(Pubblicato su Formiche)
Decine di raid aerei americani hanno permesso all’esercito iracheno, aiutato dalle milizie sciite al-Hashd al-Shaabi (il Fronte di mobilitazione popolare), di entrare a Ramadi. La situazione nel capoluogo dell’Anbar, la parte di territorio iracheno che si allunga verso la Siria, vede da un paio di settimane le forze alleate impegnate nello sforzo finale per togliere la città dal controllo dei baghdadisti. Un assedio in piedi da mesi, arrivato a quanto pare a conclusione, anche se permangono sacche di resistenza. La BBC ha diffuso la notizia che anche il compound centralissimo in cui aveva sede il governo provinciale, occupato dagli uomini del Califfato, è stato (più o meno) riconquistato dai soldati iracheni. Non senza difficoltà: l’avanzata, dopo che l’esercito era riuscito ad entrare nel centro municipale martedì, è stata ostacolata dalle mine nascoste nel terreno, dai cecchini appostati sugli edifici e dagli attacchi-kamikaze dei combattenti jihadisti. Si tratta di un territorio pieno di trappole, che si sono portate dietro distruzioni terribili causate dagli ordigni piazzati ovunque, e che grazie alla copertura aerea della Coalizione occidentale non s’è trasformato in una tomba con una carneficina di iracheni. Baghdad ha, e aveva, a disposizione sul posto un numero di truppe superiore di almeno dieci volte a quelle jihadiste, ma gli uomini del Califfo, al massimo quattrocento, hanno giurato fedeltà fino alla morte, sono più motivati e si erano asserragliati.
UN COLPO DURO
Si tratterebbe della peggior sconfitta subita dal Califfato negli ultimi 18 mesi, che contraddice i messaggi trionfalistici contenuti nell’audio di Khalifa Ibrahim diffuso in questi giorni. Di più, la sconfitta potrebbe essere proprio la motivazione dietro alla scelta temporale della diffusione: non è la prima volta che il gruppo fa uscire messaggi nei momenti di debolezza messaggi per stringere i ranghi e alzare l’umore di proseliti e combattenti. Esternazioni che spesso sono seguite anche da azioni e attacchi; per questo si segue con attenzione il pericolo segnalato per le principali città europee, bersaglio di possibili attentati di uomini legati al califfato.
L’IMPORTANZA DI RAMADI
Riconquistare Ramadi ha anche un peso simbolico. La città non è solo un crocevia per collegare due parti del sedicente Califfato, quella irachena e quella siriana. Il capoluogo dell’Anbar significa che ancora una volta i sunniti della regione hanno smesso di appoggiare il Califfo, hanno aperto spazio in modo centripeto alle truppe irachene (pur con enormi diffidenze verso i miliziani sciiti che le sostengono) e hanno lasciato isolati poche centinaia di baghdadisti al centro di Ramadi.
Alberto Negri, giornalista del Sole 24 Ore, ha commentato su Facebook che “la gestione politica della riconquista di Ramadi e le relazioni che saranno instaurate con i sunniti saranno un importante banco di prova per il governo a maggioranza sciita di Baghdad: gli errori del passato sono stati pagati duramente con l’avanzata dell’Isis”.
I RAID
Domenica, mentre circolavano le notizie sulla caduta delle aree centrali di Ramadi, l’account Twitter della Coalizione internazionale per la lotta allo Stato islamico a guida americana ha pubblicato il report settimanale degli attacchi aerei condotti tra Siria e Iraq tra il 19 e il 25 dicembre. Sono stati 119 gli airstrike che hanno colpito postazioni del Califfato sul suolo iracheno, mentre 44 hanno interessato il territorio siriano, soprattutto al nord, dove c’è da difendere il raggruppamento di milizie che sta cercando di isolare Raqqa, la capitale siriana dell’Isis.
MOSUL: IL CENTRO DEGLI AIRSTRIKE
Nonostante il culmine dell’offensiva in atto, Ramadi non è stato, secondo gli osservatori, il luogo dell’Iraq più colpito dalla Coalizione. Leggendo il report dei militari americani si osserva che su Mosul, la capitale irachena dello Stato islamico, sono stati condotti 45 airstrike, che hanno distrutto 143 obiettivi nelle aree cittadine e limitrofe; Ramadi è stata colpita da 31 attacchi aerei. La situazione a Mosul è difficile, l’Isis è tornato all’offensiva nel nord iracheno, dopo cinque mesi, per segnare la propria presenza, anche a seguito della distribuzione di soldati da parte della Turchia nell’area; circostanza che aveva creato anche una bega diplomatica con il governo iracheno: ora i militari turchi stanno lentamente rientrando verso Ankara.
Se si osservano le distruzioni a Ramadi, che impediranno ai civili di rientrare in città almeno nel breve tempo, si intuisce che se e quando toccherà a Mosul di essere liberata dal Califfato (che Baghdad vede come l’ultimo baluardo da togliere al controllo dei baghdadisti), ci si dovrà aspettare un’altra crisi umanitaria: Ramadi è una città di 450mila persone, molte fuggite (e in parte sfollate prima dell’inizio della fase finale dell’offensiva), mentre Mosul e il suo hinterland ospitano circa due milioni di abitanti.
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lunedì 28 dicembre 2015
Ecco come l’Isis sta lasciando Ramadi
domenica 27 dicembre 2015
Ecco come Isis ha messo le mani sui dollari dell’Irak
(Pubblicato su Formiche)
Il Califfato si è inserito tra le dinamiche che regolano la vendita all’asta dei dollari tenuta dalla Banca centrale dell’Iraq, ottenendone circa 25 milioni di dollari al mese di profitto. Su Formiche.net si era già parlato della novità nel sistema di finanziamento del gruppo jihadista, quando si raccontava dell’uccisione del leader delle finanze dell’Isis, Abu Salah, ritenuto da alcuni esperti iracheni l’uomo che ha studiato il sistema per ottenere tali profitti.
Nibras Kazimi, esperto di Iraq e conoscitore dello Stato islamico fin dai tempi della sua fondazione (cioè nove anni fa, quando il gruppo era guidato ancora da Abu Musab al Zarkawi), ha spiegato sul suo sito come funzionano queste dinamiche. E Daniele Raineri sul Foglio ha aggiunto diversi dettagli, perché lo scenario che si sta aprendo sotto gli occhi dei ricercatori (e finito già tra le inchieste del Tesoro americano e della Federal Reserve), rischia di spostare l’attenzione dal mondo del petrolio, ritenuto finora la principale fonte di finanziamento del gruppo: gli americani stimano che il traffico di greggio frutti un giro d’affari pari a 400 milioni di dollari l’anno, ora le fonti nell’intelligence e nelle banche dell’Iraq su cui si base lo studio di Kazimi, parlano di numeri che sfiorano i 300 milioni di dollari nei primi dodici mesi di questa nuova attività finanziaria dell’Isis.
LO SCHEMA OPERATIVO
La dinamica sfruttata dallo Stato islamico è quella “legale” che muove il commercio di dollari americani, dove il meccanismo regolatore è fornito dalla Banca centrale dell’Iraq, che vende moneta alle banche private, le quali a loro volta rivendono la valuta ai clienti sul mercato. Queste banche locali spesso si avvalgono della collaborazione di molti istituti di cambio sparsi per il paese, la cui trasparenza e correttezza è in molti casi opinabile. Il dollaro è un prodotto sicuro, ha una richiesta continua, e dunque per questo il cambio di valuta rappresenta un settore molto redditizio: il guadagno sta nella differenza del prezzo di acquisto pagato dagli istituti e quello di rivendita ai clienti. Spiega Kazimi che in questo momento in Iraq la richiesta della moneta statunitense è molto elevata, a causa del fatto che diverse società di cambio hanno avanzato grosse richieste di denaro con il solo fine di speculare sul cambio: dai dati del ricercatore, soltanto il 20 per cento della domanda di dollari è reale, il resto è rappresentato da questo meccanismo di acquisto fasullo per assicurarsi il bene e poi regolarne le dinamiche di vendita. Lo Stato islamico è riuscito ad inserirsi tra i nodi del network organizzato, grazie ad un investimento iniziale di circa un miliardo di dollari (spesi per creare una propria struttura e foraggiare intermediari affidabili): i soldi, sottratti nel 2014 dalle casse delle banche di Mosul (di cui si era parlato molto), sono stati prima messi al sicuro in Giordania, dove il confine è labile, e poi fatti rientrare verso Ramadi (città oggetto in queste ore delle mosse finali di un’importante offensiva progettata dalla Coalizione americana in collaborazione con l’esercito iracheno e le milizie sciite, per toglierla dal controllo del Califfato). Raineri sul Foglio aggiunge un dettaglio da non trascurare, che spiega come mai questo sistema è possibile e difficile da sgominare: «Questo stesso meccanismo speculativo è usato da molti altri investitori, compresi alcuni partiti iracheni, crimine organizzato incluso quello legato al traffico di droga, e alcuni grandi fondi del Golfo persico». Il giornalista, molto esperto del gruppo di Abu Bakr al Baghdadi, spiega che questo «vuol dire che c’è poca voglia di interrompere il ciclo dell’arricchimento, perché lo Stato islamico ne beneficia ma è un giocatore marginale rispetto ad altri grandi investitori».
