi piace” ai post su Facebook di Musa, mentre il 75 per cento lo seguiva su Twitter.

LE ORIGINI, LA CONVERSIONE

Musa Cerantonio ha 30 anni ed è di origini calabresi, il padre è cosentino, mentre la madre irlandese (ai geni materni si potrebbe legare la rossiccia barba salafita che copre il suo volto e gli occhi verdi). Radici cattoliche acquisite dalla famiglia a dalla scuola; in alcuni dei suoi discorsi ha raccontato la propria adolescenza come quella di un qualunque ragazzo australiano, sessualmente attivo, qualche spinello con gli amici. Scontento degli insegnamenti scolastici, che definisce in un suo scritto “socialisti e comunisti”, ha iniziato a leggere la Bibbia e a seguirne gli insegnamenti, fino a quando non ha capito che il cristianesimo nascondeva – dice – “adorazioni ed idolatria” ed ha iniziato a cercare altre religioni. L’illuminazione e la conversione all’Islam sono arrivati a 17 anni, grazie a un libro regalatogli da un amico ed alla predicazione del chierico musulmano britannico Abdur Raheem Green.

LINK ITALIANI

Il collegamento con l’Italia non viene solo dalle origini del padre: ha predicato a Brescia e Bergamo, è stato ospitato in centri islamici delle due città lombarde. Presenza ingombrante per i direttori dei centri, che hanno dovuto cercare di mettere freno alle polemiche aperte qualche mese fa, quando sono emerse le ospitate, adducendo motivi organizzativi e annunciando indagini interne sui promotori degli incontri. Il suo ruolo come “maestro” religioso è parecchio in discussione tra i chierici islamici: Musa non ha mai acquisito studi ufficiali in merito, ma è un autodidatta. Rappresenta un pericolo: un ragazzo che non ha frequentato le madrasse saudite o yemenite, o le università egiziane, che provvede autonomamente alla propria formazione e poi grazie alla forza diffusiva dei mezzi di comunicazione moderna diventa un riferimento dottrinale, con tutto il rischio della deriva “radicalizzazione”.

UN STAR DEI MEDIA

Cerantonio è una star mediatica: quando viveva al Cairo, nel 2011, conduceva show televisivi in lingua inglese dal titolo “Ask the Sheikh” e “Our Legacy” in cui rispondeva a domande di telespettatori sull’Islam. A venticinque anni era già diventato un non-ufficiale predicatore islamico: i suoi video su Youtube raccoglievano migliaia di visualizzazioni. I giornalisti di Al Jazeera lo avevano chiamato come opinionista fisso dalla sede del Cairo. Il successo è forse legato anche la fatto di essere un convertito bianco, l’appeal di chi ha scelto l’Islam venendo da una cultura diversa. Da lì è passato a consigliare su Facebook i sermoni di Abadallah Azzam, il mentore di Osama Bin Laden, il percorso ha seguito un continuo inasprimento delle visioni di Musa verso la radicalizzazione. A gennaio del 2015, l’autore satirico radiofonico John Safran lo ha intervistato sul Sidney Mourning Herald: Musa s’è definito “un semplice ex addetto ai software di protezione internet che adesso insegna l’Islam” e incolpa il report dell’Icsr di aver dato il la a tutti i suoi problemi.

A dispetto di ciò, però, le sue tracce digitali sono aperte e piene di messaggi sulla necessità di istituire un califfato islamico per permettere all’Islam di dominare, o sulla giustezza di compiere attentati e sull’utilità di diffondere la religione con la spada, invettive contro gli Stati Uniti, predicazioni radicali sulle donne e sulle abitudini di vita. In un post su Facebook, ha pubblicato anche il gesto più eclatante e fisico da lui compiuto (Musa non è un combattente, al di là della dimensione che ha provato a darsi annunciando la partenza per la jihad in Siria): una foto in piazza San Pietro a Roma, scattata un paio d’anni fa, in cui mostrava in mezzo ai turisti una bandiera nera con su scritto untawhid sunnita radicale. Nel commento spiegava che quello era un modo per affermare come il monoteismo islamico (il tawhid) “non avrebbe accettato compromessi con le croci”: “Noi non crediamo nella tolleranza religiosa”, l’Islam “dominerà” Roma.

