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sabato 12 ottobre 2013

Chelsea Manning ha detto che non è una pacifista.

Chelsea Manning - precedentemente noto come Bradley - ha sottolineato attraverso una lettera inviata al Guardian di non essere "un pacifista", "un obiettore di coscienza" e "soprattutto contro la guerra" -scrive ancora  al maschile per ragioni legali, ma si è firmata Chelsea; nella lettera ha anche chiesto di togliere gli abituali gradi militari che precedono il suo nome scritto e di utilizzare soltanto l'appellativo di "Signora" per rivolgersi a lei.

Ha ricordato di essere stato un soldato prima di decidere di rivelare quei 700 mila documenti riservati su cui si è basata la fortuna di Wikileaks.

Ci ha tenuto a precisare la questione - forse anche con un doppio fine che poi si dirà - in occasione della sua nomina ad un premio conferito a coloro che si sono impegnati per la pace: lo Sean MacBride Peace Award 2013 (MacBride era un politico irlandese premiato col Nobel nel 1974, ex membro dell'Ira da cui poi si dimise, "si batté in favore dell'External Relations Act e della Dichiarazione della Repubblica d'Irlanda del 1949 con i quali lo Stato Libero d'Irlanda abbandonava il Commonwealth e diventava la Repubblica d'Irlanda" - Wikipedia - e fu uno dei fondatori di Amnesty International).

La lettera è stata al centro di un disguido, dopo l'uscita di un pezzo che ne raccontava il contenuto e i passagi collegati. Nell'articolo scritto dall'inviato del Guardian a New York, Ed Pilkinton, si  parlava di una sorta di polemica sollevata proprio da Manning nei confronti di Ann Wright - ex colonnello dell'esercito statunitense, molto critica in opposizione alla guerra in Iraq, diventata poi attivista per la pace - che aveva ritirato il premio a suo nome. Pilkinton riportava nel pezzo un passaggio della lettera inviata, in cui la whistleblower riprendeva Wright dicendo: "Ora, accetto che ci possono essere implicazioni 'pacifiche' o 'contro la guerra'  alle mie azioni, ma questo è puramente basato sulla tua (di Wright, ndEm) interpretazione soggettiva dei documenti rilasciati".

Wright, in giro in Corea del Sud per una serie di conferenze e raggiunta dal Guardian, rispondeva scusandosi che non era sua intenzione andare troppo oltre, ma voleva semplicemente sottolineare una aspetto importante del "lavoro" fatto da Manning.

A quel punto, visto che la questione si stava ingrossando e Manning stessa aveva scritto nella lettere di non essere a conoscenza del premio ricevuto, è intervenuto David Coombs, l'avvocato specialista di casi militari che difende Chelsea. In uno statement ufficiale rilasciato sul suo blog, Coombs ha dichiarato che Manning si era confusa, aveva capito che si trattava di un altro premio, perché di quello - lo Sean MacBride Award, appunto - avevano parlato personalmente per almeno tre volte.

Nelle dichiarazioni, la causa della confusione è stata attribuita al fatto che, nella sua sua condizione di detenzione, Manning si troverebbe particolarmente isolata e non in contatto con il mondo esterno - cosa che aveva sottolineato lei stessa nella lettera. Torna così in primo piano una questione già discussa, e cioè lo stato in cui viene detenuta Manning - ne aveva già parlato in più di un'occasione Glenn Greenwald, così come ne aveva scritto David House l'informatico che visita Chelsea due volte al mese e che aveva detto di averla trovata catatonica. Nel carcere di Fort Leavenworth dove è stata trasferita dopo Quirico, secondo quel che si dice, si troverebbe in isolamento per 23 ore al giorno, dormendo con le luci accese e controllata ogni cinque minuti.

Ciò nonostante, e messo in conto che la questione del premio e della lettera e delle discussioni intorno, potessero essere un'ulteriore leva per attirare l'attenzione verso le male condizioni di detenzione in cui Manning è costretta a vivere - come a dire, sono talmente trattata male, isolata dal mondo, che non posso nemmeno essere adeguatamente informata di un'onorificenza che mi è stata assegnata (tanto più per la pace) - l'aspetto interessante della vicenda non è il fatto in sé.

La nota da sottolineare, sta invece nelle parole di Manning - e ribadite e ben scandite anche dall'avvocato Coombs - con cui dichiara che tutto quello che ha fatto non lo ha fatto per il pacifismo (si è definita un "avvocato della trasparenza"). Il pacifismo è semmai un corollario possibile: come tra l'altro Manning sottolinea, è invece possibile il contrario, e cioè che le sue rivelazioni possano far scoppiare una guerra.

