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giovedì 1 ottobre 2015
Rapido riassunto della situazione in Siria
Il Wall Street Journal ha fatto un'infografica che spiega rapidamente ruoli e mire dei tre grandi "mondi" che combattono simultaneamente in Siria: quello occidentale US-led, quello russo Putin-dream, quello del settarismo religioso iraniano (paradigma regionale).
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sabato 7 marzo 2015
Note sulla strategia dell'IS in Libia
La strategia dell'IS in Libia ormai è abbastanza chiara ─ basta guardare i kunya (nom de guerre) dei vari combattenti. Il Califfo sta spedendo in territorio libico, molti dei suoi da varie zone (Yemen, Siria, Iraq, Arabia Saudita, Tunisia, Sudan).
Lo scopo è provocare una reazione della Comunità internazionale ─ per questo, oltre che per i soldi, sta concentrando gli attacchi sui pozzi petroliferi.
La provocazione è mirata a spingere qualche tipo di "forza internazionale" ad un intervento di terra, che sarebbe linfa per la propaganda del Califfato. Una jihad nuova di zecca, da combattere su un terreno dilaniato dalla guerra civile. Perfetto.
Nota: l'espansione in Libia, non è una semplice diffusione del brand, ma è una pianificazione attenta e di lunga durata, che parte direttamente dall'Iraq. Uomini dell'IS sono stati inviati sul suolo libico da al Baghdadi, per approfittare del vuoto di potere creato dalla guerra civile e costruire una nuova provincia dello Stato Islamico. Non si tratta semplicemente di gruppi locali che poi hanno fatto il baya. Lo stesso vale per il Khorasan, Af/Pk.
La provocazione è mirata a spingere qualche tipo di "forza internazionale" ad un intervento di terra, che sarebbe linfa per la propaganda del Califfato. Una jihad nuova di zecca, da combattere su un terreno dilaniato dalla guerra civile. Perfetto.
Nota: l'espansione in Libia, non è una semplice diffusione del brand, ma è una pianificazione attenta e di lunga durata, che parte direttamente dall'Iraq. Uomini dell'IS sono stati inviati sul suolo libico da al Baghdadi, per approfittare del vuoto di potere creato dalla guerra civile e costruire una nuova provincia dello Stato Islamico. Non si tratta semplicemente di gruppi locali che poi hanno fatto il baya. Lo stesso vale per il Khorasan, Af/Pk.
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giovedì 4 settembre 2014
Chi fa parte della NATO
Inizia oggi 4 settembre il vertice Nato in Galles. Sul tavolo due questioni cruciali. La prima è la crisi in Ucraina, che rischiava di capitolare verso il parossismo della guerra con Mosca prima del "potenziale accordo di Minsk". L'altra, ovviamente, è la situazione siro-irachena.
Girano voci che Obama abbia pensato a coinvolgere anche la Russia (giocando una strana doppia agenda) nel combattere lo Stato Islamico.
Russia che proprio oggi è stata minacciata dal Califfato, con la promessa dell'apertura di un fronte ceceno se Mosca non toglierà il proprio sostegno al presidente siriano Assad. Dal territorio russo (principalmente da Georgia, Uzbekistan e Cecenia) arriva la maggioranza di combattenti europei dell'IS: sono stimati in un migliaio e vengono definiti con la generalizzazione "ceceni". Uno di loro, Omar al Shishani è diventato un quadro di altissimo livello: è il comandante militare dell'organizzazione e viene dalla Georgia (anche se "Shishani" sta per "ceceno"). Un altro, il cui nome non è ancora stato diffuso definitivamente, è un uzbeko a cui il Califfo in persona ha affidato l'offensiva nella regione di Raqqa contro le ultime postazioni rimaste in mano al governo di Damasco. I risultati dell'"uzbeko" sono stati ottimi: il 25 luglio ha conquistato la base della Brigata 17, il 7 agosto quella della Brigata 93, il 24 la Tabqa Air Base - successo, quest'ultimo, di grosso impatto, non solo perché ha permesso all'IS di entrare in possesso di alcuni velivoli da combattimento, ma anche perché ha creato una spaccatura nell'opinione pubblica alawita, che ha contestato la strategia del governo che ha abbandonato alla triste sorte un contingente limitatissimo restato all'interno della postazione.
Crisi siriana a parte, dal vertice emerge un mantra univoco e importante (anche se ripetuto spesso in questi mesi senza ottenere riscontri importanti): «Dobbiamo essere uniti nella condanna del comportamento della Russia e sono inaccettabili le violazioni del diritto internazionale». La Russia non è più da considerare un alleato - sì, ma poi se mettesse a disposizioni mezzi e uomini per combattere il Califfo, non ci si sputerebbe, e anzi.
Incoerenze, complicazioni. Ci sarà da capire a bocce ferme: adesso il rischio del correre dietro alle notizie, porta ad una confusione incosciente che rende le cose ancora più nebulose.
Si parte, allora, con un ripasso terra-terra della Nato. Che cos'è e da chi è composta? Qui un buona cartina fatta dall'Ansa.
Girano voci che Obama abbia pensato a coinvolgere anche la Russia (giocando una strana doppia agenda) nel combattere lo Stato Islamico.
Russia che proprio oggi è stata minacciata dal Califfato, con la promessa dell'apertura di un fronte ceceno se Mosca non toglierà il proprio sostegno al presidente siriano Assad. Dal territorio russo (principalmente da Georgia, Uzbekistan e Cecenia) arriva la maggioranza di combattenti europei dell'IS: sono stimati in un migliaio e vengono definiti con la generalizzazione "ceceni". Uno di loro, Omar al Shishani è diventato un quadro di altissimo livello: è il comandante militare dell'organizzazione e viene dalla Georgia (anche se "Shishani" sta per "ceceno"). Un altro, il cui nome non è ancora stato diffuso definitivamente, è un uzbeko a cui il Califfo in persona ha affidato l'offensiva nella regione di Raqqa contro le ultime postazioni rimaste in mano al governo di Damasco. I risultati dell'"uzbeko" sono stati ottimi: il 25 luglio ha conquistato la base della Brigata 17, il 7 agosto quella della Brigata 93, il 24 la Tabqa Air Base - successo, quest'ultimo, di grosso impatto, non solo perché ha permesso all'IS di entrare in possesso di alcuni velivoli da combattimento, ma anche perché ha creato una spaccatura nell'opinione pubblica alawita, che ha contestato la strategia del governo che ha abbandonato alla triste sorte un contingente limitatissimo restato all'interno della postazione.
Crisi siriana a parte, dal vertice emerge un mantra univoco e importante (anche se ripetuto spesso in questi mesi senza ottenere riscontri importanti): «Dobbiamo essere uniti nella condanna del comportamento della Russia e sono inaccettabili le violazioni del diritto internazionale». La Russia non è più da considerare un alleato - sì, ma poi se mettesse a disposizioni mezzi e uomini per combattere il Califfo, non ci si sputerebbe, e anzi.
Incoerenze, complicazioni. Ci sarà da capire a bocce ferme: adesso il rischio del correre dietro alle notizie, porta ad una confusione incosciente che rende le cose ancora più nebulose.
Si parte, allora, con un ripasso terra-terra della Nato. Che cos'è e da chi è composta? Qui un buona cartina fatta dall'Ansa.
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lunedì 11 agosto 2014
L'Iraq adesso (e qualche mese fa)
Gli attacchi aerei americani al confine curdo-iracheno, hanno portato nuovamente - e con più vigore - le vicende dello Stato Islamico nelle cronache mondiali. Dietro, sempre in questi giorni, le notizie sulle persecuzioni contro i cristiani e contro la minoranza religiosa yazidi (curdi, sunniti non arabi, che professano una religione sincretica molto antica).