A PIEDE LIBERO

Le autorità filippine lo hanno tenuto sotto osservazione per cinque mesi prima dell’arresto sull’isola di Cebu. Ufficialmente è stato preso dal Bureau of Immigration e poi riportato a Melbourne perché il suo visto era scaduto dato che il passaporto era stato annullato dal governo australiano (dietro all’arresto, però, sembra esserci stato anche il timore che Cerantonio potesse sostenere la causa del Moro National Liberation Front, Mnlf, gruppo islamista che combatte il governo filippino da decenni). Cinque anni fa subì già un avviso ufficioso. Due funzionari dell’Aiso (Australian Security Intelligence Organisation) bussarono alla sua porta perché da lì a pochi giorni Musa sarebbe partito per il Medio Oriente in un viaggio che aveva un obiettivo: raccogliere i fondi per creare un centro islamico a Melbourne, viaggio inevitabilmente finito nel setaccio dell’intelligence australiana. Le sue uscite sull’Islam a tutti gli effetti non costituiscono reato effettivo per la giurisprudenza australiana: a dicembre dello scorso anno è stato silenziato da Facebook, dopo che in un post aveva incitato ad assassinare leader americani. Ma tuttora è a piede libero, sebbene non possa lasciare l’Australia. In un’analisi uscita sull’Atlantic a marzo, Graeme Wood spiegava che è deludente, ma istruttivo, che uno dei predicatori più rappresentativi del sedicente califfato sia un australiano di origini cattolicissime (italiane e irlandesi), che “ha in faccia i tipo di peli spettinati che si vede in alcuni fan troppo cresciuto del Signore degli Anelli che sente famigliare l’ossessione per l’Apocalisse”. Wood, dopo aver incontrato Cerantonio, aggiungeva che “lui sembrava di vivere un eterno dramma simile a quello di un fantasy medioevale” in cui l’unica differenza è che si sta consumando sangue reale.


Un nuovo video dell’Isis minaccia direttamente Roma (ancora)

(Pubblicato su Formiche)

Venerdì la provincia di Niniwa (Ninive) dello Stato islamico ha diffuso un nuovo video in cui c’è un passaggio di trenta secondi che riguarda Roma. Il video è creato con molti effetti cinematografici ed è uno di prodotti mediatici che il Califfato pubblica dietro ad un montaggio ed un editing professionale. La provincia di Niniwa dell’IS è quella irachena che contiene Mosul, la secondo capitale del Califfato insieme a Raqqa (che è in Siria). Per queste due ragioni ─ costruzione professionale e luogo di origine ─ il filmato è considerato dagli esperti abbastanza importante, in più va aggiunto che a minacciare (anche) Roma è il portavoce dello Stato islamico in persona, Abu Mohammed al Adnani (è sua la voce che accompagna i footage).

Secondo alcune informazioni che erano circolate dopo l’attacco del 13 novembre a Parigi, al Adnani è il responsabile ultimo di tutte le operazioni all’estero del gruppo, e cioè degli attentati al di fuori del territorio califfale (che non comprende soltanto Iraq e Siria, ma anche le province in varie parti del mondo, le quali sono a tutti gli effetti parti del Califfato, essendo questo per concezione un’entità sovra-territoriale e senza confini). “Colpiremo Roma”, che sarà invasa dall’esercito di Dabiq (rimando alla città vicino ad Aleppo, teatro della battaglia apocalittica con gli infedeli), è il senso delle immagini che riguardano l’Italia.

Di solito, quando l’organizzazione si “fissa” particolarmente con rimandi e predicazioni su un messaggio è il segnale, nemmeno troppo subliminale, che qualcosa sta progettando. Attenzione: questo non significa che domani la capitale italiana sarà oggetto di un assalto “stile-Parigi”, ma non è da escludere che anche l’Italia rientri tra i prossimi obiettivi.

L’Italia protagonista in un momento delicato. Tra l’altro, le minacce di colpire il territorio italiano non sono nuove dalle parti del Califfo, e, speculazione, potrebbero in questo momento essere enfatizzate da due situazioni.

Primo, il governo italiano ha intenzione di giocare un ruolo centrale sulla crisi libica, ivi compreso condurre eventuali operazioni contro le forze dello Stato islamico che stanno ampliando la propria diffusione tra Sirte, Derna e le città al confine tunisino (quest’ultime sono anche aree di interesse nazionale, perché rappresentano l’hub di molte aziende italiane che fanno affari in Libia). Proprio oggi il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni incontrerà a Roma l’omologo americano John Kerry in un vertice sulla crisi libica a cui prenderà parte una delegazione di 15 rappresentanti dei 2 parlamenti in guerra, Tobruk e Tripoli. Il tavolo romano è molto importante, indica una forte volontà italiana e rappresenta la prima volta che i ministri degli Esteri del P5+5 (ovvero i 5 del consiglio di sicurezza Onu più Italia, Germania, Spagna Onu e Ue) incontrano i rappresentanti libici, giocando per altro d’anticipo sul prossimo appuntamento negoziale fissato per il 16 dicembre dal delegato delle Nazioni Unite Martin Kobler.

Secondo, è iniziato il Giubileo, e nonostante le misure di sicurezza messe in piedi dall’Italia, il grosso movimento di fedeli che Roma magnetizza rappresenta comunque un obiettivo facile ed appetitoso dal punto di vista simbolico.