IL RUOLO DI ABU SALAH
Secondo Kazimi, questa raffinata operazione di trading finanziario, che porta i baghdadisti su un livello ancora più alto di organizzazione, è stata progettata e supervisionata dal leader ucciso a fine novembre in un raid aereo americano in Iraq. Secondo il colonnello Steven Warren, portavoce della missione americana “anti-IS” Inherent Resolve, che annunciò l’eliminazione di quello che era considerato il capo dell’intero network finanziario del Califfato durante una conferenza stampa tenuta da Baghdad, dov’era in visita alle truppe, l’attacco avrebbe inferto un duro colpo alla struttura dello Stato islamico. Warren parla per il Pentagono, che ritiene Abu Salah difficilmente sostituibile nel suo ruolo. Anche Hisham al-Hashimi, ricercatore iracheno tra i più esperti al mondo sulle questioni del Califfato, ritiene Abu Salah il progettista materiale del meccanismo e complicato da sostituire. Difficile dire se sia davvero così (il gruppo ha dimostrato ampia versatilità e adattamento), ma la questione apre uno scenario ancora più preoccupante. Scrive Raineri: «Pensate allo Stato islamico come a un fondo sovrano molto liquido con una causa sociale precisa, il terrorismo islamista, e filiali sparse in molti paesi». I fondi sovrani sono gli investimenti che alcuni governi fanno con le proprie eccedenze in valuta estera: un’ulteriore testimonianza di come lo Stato islamico si comporti più come uno stato che come un gruppo terroristico.
Il Califfato si è inserito tra le dinamiche che regolano la vendita all’asta dei dollari tenuta dalla Banca centrale dell’Iraq, ottenendone circa 25 milioni di dollari al mese di profitto. Su Formiche.net si era già parlato della novità nel sistema di finanziamento del gruppo jihadista, quando si raccontava dell’uccisione del leader delle finanze dell’Isis, Abu Salah, ritenuto da alcuni esperti iracheni l’uomo che ha studiato il sistema per ottenere tali profitti.
Nibras Kazimi, esperto di Iraq e conoscitore dello Stato islamico fin dai tempi della sua fondazione (cioè nove anni fa, quando il gruppo era guidato ancora da Abu Musab al Zarkawi), ha spiegato sul suo sito come funzionano queste dinamiche. E Daniele Raineri sul Foglio ha aggiunto diversi dettagli, perché lo scenario che si sta aprendo sotto gli occhi dei ricercatori (e finito già tra le inchieste del Tesoro americano e della Federal Reserve), rischia di spostare l’attenzione dal mondo del petrolio, ritenuto finora la principale fonte di finanziamento del gruppo: gli americani stimano che il traffico di greggio frutti un giro d’affari pari a 400 milioni di dollari l’anno, ora le fonti nell’intelligence e nelle banche dell’Iraq su cui si base lo studio di Kazimi, parlano di numeri che sfiorano i 300 milioni di dollari nei primi dodici mesi di questa nuova attività finanziaria dell’Isis.
LO SCHEMA OPERATIVO
La dinamica sfruttata dallo Stato islamico è quella “legale” che muove il commercio di dollari americani, dove il meccanismo regolatore è fornito dalla Banca centrale dell’Iraq, che vende moneta alle banche private, le quali a loro volta rivendono la valuta ai clienti sul mercato. Queste banche locali spesso si avvalgono della collaborazione di molti istituti di cambio sparsi per il paese, la cui trasparenza e correttezza è in molti casi opinabile. Il dollaro è un prodotto sicuro, ha una richiesta continua, e dunque per questo il cambio di valuta rappresenta un settore molto redditizio: il guadagno sta nella differenza del prezzo di acquisto pagato dagli istituti e quello di rivendita ai clienti. Spiega Kazimi che in questo momento in Iraq la richiesta della moneta statunitense è molto elevata, a causa del fatto che diverse società di cambio hanno avanzato grosse richieste di denaro con il solo fine di speculare sul cambio: dai dati del ricercatore, soltanto il 20 per cento della domanda di dollari è reale, il resto è rappresentato da questo meccanismo di acquisto fasullo per assicurarsi il bene e poi regolarne le dinamiche di vendita. Lo Stato islamico è riuscito ad inserirsi tra i nodi del network organizzato, grazie ad un investimento iniziale di circa un miliardo di dollari (spesi per creare una propria struttura e foraggiare intermediari affidabili): i soldi, sottratti nel 2014 dalle casse delle banche di Mosul (di cui si era parlato molto), sono stati prima messi al sicuro in Giordania, dove il confine è labile, e poi fatti rientrare verso Ramadi (città oggetto in queste ore delle mosse finali di un’importante offensiva progettata dalla Coalizione americana in collaborazione con l’esercito iracheno e le milizie sciite, per toglierla dal controllo del Califfato). Raineri sul Foglio aggiunge un dettaglio da non trascurare, che spiega come mai questo sistema è possibile e difficile da sgominare: «Questo stesso meccanismo speculativo è usato da molti altri investitori, compresi alcuni partiti iracheni, crimine organizzato incluso quello legato al traffico di droga, e alcuni grandi fondi del Golfo persico». Il giornalista, molto esperto del gruppo di Abu Bakr al Baghdadi, spiega che questo «vuol dire che c’è poca voglia di interrompere il ciclo dell’arricchimento, perché lo Stato islamico ne beneficia ma è un giocatore marginale rispetto ad altri grandi investitori».
IL RUOLO DI ABU SALAH
Secondo Kazimi, questa raffinata operazione di trading finanziario, che porta i baghdadisti su un livello ancora più alto di organizzazione, è stata progettata e supervisionata dal leader ucciso a fine novembre in un raid aereo americano in Iraq. Secondo il colonnello Steven Warren, portavoce della missione americana “anti-IS” Inherent Resolve, che annunciò l’eliminazione di quello che era considerato il capo dell’intero network finanziario del Califfato durante una conferenza stampa tenuta da Baghdad, dov’era in visita alle truppe, l’attacco avrebbe inferto un duro colpo alla struttura dello Stato islamico. Warren parla per il Pentagono, che ritiene Abu Salah difficilmente sostituibile nel suo ruolo. Anche Hisham al-Hashimi, ricercatore iracheno tra i più esperti al mondo sulle questioni del Califfato, ritiene Abu Salah il progettista materiale del meccanismo e complicato da sostituire. Difficile dire se sia davvero così (il gruppo ha dimostrato ampia versatilità e adattamento), ma la questione apre uno scenario ancora più preoccupante. Scrive Raineri: «Pensate allo Stato islamico come a un fondo sovrano molto liquido con una causa sociale precisa, il terrorismo islamista, e filiali sparse in molti paesi». I fondi sovrani sono gli investimenti che alcuni governi fanno con le proprie eccedenze in valuta estera: un’ulteriore testimonianza di come lo Stato islamico si comporti più come uno stato che come un gruppo terroristico.
martedì 22 dicembre 2015
Mosul, che succede tra Italia e Irak?
(Pubblicato su Formiche)
«Nessuna intesa è stata finora raggiunta tra governo iracheno ed italiano» ha dichiarato il portavoce dell’esecutivo di Baghdad, Saad al Hadithi, a proposito dell’annuncio del premier italiano Matteo Renzi, che, durante il programma televisivo “Porta a Porta“, aveva annunciato l’invio in Iraq di 450 militari da schierare a difesa dei lavoratori della Trevi, ditta di Cesena che si sarebbe aggiudicata l’appalto per la riparazione dell’imponente diga di Mosul.
La notizia, lanciata dall‘Ansa nella serata di lunedì, riporta l’invio del contingente italiano in Iraq al centro del dibattito politico, perché a quanto pare alla ditta cesenate non sarebbe stato attribuito ancora definitivamente l’incarico per i lavori infrastrutturali e, in aggiunta, il governo iracheno non si sarebbe mostrato molto contento dell’invio dei soldati dall’Italia. Scrive l’Ansa che il ministro delle risorse idriche Mushsin Al Shammary, avrebbe ricevuto ieri l’ambasciatore italiano, Marco Carnelos, affermando che l’Iraq «non ha bisogno di alcuna forza straniera per proteggere il suo territorio, i suoi impianti e la gente che ci lavora».
IL CONTRATTO
Il ministro iracheno, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa, ha detto che la Trevi avrebbe presentato soltanto i documenti in regola per partecipare all’assegnazione dell’appalto di consolidamento fondale e strutturale della diga (un lavoro da diverse decine di milioni di dollari, sulla più grande diga d’Iraq). Per il ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti, però, l’esito della gara dovrebbe essere scontato, dato che la ditta di Cesena è l’unica ad aver presentato un’offerta. Da Roma spiegano che l’incarico ai militari sarà formalizzato solo dopo l’assegnazione dell’appalto, ma secondo quanto riportato dall’Ansa, alcuni membri di gruppi scelti dell’esercito italiano, si sarebbero già recati sul posto per un primo sopralluogo. Anticipazione questa quasi scontata, perché certe missioni devono essere precedute da operazioni di raccolta informazioni su pericoli, esigenze logistiche e pratiche organizzative, che di solito sono portate a termine dai reparti delle forze speciali. Oggi il presidente del Senato Pietro Grasso è a Baghdad, sarà ricevuto dal presidente della Repubblica irachena, Fouad Masum, ed incontrerà il presidente del Parlamento Salim al Jabouri ed il patriarca Louis Sako, e forse tra i temi ci sarà anche la questione della diga di Mosul. Renzi invece è in Libano, per portare il saluto di Natale alle truppe italiane impegnate con il contingente Onu: la presenza in Medio Oriente di due delle più alte cariche della repubblica italiana è un segnale forte lanciato dal governo di Roma.