Gli Stati Uniti hanno deciso in queste ore di dare armi ai curdi; la Casa Bianca aveva fin qui frenato le proprie intenzioni, per non creare un'occasione di destabilizzare la fragile integrità del Paese. D'altronde, il pallino di Obama è stato da sempre "Iraq unito". Ora però, Maliki non è più una possibilità politica credibile - tra l'altro, Obama aveva anche vincolato l'intervento aereo ad una svolta politica a Baghdad. Così non e stato, anzi: Maliki ormai è solo, abbandonato anche dalla politica legata allo sciismo (dopo che già da qualche settimana la guida suprema locale, al-Sistani, aveva mollato il premier).
Nella serata di domenica, inoltre, il premier in un discorso in Tv ha accusato il presidente Faud Masum di aver violato la costituzione, minacciandolo di un processo, perché non aveva concesso la strada per un nuovo governo-Maliki. Per tutta risposta, Masum, curdo (come prevede una regola non scritta in Iraq), ha chiesto allo sciita Haider al-Abadi - presidente delle Camera e uomo moderato - di formare un governo. Una specie di colpo di stato, a cui Maliki ha replicato schierando le proprie milizie fedeli, per le strade della capitale.
Tutto a gioco dello Stato Islamico, che nonostante i successi dei curdi in un paio di villaggi a nord (anche grazie ai raid aerei americani), sembra continuare a rinforzarsi.
Long War Journal ha costruito l'infografica in foto, datata 7 agosto ma ancora sufficientemente attuale (forse per poco), che ricorda, in una specie di timelapse immediato, la situazione da gennaio. Analogamente anche il New York Times ha costruito una bellissima mappa multimediale delle varie conquiste degli uomini del Califfo.
Gli Stati Uniti hanno deciso in queste ore di dare armi ai curdi; la Casa Bianca aveva fin qui frenato le proprie intenzioni, per non creare un'occasione di destabilizzare la fragile integrità del Paese. D'altronde, il pallino di Obama è stato da sempre "Iraq unito". Ora però, Maliki non è più una possibilità politica credibile - tra l'altro, Obama aveva anche vincolato l'intervento aereo ad una svolta politica a Baghdad. Così non e stato, anzi: Maliki ormai è solo, abbandonato anche dalla politica legata allo sciismo (dopo che già da qualche settimana la guida suprema locale, al-Sistani, aveva mollato il premier).
Nella serata di domenica, inoltre, il premier in un discorso in Tv ha accusato il presidente Faud Masum di aver violato la costituzione, minacciandolo di un processo, perché non aveva concesso la strada per un nuovo governo-Maliki. Per tutta risposta, Masum, curdo (come prevede una regola non scritta in Iraq), ha chiesto allo sciita Haider al-Abadi - presidente delle Camera e uomo moderato - di formare un governo. Una specie di colpo di stato, a cui Maliki ha replicato schierando le proprie milizie fedeli, per le strade della capitale.
Tutto a gioco dello Stato Islamico, che nonostante i successi dei curdi in un paio di villaggi a nord (anche grazie ai raid aerei americani), sembra continuare a rinforzarsi.
Long War Journal ha costruito l'infografica in foto, datata 7 agosto ma ancora sufficientemente attuale (forse per poco), che ricorda, in una specie di timelapse immediato, la situazione da gennaio. Analogamente anche il New York Times ha costruito una bellissima mappa multimediale delle varie conquiste degli uomini del Califfo.
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sabato 2 agosto 2014
Gli americani, male, su Iraq e Afghanistan
C'è poco da girarci intorno: tre americani su quattro pensano che le guerre in Afghanistan e in Iraq saranno ricordate nella storia come un fallimento. Il dato emerge da un sondaggio Associated Press-GfK.
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lunedì 18 novembre 2013
Cosa sta succedendo a Parigi
Stamattina intorno alle dieci e un quarto un uomo si è introdotto nella sede del quotidiano Liberation (ne avevo scritto per Tpi), nel terzo arrondissement a Parigi, e ha aperto il fuoco ferendo gravemente un fotografo - colpito al petto.
L'uomo è poi fuggito senza essere fermato ed identificato, ma un paio di ore dopo sembra che abbia sparato nuovamente dei colpi di fucile a pompa davanti alla Societé Générale alla Défense, senza però fare alcun ferito. Poi, secondo alcune testimonianze, avrebbe preso un ostaggio e si troverebbe ora sugli Champs Elysées e avrebbe con sé una borsa con dentro delle bombe a mano.
In questi ultimi minuti sembra che l'uomo possa aver preso la metropolitana, facendo perdere - momentaneamente - le proprie tracce.
L'uomo è poi fuggito senza essere fermato ed identificato, ma un paio di ore dopo sembra che abbia sparato nuovamente dei colpi di fucile a pompa davanti alla Societé Générale alla Défense, senza però fare alcun ferito. Poi, secondo alcune testimonianze, avrebbe preso un ostaggio e si troverebbe ora sugli Champs Elysées e avrebbe con sé una borsa con dentro delle bombe a mano.
La situazione è in evoluzione, dalla corrispondenza degli identikit sembra che si tratti della stessa persona nei tre luoghi, ma per il momento non si sa chi sia. Secondo Gotchaux Delphine, giornalista di France Info, l’uomo che ha sparato avrebbe una quarantina d’anni, capelli corti e indosserebbe un cappotto lungo verde, con sotto probabilmente un giubbotto antiproiettile. La polizia ha isolato l’accesso alla strada che porta all’edificio della sede di Libération, e allo stesso tempo sta controllando gli edifici di altri quotidiani francesi con sede a Parigi, tra cui Le Monde, Figaro, e Les Echos.
In questi ultimi minuti sembra che l'uomo possa aver preso la metropolitana, facendo perdere - momentaneamente - le proprie tracce.
Per seguire gli aggiornamenti c'è il sito di Liberation e quello di Le Monde; in italiano il Post sta coprendo la notizia live, così come Stefano Montefiori, il corrispondente del CorSera a Parigi, sta facendo su Twitter.
(Per chi fosse interessato, a lato i miei tweet che stanno seguendo quello che succede, o altrimenti seguire direttamente il mio account)
(Per chi fosse interessato, a lato i miei tweet che stanno seguendo quello che succede, o altrimenti seguire direttamente il mio account)
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mercoledì 6 novembre 2013
A la romana
Il collocamento dei Btp Italia di oggi, ha chiuso con la cifra record di 22,3 miliardi di euro. Praticamente l'1 per cento del debito pubblico nazionale.
L'emissione dei titoli quadriennali ha trovato l'interesse di 299.588 italiani: padri, nonni, zii, piccoli investitori che hanno deciso, in un moto quasi patriottico, di affidare parte dei propri risparmi al nostro Stato. Credibilità, affidabilità, futuro? O la sana tradizione italiana di dividere il conto alla pari? (Si scherza, eh!?)
Si tratta di un record storico non solo per l'Italia, ma di un «record assoluto in Europa per un collocamento diretto sul pubblico retail e record storico per contratti e controvalore in una singola giornata sul Mot», commento di Borsa Italiana.
Per fortuna, la frase di Berlusconi «i miei figli come gli ebrei sotto Hitler», è stata diffusa dopo la chiusura dell'asta: sennò addio credibilità. (Si ri-scherza, ma anche no).
L'emissione dei titoli quadriennali ha trovato l'interesse di 299.588 italiani: padri, nonni, zii, piccoli investitori che hanno deciso, in un moto quasi patriottico, di affidare parte dei propri risparmi al nostro Stato. Credibilità, affidabilità, futuro? O la sana tradizione italiana di dividere il conto alla pari? (Si scherza, eh!?)
Si tratta di un record storico non solo per l'Italia, ma di un «record assoluto in Europa per un collocamento diretto sul pubblico retail e record storico per contratti e controvalore in una singola giornata sul Mot», commento di Borsa Italiana.
Per fortuna, la frase di Berlusconi «i miei figli come gli ebrei sotto Hitler», è stata diffusa dopo la chiusura dell'asta: sennò addio credibilità. (Si ri-scherza, ma anche no).
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sabato 2 novembre 2013
Giustappunto il nucleo del problema
Dal "Decreto scuola" sarebbero scomparsi i 41 milioni di euro previsti per gli atenei virtuosi. Non è che i soldi non c'erano, piuttosto c'è stato un problema tecnico, un cavillo, un'abiezione amministrativa, un fetore terribile di burocrazia, che non ha permesso lo stanziamento.