Riferimenti al passato. Daniele Raineri, giornalista del Foglio tra i più esperti di Stato islamico in tutta Europa, fa notare su Twitter che fondamentalmente il nuovo video è una collage di sessioni di training dei soldati, del Califfato, esercitazioni in stile militare, con acclusi quei passaggi sulla capitale italiana (San Pietro, il Vittoriano, il Colosseo). Nel filmato ci sono anche molti riferimenti al passato del gruppo: la provincia di Ninive è quella che viene dopo l’Anbar nel contribuire alla costruzione della struttura prodromo del Califfato attuale, e cioè la filiale irachena di al Qaeda che Abu Musab al Zarkawi guidava, già anni fa, fuori dalle direttive della linea qaedista, con l’obiettivo di costruire uno stato islamico partendo dal suolo iracheno; Zarkawi definiva il suo gruppo ISI, che sta per Stato islamico in Iraq: lo shift siriano ha semplicemente aggiunto la “L” di “Levant” (o la “S” di Siria, a secondo degli acronimi utilizzati) ad un progetto già esistente. Tra le immagini di questi riferimenti, si vede un momento di preghiera a Camp Bucca, campo di detenzione costruito dagli americani durante l’occupazione nel sud iracheno in cui è stato rinchiuso anche l’attuale Califfo Abu Bakr al Baghdadi e che è considerato uno dei luoghi in cui le idee di Zarkawi si sono ricostruite e consolidate, dopo che gli USA avevano quasi cancellato al Qaeda dall’Iraq, dando poi il via all’attuale Isis.

sabato 12 dicembre 2015

Ecco come salvare la Libia. Parla Piacentini

(Pubblicato su Formiche)

«Per comprendere l'importanza della situazione in Libia, c'è da capire il valore della posta in gioco: un Paese circa sei volte l'Italia che rappresenta una riserva di petrolio a livello mondiale la quale ha attirato nel corso della storia gli interessi globali che ora sono diventati pericolosi appetiti anche per lo Stato islamico», è questa la premessa con cui il generale Luciano Piacentini, già comandante delle forze speciali del “Col Moschin” e per molti anni in servizio negli organismi di informazione e sicurezza in diverse aree del mondo, oggi consigliere scientifico della Fondazione Icsa, in una conversazione con Formiche.net commenta la crisi libica.

IL RUOLO DELL'ITALIA

Il 13 dicembre a Roma c’è un incontro a livello ministeriale tra 15 paesi per trovare una soluzione politica sulla Libia, promosso dall'Italia e dagli Stati Uniti, che ultimamente hanno aumentato il proprio interesse nei confronti della questione libica. L'Italia ha ancora un ruolo forte? «Una delle principali questioni per cui il dialogo proposto dalle Nazioni Unite non funziona, è che l'incarico di condurre la mediazione non è stato affidato ad un italiano (i delegati Bernardino Leon e il suo successore Martin Kobler, sono rispettivamente uno spagnolo e un tedesco, ndr)» Perché siamo così importanti per la la Libia? «Perché noi abbiamo il background storico culturale per affrontare la questione, nonché teniamo in piedi una fitta e diffusa rete storica di contatti che potrebbe essere d'aiuto vitale: in più, abbiamo decine di aziende, in primis l'Eni ma non soltanto, che producono un indotto di circa un miliardo di euro all'anno, e rappresentano un interesse nazionale». «Tra l'altro, noi - aggiunge il generale - siamo anche quelli che più di tutti ci siamo dati da fare per la governance mediterranea, e siamo coloro che lavorano più intensamente per permetterne la stabilità. Un elemento sostanziale e simbolico: il processo di integrazione europea dei migranti, inizia esattamente nel momento in cui le navi della nostra Marina li salvavano dai barconi in mare».

Un threat anche italiano. Il rafforzamento libico del Califfato, di cui parleremo meglio più avanti, appare come un ulteriore grosso problema anche per l'Italia che fa da corollario alla crisi libica. «Si tratta di due ordini di problemi: il primo, la sicurezza interna, perché soltanto poche centinaia di mare sono il confine che divide il nostro Paese dallo Stato islamico in Libia, e non è da escludere che Sirte possa diventare il cuore logistico-strategico da cui si organizzeranno le operazioni all'estero dell'Isis, cioè gli attentati. La seconda questione è un aspetto di intelligence economica, perché la presenza dello Stato islamico può provocare destabilizzazione ulteriore che andrebbe a ledere gli interessi di diverse aziende italiane». Come si sta muovendo il nostro governo? «L'esecutivo del presidente Matteo Renzi ritengo vada nella direzione giusta, ha scelto di non aumentare il proprio coinvolgimento in Iraq e Siria, anche per l'assenza di una strategia chiara, ma soprattutto perché sa, come sta ripetendo, che l'Italia dovrebbe assumere un ruolo di leadership in Libia».