LE CONTROVERSIE
L’invio dei soldati italiani a Mosul, considerato dal governo una priorità di interessa nazionale per difendere circa quaranta lavoratori della ditta Trevi, potrebbe avvenire a primavera: come anticipato da Formiche.net, l’organizzazione di una missione del genere richiede del tempo; contrariamente a quanto diffuso finora, invece, pare che a partire non saranno i parà della “Folgore”, ma i Bersaglieri della brigata “Garibaldi” con i propri mezzi meccanizzati (confermata invece la presenza di operatori dei reparti speciali e di nuovo citato l’appoggio aereo, forse fornito da elicotteri a supporto truppe). Fin dall’annuncio, la missione aveva suscitato diverse polemiche, ora nuovamente infuocate dalla notizia di lunedì, secondo cui pare che un’operazione così sensibile sia stata comunicata dal governo prima di essere concordata con l’Iraq. Tra le principali preoccupazioni degli osservatori, c’è il ruolo dei soldati italiani e le regole d’ingaggio: in molti sostengono che potrebbero finire per ricoprire posizioni simili a quelle dei contractor privati (ancor più se non c’è intesa con Baghdad), coinvolti in un magma giuridico che rischierebbe di aprire controversie simili a quelle che hanno coinvolto i due Marò italiani in India. Preoccupazioni rese ancora più alte dal fatto che in questo momento, dopo mesi, l’area di Mosul è tornata ad essere una delle più calde dell’intero fronte iracheno nella guerra allo Stato islamico. Alberto Negri, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore, ha messo insieme queste preoccupazioni: «Come dice il presidente del Consiglio questo non è il Paese dei balocchi, quindi decide il Parlamento, non l’audience o i social network. Questo non è il Paese dei balocchi perché i soldati non sono dei contractor a disposizione del governo ma degli uomini, dei professionisti, e bisogna sapere perché debbano essere mandati e soprattutto con quali regole di ingaggio. In cambio di un appalto? Sembra un po’ troppo poco». «Speriamo non vengano a dire che è l’ennesima missione di pace.», chiosava Negri.
DICHIARAZIONI “GEOPOLITICHE”
Va comunque sottolineato che i membri dell’esecutivo di Baghdad non sono nuovi in uscite ad effetto e annunci poi smentiti: per esempio, il governo iracheno ha dichiarato l’uccisione del Califfo Baghdadi in almeno tre occasioni, dichiarazioni successivamente smentite e talvolta spernacchiate dallo stesso interessato. Dunque certe esternazioni vanno prese con cautela, perché possono essere ridimensionate o stravolte del tutto nel giro di poche ore. Baghdad – notano alcuni osservatori – non sempre è una voce autorevole, anche perché è molto allineata con le volontà degli ayatollah iraniani; un aspetto che, sotto certi punti di vista, rende le dichiarazioni irachene ancora più interessanti. L’Iraq ufficialmente fa parte della Coalizione guidata dagli Stati Uniti, di cui è membro anche l’Italia, ma ospita il più importante centro di coordinamento per le attività russo-iraniane in Siria; con Teheran è legato dal cordone ombelicale dell’asse sciita.
Il ruolo dell’Iran. Se non fosse stato per l’uccisione del leader del Partito di Dio libanese Samir Kuntar, che ha attirato le più classiche e infuocata invettive e minacce anti-israeliane (Israele è considerato l’autore dell’attacco omicida), le dichiarazioni delle milizie sciite schierate in Iraq sarebbero state concentrate sulla questione “soldati italiani”. La prima a cominciare, il giorno dopo dell’annuncio di Renzi, fu la Kataib Hezbollah, partito/milizia che l’Iran ha installato in Iraq sull’impronta dell’omonimo libanese in cui militava Kuntar: “saranno considerate come forze di occupazione”, diceva un comunicato a proposito delle forze italiane a Mosul. La Kataib Hezbollah, insieme a tutte le altre milizie sciite irachene, è stata protagonista di attacchi sanguinosi contro il contingente americano durante gli anni della guerra dopo il 2003; ora combatte sotto l’ombrello del grande conglomerato miliziano (assoggettato agli ordini iraniani) Hasad al Shaabi, la Forza di mobilitazione nazionale, che aiuta l’esercito iracheno e più o meno indirettamente riceve l’appoggio areo della Coalizione occidentale nelle offensive più importanti (come quella di questi giorni a Ramadi). Anche Moqtada al Sadr, il più importante degli ayatollah sciiti in Iraq, uno dei principali ispiratori dell’insurrezione contro le truppe americane nel periodo dell’occupazione, ha detto la sua a proposito del contingente italiano: «L’Iraq è diventato una piazza aperta a chiunque voglia violare i costumi e le norme internazionali». L’Iran, neo-rivalutato partner dell’Occidente post accordo nucleare, non perdere mai occasione di muovere i suo cani da guardia.
«Nessuna intesa è stata finora raggiunta tra governo iracheno ed italiano» ha dichiarato il portavoce dell’esecutivo di Baghdad, Saad al Hadithi, a proposito dell’annuncio del premier italiano Matteo Renzi, che, durante il programma televisivo “Porta a Porta“, aveva annunciato l’invio in Iraq di 450 militari da schierare a difesa dei lavoratori della Trevi, ditta di Cesena che si sarebbe aggiudicata l’appalto per la riparazione dell’imponente diga di Mosul.
La notizia, lanciata dall‘Ansa nella serata di lunedì, riporta l’invio del contingente italiano in Iraq al centro del dibattito politico, perché a quanto pare alla ditta cesenate non sarebbe stato attribuito ancora definitivamente l’incarico per i lavori infrastrutturali e, in aggiunta, il governo iracheno non si sarebbe mostrato molto contento dell’invio dei soldati dall’Italia. Scrive l’Ansa che il ministro delle risorse idriche Mushsin Al Shammary, avrebbe ricevuto ieri l’ambasciatore italiano, Marco Carnelos, affermando che l’Iraq «non ha bisogno di alcuna forza straniera per proteggere il suo territorio, i suoi impianti e la gente che ci lavora».
IL CONTRATTO
Il ministro iracheno, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa, ha detto che la Trevi avrebbe presentato soltanto i documenti in regola per partecipare all’assegnazione dell’appalto di consolidamento fondale e strutturale della diga (un lavoro da diverse decine di milioni di dollari, sulla più grande diga d’Iraq). Per il ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti, però, l’esito della gara dovrebbe essere scontato, dato che la ditta di Cesena è l’unica ad aver presentato un’offerta. Da Roma spiegano che l’incarico ai militari sarà formalizzato solo dopo l’assegnazione dell’appalto, ma secondo quanto riportato dall’Ansa, alcuni membri di gruppi scelti dell’esercito italiano, si sarebbero già recati sul posto per un primo sopralluogo. Anticipazione questa quasi scontata, perché certe missioni devono essere precedute da operazioni di raccolta informazioni su pericoli, esigenze logistiche e pratiche organizzative, che di solito sono portate a termine dai reparti delle forze speciali. Oggi il presidente del Senato Pietro Grasso è a Baghdad, sarà ricevuto dal presidente della Repubblica irachena, Fouad Masum, ed incontrerà il presidente del Parlamento Salim al Jabouri ed il patriarca Louis Sako, e forse tra i temi ci sarà anche la questione della diga di Mosul. Renzi invece è in Libano, per portare il saluto di Natale alle truppe italiane impegnate con il contingente Onu: la presenza in Medio Oriente di due delle più alte cariche della repubblica italiana è un segnale forte lanciato dal governo di Roma.
LE CONTROVERSIE
L’invio dei soldati italiani a Mosul, considerato dal governo una priorità di interessa nazionale per difendere circa quaranta lavoratori della ditta Trevi, potrebbe avvenire a primavera: come anticipato da Formiche.net, l’organizzazione di una missione del genere richiede del tempo; contrariamente a quanto diffuso finora, invece, pare che a partire non saranno i parà della “Folgore”, ma i Bersaglieri della brigata “Garibaldi” con i propri mezzi meccanizzati (confermata invece la presenza di operatori dei reparti speciali e di nuovo citato l’appoggio aereo, forse fornito da elicotteri a supporto truppe). Fin dall’annuncio, la missione aveva suscitato diverse polemiche, ora nuovamente infuocate dalla notizia di lunedì, secondo cui pare che un’operazione così sensibile sia stata comunicata dal governo prima di essere concordata con l’Iraq. Tra le principali preoccupazioni degli osservatori, c’è il ruolo dei soldati italiani e le regole d’ingaggio: in molti sostengono che potrebbero finire per ricoprire posizioni simili a quelle dei contractor privati (ancor più se non c’è intesa con Baghdad), coinvolti in un magma giuridico che rischierebbe di aprire controversie simili a quelle che hanno coinvolto i due Marò italiani in India. Preoccupazioni rese ancora più alte dal fatto che in questo momento, dopo mesi, l’area di Mosul è tornata ad essere una delle più calde dell’intero fronte iracheno nella guerra allo Stato islamico. Alberto Negri, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore, ha messo insieme queste preoccupazioni: «Come dice il presidente del Consiglio questo non è il Paese dei balocchi, quindi decide il Parlamento, non l’audience o i social network. Questo non è il Paese dei balocchi perché i soldati non sono dei contractor a disposizione del governo ma degli uomini, dei professionisti, e bisogna sapere perché debbano essere mandati e soprattutto con quali regole di ingaggio. In cambio di un appalto? Sembra un po’ troppo poco». «Speriamo non vengano a dire che è l’ennesima missione di pace.», chiosava Negri.