"Così moriamo di cavilli" è stato il commento del rettore dell'Università di Bergamo Stefano Paleari, presidente della Conferenza dei rettori, che ha aggiunto "Così puniamo le nostre eccellenze, solo in Italia l’università non è considerata un pilastro".
Si puniamo le nostre eccellenze, non solo con la scarsa lungimiranza del non investire in un pilastro della società come l'Istruzione: no, peggio ancora. Lo facciamo con i soldi in tasca, incartati in una terribile prassi stantia, irrancidita dal passato, come quello dell'arzigogolo giuridico.
Un terribile passato, ancora davanti a noi.
E poi ci si chiede, come mai siamo così in basso in certe classifiche come quella di Times Higher Education.
"Bureaucracy, bureaucracy, bureaucracy".
"Così moriamo di cavilli" è stato il commento del rettore dell'Università di Bergamo Stefano Paleari, presidente della Conferenza dei rettori, che ha aggiunto "Così puniamo le nostre eccellenze, solo in Italia l’università non è considerata un pilastro".
Si puniamo le nostre eccellenze, non solo con la scarsa lungimiranza del non investire in un pilastro della società come l'Istruzione: no, peggio ancora. Lo facciamo con i soldi in tasca, incartati in una terribile prassi stantia, irrancidita dal passato, come quello dell'arzigogolo giuridico.
Un terribile passato, ancora davanti a noi.
E poi ci si chiede, come mai siamo così in basso in certe classifiche come quella di Times Higher Education.
"Bureaucracy, bureaucracy, bureaucracy".
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domenica 13 ottobre 2013
Ma le Poste in Alitalia sono un happy ending?
Provando a capirci qualcosa di quello che succede, è successo, e succerà, ad Alitalia, mi sono fatto questa domanda. Mi sono cioè chiesto se, al di là di preconcetti - o visioni precedenti, per ripulire la cosa -, l'ingresso di Poste Italiane con quei 75 milioni di aumento di capitale è una vera soluzione alla questione.
La risposta è molto complicata e non credo troverà fortuna in questo momento: come dire, si vedrà.
Letta intanto ha commentato festeggiando la possibile soluzione - dovrà infatti essere ratificata del tutto da un'assemblea degli azionisti che ci sarà lunedì - commentando: "La nostra parte è stata fatta" a cui si abbina il lealista governativo Lupi, ministro di merito visto la delega ai Trasporti, che chiosa: "Ce l'abbiamo fatta, abbiamo lavorato intensamente in queste settimane per ottenere questo risultato".
Ma questo risultato, dunque, è buono davvero o no?
Così e così. Perché se è vero che da un lato è stato trovato il cosiddetto "cavaliere bianco" - l'entità, statale, disposta ad entrare nell'aumento di capitale - ed è stato così evitato quello che sarebbe stato il tragicomico blocco dei voli per insolvenze sui carburanti e ancor più il ridimensionamento che aveva in progetto Klm-Air France; dall'altra parte a quanto pare, c'è tutta una seri di problematiche irrisolte. A partire, per esempio, dal debito effettivo della compagnia, che sarebbe notevolmente superiore ai 946 milioni di cui si era parlato nel primo semestrale, raggiungendo - sommando debito commerciale, lo scaduto e i debiti operativi - quasi i due miliardi di euro. Ragion per cui - ripeto - al di là di preclusioni ideologico-formative, l'ingresso di Poste sarebbe solo un viatico per allontanare lo spauracchio del collasso immediato: un po' come quando da piccolo la mamma ti diceva di pulire la camera e tu buttavi tutto dentro l'armadio chiudendo gli sportelli - polvere sotto al tappeto, di nuovo.
In questo si aggiunge un ulteriore aspetto. Uno dei principali creditori è Adr (Aeroporti di Roma), la società che gestisce gli scali capitolini controllata dai Benetton - che sono insieme a Intesa e Immsi anche tra gli azionisti di maggioranza di Alitalia - che oltre alla questione di cassa, ragiona in funzione dello sviluppo futuro. In un documento riservato inviato a Palazzo Chigi, di cui parla Michele Arnese su Formiche, Adr dice "E’ necessario guidare la situazione verso un’aggregazione con un grande vettore internazionale che mantenga Alitalia come hub carrier e metta Fiumicino come secondo o terzo hub al centro di un network di collegamenti internazionali e intercontinentali". Ma se questo potrebbe far pensare ad Air France come (inevitabile) soluzione finale, sono invece le parole che seguono che chiariscono meglio il discorso: "Vanno evitate ristrutturazioni più o meno traumatiche con perdita del ruolo di hub carrier [...] con progressivo spostamento del traffico verso altri hub", con riferimento a quanto sembra allo Charles De Gaulle. E così, secondo i rumors di cui parla Arnese, la preferenza di Adr - che comunque descrive un epilogo in cui la compagnia finirà inesorabilmente in mani straniere - andrebbe verso aziende orientali, meglio se del Golfo. In particolare si parlerebbe di Ethiad.
Altri dubbi riguardano proprio Poste. L'a.d. Massimo Sarmi aveva chiaramente espresso la volontà di uscire dal business del trasporto, cedendo il carrozzone Mistral Air. L'ex compagnia aerea fondata da Bud Spencer e comprata completamente da Poste nel 2002, dopo un passaggio in mani olandesi, si occupa di cargo la notte e trasporto passeggeri di giorno e è uno dei colpi del "Passera postino" - ruolo precedente a quello in Intesa. I numeri del vettore aereo, che funziona principalmente come low cost, non sono del resto rassicuranti: nonostante l'accordo commerciale con l’Opera Pellegrinaggi - per il trasporto dei pellegrini verso Lourdes, Fatima, Santiago de Compostela - e quello con il ministero degli Interni per il trasferimento degli immigrati clandestini. A fine 2012, infatti, Mistral Air registrava un patrimonio netto negativo per quasi 6 milioni di euro, un rosso (il quinto di fila) di 8,242 milioni e debiti per 33,858 milioni. Scrivono Costanza Iotti e Gaia Scacciavillani sul Fatto: "Situazione che, complice il suggerimento della Corte dei Conti, aveva spinto il successore di Passera alle Poste ad avviare il processo di dismissione della compagnia già ricapitalizzata per 3,5 milioni nel 2010, sollecitando manifestazioni di interesse “al fine di valutarne la cessione a un operatore selezionato”. Una scelta motivata sostanzialmente dall’andamento negativo di Mistral che richiede una nuova iniezione di liquidità obbligatoria da circa 3 milioni perché il patrimonio è appunto sceso sotto il minimo di legge".
Ma Mistral in fondo è una piccola azienda con un fatturato intorno ai cento milioni annui, di cui, sebbene in perdita, Poste può assumersi gli oneri - e i rari, non ancora sbocciati, onori. Alitalia invece è altra cosa, e nonostante l'utile - di un miliardo - con cui la società guidata da Sarmi ha chiuso lo scorso anno, frutto di un forte posizionamento finanziario (molto oltre il ruolo di servizio di cui dovrebbe occuparsi), le perplessità restano.
Per concludere, riportato come informazione - per i commenti ci sarà tempo -, proprio il giorno in cui in Italia si annunciava una nuova partecipazione statale all'interno di un'azienda importante di servizi, in Inghilterra iniziava la vendita di in borsa del 60 per cento della partecipazione detenuta dal governo in Royal Mail.
Che è l'ulteriore dubbio, che rende difficilissimo se non impossibile, trovare risposta adesso alla domanda del titolo.
La risposta è molto complicata e non credo troverà fortuna in questo momento: come dire, si vedrà.
Letta intanto ha commentato festeggiando la possibile soluzione - dovrà infatti essere ratificata del tutto da un'assemblea degli azionisti che ci sarà lunedì - commentando: "La nostra parte è stata fatta" a cui si abbina il lealista governativo Lupi, ministro di merito visto la delega ai Trasporti, che chiosa: "Ce l'abbiamo fatta, abbiamo lavorato intensamente in queste settimane per ottenere questo risultato".