Più o meno in linea con i discorsi su Snowden candidato al premio Sakharov - che non parla di pace, ma di diritti (ammesso che poi la pace non lo sia, un diritto), comunque siamo lì.

È mia opinione personale, ma quello che hanno fatto è molto più pericoloso che utile, molto più egotismo che difesa dei diritti altrui.

A proposito, del premio Sakharov, alla fine l'ha vinto chi invece mettendo a repentaglio la propria  vita - soltanto la propria e non quella di intere popolazioni, rivelando informazioni riservate e sensibili -, ha provato a portare avanti i diritti di tutti, come quello dell'istruzione, della parità tra i sessi, della libertà. Dal basso, dal piccolo del suo villaggio, per poi finire fino all'Assemblea del Mondo - l'Onu.

L'ha vinto Malala. Che più meno per le stesse ragioni, non ha vinto il premio Nobel per la pace. Al di là di quella che sarebbe stata una straordinaria storia da copertina, è andata meglio così - forse. Il Nobel per la pace, l'hanno preso quelli dell'Opcw, magari come incoraggiamento - ne hanno bisogno. (D'altronde la storia ricorda che ci sono stati candidati anche peggiori).



mercoledì 9 ottobre 2013

Perché Snowden non deve prendere il premio Sakharov

Questo è un post che riprende in forma più perentoria ("hard version"), quello che già qui si era detto.

Domani (10 ottobre) verrà assegnato il premio Sakharov per la libertà di pensiero. Tra i finalisti la favorita sembra essere Malala Youfaszai. Il premio viene assegnato dai voti dell'Europarlamento e Malala ha dalla sua parte i tre gruppi principali, Ppe, socialdemocratici di S&D e Alde. A giocarsela con lei, tre dissidenti bielorussi, Ales Bialatski, Eduard Lobau e Mykola Statkevich, tutti più o meno passati per la strada della prigionia politica. Poi c'è Edward Snowden, sostenuto dai Verdi e dalla Sinistra Unitaria.

Snowden non vincerà il premio quasi sicuramente. Fortunatamente. Per almeno due ragioni.

La prima è che di fatto gli altri finalisti, Malala come i bielorussi, se lo meritano di più - detto così, in modo quasi elementare, diretto e senza giri di parole. E senza nemmeno trascendere dal fatto che il premio a Malala può essere una sorta di endorsement da parte dell'UE al suo futuro in politica - annunciato alla BBC - così come lo stesso può essere detto del Nobel per la pace, al quale pure è candidata. Ciò nonostante, evitando stupide quanto inutili dietrologie, le figure come Malala - e come ripeto i bielorussi - sono esemplari, modelli, paradigmi, di realtà dove la questione dei diritti civili è sensibilmente diversa rispetto a quella del cosiddetto Occidente, dove noi e gli Snowden viviamo. Senza tralasciare, è quasi inutile ribadirlo, le derive che le situazioni "tipo-datagate" possono prendere. Ma un conto è non poter esprimere la propria opinione, venir considerati esseri umani di seconda serie, rischiare la vita per vivere la quotidiana libertà; un altro è subire una sorta di controllo dei nostri traffici informatici, per ragioni di sicurezza.

Qui si apre la seconda questione, infatti. Perché per come la vedo io, non sono nemmeno sicuro che quelli come Snowden siano dei paladini dei diritti umani. La domanda "eroi o criminali?" a me lascia ancora un po' - parecchio a dire il vero - di dubbio. Rivelare al mondo informazioni su programmi di sicurezza, non credo sia un gesto estremamente nobile, soprattutto se quei programmi appartengono ad una realtà - gli Usa e quella occidentale in genere - fortemente esposta. Per questo, Snowden dovrebbe essere in galera - se non altro per aver violato le regole. Sebbene creda profondamente nella libertà con tutte le mie forze, non mi sento oppresso da un "sistema globale" - gomblotto! - che mi controlla, mi numera, mi scheda. Ammesso che esistesse, se funzionasse correttamente e fosse mirato alla prevenzione, alla sicurezza e arrivo a dire pure a migliorarmi la vita, io sarei ben disposto in cambio a rinunciare a un po' di quella libertà: anzi, ne sarei lieto. Certo il bene, la cosa migliore, sarebbe saperlo prima e accettare di conseguenza; ma tuttavia anche se questa sorta di controllo venisse fatto in forma segreta, sulla fiducia della buonafede, beh, fate pure. E non è il semplicistico discorso, "ché tanto non ho niente da nascondere" - fosse anche il semplice imbarazzo per essere andato in qualche sito di gossip per vedere le foto del matrimonio di Belen, tutti abbiamo qualcosa da nascondere. Il punto è il valore della nostra vita: non mi risulta che la nostra libertà sia limitata da un Grande Fratello osservatore e controllore delle nostre esistenze - quanto meno non me ne risultano le evidenze, senza accedere a teorie risibili e prive di fondamento anche solo empirico - che ci blocca, ci tarpa, ci aliena, ci incatena, ci impedisce l'autodeterminazione, ci inibisce, ci ammorba, ci persegue. Ragion per cui, non cambierei niente della mia realtà con quella di una pachistana, anche se mi mettessero una cimice addosso - ragion per cui, se c'è un premio da dare a chi lotta per i diritti umani, diamolo a chi lo fa sul serio, e non per spirito.