DICHIARAZIONI “GEOPOLITICHE”
Va comunque sottolineato che i membri dell’esecutivo di Baghdad non sono nuovi in uscite ad effetto e annunci poi smentiti: per esempio, il governo iracheno ha dichiarato l’uccisione del Califfo Baghdadi in almeno tre occasioni, dichiarazioni successivamente smentite e talvolta spernacchiate dallo stesso interessato. Dunque certe esternazioni vanno prese con cautela, perché possono essere ridimensionate o stravolte del tutto nel giro di poche ore. Baghdad – notano alcuni osservatori – non sempre è una voce autorevole, anche perché è molto allineata con le volontà degli ayatollah iraniani; un aspetto che, sotto certi punti di vista, rende le dichiarazioni irachene ancora più interessanti. L’Iraq ufficialmente fa parte della Coalizione guidata dagli Stati Uniti, di cui è membro anche l’Italia, ma ospita il più importante centro di coordinamento per le attività russo-iraniane in Siria; con Teheran è legato dal cordone ombelicale dell’asse sciita.
Il ruolo dell’Iran. Se non fosse stato per l’uccisione del leader del Partito di Dio libanese Samir Kuntar, che ha attirato le più classiche e infuocata invettive e minacce anti-israeliane (Israele è considerato l’autore dell’attacco omicida), le dichiarazioni delle milizie sciite schierate in Iraq sarebbero state concentrate sulla questione “soldati italiani”. La prima a cominciare, il giorno dopo dell’annuncio di Renzi, fu la Kataib Hezbollah, partito/milizia che l’Iran ha installato in Iraq sull’impronta dell’omonimo libanese in cui militava Kuntar: “saranno considerate come forze di occupazione”, diceva un comunicato a proposito delle forze italiane a Mosul. La Kataib Hezbollah, insieme a tutte le altre milizie sciite irachene, è stata protagonista di attacchi sanguinosi contro il contingente americano durante gli anni della guerra dopo il 2003; ora combatte sotto l’ombrello del grande conglomerato miliziano (assoggettato agli ordini iraniani) Hasad al Shaabi, la Forza di mobilitazione nazionale, che aiuta l’esercito iracheno e più o meno indirettamente riceve l’appoggio areo della Coalizione occidentale nelle offensive più importanti (come quella di questi giorni a Ramadi). Anche Moqtada al Sadr, il più importante degli ayatollah sciiti in Iraq, uno dei principali ispiratori dell’insurrezione contro le truppe americane nel periodo dell’occupazione, ha detto la sua a proposito del contingente italiano: «L’Iraq è diventato una piazza aperta a chiunque voglia violare i costumi e le norme internazionali». L’Iran, neo-rivalutato partner dell’Occidente post accordo nucleare, non perdere mai occasione di muovere i suo cani da guardia.
sabato 19 dicembre 2015
Perché Mosul è strategica nella guerra a Isis
(Pubblicato su Formiche)
«Siamo in Iraq per l’addestramento ma anche con un’operazione importante per la diga di Mosul» ha detto martedì al programma televisivo “Porta a Porta” il premier italiano Matteo Renzi. Spiegava così l’invio di 450 soldati italiani a difesa dell’infrastruttura nel nord dell’Iraq. Un’azienda italiana da anni attiva in Iraq, la Trevi di Cesena, ha vinto la gara d’appalto per la ricostruzione, e dunque tutelare i lavoratori e gli interessi italiani è diventata una questione di interesse nazionale (Renzi dice che la sicurezza sarà fornita anche da militari americani).
LA DIGA
La diga di Mosul è in piedi dal 1980 (operativa dal 1986) ed è la più grande diga di tutto l’Iraq. Sbarra il Tigri all’imbocco della regione storica mesopotamica: la sua costruzione è stata circondata da un’aura di magnificenza, con cui l’opera ingegneristica è stata propagandata come la dimostrazione della grandezza del regime di Saddam Hussein (viene chiamata anche “Saddam Dam”, la diga Saddam). L’impianto idroelettrico mosso dagli 11,1 chilometri cubi dell’invaso, provvede a fornire elettricità ai due milioni di abitanti Mosul e gestisce l’approvvigionamento idrico su una vasta area. L’infrastruttura soffre di problemi di instabilità fondale noti fin dal 2007: come spiega un rapporto Usa ripreso in un’infografica della BBC, già ai tempi la sistemazione della diga richiedeva «misure di ingegneria straordinarie» (citazione diretta del report dei genieri americani ripresa dalla ABC) e per questo la ditta italiana è chiamata ad intervenire. Quando lo Stato islamico tra il luglio e l’agosto del 2014 prese il controllo della diga, molti analisti temettero che l’Isis potesse ridurre le forniture di acqua ed elettricità, ma soprattutto la paura si concentrò sul fatto che o per dolo o per incuria, lo sbarramento potesse rompersi e versare tutto l’immenso bacino nella valle sottostante.
IL VALORE STATEGICO
In un articolo uscito sul New York Times in quei giorni dello scorso anno, Stuart W. Bowen Jr., l’ex ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Iraq, che ha curato il rapporto del 2007 sulla diga, ha detto che l’Isis avrebbe potuto certamente utilizzare la diga come arma di guerra, ma che il suo interesse sarebbe stato anche nell’utilizzarla come strumento di finanza, cioè per estorcere denaro in cambio di acqua o elettricità. In quel periodo si era già assistito a quella che venne definita “la guerra dell’acqua” (parlando di controllo ed uso “militare”): lo Stato islamico entrato in controllo della diga di Nuaimiyah (sull’Eufrate, nei pressi di Falluja, area centro-occidentale dell’Iraq) ne aprì deliberatamente gli invasi sui trecento chilometri quadrati intorno per “annegare” le forze governative. Karbala, Najaf, Babilonia e Nasiriyah, restarono senz’acqua, mentre Abu Ghraib fu completamente inondata: l’Onu stimò che 12mila persone rimasero senza casa. Azzam Alwash, un ambientalista di primo piano, ingegnere e fondatore di “Nature Iraq”, un gruppo no-profit, disse al NYTimes che se una circostanza del genere si fosse verificata a Mosul «sarebbe stato uno tsunami che scende dal Tigri». Ovviamente il discorso valeva anche per un danneggiamento accidentale, legato alle instabilità strutturali a cui l’Isis non avrebbe potuto far fronte.
L’AREA, ADESSO
Il lavori di manutenzione di cui si occuperà la ditta italiana sono dunque una necessità stringente e possono essere portati a termine adesso che la situazione è relativamente più tranquilla. La diga, e un buon perimetro intorno, sono usciti dal controllo dello Stato islamico dal 17 agosto 2014, quando i Peshmerga curdi, in collaborazione con i raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti, sono riusciti a far arretrare le posizioni dell’Isis. Sul Foglio Daniele Raineri ha definito la zona «a pericolosità variabile», perché è vero che si trova a circa quaranta chilometri da Mosul, dove il Califfato è presente in forze, ma è ben isolata da un cordone di sicurezza garantito dai soldati del Kurdistan iracheno: «Un confine netto difficile da varcare», ragion per cui i militari italiani non saranno schierati in un’area di prima linea, ma che comunque ha alta sensibilità.
MOSUL PER L’ISIS
Che lo Stato islamico possa mantenere un interesse verso l’infrastruttura è possibile, che lo possa fare per provocare danni con il versamento delle sue acque, attualmente è difficile, perché la prima città ad essere allagata sarebbe Mosul, che è di fatto la capitale irachena dello Stato islamico, la seconda città più importante per il gruppo dopo Raqqa, e l’abitato più grande sotto il controllo dei baghdadisti. Mosul ha per l’Isis un particolare valore simbolico: Abu Bakr al-Baghdadi (nella foto), prima di diventare leader (nel 2010), era comandante militare di al Qaeda in Iraq, proprio in questa zona. Erano gli anni dell’occupazione americana, e le violenze nell’area avevano due obiettivi: i soldati statunitensi e i curdi, che si trovano poco a nord e sono considerati infedeli e traditori, perché non sono musulmani e perché, soprattutto quelli iracheni, sono alleati occidentali (hanno forti rapporti con gli Usa e anche con l’Italia). La zona di Mosul, secondo certe letture, è l’ultimo pezzo di terra islamica prima del Kurdistan, e per questo è stata teatro di lotte violente fin dal 2004: fu anche l’ultima ad essere liberata dalla presenza degli insorti sunniti post guerra d’Iraq.
Simbologie per immagini. Il valore simbolico che Mosul ha per l’Isis è spiegabile con due immagini. La prima: dopo la grossa avanzata del 2014, che finì proprio con la presa di Mosul, Baghdadi scelse proprio la moschea più importante della città per apparire in pubblico e proclamare la creazione del nuovo Califfato (in quell’occasione l’acronimo Isis cambiò ufficialmente in Islamic state, ma il primo è ancora molto usato). Fu quella l’unica apparizione pubblica dell’autoproclamato califfo. L’immagine di quell’uomo coperto da una tunica nera che pronuncia la khutba, il sermone, più importante di questi ultimi anni dal pulpito della Grande Moschea di Mosul, resterà nella storia come un 11 settembre senza demolizioni e aerei. Seconda immagine: Human Rights Watch sostiene che una delle più grandi esecuzioni di massa eseguite simbolicamente dal Califfato, ha avuto proprio come teatro la prigione Badoush di Mosul. Il 9 giugno del 2014 lo Stato islamico entrò nel carcere quasi senza resistenza (le guardie erano già fuggite) e divise i detenuti in due gruppi: da un lato i sunniti, che furono lasciati liberi (tra loro c’erano anche diversi membri del gruppo prodromo del Califfato, e dunque amici di chi li stava liberando), dall’altra sciiti e etnie minoritarie, che furono trasferiti in una zona desertica poco fuori la città e trucidati. Erano circa seicento persone (soltanto il massacro dei cadetti iracheni a Tikrit avrà poi dimensioni maggiori). Una strage simbolica, raccontata ma mai mostrata nei video dello Stato islamico, che serviva per spiegare che chi non era un fedele sunnita andava incontro alla morte. Si dice che ad aprire il cancello della prigione fosse presente il califfo Baghdadi in persona, e dunque la pulizia etnica è stato un suo ordine diretto: un passaggio immaginifico dal potentissimo peso evocativo, fondamentale nella creazione del proselitismo del Califfato.