Ma questo risultato, dunque, è buono davvero o no?
Così e così. Perché se è vero che da un lato è stato trovato il cosiddetto "cavaliere bianco" - l'entità, statale, disposta ad entrare nell'aumento di capitale - ed è stato così evitato quello che sarebbe stato il tragicomico blocco dei voli per insolvenze sui carburanti e ancor più il ridimensionamento che aveva in progetto Klm-Air France; dall'altra parte a quanto pare, c'è tutta una seri di problematiche irrisolte. A partire, per esempio, dal debito effettivo della compagnia, che sarebbe notevolmente superiore ai 946 milioni di cui si era parlato nel primo semestrale, raggiungendo - sommando debito commerciale, lo scaduto e i debiti operativi - quasi i due miliardi di euro. Ragion per cui - ripeto - al di là di preclusioni ideologico-formative, l'ingresso di Poste sarebbe solo un viatico per allontanare lo spauracchio del collasso immediato: un po' come quando da piccolo la mamma ti diceva di pulire la camera e tu buttavi tutto dentro l'armadio chiudendo gli sportelli - polvere sotto al tappeto, di nuovo.
In questo si aggiunge un ulteriore aspetto. Uno dei principali creditori è Adr (Aeroporti di Roma), la società che gestisce gli scali capitolini controllata dai Benetton - che sono insieme a Intesa e Immsi anche tra gli azionisti di maggioranza di Alitalia - che oltre alla questione di cassa, ragiona in funzione dello sviluppo futuro. In un documento riservato inviato a Palazzo Chigi, di cui parla Michele Arnese su Formiche, Adr dice "E’ necessario guidare la situazione verso un’aggregazione con un grande vettore internazionale che mantenga Alitalia come hub carrier e metta Fiumicino come secondo o terzo hub al centro di un network di collegamenti internazionali e intercontinentali". Ma se questo potrebbe far pensare ad Air France come (inevitabile) soluzione finale, sono invece le parole che seguono che chiariscono meglio il discorso: "Vanno evitate ristrutturazioni più o meno traumatiche con perdita del ruolo di hub carrier [...] con progressivo spostamento del traffico verso altri hub", con riferimento a quanto sembra allo Charles De Gaulle. E così, secondo i rumors di cui parla Arnese, la preferenza di Adr - che comunque descrive un epilogo in cui la compagnia finirà inesorabilmente in mani straniere - andrebbe verso aziende orientali, meglio se del Golfo. In particolare si parlerebbe di Ethiad.
Altri dubbi riguardano proprio Poste. L'a.d. Massimo Sarmi aveva chiaramente espresso la volontà di uscire dal business del trasporto, cedendo il carrozzone Mistral Air. L'ex compagnia aerea fondata da Bud Spencer e comprata completamente da Poste nel 2002, dopo un passaggio in mani olandesi, si occupa di cargo la notte e trasporto passeggeri di giorno e è uno dei colpi del "Passera postino" - ruolo precedente a quello in Intesa. I numeri del vettore aereo, che funziona principalmente come low cost, non sono del resto rassicuranti: nonostante l'accordo commerciale con l’Opera Pellegrinaggi - per il trasporto dei pellegrini verso Lourdes, Fatima, Santiago de Compostela - e quello con il ministero degli Interni per il trasferimento degli immigrati clandestini. A fine 2012, infatti, Mistral Air registrava un patrimonio netto negativo per quasi 6 milioni di euro, un rosso (il quinto di fila) di 8,242 milioni e debiti per 33,858 milioni. Scrivono Costanza Iotti e Gaia Scacciavillani sul Fatto: "Situazione che, complice il suggerimento della Corte dei Conti, aveva spinto il successore di Passera alle Poste ad avviare il processo di dismissione della compagnia già ricapitalizzata per 3,5 milioni nel 2010, sollecitando manifestazioni di interesse “al fine di valutarne la cessione a un operatore selezionato”. Una scelta motivata sostanzialmente dall’andamento negativo di Mistral che richiede una nuova iniezione di liquidità obbligatoria da circa 3 milioni perché il patrimonio è appunto sceso sotto il minimo di legge".
Ma Mistral in fondo è una piccola azienda con un fatturato intorno ai cento milioni annui, di cui, sebbene in perdita, Poste può assumersi gli oneri - e i rari, non ancora sbocciati, onori. Alitalia invece è altra cosa, e nonostante l'utile - di un miliardo - con cui la società guidata da Sarmi ha chiuso lo scorso anno, frutto di un forte posizionamento finanziario (molto oltre il ruolo di servizio di cui dovrebbe occuparsi), le perplessità restano.
Per concludere, riportato come informazione - per i commenti ci sarà tempo -, proprio il giorno in cui in Italia si annunciava una nuova partecipazione statale all'interno di un'azienda importante di servizi, in Inghilterra iniziava la vendita di in borsa del 60 per cento della partecipazione detenuta dal governo in Royal Mail.
Che è l'ulteriore dubbio, che rende difficilissimo se non impossibile, trovare risposta adesso alla domanda del titolo.
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mercoledì 2 ottobre 2013
La cosa più italianamente buffona che abbia mai visto in vita mia
Berlusconi voterà la fiducia al governo Letta.
(C'è sempre quella storia della Nitromemantina)
Link:
- live dall'aula
- gli sms di Cazzullo per il CorSera
- un'altra cosa
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- un'altra cosa
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venerdì 20 settembre 2013
Al volo sulle primarie #PD
C'è l'Assemblea in corso - ovviamente da seguire il liveblogging di Europa - ma intanto le primissime impressioni su quella che dovrebbe essere la date per le primarie :l'8 dicembre.
Gran scelta!
(Che poi ancora - ancora! - non ci sono le regole, è veramente ridicolo).
Gran scelta!
(Che poi ancora - ancora! - non ci sono le regole, è veramente ridicolo).
mercoledì 14 agosto 2013
Avvisate quelli al bar
Il New York Times ha momentaneamente il sito fuori uso, questa è la comunicazione ufficiale.
Per capire come procede il mondo del giornalismo e dei media e sul come un certo atteggiamento "ingessato" e arroccato sia parecchio scaduto - sia per gli editori, quanto per i lettori -, invece c'è quest'altro tweet
Per capire come procede il mondo del giornalismo e dei media e sul come un certo atteggiamento "ingessato" e arroccato sia parecchio scaduto - sia per gli editori, quanto per i lettori -, invece c'è quest'altro tweet
Il Nyt sta infatti continuando il suo lavoro u Facebook e Twitter: questo per esempio, è un pezzo firmato da David Kirkpatrick e Alan Cowell su quel che succede in Egitto, pubblicato in Fb.
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giovedì 1 agosto 2013
Si può fare?
Oggi riprendono in Senato i lavori delle commissione Bilancio e Affari Costituzionali: si discute del decreto n.69 del 21 giugno 2013, più noto come "decreto del fare".
Provvedimento abbastanza importante, come ricorda la Stampa, in quanto "accoglie le raccomandazioni rivolte all’Italia dalla Commissione europea il 29 maggio 2013 nel quadro della procedura di coordinamento delle riforme economiche per la competitività (”semestre europeo”)".
Il decreto in questione è composto da 140 articoli, che sono tanti - una specie di "milleproroghe" - ma sono niente in confronto ai 998 emendamenti presentati dai vari partiti politici. Tutti, sia chiaro.
Il decreto "del fare" (scade il 20 agosto) è stato appena trasmesso al Senato dove le commissioni interessate devono chiudere la pratica entro la settimana per poi affidare il testo all'aula - che ha già prenotato tutti gli spazi da lunedì al 9 agosto.
Ma il rischio di un nuovo passaggio alla Camera, in caso che palazzo Madama dovesse modificarlo, è molto alto.
Tutto entro venerdì prossimo, data di chiusura dei lavori parlamentari - per ferie.