UNA MEDIAZIONE NECESSARIA

La situazione in Libia si presenta come un sistema frammentato, con lo Stato islamico che aumenta l'entropia: questo rende impossibile la soluzione della crisi dal punto di vista militare. «Mettere gli stivali in Libia, farebbe da magnete portandosi contro tutte le varie fazioni. Le parti in guerra non hanno forza necessaria nemmeno attraverso l'aiuto di sponsor esterni». La mediazione, dunque, appare l'unica soluzione, magari coinvolgendo anche quegli stessi sponsor (vedi Egitto, Emirati Arabi, Turchia, Qatar): domenica scorsa era girata la notizia di un possibile accordo tra le parti scaturito al di fuori dell'egida della Nazioni Unite; una sorta di “accordo ribelle”, che però a distanza di tre giorni sembra già vacillare. «È logico che l'Onu debba avere un ruolo forte nei negoziati, una posizione terza, che riesca a riequilibrare la situazione, ma deve farlo con convinzione. La storia del precedente negoziatore incaricato Leon, è stata una pessima pubblicità (Leon è stato accusato di tessere affari personali con gli Emirati Arabi Uniti, sponsor del governo di Tobruk. Ndr) e la partenza del suo successore, Martin Kobler, non ha avuto grande sprint». Che cosa manca a questi negoziati? «Fare accordare soltanto Tobruk, Tripoli e poche altre fazioni, in realtà non basta, perché ci sono molti altri attori che hanno interesse e peso al tavolo negoziale. Si dovrebbe favorire il dialogo tra tutte le fazioni più rappresentative e permettere anche alle realtà tribali più piccole di riunirsi in un'assemblea generale per poter giocare un ruolo in questo passaggio. In ciò la Loya Girga (Assemblea Generale) afghana è un esempio di come le riunioni negoziali tra clan tribali territoriali possano funzionare per raggiungere più facilmente un'unità d'intenti. Inoltre sarebbe bene anche coinvolgere rappresentati della Senussiya: i Sufi libici, prima del golpe di Gheddafi avevano governato la Libia facendo da stabilizzatori comuni di tutte le varie realtà regionali; ora sono in esilio forzato a Londra, ma potrebbero avere un ruolo addirittura di leadership in questa fase di riunificazione nazionale, perché sono a tutti gli effetti un elemento di aggregazione, un collante tra le varie anime costruito con una presenza storica».

Il ruolo dell'intelligence. La mediazione, favorita dai sufi, dovrebbe essere affiancata da una intensa attività di intelligence humint (la branca umana dell'intelligence, che si occupa dei contatti diretti tra persone), volta ad acquisire il consenso della popolazione con l'obiettivo di evitare aiuto logistico, informativo e occultamento, alle varie formazioni combattenti. In questo si dovrebbe creare una collaborazione di intelligence tra vari Paesi nell'ottica di un'auspicabile alleanza, con scambio di informazioni non solo tra servizi occidentali ma anche in sinergia con quelli dei paesi arabi.

LO STATO ISLAMICO: IL TERZO INCOMODO

Ora in Libia la situazione s'è complicata a causa della presenza di un terzo incomodo, lo Stato islamico, che sfrutta puntualmente il caos prodotto dalle guerre civili per poter attecchire e creare degli hotspot (una situazione analoga, si sta vedendo in Yemen, e prima ancora in Siria). «La presenza dell'Isis in Libia complica lo scenario. Secondo il report Onu, si tratta di poche migliaia di combattenti, ma ciò che preoccupa sono tre aspetti: il primo sono le ripetute segnalazioni di spostamenti verso la Libia di leader dalla Siria e dall'Iraq, dove il peso degli interventi delle coalizioni internazionali si sta facendo forte, e dunque il possibile spostamento in Libia dei vertici organizzativi, che sarebbero qui protetti dalla confusione generata dal conflitto; il secondo, è il rischio che i baghdadisti mettano le mani e sul petrolio e sul traffico di migranti, i quali potrebbero fare da carburante economico ma anche da grancassa di potere e dunque creare altri proseliti; terzo la possibilità che arrivino molti combattenti dalle aree limitrofe, per unirsi alla provincia libica del Califfato». Dagli ultimi studi prodotti da autorevoli centri di analisi americani, risulta in effetti che il grosso dei foreing fighters in territorio siro-iracheno arrivi dalla Tunisia: paese confinante con la Libia, appunto. «Non solo, perché è da tenere d'occhio anche il flusso da sud attraverso il Fezzan, regione in cui i traffici di ogni genere sono all'ordine del giorno e che potrebbe favorire il passaggio di combattenti stranieri in Libia dal Ciad, dal Niger, dal Mali e dalla Nigeria, dove Boko Haram è già una provincia dell'Isis».