L’OFFENSIVA SU MOSUL
La seconda città più grande dell’Iraq, doveva essere oggetto di un’offensiva che aveva lo scopo di riprenderla dalle mani del Califfo (si parlava proprio di liberarla, e non di isolarla come nel piano che riguarda Raqqa, l’altra capitale). L’azione sarebbe dovuta partire nella primavera di quest’anno, ma a tutti gli effetti, salvo isolati passi avanti fatti dai curdi, niente si è mosso: sarà una battaglia cruciale, quando arriverà, ma per il momento consegna al mondo un’altra immagine, quella dello stallo davanti all’Isis («Non è stato contenuto» ammetteva due giorni il segretaria alla Difesa americano Ashton Carter). L’area di Mosul è anche stata teatro delle prime operazioni mirate per decapitare la leadership dello Stato islamico: diversi leader furono colpiti e uccisi, a testimonianza che nell’area l’intelligence funziona, è pronta, ma ancora non parte l’attacco finale. Quello che invece sta succedendo a Ramadi, dove gli iracheni con l’aiuto aereo americano stanno cercando di riprende il controllo del capoluogo dell’Anbar, che è un obiettivo considerato più facile: negli ultimi giorni però sono morti oltre sessanta soldati iracheni, uccisi da una serie ripetuta di azioni suicide.
UN COMMENTO
Niente è facile contro lo Stato islamico: Alberto Negri, esperto di Medio Oriente del Sole 24 Ore ha commentato su Facebook la scelta di Renzi di comunicare l’invio dei militari italiani dalle poltrone di “Porta a Porta”, sostenendo che decisioni del genere vanno comunicate e discusse in Parlamento. Negri, chiede di valutare il rapporto rischi/benefici della missione, ed evoca la ferita ancora aperta dell’attentato di Nassiriya, dove 50 persone rimasero uccise per l’esplosione di una camion bomba in una base militare in cui si trovavano anche gli italiani (25 il bilancio finale dei morti tra i nostri connazionali). Proprio oggi, sei Peshmerga sono morti in una base distante circa 20 chilometri dalla diga di Mosul, dove un kamikaze dell’Isis s’è fatto esplodere; vicenda simile è avvenuta, sempre oggi, in un’altra base nella zona, contro il contingente turco.
«Siamo in Iraq per l’addestramento ma anche con un’operazione importante per la diga di Mosul» ha detto martedì al programma televisivo “Porta a Porta” il premier italiano Matteo Renzi. Spiegava così l’invio di 450 soldati italiani a difesa dell’infrastruttura nel nord dell’Iraq. Un’azienda italiana da anni attiva in Iraq, la Trevi di Cesena, ha vinto la gara d’appalto per la ricostruzione, e dunque tutelare i lavoratori e gli interessi italiani è diventata una questione di interesse nazionale (Renzi dice che la sicurezza sarà fornita anche da militari americani).
LA DIGA
La diga di Mosul è in piedi dal 1980 (operativa dal 1986) ed è la più grande diga di tutto l’Iraq. Sbarra il Tigri all’imbocco della regione storica mesopotamica: la sua costruzione è stata circondata da un’aura di magnificenza, con cui l’opera ingegneristica è stata propagandata come la dimostrazione della grandezza del regime di Saddam Hussein (viene chiamata anche “Saddam Dam”, la diga Saddam). L’impianto idroelettrico mosso dagli 11,1 chilometri cubi dell’invaso, provvede a fornire elettricità ai due milioni di abitanti Mosul e gestisce l’approvvigionamento idrico su una vasta area. L’infrastruttura soffre di problemi di instabilità fondale noti fin dal 2007: come spiega un rapporto Usa ripreso in un’infografica della BBC, già ai tempi la sistemazione della diga richiedeva «misure di ingegneria straordinarie» (citazione diretta del report dei genieri americani ripresa dalla ABC) e per questo la ditta italiana è chiamata ad intervenire. Quando lo Stato islamico tra il luglio e l’agosto del 2014 prese il controllo della diga, molti analisti temettero che l’Isis potesse ridurre le forniture di acqua ed elettricità, ma soprattutto la paura si concentrò sul fatto che o per dolo o per incuria, lo sbarramento potesse rompersi e versare tutto l’immenso bacino nella valle sottostante.
IL VALORE STATEGICO
In un articolo uscito sul New York Times in quei giorni dello scorso anno, Stuart W. Bowen Jr., l’ex ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Iraq, che ha curato il rapporto del 2007 sulla diga, ha detto che l’Isis avrebbe potuto certamente utilizzare la diga come arma di guerra, ma che il suo interesse sarebbe stato anche nell’utilizzarla come strumento di finanza, cioè per estorcere denaro in cambio di acqua o elettricità. In quel periodo si era già assistito a quella che venne definita “la guerra dell’acqua” (parlando di controllo ed uso “militare”): lo Stato islamico entrato in controllo della diga di Nuaimiyah (sull’Eufrate, nei pressi di Falluja, area centro-occidentale dell’Iraq) ne aprì deliberatamente gli invasi sui trecento chilometri quadrati intorno per “annegare” le forze governative. Karbala, Najaf, Babilonia e Nasiriyah, restarono senz’acqua, mentre Abu Ghraib fu completamente inondata: l’Onu stimò che 12mila persone rimasero senza casa. Azzam Alwash, un ambientalista di primo piano, ingegnere e fondatore di “Nature Iraq”, un gruppo no-profit, disse al NYTimes che se una circostanza del genere si fosse verificata a Mosul «sarebbe stato uno tsunami che scende dal Tigri». Ovviamente il discorso valeva anche per un danneggiamento accidentale, legato alle instabilità strutturali a cui l’Isis non avrebbe potuto far fronte.
L’AREA, ADESSO
Il lavori di manutenzione di cui si occuperà la ditta italiana sono dunque una necessità stringente e possono essere portati a termine adesso che la situazione è relativamente più tranquilla. La diga, e un buon perimetro intorno, sono usciti dal controllo dello Stato islamico dal 17 agosto 2014, quando i Peshmerga curdi, in collaborazione con i raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti, sono riusciti a far arretrare le posizioni dell’Isis. Sul Foglio Daniele Raineri ha definito la zona «a pericolosità variabile», perché è vero che si trova a circa quaranta chilometri da Mosul, dove il Califfato è presente in forze, ma è ben isolata da un cordone di sicurezza garantito dai soldati del Kurdistan iracheno: «Un confine netto difficile da varcare», ragion per cui i militari italiani non saranno schierati in un’area di prima linea, ma che comunque ha alta sensibilità.
MOSUL PER L’ISIS
Che lo Stato islamico possa mantenere un interesse verso l’infrastruttura è possibile, che lo possa fare per provocare danni con il versamento delle sue acque, attualmente è difficile, perché la prima città ad essere allagata sarebbe Mosul, che è di fatto la capitale irachena dello Stato islamico, la seconda città più importante per il gruppo dopo Raqqa, e l’abitato più grande sotto il controllo dei baghdadisti. Mosul ha per l’Isis un particolare valore simbolico: Abu Bakr al-Baghdadi (nella foto), prima di diventare leader (nel 2010), era comandante militare di al Qaeda in Iraq, proprio in questa zona. Erano gli anni dell’occupazione americana, e le violenze nell’area avevano due obiettivi: i soldati statunitensi e i curdi, che si trovano poco a nord e sono considerati infedeli e traditori, perché non sono musulmani e perché, soprattutto quelli iracheni, sono alleati occidentali (hanno forti rapporti con gli Usa e anche con l’Italia). La zona di Mosul, secondo certe letture, è l’ultimo pezzo di terra islamica prima del Kurdistan, e per questo è stata teatro di lotte violente fin dal 2004: fu anche l’ultima ad essere liberata dalla presenza degli insorti sunniti post guerra d’Iraq.
Simbologie per immagini. Il valore simbolico che Mosul ha per l’Isis è spiegabile con due immagini. La prima: dopo la grossa avanzata del 2014, che finì proprio con la presa di Mosul, Baghdadi scelse proprio la moschea più importante della città per apparire in pubblico e proclamare la creazione del nuovo Califfato (in quell’occasione l’acronimo Isis cambiò ufficialmente in Islamic state, ma il primo è ancora molto usato). Fu quella l’unica apparizione pubblica dell’autoproclamato califfo. L’immagine di quell’uomo coperto da una tunica nera che pronuncia la khutba, il sermone, più importante di questi ultimi anni dal pulpito della Grande Moschea di Mosul, resterà nella storia come un 11 settembre senza demolizioni e aerei. Seconda immagine: Human Rights Watch sostiene che una delle più grandi esecuzioni di massa eseguite simbolicamente dal Califfato, ha avuto proprio come teatro la prigione Badoush di Mosul. Il 9 giugno del 2014 lo Stato islamico entrò nel carcere quasi senza resistenza (le guardie erano già fuggite) e divise i detenuti in due gruppi: da un lato i sunniti, che furono lasciati liberi (tra loro c’erano anche diversi membri del gruppo prodromo del Califfato, e dunque amici di chi li stava liberando), dall’altra sciiti e etnie minoritarie, che furono trasferiti in una zona desertica poco fuori la città e trucidati. Erano circa seicento persone (soltanto il massacro dei cadetti iracheni a Tikrit avrà poi dimensioni maggiori). Una strage simbolica, raccontata ma mai mostrata nei video dello Stato islamico, che serviva per spiegare che chi non era un fedele sunnita andava incontro alla morte. Si dice che ad aprire il cancello della prigione fosse presente il califfo Baghdadi in persona, e dunque la pulizia etnica è stato un suo ordine diretto: un passaggio immaginifico dal potentissimo peso evocativo, fondamentale nella creazione del proselitismo del Califfato.