Intanto slittano a settembre - se va bene, come al solito - le discussioni sulle riforme costituzionali (legge elettorale). Il Ddl contro l'omofobia, la legge sul voto di scambio politica-mafia, e soprattutto il finanziamento pubblico ai partiti, sono invece roba che resta sospesa fino a data da destinarsi - partiranno in settimana le discussioni generali alla Camera, per arrivare forse al voto tra 8 e 9 agosto.
È davanti a certe cose - lo tsunami di emendamenti che rubano spazio e tempo ad altro -, inutili, stupide, inique, disutili, infruttuose, sconvenienti, svantaggiose, che poi uno non trova più argomenti per combattere l'antipolitica.
E dire che di solito m'impegno.
Provvedimento abbastanza importante, come ricorda la Stampa, in quanto "accoglie le raccomandazioni rivolte all’Italia dalla Commissione europea il 29 maggio 2013 nel quadro della procedura di coordinamento delle riforme economiche per la competitività (”semestre europeo”)".
Il decreto in questione è composto da 140 articoli, che sono tanti - una specie di "milleproroghe" - ma sono niente in confronto ai 998 emendamenti presentati dai vari partiti politici. Tutti, sia chiaro.
Il decreto "del fare" (scade il 20 agosto) è stato appena trasmesso al Senato dove le commissioni interessate devono chiudere la pratica entro la settimana per poi affidare il testo all'aula - che ha già prenotato tutti gli spazi da lunedì al 9 agosto.
Ma il rischio di un nuovo passaggio alla Camera, in caso che palazzo Madama dovesse modificarlo, è molto alto.
Tutto entro venerdì prossimo, data di chiusura dei lavori parlamentari - per ferie.
Intanto slittano a settembre - se va bene, come al solito - le discussioni sulle riforme costituzionali (legge elettorale). Il Ddl contro l'omofobia, la legge sul voto di scambio politica-mafia, e soprattutto il finanziamento pubblico ai partiti, sono invece roba che resta sospesa fino a data da destinarsi - partiranno in settimana le discussioni generali alla Camera, per arrivare forse al voto tra 8 e 9 agosto.
È davanti a certe cose - lo tsunami di emendamenti che rubano spazio e tempo ad altro -, inutili, stupide, inique, disutili, infruttuose, sconvenienti, svantaggiose, che poi uno non trova più argomenti per combattere l'antipolitica.
E dire che di solito m'impegno.
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mercoledì 31 luglio 2013
Terra e polvere che tira vento
C'è in queste ore un'intervista di Aldo Cazzullo a Francesco De Gregori, pubblicata dal CorSera, che sta facendo molto discutere nel Pd.
Il motivo della discussione è che De Gregori dice quello che molti elettori dem pensano a proposito della sinistra. Dice, cioè, che il Pd è finito aggrovigliato nelle proprie visioni e nelle proprie posizioni.
E poi dice che alla Camera ha votato Monti: che praticamente è quello che hanno fatto molti del Pd - quelli che appartengo ad un certo modo di vedere il Pd ed erano esausti di quel cocciuto processo di spostamento troppo in là degli equilibri interni.
Roba che detta da me, accusato di liberismo ogni tre per due può anche essere, ma detto da quello che cantava "Viva l'Italia, l'Italia che resiste" suona come una botta pazzesca a Giovani Turchi, vecchi baffini, pseudonuovi giaguari e via dicendo.
Detto ciò, l'intervista è interessante, De Gregori è una voce autorevole del pantheon - una volta si usava questa parole, ricordate? - della sinistra italiana, ma è un cantante, non è Rosa Luxemburg e nemmeno J. Stuart Mill.
Dunque calma con la solita incontinenza, prendiamo l'intervista per quel che è, accettando e riflettendo sulle critiche - che sia chiaro, condivido pienamente, tanto che mi sembra quasi inutile sottolinearlo.
Ma non facciamola passare come la palingenesi - accezione geologica - del Partito Democratico.
Il motivo della discussione è che De Gregori dice quello che molti elettori dem pensano a proposito della sinistra. Dice, cioè, che il Pd è finito aggrovigliato nelle proprie visioni e nelle proprie posizioni.
E poi dice che alla Camera ha votato Monti: che praticamente è quello che hanno fatto molti del Pd - quelli che appartengo ad un certo modo di vedere il Pd ed erano esausti di quel cocciuto processo di spostamento troppo in là degli equilibri interni.
Roba che detta da me, accusato di liberismo ogni tre per due può anche essere, ma detto da quello che cantava "Viva l'Italia, l'Italia che resiste" suona come una botta pazzesca a Giovani Turchi, vecchi baffini, pseudonuovi giaguari e via dicendo.
Detto ciò, l'intervista è interessante, De Gregori è una voce autorevole del pantheon - una volta si usava questa parole, ricordate? - della sinistra italiana, ma è un cantante, non è Rosa Luxemburg e nemmeno J. Stuart Mill.
Dunque calma con la solita incontinenza, prendiamo l'intervista per quel che è, accettando e riflettendo sulle critiche - che sia chiaro, condivido pienamente, tanto che mi sembra quasi inutile sottolinearlo.
Ma non facciamola passare come la palingenesi - accezione geologica - del Partito Democratico.
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mercoledì 3 luglio 2013
Per capirci sulla Santanché
Ieri avevo detto la mia sulla vicenda dell'elezione di Daniela Santanché alla vicepresidenza della Camera.
Continuo a pensarla nello stesso modo ancora oggi, dopo che si è deciso di far slittare la votazione per evitare scivoloni politici.
Sempre ieri in uno scambio di tweet, all'interno di una più ampia conversazione, il bravissimo vicedirettore di Europa, Mario Lavia, alla mia domanda "come mai Lupi sì e Santanché no?" mi rispondeva con un argomento indubbiamente validissimo:
Vero, giusto, ineccepibile: questo tanto per chiarire che non sono diventato matto, non ho perso la bussola. E soprattutto nemmeno sono stato assoldato con nessuna mercede da nessuno - ché when grillism is on the air certe puntualizzazioni sono sempre necessarie. Riesco perfettamente a discernere il valore politico - fin anche personale, anche se non è affar mio - e il valore dell'immagine che la pitonessa del Pdl si porta appresso. Riconosco meno, un po' meno, l'eventuale elevazione di Lupi, ma è altro discorso.
Capisco, e credo, soprattutto, che in un reale clima di condivisione del governo, le nomine anche su posti di legittima appartenenza vanno discusse prima. Vanno per certi versi concertate, sempre per quella questione dell'intese. Questo sicuramente.
Ma credo anche, e lo ripeto, che quando c'è una nomina voluta e rappresentativa per un determinato partito, in un momento di governo - e politico - come quello attuale, occorre che gli altri del gruppo esecutivo facciano un passo indietro. Si turino il naso se necessario, ridico. Non è questione di compromessi: è questione di pesi politici, che il Pd nel caso non ha, per porre veti. Si è pareggiato e non si vinto e concesso una tregua, per essere chiari. E in più si è scelto di guidare un processo insieme, e non puoi sempre sceglier tu la musica dello stereo in macchina.
Detto ciò, responsabilità morale, vuoi anche etica, di chi propone quel nome, di chi crede in quella figura e di chi la difende: e su questo di sicuro il Pdl non è ineccepibile, ma è comunque affar loro. Premesso che non si tratta di questioni di giustizia, ma semmai di comportamenti personali nemmeno troppo scabrosi: è una pasionaria, lo è anche Fassina, ma nessuno del Pdl ha detto che non doveva fare il sottosegratario, e so che - lo dico sul serio - non ci sono termini di confronto sul peso e valore culturale dei due. Ma sul loro atteggiamento politico, invece, sì.
Si è scelto di votare Formigoni in commissione Agricoltura, Palma in commissione giustizia, adesso perché si sente il bisogno di purificarsi l'anima col veto sulla Santanché.
L'argomentazione del sit-in davanti al Palazzo di Giustizia di Milano è ipocrita quanto pigra, perché non mi risulta che siano state tolte deleghe o sfiduciati i ministri e gli altri componenti istituzionali comunque presenti. A me questa cosa del veto, puzza di superiorità intellettuale. Di mignottismo e perbenismo, di noi siamo migliori di quella lì, di noi siamo candidi e lei no, di antiberlusconismo manierista nudo e crudo.