I punti di vulnerabilità. Ci sono elementi di debolezza in questa strategia espansionistica libica di Abu Bakr al Baghdadi, oppure attecchirà con la stessa facilità di Siria e Iraq? «Difficile dirlo adesso, ma ci sono degli elementi di vulnerabilità nel progetto libico del Califfo Baghdadi: innanzitutto la polarizzazione dell'odio attraverso la propaganda settaria sunniti contro sciiti, che ha caratterizzato le espansioni siro-irachene, non è possibile in Libia, perché è un paese quasi esclusivamente sunnita. Poi c'è un'ulteriore aspetto culturale libico che potrebbe far da freno per l'Isis: le varie tribù sono fortemente nazionaliste, molto legate al controllo di territorio e soprattutto agli interessi che ne conseguono, per questo non sarà facile che le istanze del Califfato si diffondano tra la popolazione (il consenso tra la cittadinanza è invece stato determinante sia in Iraq che in Siria, ndr).

IL BACKGROUND

Possiamo dire che quegli interessi geostrategici e geopolitici di cui parlavamo in apertura, e che ora sono tra gli appetiti dello Stato islamico, sono la forza che ha spinto l'intervento militare del 2011 contro Muammar Gheddafi? «Certamente quell'operazione ha avuto un peso geopolitico, con americani e inglesi che hanno seguito i francesi (i primi ad intervenire, ndr) anche per evitare che l'influenza già detenuta da Parigi in varie aree del nord Africa e del Sahel potesse allargarsi alla Libia». Anche l'Italia partecipò a quel genere missione attualmente irripetibile. «Noi siamo intervenuti come conseguenza, sia per ragioni di alleanza, sia perché Tripoli è legata con un doppio cordone, storico, a Roma: d'altronde, si poteva anche allora cercare una via negoziale, ma l'allora presidente francese Nicolas Sarkozy avvisò il governo italiano dell'azione militare mentre gli aerei erano già in volo».

Le divisioni prima e dopo la caduta del rais. A distanza di quattro anni, comunque, la situazione non sembra essere migliorata. «La caduta del rais Gheddafi, come in altri casi analoghi, ha fatto emergere i dissidi latenti tra le regioni libiche, la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan, divise in una galassia di tribù locali. La funzione del regime era la stabilizzazione di questo precario equilibrio, caduto il sistema sono cadute le istituzioni che potevano arginare le lotte interne e questi clan hanno iniziato a combattersi apertamente: un sistema molecolare di fazioni (circa 200. ndr) che hanno come principale interesse accaparrarsi l'aliquota più alta possibile dei proventi del petrolio e controllare il territorio». Tra queste formazioni, oltre all'Isis ce ne sono anche alcune di carattere islamista. «Non va dimenticato che Gheddafi nel suo ultimo periodo aveva stretto la cinghia nei confronti di entità come la Fratellanza musulmana, che dopo la caduta del rais si sono comportate come una molla compressa. Ma adesso nessuna delle parti in guerra, nonostante si siano raccolte in quei due grossi conglomerati che conosciamo (gli pseudo esecutivi di Tripoli e Tobruk), ha la forza per vincere l'altra, e per questo tutto stalla».


giovedì 10 dicembre 2015

Al Baghdadi in Libia: notizia, bufala o propaganda?

(Pubblicato su Formiche)

La notizia suona più o meno così: il leader dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, si sta spostando in Libia, attraverso la Turchia, per evitare di finire nella morsa dell’intelligence di Baghdad; il tutto in un’operazione che vede la regia della Cia (che lo avrebbe portato in Turchia per curarlo dalle ferite subite a Raqqa). Sarebbe lo scoop dell’anno, se non fosse che a pubblicarlo è Fars News Agency, l’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana impelagata col potere teocratico della Repubblica islamica e famosa per portare le teorie cospirazioniste «to the next level» come ha scritto ilWashington Post. E infatti, nel pezzo, i baghdadisti vengono definiti “takfiri” e non mancano i riferimenti al “Grande Satana”, l’America nemica dell’Iran, nonostante i riavvicinamenti post deal nucleare.

Attenzione, perché non basta. A fornire la notizia per prima è Al Manar, la tv libanese faro della propaganda di Hezbollah. Ma c’è di più, perché la grancassa internazionale è offerta da Sputnik News, che dietro alla facciata di agenzia di stampa nasconde un ufficio di propaganda del Cremlino. E infatti, ad essere incolpata insieme all’intelligence americana di procedere con lo spostamento di Baghdadi, è la Turchia, attualmente in cima alla lista dei nemici di Mosca, dopo l’abbattimento del Sukhoi russo da parte di un caccia di Ankara.