L’OFFENSIVA SU MOSUL
La seconda città più grande dell’Iraq, doveva essere oggetto di un’offensiva che aveva lo scopo di riprenderla dalle mani del Califfo (si parlava proprio di liberarla, e non di isolarla come nel piano che riguarda Raqqa, l’altra capitale). L’azione sarebbe dovuta partire nella primavera di quest’anno, ma a tutti gli effetti, salvo isolati passi avanti fatti dai curdi, niente si è mosso: sarà una battaglia cruciale, quando arriverà, ma per il momento consegna al mondo un’altra immagine, quella dello stallo davanti all’Isis («Non è stato contenuto» ammetteva due giorni il segretaria alla Difesa americano Ashton Carter). L’area di Mosul è anche stata teatro delle prime operazioni mirate per decapitare la leadership dello Stato islamico: diversi leader furono colpiti e uccisi, a testimonianza che nell’area l’intelligence funziona, è pronta, ma ancora non parte l’attacco finale. Quello che invece sta succedendo a Ramadi, dove gli iracheni con l’aiuto aereo americano stanno cercando di riprende il controllo del capoluogo dell’Anbar, che è un obiettivo considerato più facile: negli ultimi giorni però sono morti oltre sessanta soldati iracheni, uccisi da una serie ripetuta di azioni suicide.
UN COMMENTO
Niente è facile contro lo Stato islamico: Alberto Negri, esperto di Medio Oriente del Sole 24 Ore ha commentato su Facebook la scelta di Renzi di comunicare l’invio dei militari italiani dalle poltrone di “Porta a Porta”, sostenendo che decisioni del genere vanno comunicate e discusse in Parlamento. Negri, chiede di valutare il rapporto rischi/benefici della missione, ed evoca la ferita ancora aperta dell’attentato di Nassiriya, dove 50 persone rimasero uccise per l’esplosione di una camion bomba in una base militare in cui si trovavano anche gli italiani (25 il bilancio finale dei morti tra i nostri connazionali). Proprio oggi, sei Peshmerga sono morti in una base distante circa 20 chilometri dalla diga di Mosul, dove un kamikaze dell’Isis s’è fatto esplodere; vicenda simile è avvenuta, sempre oggi, in un’altra base nella zona, contro il contingente turco.
Come e perché lo Stato islamico difende Mosul
(Pubblicato su Formiche)
Nella notte di mercoledì lo Stato islamico ha condotto il più importante attacco nel nord dell’Iraq degli ultimi cinque mesi, con un’offensiva lanciata contemporaneamente in tre punti distinti tra il nord e l’est di Mosul. Lo scopo, rilevano gli analisti, potrebbe essere quello di dimostrare che l’Isis è ancora una forza combattente presente, nonostante le battute d’arresto subite sul Sinjar, e di bloccare in anticipo i possibili piani della Coalizione americana per riprendere il controllo della città. Una sorta di ansietà del Califfato per la possibile invasione e allo stesso tempo, come scrive ilWashington Post, «una dimostrazione di resilienza». A magnetizzare l’attenzione dei baghdadisti, c’è stato anche l’invio da parte della Turchia di un proprio contingente (al di fuori degli accordi con l’Iraq), andato a rinforzare i soldati di Ankara che stanno fornendo addestramento militare ai curdi: la base Zilikan nella zona di Bashiqa, dove sono basate le truppe turche, è stata colpita da colpi di mortaio (o razzi Grad) lanciati dagli uomini del Califfato penetrati oltre le linee di sicurezza peshmerga.
GLI ATTACCHI DEGLI ULTIMI GIORNI
Il comandante dell’esercito americano per il nord dell’Iraq, il generale Mark Odom, ha detto al New York Times che era da luglio che non assisteva ad azioni così corpose e coordinate da parte dell’Isis nella zona. Attacchi che hanno colpito simultaneamente tre aree (Narwan, Bashiqa e Tal Aswad), coinvolgendo un centinaio di miliziani alla volta, coadiuvati dai soliti blindati esplosivi e dai pick-up armati di mitragliatrici, ai quali la coalizione ha risposto con intensi bombardamenti aerei, in cui, secondo i funzionari americani, sarebbero morti almeno 180 soldati del Califfato. Alcuni elementi delle forze speciali canadesi presenti nell’area sarebbero rimasti coinvolti direttamente in uno scontro a fuoco: «Si sono trovati sotto il fuoco effettivo e i nostri ragazzi erano abbastanza vicini e in grado di rispondere su quelle posizioni Isil (acronimo dell’Isis usato nel mondo anglosassone. ndr)», ha spiegato il generale Charles Lamarre in un rapido briefing stampa, scarno di altri dettagli (non è la prima volta che le Sof canadesi rimangono coinvolte in scontri a fuoco, anche se il governo – a detta di molti osservatori – ha sempre cercato di sminuire queste fasi “combat” per evitare polemiche politiche sull’impiego dei militari, che doveva avere, come per tutti gli altri militari della Coalizione, soltanto l’addestramento come regola d’ingaggio).
SIAMO AGLI ALBORI DELL’OFFENSIVA?
La seconda città d’Iraq, la “capitale” irachena dell’Isis, è in mano al Califfo dal giugno del 2014 e rappresenta terreno di scontro per il suo valore strategico e simbolico. Da qualche settimana ci sono manovre militari che cercano di tagliarne i collegamenti, ma l’offensiva vera e propria per sottrarla dal controllo dei baghdadisti non è mai partita e si è preferito scegliere zone più facili: prima Tikrit, poco a sud, ora Ramadi, ad ovest. Ci sono due ordini di problemi che l’offensiva può incontrare, secondo gli esperti. Primo, la presenza di oltre un milione e mezzo di abitanti civili, che, rispetto a situazioni come la quasi disabitata Tikrit, impone la massima accortezza e dunque limita l’efficacia degli attacchi (a terra o aerei). Secondo, l’impreparazione delle forze terrestri, irachene e curde, a battaglie come quella richiesta a Mosul: “Military Operations on Urban Terrain” (Mout) le chiamano in Occidente, cioè battaglie in stile guerriglia urbana, strada per strada, l’opposto degli scontri in campo aperto a cui sono stati addestrati i Peshmerga o l’Isf (Iraq Security Force).
RINFORZARE I CURDI
Il capo del Gabinetto presidenziale del Kurdistan iracheno, Fuad Hussein, ha recentemente annunciato l’incontro del suo governo con funzionari americani e turchi: tema, discutere su come contrastare lo Stato islamico. Molto probabile, secondo diversi media iracheni e curdi, che al centro della discussione finisca la strategia per riprendere Mosul al Califfato (la città si trova al confine della regione autonoma del Kurdistan). Il segretario alla Difesa americano Ashton Carter, che ha visitato il nord dell’Iraq e ha incontrato i leader curdi, ha proposto di aumentare gli aiuti militari e fornire quello che il sito specializzato Military Times ha definito «un equipaggiamento per due brigate» ai peshmerga, cosa che diversi analisti hanno colto come segnale indicatore di una preparazione tattica per l’offensiva (le armi dovrebbero arrivare dai “magazzini” americani in Kuwait).
L’IMPEGNO ITALIANO
Mosul e dintorni, sono la zona dove 450 militari italiani dovranno essere impiegati per preservare la sicurezza dei lavori di ristrutturazione della diga, appaltati ad una ditta italiana. Lo schieramento richiederà tempi logistici, è perciò prevedibile che il dispiegamento, tenendo anche conto dell’iter di discussione parlamentare, non arriverà prima della primavera prossima. A tutti gli effetti, tra qualche mese, l’Italia tornerà in Iraq e questo è motivo di dibattito politico.
Le minacce. A mettere benzina sul fuoco, le parole del capo della Kata’ib Hezbollah che ha avvisato che gli italiani a Mosul saranno considerati come una forza occupante. La brigata Hezbollah è una delle milizie sciite irachene comandate dall’Iran (come l’omonima libanese). Queste fanno parte delle forze militari che appoggiano il governo iracheno contro lo Stato islamico. Teoricamente, dunque, la Kataib sarebbe alleata occidentale e italiana, combattendo lo stesso nemico al fianco dello stesso alleato: ma in Medio Oriente, quello che avviene a Ramadi, dove le milizie sciite conducono l’offensiva, non è la stessa cosa che avviene qualche chilometro più a nord, a Mosul.