A meno che, non ci sia una strategia politica sotto, e questo è sinceramente quello che mi preoccupa di più.
Continuo a pensarla nello stesso modo ancora oggi, dopo che si è deciso di far slittare la votazione per evitare scivoloni politici.
Sempre ieri in uno scambio di tweet, all'interno di una più ampia conversazione, il bravissimo vicedirettore di Europa, Mario Lavia, alla mia domanda "come mai Lupi sì e Santanché no?" mi rispondeva con un argomento indubbiamente validissimo:
"Penso che abbiano profili diversi, per una carica istituzionale è importante".
Vero, giusto, ineccepibile: questo tanto per chiarire che non sono diventato matto, non ho perso la bussola. E soprattutto nemmeno sono stato assoldato con nessuna mercede da nessuno - ché when grillism is on the air certe puntualizzazioni sono sempre necessarie. Riesco perfettamente a discernere il valore politico - fin anche personale, anche se non è affar mio - e il valore dell'immagine che la pitonessa del Pdl si porta appresso. Riconosco meno, un po' meno, l'eventuale elevazione di Lupi, ma è altro discorso.
Capisco, e credo, soprattutto, che in un reale clima di condivisione del governo, le nomine anche su posti di legittima appartenenza vanno discusse prima. Vanno per certi versi concertate, sempre per quella questione dell'intese. Questo sicuramente.
Ma credo anche, e lo ripeto, che quando c'è una nomina voluta e rappresentativa per un determinato partito, in un momento di governo - e politico - come quello attuale, occorre che gli altri del gruppo esecutivo facciano un passo indietro. Si turino il naso se necessario, ridico. Non è questione di compromessi: è questione di pesi politici, che il Pd nel caso non ha, per porre veti. Si è pareggiato e non si vinto e concesso una tregua, per essere chiari. E in più si è scelto di guidare un processo insieme, e non puoi sempre sceglier tu la musica dello stereo in macchina.
Detto ciò, responsabilità morale, vuoi anche etica, di chi propone quel nome, di chi crede in quella figura e di chi la difende: e su questo di sicuro il Pdl non è ineccepibile, ma è comunque affar loro. Premesso che non si tratta di questioni di giustizia, ma semmai di comportamenti personali nemmeno troppo scabrosi: è una pasionaria, lo è anche Fassina, ma nessuno del Pdl ha detto che non doveva fare il sottosegratario, e so che - lo dico sul serio - non ci sono termini di confronto sul peso e valore culturale dei due. Ma sul loro atteggiamento politico, invece, sì.
Si è scelto di votare Formigoni in commissione Agricoltura, Palma in commissione giustizia, adesso perché si sente il bisogno di purificarsi l'anima col veto sulla Santanché.
L'argomentazione del sit-in davanti al Palazzo di Giustizia di Milano è ipocrita quanto pigra, perché non mi risulta che siano state tolte deleghe o sfiduciati i ministri e gli altri componenti istituzionali comunque presenti. A me questa cosa del veto, puzza di superiorità intellettuale. Di mignottismo e perbenismo, di noi siamo migliori di quella lì, di noi siamo candidi e lei no, di antiberlusconismo manierista nudo e crudo.
A meno che, non ci sia una strategia politica sotto, e questo è sinceramente quello che mi preoccupa di più.
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martedì 2 luglio 2013
Santanché? Perché no!
Oggi si voterà il nome del sostituto di Maurizio Lupi - che è diventato Ministro dei Trasporti - nel ruolo di vicepresidente della Camera. Il Pdl, legittimo titolare del ruolo da occupare, ha proposto Daniela Santanché. Sulla pasionaria berlusconiana, che si è autodefinita "pitonessa: né falco né colomba", il Pd ha subito posto dei veti, dichiarando la propria contrarietà.
Contrarietà ingiustificata - non fosse che per questioni personali, magari - in quanto il nome di Santanché non è sicuro più diviso di quello dello stesso Lupi. Contrarietà ancor più ingiustificata se poi si va a ragionare sul fatto che gli equilibri politici si basano anche sull'occupare ruoli e figure di garanzie, emanazione diretta ed insindacabile - almeno dovrebbe essere - del partito legittimato: equilibri, aggiungo, che spesso su questo si reggono.
Non dovrebbe di certo esistere un "legittimatore" un qualcuno o qualcosa che definisca ciò che degli altri è giusto o sbagliato. Un po' come dire che ognuno con le proprie cose fa quel che vuole: e se quel posto è di diritto del Pdl, dovrà essere il Pdl a decidere chi sarà ad occuparlo. E, a meno di rilevanze oggettive sull'innominabilità di qualcuno - mi riferisco a fatti giuridicamente riconoscibili - si dovrebbe garantire libertà irrefutabile sulla scelta.
Così anche per eleganza, chiamiamolo pure stile, perché in politica deve esserci anche quello.
La contrarietà del Pd sul nome di Santanché ne è una caduta, sul baratro, per quello stile. Perché senza tirare in ballo stanche polemiche sulla misoginia, non ci si può permettere - non più, adesso, ormai, che si è tutti insieme - di sentenziare sulle qualità, sulla bontà, sul migliore. Si chiude un occhio, si tappa il naso e si va avanti. Si è scelto di farlo. Perché sennò siamo alle solite, come quella volta con Nitto Palma di un paio di mesi fa.
Non è questo il momento delle solite incontinenze. Adesso si fa quello che serve. E in quello che serve, deve esserci anche la possibilità di dare agli altri, ciò che si chiede per se stessi: e cioè il diritto che il Pd ha avuto, di nominare Roberto Giacchetti e Marina Sereni per analoghi ruoli, senza che nessuno dicesse "no Giacchetti no, che ha la barba e quelli con la barba a me non piacciono!".
Il tutto rischia di finire nel solito pasticciaccio delle votazioni, con il Pd che voterà scheda bianca e M5S che voterà con Sel Laura Castelli, rischiando che Santanché non ce la faccia. Risultato: il Pd non mantiene i patti, non è affidabile, continua ad avvitarsi in questioni ideologiche. L'antiberlusconismo manierista, ancora una volta farà il suo corso. Il Partito democratico, di conseguenza, ancora una volta rischia una pessima figura.
Nota: non facciamoci prendere da facili scivoloni sull'occupazione di poltrone e bilanciamenti cencellistici del potere. I ruoli di cancelleria alle camere, sono formali, di rappresentanza, e non certo roccaforti del controllo. Ed è proprio per questo, che l'integralismo sembra il metodo più scemo per affrontare certe questioni.
Nota due: definire le posizioni di Daniela Santanché antipodiche alle mie, è qualcosa che va molto oltre l'eufemismo.
Sulla vicenda, c'è un post scritto da Anna Paola Concia, sul suo blog per HuffPost, che è magistrale - nel senso che rappresenta una lezione su come affrontare certe cose e su quel che è lo stile in politica.
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martedì 4 giugno 2013
As...as
Occhio che Nigel Farage è uno che non scherza.
Ha fatto secco il nostro - si fa per dire! - Borghezio dal gruppo al Parlamento Europeo. Erano tutti e due nel The Europe of Freedom and Democracy Group, EFD, roba euroscettica, non proprio chierichetti, ma non hanno retto alle dichiarazioni del nostro eurodeputato sulla nomina della Ministro Kyenge.
Farage l'ha espulso dal gruppo (lui è il presidente, hanno votato ieri), motivazione: le sue "dichiarazioni sono ripugnanti e di stampo razzista".
Riflessione: Farage ha davanti a sé un partito in crescita, che ha raggiunto e captato un quarto di elettorato britannico alle ultime elezioni locali. Elettorato proveniente soprattutto dall'area conservatrice, che adesso cerca di recuperare lo strappo accusando l'Ukip di razzismo e di amicizie xenofobe. La cacciata di Borghezio è, tra l'altro, un metodo per dimostrarsi puliti davanti agli occhi dell'opinione pubblica e contro le insinuazioni Tories.