Il problema

Perché parlarne dell’argomento se dietro c’è un’impalcatura costruita ad uopo per confondere, deviare la verità, propagandare? Perché la notizia sta girando molto, e non solo a Mosca, Teheran e Beirut, dove le leadership si reggono in piedi per la diffusione di questo genere di informazioni taroccate, ma anche in Occidente, compreso in Italia. Il momento è complicato, di certo: la presenza di un ampio set di fonti che arriva da media non tradizionali (vedi i comunicati sui social network, per esempio), si fonde con una situazione molto complessa e oggetto delle cortine fumogene tipiche dei conflitti. In questa situazione, la distrazione è facile, così come è comodo semplificare, e dunque dietro alla pigrizia della verifica della fonti, si nasconde la deviazione del pensiero, che a volte scivola verso l’indottrinamento, passando spesso anche da un “giornalismo sbagliato”.

Sotto certi aspetti, questo genere di informazioni ha lo stesso valore dei messaggi propagandistici del Califfato, che delle cospirazioni e dei complotti (nel caso contro il mondo musulmano impuro e colluso con gli infedeli occidentali) si nutrono, abbinando il tutto a campagne di magnificenza e terapie di purezza e verità. Sotto altri aspetti, è chiaro che diffondere certe notizie fa il gioco dello Stato islamico, che in mezzo ai dubbi di chi legge cospirazioni e complotti, fronti che dovrebbero essere comuni ma che invece sono divisi, interessi e inciuci, magnetizza una sorta di legittimità agli occhi soprattutto di chi è già incline a certe istanze.

Le fonti del caso

Sputnik è stato definito lo strumento di diffusione della propaganda putiniana nel mondo; Al Manar è un’entità antisemita, che gli Stati Uniti hanno classificato come Specially Designated Global Terrorist entity con l’accusa di essere il braccio mediatico del gruppo terroristico Hezbollah (praticamente l’omologo di Al Furqan Media nel Califfato); Fars Newsnel gennaio 2014 pubblicò un report secondo cui dal 1945 il governo degli Stati Uniti era guidato da un esecutivo ombra gestito dagli alieni e lo stesso Barack Obama sarebbe stato una loro pedina (il tiro della notizia è stato poi corretto, con l’agenzia che ha chiarito di non essere né d’accordo né in disaccordo con il report, ma di averne solamente parlato).

La Libia adesso

Ci sono effettive notizie dello spostamento dalla Siria e dall’Iraq di alcuni capi dello Stato islamico verso la Libia, in direzione della città di Sirte. Tra loro potrebbero esserci anche leader importanti, comandanti militari e uomini forti della predicazione e dell’organizzazione amministrativa. È comunque probabile che le strutture di vertice libiche siano costituite non soltanto da “stranieri”, perché è noto che un leader locale è più gestibile, meno invasivo, e più empatico, di un uomo messo al comando venuto da fuori. Al di là di questo, il punto non è sulla presenza o meno di Baghdadi, ma sulla necessità che le notizie vengano prese con la giusta misura, evitando di diffondere pensieri propagandistici creati sulla base di agende interne di vari Paesi, e verificando attentamente le fonti in questo mare di informazione, effettuandone un’analisi attenta e critica, senza correre dietro all’appetito di lanciare lo scoop più grosso degli altri (e per primi). La Libia, adesso, rappresenta un nuovo territorio di disinformazione, come lo è stato finora la Siria: su questo, come detto, lo Stato islamico specula.

lunedì 16 novembre 2015

Ecco tattiche e addestramento dei jihadisti Isis a Parigi

(Pubblicato su Formiche)

Nel primo pomeriggio di sabato sono arrivate due rivendicazioni, un messaggio scritto e un audio, con cui lo Stato islamico si intesta la paternità degli attentati che venerdì sera hanno prodotto decine di morti e oltre duecento feriti nel centro di Parigi. Si tratta per alcuni esperti della stessa strategia comunicativa utilizzata nel caso dell’aereo caduto nel Sinai tre settimane fa: caso dietro al quale ancora non è chiaro se ci sia stata effettivamente un’azione terroristica.

«L’Isis ha una strategia espansionistica verso Est mirata al controllo del territorio (Uzbekistan e repubbliche ex sovietiche, Khorasan), ma per portarla avanti deve acquisire consenso e raccogliere uomini, e l’unico modo che ha per farlo è di far seguire l’intensa opera propagandistica da azioni eclatanti in Europa e Occidente che possano dare spinta mediatica all’organizzazione», spiega il generale Luciano Piacentini, già comandante delle forze speciali del “Col Moschin” e per molti anni in servizio negli organismi di informazione e sicurezza in diverse aree asiatiche, oggi consigliere scientifico della Fondazione Icsa, che in una conversazione con Formiche.net analizza l’attacco alla capitale francese di due giorni fa.