Nella notte di mercoledì lo Stato islamico ha condotto il più importante attacco nel nord dell’Iraq degli ultimi cinque mesi, con un’offensiva lanciata contemporaneamente in tre punti distinti tra il nord e l’est di Mosul. Lo scopo, rilevano gli analisti, potrebbe essere quello di dimostrare che l’Isis è ancora una forza combattente presente, nonostante le battute d’arresto subite sul Sinjar, e di bloccare in anticipo i possibili piani della Coalizione americana per riprendere il controllo della città. Una sorta di ansietà del Califfato per la possibile invasione e allo stesso tempo, come scrive ilWashington Post, «una dimostrazione di resilienza». A magnetizzare l’attenzione dei baghdadisti, c’è stato anche l’invio da parte della Turchia di un proprio contingente (al di fuori degli accordi con l’Iraq), andato a rinforzare i soldati di Ankara che stanno fornendo addestramento militare ai curdi: la base Zilikan nella zona di Bashiqa, dove sono basate le truppe turche, è stata colpita da colpi di mortaio (o razzi Grad) lanciati dagli uomini del Califfato penetrati oltre le linee di sicurezza peshmerga.
GLI ATTACCHI DEGLI ULTIMI GIORNI
Il comandante dell’esercito americano per il nord dell’Iraq, il generale Mark Odom, ha detto al New York Times che era da luglio che non assisteva ad azioni così corpose e coordinate da parte dell’Isis nella zona. Attacchi che hanno colpito simultaneamente tre aree (Narwan, Bashiqa e Tal Aswad), coinvolgendo un centinaio di miliziani alla volta, coadiuvati dai soliti blindati esplosivi e dai pick-up armati di mitragliatrici, ai quali la coalizione ha risposto con intensi bombardamenti aerei, in cui, secondo i funzionari americani, sarebbero morti almeno 180 soldati del Califfato. Alcuni elementi delle forze speciali canadesi presenti nell’area sarebbero rimasti coinvolti direttamente in uno scontro a fuoco: «Si sono trovati sotto il fuoco effettivo e i nostri ragazzi erano abbastanza vicini e in grado di rispondere su quelle posizioni Isil (acronimo dell’Isis usato nel mondo anglosassone. ndr)», ha spiegato il generale Charles Lamarre in un rapido briefing stampa, scarno di altri dettagli (non è la prima volta che le Sof canadesi rimangono coinvolte in scontri a fuoco, anche se il governo – a detta di molti osservatori – ha sempre cercato di sminuire queste fasi “combat” per evitare polemiche politiche sull’impiego dei militari, che doveva avere, come per tutti gli altri militari della Coalizione, soltanto l’addestramento come regola d’ingaggio).
SIAMO AGLI ALBORI DELL’OFFENSIVA?
La seconda città d’Iraq, la “capitale” irachena dell’Isis, è in mano al Califfo dal giugno del 2014 e rappresenta terreno di scontro per il suo valore strategico e simbolico. Da qualche settimana ci sono manovre militari che cercano di tagliarne i collegamenti, ma l’offensiva vera e propria per sottrarla dal controllo dei baghdadisti non è mai partita e si è preferito scegliere zone più facili: prima Tikrit, poco a sud, ora Ramadi, ad ovest. Ci sono due ordini di problemi che l’offensiva può incontrare, secondo gli esperti. Primo, la presenza di oltre un milione e mezzo di abitanti civili, che, rispetto a situazioni come la quasi disabitata Tikrit, impone la massima accortezza e dunque limita l’efficacia degli attacchi (a terra o aerei). Secondo, l’impreparazione delle forze terrestri, irachene e curde, a battaglie come quella richiesta a Mosul: “Military Operations on Urban Terrain” (Mout) le chiamano in Occidente, cioè battaglie in stile guerriglia urbana, strada per strada, l’opposto degli scontri in campo aperto a cui sono stati addestrati i Peshmerga o l’Isf (Iraq Security Force).
RINFORZARE I CURDI
Il capo del Gabinetto presidenziale del Kurdistan iracheno, Fuad Hussein, ha recentemente annunciato l’incontro del suo governo con funzionari americani e turchi: tema, discutere su come contrastare lo Stato islamico. Molto probabile, secondo diversi media iracheni e curdi, che al centro della discussione finisca la strategia per riprendere Mosul al Califfato (la città si trova al confine della regione autonoma del Kurdistan). Il segretario alla Difesa americano Ashton Carter, che ha visitato il nord dell’Iraq e ha incontrato i leader curdi, ha proposto di aumentare gli aiuti militari e fornire quello che il sito specializzato Military Times ha definito «un equipaggiamento per due brigate» ai peshmerga, cosa che diversi analisti hanno colto come segnale indicatore di una preparazione tattica per l’offensiva (le armi dovrebbero arrivare dai “magazzini” americani in Kuwait).
L’IMPEGNO ITALIANO
Mosul e dintorni, sono la zona dove 450 militari italiani dovranno essere impiegati per preservare la sicurezza dei lavori di ristrutturazione della diga, appaltati ad una ditta italiana. Lo schieramento richiederà tempi logistici, è perciò prevedibile che il dispiegamento, tenendo anche conto dell’iter di discussione parlamentare, non arriverà prima della primavera prossima. A tutti gli effetti, tra qualche mese, l’Italia tornerà in Iraq e questo è motivo di dibattito politico.
Le minacce. A mettere benzina sul fuoco, le parole del capo della Kata’ib Hezbollah che ha avvisato che gli italiani a Mosul saranno considerati come una forza occupante. La brigata Hezbollah è una delle milizie sciite irachene comandate dall’Iran (come l’omonima libanese). Queste fanno parte delle forze militari che appoggiano il governo iracheno contro lo Stato islamico. Teoricamente, dunque, la Kataib sarebbe alleata occidentale e italiana, combattendo lo stesso nemico al fianco dello stesso alleato: ma in Medio Oriente, quello che avviene a Ramadi, dove le milizie sciite conducono l’offensiva, non è la stessa cosa che avviene qualche chilometro più a nord, a Mosul.
Forze speciali, quali sono (e cosa fanno)
(Pubblicato su Formiche)
Sono al centro di dibattiti politici, ne parlano leader mondiali, generali ed esperti analisti, nonostante si muovano in (quasi) completo silenzio nei teatri operativi. Le forze speciali dei vari reparti degli eserciti del mondo, sono diventate argomento di discussione pubblica ed uso comune, che collega gli aspetti militari a questione politiche e geopolitiche.
Perché? Si tratta di reparti che fino a qualche anno fa appartenevano ad una categoria misteriosa, venivano impiegati per operazioni dietro alle linee nemiche, per compiere sabotaggi, spesso attacchi ed assassini mirati, attività di raccolta informazioni, liberare ostaggi, mettere al sicuro aree difficili: le loro missioni erano sempre avvolte dal completo segreto militare. Adesso, date le caratteristiche operative, l’impiego di queste unità s’è fatto sempre più necessario per far fronte alle esigenze dei conflitti asimmetrici, come quello siriano o libico, o ucraino: campi di battaglia dove esistono pochi alleati fidati, dove non ci sono fronti di combattimento, e dove è necessario prevenire le mosse dei nemici quanto quelle dei presunti amici e dove i militari ricoprono anche compiti psicologici, mantenendo i contatti diretti con le popolazioni locali, fornendo assistenza e indirizzando l’opinione pubblica. Le Sof, acronimo inglese di Special operations forces, sono sempre più fondamentali: il governo italiano ha proposto un emendamento (in discussione al Senato) perampliare i compiti delle unità speciali delle Forze armate italiane e permettere agli operatori di ricoprire anche ruoli di intelligence in specifiche missioni, trasformando così, temporaneamente, i militari in un mix di 007 con compiti di raccogliere informazioni (in anticipo) nei teatri operativi.
L’ITALIA
La presenza delle forze speciali italiane nei vari teatri operativi dove i soldati di Roma sono ufficialmente impegnati (Afghanistan, Libano, Somalia) è un dato di fatto.
La Libia. Ultimamente sono circolate informazione in merito ad un impegno dei reparti d’élite italiani anche in Libia, per preparare il terreno ad un’eventuale offensiva contro lo Stato islamico (resa più probabile ed imminente dalla firma di giovedì in Marocco sull’accordo per la creazione di un esecutivo di unità nazionale tra le macro-entità in guerra, Tripoli e Tobruk: certo, come sostiene la BBC, ora bisognerà vedere se l’intesa regge anche sul campo, dove la realtà combattente è molecolarizzata in oltre 200 fazioni; aspetto affrontato anche dal generale Luciano Piacentini, ex capo delle forze speciali dei paracadutisti, su Formiche.net). Daniele Raineri del Foglio, in un reportage dalla Libia uscito il 3 dicembre, ha parlato per primo di forze speciali italiane schierate nell’area prossima al confine tunisino: tra Sabratha e Zuwara, due città note anche per essere i porti di partenze dei migranti, si trova il grande hub Eni di Mellitah, ragione che porta la presenza dei nostri soldati nell’area a livello di interesse nazionale (inoltre, nella zona, fanno base anche diverse altre aziende italiane che fanno affari in Libia). Il motivo è logico, i lavoratori italiani potrebbero essere obiettivi sensibili, e la loro sicurezza deve essere preservata dal governo (anche se in realtà è nota la presenza anche di contractor privati con compiti di close security). La zona occidentale della Libia, è inoltre una delle aree di interesse dello Stato islamico, che sfrutta la disposizione geografica per facilitare i traffici di combattenti dalla Tunisia: per questo le Sof italiane potrebbero trovarsi là anche con il compito di raccogliere informazioni di intelligence sul Califfato. L’articolo di Raineri è stato corroborato da fonti libiche, poi smentito dallo Stato maggiore della Difesa: ma l’informazione è stata poi rilanciata in un altro pezzo uscito un paio di giorni dopo dove il Foglio sosteneva di essere «a conoscenza dell’esistenza di almeno un rapporto specifico sulla situazione in Libia prodotto dal ministero della Difesa italiano, i cui autori sono militari inviati con l’incarico di raccogliere informazioni in quel paese arabo». Va ricordato che furono proprio gli elementi del Comsubin, il Comando incursori subacquei della Marina, a bonificare le piattaforme Eni e renderle di nuovo operative, dopo l’intervento militare internazionale che depose Gheddafi nel 2011. A febbraio di quest’anno gli incursori subacquei sono tornati in cronaca, perché il governo italiano aveva segnalato la partenza di un gruppo di Comsubin dalla base di Varignano (La Spezia) per una non specificata missione al largo della Libia: forse si trovano su qualche nave della Marina ed è probabile che siano un altro pezzo del piano preliminare italiano. Guido Ruotolo, sullaStampa, è tornato sull’argomento due giorni fa, scrivendo in un articolo che c’è un piano italiano che sfrutterà Carabinieri e forze speciali (il GIS, Gruppo intervento speciale dell’Arma è una delle Sof italiane) per facilitare la formazione delle unità di sicurezza libiche, dopo la firma dell’accordo. «Il generale di corpo d’armata Paolo Serra, consigliere militare del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha chiesto quaranta giorni di tempo per creare una cornice di sicurezza nella capitale della Libia, Tripoli» spiega la Stampa. Le forze armate locali, saranno poi guidate contro l’Isis. Anche il Chicago Tribune parla attraverso fonti del governo italiano, di un piano analogo a quello descritto dal giornale di Torino.