Ampliamento della riflessione: quanto simile è la situazione di Farage che si libera di Borghezio, con quella di Grillo che scarica Rodotà? Molto, sono entrambe necessità di affermare la propria identità, l'identità del movimento, libera da zavorre estremiste e novecentesche. Necessità prioritaria, se si vuole evitare l'appiattimento sulla situazione circostante.
Ha fatto secco il nostro - si fa per dire! - Borghezio dal gruppo al Parlamento Europeo. Erano tutti e due nel The Europe of Freedom and Democracy Group, EFD, roba euroscettica, non proprio chierichetti, ma non hanno retto alle dichiarazioni del nostro eurodeputato sulla nomina della Ministro Kyenge.
Farage l'ha espulso dal gruppo (lui è il presidente, hanno votato ieri), motivazione: le sue "dichiarazioni sono ripugnanti e di stampo razzista".
Riflessione: Farage ha davanti a sé un partito in crescita, che ha raggiunto e captato un quarto di elettorato britannico alle ultime elezioni locali. Elettorato proveniente soprattutto dall'area conservatrice, che adesso cerca di recuperare lo strappo accusando l'Ukip di razzismo e di amicizie xenofobe. La cacciata di Borghezio è, tra l'altro, un metodo per dimostrarsi puliti davanti agli occhi dell'opinione pubblica e contro le insinuazioni Tories.
Ampliamento della riflessione: quanto simile è la situazione di Farage che si libera di Borghezio, con quella di Grillo che scarica Rodotà? Molto, sono entrambe necessità di affermare la propria identità, l'identità del movimento, libera da zavorre estremiste e novecentesche. Necessità prioritaria, se si vuole evitare l'appiattimento sulla situazione circostante.
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Avvisate quelli più in là
Avvisate tutti quelli più a sinistra di me (e vi assicuro che sarà un lungo lavoro, ché sono molti), ché dice il The Economist - mica pizza&fichi - che la povertà sta finendo. Dal 1990 ad oggi si sono ridotti della metà (erano due miliardi ai tempi) i poveri. Non che adesso si scialacqui nel latte d'asina. Avviso: non provate a confondere la nostra crisi, con la povertà, quella vera.
Ah! Sì. Dicevo di avvisare quelli più a sinistra di me, perché come ricorda anche Christian Rocca, uno dei principali motivi del successo, sono state - oltre la globalizzazione, la liberalizzazione dei mercati e la ridistribuzione reddituale in Cina - le politiche progressiste di Blair e Clinton. Sinistre moderne, liberali, riformiste e progressiste.
I nemici mondiali dei nostri gauchisti.
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sabato 25 maggio 2013
La storia di Sally Bercow
Premessa, questo è un articolo che parla di internet, in particolare di Twitter. Potrebbe anche sembrare un discorso accademico, bizantino, o autoreferenziale, quasi manieristico: una sorta di parlarci addosso. Ma così non è e l'argomento merita ampia discussione e riflessione. Perché vuoi o non vuoi certe questioni riguardano tutti noi.
Sul Post di giorni fa, c'era pubblicato un articolo che racconta una storia che in Inghilterra sta facendo discutere da un po' di tempo. Si tratta della denuncia fatta da Lord Alistair McAlpine contro una diffamazione subita proprio sul social network di Dorsey.
L'articolo è completamente esauriente e spiega molto bene nel dettaglio l'accaduto, per cui mi limiterò a sintetizzare sommariamente i fatti - perché non è di quelli che voglio parlare - solo per comodità di trattazione.
Dunque, è successo che la sig.ra Sally Bercow, che è la moglie di John Bercow (lo speaker della House of Commons), qualche mese fa inviò un tweet mentre andava in onda un'inchiesta di Newsnight (programma giornalistico della BBC) in cui si parlava di un politico conservatore di primo piano (si diceva addirittura un ex ministro, ma senza fare nessun nome) accusato di aver compiuto abusi sessuali durante il governo Thatcher.
Il tweet diceva
La storia ha una morale profonda, scivolosa, complicata e destinata a protrarsi nel tempo. Un paio di questioni mi sembrano adesso, al volo, più importanti delle altre.
Per prima cosa, la funzione, ossia la definizione di Twitter (e dei social network in genere). Che non è un posto, luogo, dove la gente dice cose a caso senza alludere a niente. La sentenza considera Twitter alla stregua dei media tradizionali, ma soprattutto allo stesso modo di tutti gli altri contesti analogici, quelli che qualche infingardo continua a chiamare ancora "reali".
E poi, la conseguenza di questo. La responsabilità. Personale, sia chiaro, di dire quello che si vuole - la libertà è la base di tutto - ma con la consapevolezza di quel che si dice. Ancora di più: la consapevolezza che quel che si dice, può essere oggetto di giudizio, di leggi e di pene. E che non è un chiacchiericcio al vento. Circostanza questa, che sebbene può essere vista anche con dei lati negativi - il rischio di limitare quella libertà, censurare, porre imprimatur -, ha indubbiamente degli aspetti fortemente positivi. Aspetti che remano verso una legittimazione - qualora ci fosse ancora bisogno, per i soliti pigri - definitiva di quegli spazi.
E verso una (auto)regolamentazione dei comportamenti.
Ammesso però, che ce ne sia davvero necessità. Perché senza esagerare, si sa che la Rete è questo: è tanto, è bello, ma è anche troll, insulti e chiacchiere. Però la responsabilità di quello che si dice, resta. Sempre. Soprattutto questa responsabilità è un dovere dei cosiddetti influencers, di quelli che rappresentano gli opinion leader, che spostano il punto delle discussioni e spesso la discussione la creano. Un po' come il top player che fa un fallo di reazione o gol di mano. Ma allora, il problema non sta nelle norme, nelle leggi, nel diritto: il problema è di autoregolarsi, di gestirsi, questione di etica e di morale personale, in un codice proprio, in un deontologia responsabile assolutamente funzione anche del ruolo sociale - senza illudersi che non esistono: io non valgo Matthew Ingram, o no?! - che si occupa. Il problema dunque è delle persone.
Il fatto stesso che riguarda quelle posizioni sociali - gli influencers sono il riferimento - e la funzione pedagogica, istruttiva, l'esempio per dire, che incarnano, è un ulteriore spunto di riflessione. E non è proprio che si diventa tanto più responsabili, quanto è maggiore il numero dei propri followers, ma in fondo è un po' anche così. Perché si spostano idee, si muovono menti e si creano pensieri: e di quelli si è responsabili nel momento in cui si decide di metterli in piazza. Altrimenti si scrivono su un diario, lo si mette in un cassetto e si chiude con una chiave.
Poi il fatto che nel merito, il tweet di Bercow non era così offensivo o infamante, è un'altra cosa. Ma che apre anche un altra problematica, che si legge nelle parole stesse di Sally Bercow: "La sentenza di oggi è un serio avvertimento per tutti gli utenti dei social media. Quello che dite può essere ritenuto diffamatorio anche se diffamare non è la vostra intenzione, anche se non fate alcuna accusa esplicita". Altro aspetto che fa indubbiamente riflettere, su questa spinosa questione di internet e del modo di starci bene dentro.
Ho paura che tutto il discorso, non finirà qui.
ps. a proposito della responsabilità, quel libro di Andrea Salerno dice:
Sul Post di giorni fa, c'era pubblicato un articolo che racconta una storia che in Inghilterra sta facendo discutere da un po' di tempo. Si tratta della denuncia fatta da Lord Alistair McAlpine contro una diffamazione subita proprio sul social network di Dorsey.
L'articolo è completamente esauriente e spiega molto bene nel dettaglio l'accaduto, per cui mi limiterò a sintetizzare sommariamente i fatti - perché non è di quelli che voglio parlare - solo per comodità di trattazione.
Dunque, è successo che la sig.ra Sally Bercow, che è la moglie di John Bercow (lo speaker della House of Commons), qualche mese fa inviò un tweet mentre andava in onda un'inchiesta di Newsnight (programma giornalistico della BBC) in cui si parlava di un politico conservatore di primo piano (si diceva addirittura un ex ministro, ma senza fare nessun nome) accusato di aver compiuto abusi sessuali durante il governo Thatcher.