COLPIRE LA FRANCIA

«Colpire la Francia è una conseguenza: Parigi è pesantemente impegnata in diversi fronti contro il terrorismo». Il riferimento è pensa alla partnership con altre forze occidentali, tra cui l’Italia, nell’area siro-irachena, ma anche all’operazione Barkhane, con cui l’esercito francese sta cercando di bloccare i gruppi jihadisti nel Sahel. «Punire Parigi per questo suo impegno, fa da calamita anche per i gruppi africani, che attualmente sono qaedisti, ma sembrano molto inclini alle istanze del Califfo», aggiunge Piacentini. Ricorda il generale che non c’è da stupirsi se il primo Paese europeo ad essere pesantemente colpito dai terroristi dello Stato islamico è la Francia, «perché il Califfo ha una sorta di ossessione per i francesi: questo è dovuto al fatto che ci sono un migliaio di francesi che hanno scelto di partire per andare a combattere il jihad in Siria e in Iraq». Il governo francese aveva autorizzato l’inizio dei bombardamenti in Siria (fine ottobre), come misura preventiva di autodifesa: nel mirino dovevano proprio finire gruppi e personaggi legati alla Francia, che stavano complottando attentati.

“Riempiremo di cadaveri il centro di Parigi”, diceva un jihadista francese in un video del Califfato uscito a luglio. Nello stesso mese un piano per rapire e decapitare davanti alle telecamere un alto funzionario militare francese, è stato sventato. Ad agosto, tre marine americani in viaggio di piacere in Francia, hanno sventato un attentato su un treno che portava a Bruxelles. Prima c’era stata il massacro alla redazione di Charlie Hebdo, poi un tentativo di un attentato più complesso in un impianto di gas industriale a pochi chilometri da Lione, dove fu ucciso il capo dello stabilimento.

PIANIFICAZIONE MILITARE

In che cosa l’azione parigina si distingue da quello che abbiamo visto finora? «Sicuramente nella militare maniera con cui è stata organizzata ─ dice Piacentini ─ Gli obiettivi sono stati accuratamente selezionati e scelti con progettazione, e sono stati sicuramente oggetto di monitoraggi, osservazioni e registrazione delle “abitudini” dei luoghi». Non è certo casuale la scelta dell’ora e del giorno nei punti degli attacchi: «No, c’è stata un’attenta ricognizione che aveva il fine di massimizzare l’effetto», continua il generale. «Quei luoghi dovevano essere colpiti nel momento in cui c’era il più alto affollamento possibile, ma attenzione, dietro alla scelta degli obiettivi, c’è anche una componente ideologica: lo stadio il giorno della partita, il teatro con la musica rock, i ristoranti affollati (il consumismo occidentale). Il fine era certamente sommare il significato simbolico, di quei luoghi impuri, all’effetto pratico del blitz: quando al Qaeda colpì Madrid nel 2004 fece circolare un messaggio con scritto “voi amate la vita, noi amiamo la morte”». Seminare terrore tra gli infedeli occidentali, colpendo “mezzi” giudicati impuri dalla continua propaganda del Califfo, era un altro degli obiettivi strategici dell’attacco. Alcuni studiosi sostengono che dietro a certe volontà c’è anche la paura dei fondamentalisti che l’Islam possa essere contaminato dalle abitudini occidentali, possa cioè subire una sorta di secolarizzazione.

Non possono aver agito da soli quegli otto attentatori, secondo Piacentini. «Dev’esserci stata una componente logistica che ha fornito armi, esplosivo, munizioni, mezzi di spostamento e forse consulenza tattica. E probabilmente si trova in territorio extra francese: ma poi lì, ci sono stati dei fixer, dei facilitatori, che hanno permesso agli uomini di prendere possesso degli armamenti, magari creando dei punti di appoggio in zona».

L’USO DELLE ARMI E L’ADDESTRAMENTO

A proposito delle armi, possiamo vedere una componente tattica anche in quelle scelte. «Certamente chi ha agito lo ha fatto con cognizione: sapevano usare quelle armi, erano addestrati a maneggiare fucili d’assalto e esplosivi. Le scelte rispecchiano la professionalità degli attentatori. Per capirci, se mando in missione operatori delle forze speciali so che genere di addestramento hanno avuto e su questo baso il loro equipaggiamento: così è successo a Parigi, c’è stato un comportamento da commando, chi sparava sapeva dove sparava e come massimizzare l’effetto delle proprie cinture esplosive». Questi elementi («Non chiamiamoli combattenti, per cortesia: i combattenti sono coloro che si muovo in un quadro legittimato dal diritto internazionale, questi sono semplicemente terroristi senza regole che uccidono civili indifesi» ci tiene a precisare il generale, che ha fatto parte per anni dei corpi operativi incursori dell’esercito italiano prima di guidarli) «ricevono un addestramento in formazioni armate come fossero un esercito, hanno un profilo militare, sono in grado di muoversi in modo coordinato. C’è un altro aspetto tattico organizzativo fondamentale che è la contemporaneità degli attacchi: se non sei in grado di muoverti in squadra non puoi agire in quel modo. Non è escluso che si siano esercitati direttamente sul blitz, è certo invece che la loro esperienza di guerra li ha portati a combattere in teatri operativi di guerriglia come quelli delle strade parigine».