Per adesso, poi in futuro ne riparleremo.


domenica 6 ottobre 2013

Una grande sfida, ma non la più grande (forse)

La sorveglianza di intere popolazioni, piuttosto che individui, rischia di essere la più grande sfida dei diritti umani del nostro tempo
Così Edward Snowden ha commentato l'inserimento del suo nome tra i candidati per il premio Sakharov, con cui l'Europarlamento insignisce coloro che si battono per i diritti umani e per la libertà di pensiero.

La potenza del caso Datagate sollevato proprio dalle rivelazioni dell'ex analista Cia, è immensa: così come è immenso il potenziale - negativo, come per assurdo positivo - che il Datagate nasconde. La "sorveglianza delle popolazioni", come l'ha definita Snowden, nasconde tra le sue pieghe le deviazioni del potere, la subdola perpetrazione degli interessi - e/o del potere, appunto - sfruttando i dati spiati, il controllo delle masse, la manipolazione, l'alienazione. Tutte cose clamorosamente inerenti alla questione "diritti umani" e "libertà di pensiero"; tutte cose però, che a percezione mia sono per il momento più vicine ad un altro genere di mondo, un po' più da film e da romanzo, che reale - sebbene poi.

L'equilibrio tra privacy e sicurezza: il rischio che l'eccesso dell'una, possa limitare, fino a uccidere, l'altra. E l'altro equilibrio poi, quello di Snowden, in bilico alla Redigé tra eroe e criminale.

Non so quanto quello che l'informatico statunitense ha fatto sia pericoloso, oppure quanto sia utile - per noi, per la nostra libertà, per i nostri diritti, per la nostra vita - adesso: magari in proiezione futura invece. So, forse, che comunque intorno a Snowden ci sono situazioni - attuali, attualissime - in cui la libertà di pensiero è una chimera ancora lontana, così come i diritti umani. Il riferimento non richiede esempi troppo distanti a quelli della notizia in sé: i compagni finalisti di Snowden, sono infatti tre prigionieri politici bielorussi - di quella Bielorussia dove impera quello che gli americani definiscono "l'ultimo dittatore d'Europa", quel Lucashenko che non è proprio il più tenero dei teneri con chi esprime pensieri diversi dai suoi e in genere con chi esprime pensieri. E poi c'è Malala (Yousafzai, ma ormai abbiamo imparato a chiamarla soltanto con il suo nome di battesimo), la sedicenne che si batte per i diritti umani in un mondo, il Pakistan, dove di diritti ce ne sono pochi, soprattutto per una donna; e che sconvolse l'altro mondo, il nostro, con la sua storia - ferita gravemente dai talebani saliti a bordo dello scuolabus con cui stava tornando a casa, in nome di "è il simbolo degli infedeli e dell'oscenità” - e poi con il discorso all'Onu.

Situazioni, due per tutte - ma molte, troppe, altre ce ne sarebbero -, in cui la questione della libertà ha un sapore più basico, più elementare, più primordiale, rispetto a quello di Snowden. Là siamo ancora alla farina, all'impasto, al metter insieme un paio di ingredienti nonostante ci sia sempre qualcuno che li cambia, li ruba, li toglie dal tavolo prima di cucinarli. Qua stiamo parlando dello spessore della doratura, della croccantezza, dell'impiattamento.

(Giusto per ricordarci, insomma che, forse mi sbaglio, ma sul campo dei diritti umani c'è qualcuno che ancora oggi è messo peggio: di noi, degli americani, di Snowden).