Il tweet diceva
"Perché lord McAlpine è un trend topic su Twitter? *faccina innocente*".Durante il programma girò molto su Twitter la voce che potesse essere proprio lord McAlpine il politico in questione, anche se non uscì mai nessun nome dalla BBC. McAlpine si sentì diffamato e denunciò la tv e gli utenti on line che avevano usato frasi denigratorie o diffamatorie (o ritenute da lui tali) nei suoi confronti. Decidendo di far pagare 25 sterline in beneficenza agli anonimi (nel senso anche lato, e cioè di non conosciuti, non famosi, ordinari e non personaggi pubblici) e metterci per questi una pietra sopra. Mentre per una ventina di celebrità passò alle vie legali. Tutti meno Bercow, scelsero di ammettere le proprie responsabilità e chiedere pubbliche scuse e pagare (chi con emolumenti devoluti in beneficenza, chi svolgendo servizi sociali) per le proprie colpe. La Bercow decise di andare in giudizio: è di questi giorni la sentenza che l'ha dichiarata colpevole. La sentenza tra l'altro dice: "Twitter non è diverso dalla vita reale. Le persone devono capire che non è come fare quattro chiacchiere con gli amici davanti a un caffè".
La storia ha una morale profonda, scivolosa, complicata e destinata a protrarsi nel tempo. Un paio di questioni mi sembrano adesso, al volo, più importanti delle altre.
Per prima cosa, la funzione, ossia la definizione di Twitter (e dei social network in genere). Che non è un posto, luogo, dove la gente dice cose a caso senza alludere a niente. La sentenza considera Twitter alla stregua dei media tradizionali, ma soprattutto allo stesso modo di tutti gli altri contesti analogici, quelli che qualche infingardo continua a chiamare ancora "reali".
E poi, la conseguenza di questo. La responsabilità. Personale, sia chiaro, di dire quello che si vuole - la libertà è la base di tutto - ma con la consapevolezza di quel che si dice. Ancora di più: la consapevolezza che quel che si dice, può essere oggetto di giudizio, di leggi e di pene. E che non è un chiacchiericcio al vento. Circostanza questa, che sebbene può essere vista anche con dei lati negativi - il rischio di limitare quella libertà, censurare, porre imprimatur -, ha indubbiamente degli aspetti fortemente positivi. Aspetti che remano verso una legittimazione - qualora ci fosse ancora bisogno, per i soliti pigri - definitiva di quegli spazi.
E verso una (auto)regolamentazione dei comportamenti.
Ammesso però, che ce ne sia davvero necessità. Perché senza esagerare, si sa che la Rete è questo: è tanto, è bello, ma è anche troll, insulti e chiacchiere. Però la responsabilità di quello che si dice, resta. Sempre. Soprattutto questa responsabilità è un dovere dei cosiddetti influencers, di quelli che rappresentano gli opinion leader, che spostano il punto delle discussioni e spesso la discussione la creano. Un po' come il top player che fa un fallo di reazione o gol di mano. Ma allora, il problema non sta nelle norme, nelle leggi, nel diritto: il problema è di autoregolarsi, di gestirsi, questione di etica e di morale personale, in un codice proprio, in un deontologia responsabile assolutamente funzione anche del ruolo sociale - senza illudersi che non esistono: io non valgo Matthew Ingram, o no?! - che si occupa. Il problema dunque è delle persone.
Il fatto stesso che riguarda quelle posizioni sociali - gli influencers sono il riferimento - e la funzione pedagogica, istruttiva, l'esempio per dire, che incarnano, è un ulteriore spunto di riflessione. E non è proprio che si diventa tanto più responsabili, quanto è maggiore il numero dei propri followers, ma in fondo è un po' anche così. Perché si spostano idee, si muovono menti e si creano pensieri: e di quelli si è responsabili nel momento in cui si decide di metterli in piazza. Altrimenti si scrivono su un diario, lo si mette in un cassetto e si chiude con una chiave.
Poi il fatto che nel merito, il tweet di Bercow non era così offensivo o infamante, è un'altra cosa. Ma che apre anche un altra problematica, che si legge nelle parole stesse di Sally Bercow: "La sentenza di oggi è un serio avvertimento per tutti gli utenti dei social media. Quello che dite può essere ritenuto diffamatorio anche se diffamare non è la vostra intenzione, anche se non fate alcuna accusa esplicita". Altro aspetto che fa indubbiamente riflettere, su questa spinosa questione di internet e del modo di starci bene dentro.
Ho paura che tutto il discorso, non finirà qui.
ps. a proposito della responsabilità, quel libro di Andrea Salerno dice:
Responsabilità. Siamo spiacenti, la voce non risulta.
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mercoledì 22 maggio 2013
Disaster porno
Michael Moore ha detto che sul tornado che ha colpito Oklahoma City la stampa statunitense sta facendo "disaster porno" e che adesso serve uno stop.
Il tema è ampio e riguarda molte circostanze del genere: situazioni in cui i media rischiano sempre di scivolare dall'alto della cronaca e del racconto dei fatti, verso il gossip ed il sensazionalismo.
Anche da noi, di conseguenza, la documentazione fotografica di quello che sta succedendo è ampia e dettagliata. Spesso al limite della spasmodica attenzione al risultato artistico. Come se fosse una gara su Flickr.
Non lo so bene quanto questo documentare sia una necessità: è di sicuro figlio degli strumenti di cui disponiamo e poi di una realtà che sta cambiando. Che vuole sapere tutto di tutto, senza filtri, senza passaggi, diretta. A me un po' disturba, ma poco conta. Conta invece il mainstream.
Ci scrivo perché è un paio di giorni che ci penso, da quando ho visto quella foto simbolo di un altro disastro. Quel crollo a Dakha e quell'immagine che ne è diventata un simbolo: un abbraccio atroce, tragico, appassionato, di una coppia morta sepolta sotto le macerie. L'immagine dell'amore, l'amore definitivo e poi la paura da affrontare insieme e il dolore che uniti diventava meno intenso. Tutto straziante, tutto straordinario, tutto vero.
Lo so. E di sicuro il problema sono io, ad essere troppo limitato, al limite del bigottismo estetico.
Ed è per questo che dico del mio incomodo sottovoce, per non disturbare troppo. Se è così che volete che sia, sarà io ad adeguarmi, senza privarvi di niente. Ma mi chiedo: siete davvero sicuri che è questo che volete?
Il tema è ampio e riguarda molte circostanze del genere: situazioni in cui i media rischiano sempre di scivolare dall'alto della cronaca e del racconto dei fatti, verso il gossip ed il sensazionalismo.
Anche da noi, di conseguenza, la documentazione fotografica di quello che sta succedendo è ampia e dettagliata. Spesso al limite della spasmodica attenzione al risultato artistico. Come se fosse una gara su Flickr.
Non lo so bene quanto questo documentare sia una necessità: è di sicuro figlio degli strumenti di cui disponiamo e poi di una realtà che sta cambiando. Che vuole sapere tutto di tutto, senza filtri, senza passaggi, diretta. A me un po' disturba, ma poco conta. Conta invece il mainstream.
Ci scrivo perché è un paio di giorni che ci penso, da quando ho visto quella foto simbolo di un altro disastro. Quel crollo a Dakha e quell'immagine che ne è diventata un simbolo: un abbraccio atroce, tragico, appassionato, di una coppia morta sepolta sotto le macerie. L'immagine dell'amore, l'amore definitivo e poi la paura da affrontare insieme e il dolore che uniti diventava meno intenso. Tutto straziante, tutto straordinario, tutto vero.
Lo so. E di sicuro il problema sono io, ad essere troppo limitato, al limite del bigottismo estetico.
Ed è per questo che dico del mio incomodo sottovoce, per non disturbare troppo. Se è così che volete che sia, sarà io ad adeguarmi, senza privarvi di niente. Ma mi chiedo: siete davvero sicuri che è questo che volete?
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