TERRORISTI “DI SCAMBIO” E “DI RITORNO”

La BBC ha avuto informazioni dall’intelligence britannica secondo cui gli uomini che hanno compiuto gli attacchi farebbero parte di un cellula indipendente dello Stato islamico mandata appositamente per colpire la Francia: «Sono foreing fighter molto probabilmente, tornati per insanguinare il proprio Paese, si può parlare di “terrorismo di ritorno”. Tra l’altro, questi elementi non sono utili solo dal punto di vista operativo-militare, ma con il loro bagaglio di esperienze dirette, intriso dalle predicazioni radicali, sono delle calamite per il proselitismo». Ma non sono tracciabili coloro che escono, con un passaporto, e rientrano con un visto siriano? «Lo sarebbero, ma usano delle tecniche di confusione: per esempio, spesso vengono fatti rientrare in Paesi diversi, per poi far perdere facilmente le proprie tracce prima di colpire, oppure vengono fatti ritornare nel Paese puntato terroristi con passaporto di altri Stati. In questi casi se non funziona bene la comunicazione tra le intelligence delle due nazioni interessate, i controlli sono inutili. Si chiamano “terroristi di scambio”». E infatti sembra che tre dei componenti del commando che ha colpito Parigi siano belgi (proprio in Belgio ci sono stati diversi arresti di persone legate ai fatti di venerdì).

PREVENIRE CON LA HUMINT

In quest’ottica, sembra che sia impossibile fermarli: rientrano in modo quasi anonimo e fanno perdere le proprie tracce, scelgono luoghi in cui possono confondersi tra la folla, colpiscono senza preavviso, sparando random tra la folla, ma con una precisione e una pianificazione militare. «Il terrorista è difficilmente individuabile ed identificabile, mantiene profilo basso, confuso “tra la media” il più possibile, non hai mai certezze se sia lui o meno: è vero, ma è possibile lavorare in un’ottica preventiva» dice Piacentini. «Serve un potente network HUMINT, la Human Intelligence, che in collaborazione con le forze di polizia deve controllare il territorio. La HUMINT rispetto a tutte le altre branche di intelligence riesce a farti conoscere le persone, a stare sul pezzo, sul territorio, perché è fatta di risorse umane, di conversazioni, di contatti. Chiaro che poi le componenti tecnologiche sono importanti, soprattutto adesso che gli stessi terroristi si scambiano messaggi via mail e chat online, e che il grosso del proselitismo e dell’auto addestramento per ilupi solitari arriva dal web. Ma servono cuore e cervello per far muovere quelle macchine». Un po’ quello che servirebbe alla Coalizione occidentale per aumentare l’efficacia nell’azione anti-IS in Siria e Iraq? «Sì, anche, è chiaro che in quei casiti sporchi gli scarponi, ma i piloti di caccia o dei droni senza uomini sul campo non possono vedere gli obiettivi da colpire».

TECNICA E MENTE

«Questa componente tecnico operativa deve essere sostenuta da una parte politica e razionale» spiega Piacentini: «Dopo l’11 Settembre, quando l’America era in ginocchio, ricevette collaborazione da tutto il mondo, perfino da Paesi con cui non aveva rapporti stretti, come la Russia o l’Iran. Ma in quel caso c’era una reale condivisioni di interessi nazionali, il Daghestan per i russi, la minaccia sunnita per la Repubblica islamica sciita iraniana, per esempio». E adesso? «L’Europa, per esempio, avrebbe bisogno per fronteggiare la minaccia terroristica sempre più imminente, di un’intelligence condivisa, frutto di una politica di Difesa e sicurezza condivisa: ma questa non c’è, gli Stati obbediscono alle proprie regole costituzionali, e certe volte si creano dei buchi di informazioni di intelligence a causa della mancanza di comunicazione».

L’ITALIA

Ieri il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha alzato il livello di sicurezza. «L’Italia rispetto a molti altri Paesi è messa bene. Abbiamo acquisito un’esperienza spessa e profonda con il terrorismo delle Brigate Rosse: la nostra intelligence copre ottimamente il territorio e la nostra polizia lavora con consapevolezza della minaccia che ha di fronte. I due organismi sono perfettamente integrati e collaborativi. Il CASA, il comitato di intelligence strategica antiterrorismo, si riunisce giornalmente: è lì che si coordinano tutte le figure che tengono d’occhio il threat “terrorismo”. In più noi siamo un Paese che ha sempre dimostrato empatia, si guardi ai rapporti creati con le popolazioni locali durante le operazioni militari all’estero, e siamo particolarmente aperti all’azione umanitaria: questo ci permette di essere integrati tra la gente, tra le sottocomunità culturali della nostra società. Aisi e Aise (i servizi segreti interni ed esteri italiani, ndr) si muovono bene, hanno ottimi contatti, sanno quel che fanno».