L’Iraq. Unità speciali dell’esercito italiano sono impiegate anche in Iraq. Il loro impiego nel contesto iracheno, in questo momento, è più chiaro, perché hanno il compito di fornire addestramento alle milizie Peshmerga; si trovano a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno e mettono la propria esperienza al servizio dei combattenti locali, e a Baghdad, dove addestrano le forze irachene. Tuttavia, a giugno, sempre il Foglio, aveva pubblicato un articolo in cui riportava informazioni ottenute da una fonte anonima della Farnesina, che annunciava la partenza di una trentina di operatori del 9° Reggimento d’assalto “Col Moschin” (i paracadutisti incursori, una delle migliori unità d’élite del mondo) inviati in Iraq, esattamente nella base che corpi analoghi dell’esercito americano stavano costruendo a Taqqadum, area strategica tra Falluja e Ramadi. La base, in pieno Anbar, la provincia sunnita irachena dove l’Isis è più forte, sarebbe servita da piattaforma di lancio per operazioni mirate e per attività di raccolta informazioni nell’ottica dell’offensiva finale su Ramadi (che è partita, a stento, qualche giorno fa). I soldati si sarebbero dovuti muovere sotto il comando della Task Force 44, compiendo missioni “outside the wire”, cioè fuori dalle basi: la Task Force 44 avrebbe dovuto emulare la 45, composta da circa 200 elementi dei reparti speciali non conteggiati tra gli effettivi del contingente italianoschierato in Afghanistan (l’unità agisce sotto il comando del Col Moschin).
GLI STATI UNITI
La presenza delle forze speciali americane nei vari teatri sensibili è da sempre una costante al limite del mitologico: film, serie Tv, libri, videogames, dedicati. Washington, più nell’attuale ne ha inviato diverse unità in Iraq per fronteggiare l’avanzata del Califfato, ufficialmente con compiti di addestramento e consulenza delle forze di sicurezza locali (peshmerga e irachene) Il 31 ottobre il presidente Barack Obama ha annunciato l’invio di due team anche in Siria. Una dichiarazione pubblica che ha scoperto un piano pseudo-segreto, in cui le Sof americane avrebbero il compito di fare da advisor sul campo per le unità combattenti dei curdi siriani (YPG) e di alcune fazioni arabe che stanno avvicinandosi a Raqqa, la capitale siriana del Califfato (Foreign Policy dice che sono arrivate nel nord-est siriano in questi giorni). Circa un mese dopo, la Casa Bianca ha annunciato di inviare in Siria altri corpi scelti, tanto che sono iniziate a circolare insistentemente news sulla possibilità delle creazione di una base logistica per questi operatori a Rimelan (Rmlah), nel nord est della Siria. Da notare che la questione può apparire di piano secondario, ma invece dietro nasconde informazioni sull’enorme nodo geopolitico sulla Siria: cosa fare di Bashar al Assad? È abbastanza difficile che il regime siriano, e i suoi sponsor principali (Russia e Iran), permettano la creazione di una base militare americana, anche se improvvisata e temporanea, all’interno di un territorio di effettiva sovranità di Damasco senza che Assad sia d’accordo: ragion per cui c’è da credere che per la Casa Bianca la rimozione del rais non sembra più prioritaria, come ha scritto il New York Times spiegando il nuovo round di negoziati sulla crisi siriana di venerdì a New York.
La vicenda. Giovedì è girata un’altra notizia che riguarda le forze speciali americane, ma in Libia. Un commando (sembravano potessero essere anche contractors, ma una fonte della Difesa ha confermato che erano militari alla NBC) è atterrato il 14 dicembre in una base libica utilizzata dalla forze aree del governo di Tobruk prossima al confine tunisino (l’area è quella in cui opererebbero anche le Sof italiane), ma a causa del mancato coordinamento con le autorità locali, sarebbe stato rispedito subito indietro (pare da una delle milizie locali). In un approfondito pezzo uscito il 28 novembre sul New York Times in cui si parlava della diffusione del Califfato in Libia, i giornalisti americani parlavano di forze speciali americane presenti già sul suolo libico. La fonte che ha chiarito alcuni dettagli della vicenda del 14 dicembre allaNBC, ha indirettamente corroborato quanto scritto dal NYTimes, spiegando anche che queste unità stanno facendo «dentro e fuori» la Libia da diverso tempo, mantengono contatti, addestrano alcuni reparti dell’esercito regolare, cercano informazioni: l’intell in Libia potrebbe funzionare anche grazie al loro lavoro, visto che a metà novembre Washington ha comunicato di aver ucciso in un raid aereo (guidato dalle attività a terra) il capo dello Stato islamico in Libia Abu Nabil al Anbari, mandato direttamente dal Califfo per costruire la struttura libica dell’IS. A metà agosto, è stato anche segnalato lo sbarco di uomini del 524th Special Operations Squadron al confine tra Tunisia e Algeria, in aree sensibili alle rotte jihadiste: un analista specializzato in Iraq ha sostenuto su Twitter che quegli uomini sarebbero stati trasportati dallo stesso aereo che ha spostato il commando “beccato” il 14 dicembre. È noto da tempo che commandos americani girano in anonimato in diverse zone del Nord Africa, considerate molto importanti per la presenza dei diverse fazioni jihadiste combattenti (ampliare basi hotspot di Sof in vari territori, è uno dei nuovi piani counter-terrorism del Pentagono). Un esempio: quando gli attentatori del gruppo filo-qaedista al Mourabitoun attaccarono un hotel nella capitale del Mali, sul posto, a dirigere le operazioni per liberare gli ostaggi, erano presenti anche operatori delle forze speciali americane (a testimonianza che si dovevano trovare nei paraggi).
FRANCIA A REGNO UNITO
Il 17 dicembre il Times ha pubblicato un articolo in cui citava fonti del governo di Londra che dichiaravano la disponibilità inglese a fornire 1000 uomini dello Special Air Service (i Sas) da inviare in Libia al fianco di un contingente guidato dall’Italia. Le forze speciali si rivelano ancora una volta una cartina tornasole di attività più ampie di politica estera: il giornale inglese, infatti, sosteneva che l’invio dei militari si rendeva necessario visto che ormai i tempi erano maturi per l’intervento in Libia contro il Califfato. Il Times ha scritto che era pronto a partire un contingente di circa 6000 uomini: l’Italia ha più volte espresso la volontà di intestarsi le attività, anche militari, sulla Libia, visti i legami storico-culturali ed economici che legano i due Paesi. Nel pezzo in cui il NYTimes annunciava la presenza di Sof americane in Libia, si parlava anche di «commandos» inglesi nell’area: sia USA che UK hanno da difendere grossi impianti che gestiscono le estrazioni petrolifere nei campi poco a sud-est di Sirte, la roccaforte libica del Califfato.
La Francia anche è molto attiva nel Nord Africa: diverse unità scelte compongono il contingente dell’operazione “Barkane”, missione militare in chiave anti-terrorismo che interessa il Sahel e il Maghreb.
LA RUSSIA
Per la prima volta da due anni a questa parte, il presidente russo Vladimir Putin ha ammesso durante la conferenza stampa di fine anno tenutasi giovedì, che alcuni uomini inviati sul territorio ucraino avevano compiti «anche militari». È un giro di parole criptico, più o meno “politichese”, per ammettere non esplicitamente, l’impiego di corpi speciali durante il conflitto ucraino (questione nota a tutto il resto del mondo ma mai ufficializzata dal Cremlino). Uomini della Spetsnaz, l’unità scelta controllata dal servizio segreto militare russo (GRU), in realtà sono stati più volte segnalati sia tra i manifestanti di piazza Maidan, in missioni di disturbo, sia in Crimea e nel Donbass. Si pensa che i cosiddetti “omini verdi”, i militari senza insegne che hanno preso la penisola ucraina e poi le aree orientali, siano proprio membri delle forze speciali russe. Anche in Siria Mosca ha schierato (da molto tempo) uomini dell’élite militare, con ruoli a cavallo tra le spie, i sabotatori, e gli incursori. Ad inizio ottobre è stata segnalata sul suolo siriano la presenza della Zaslon, unità clandestina russa che opera fuori del contesto militare sotto diretto controllo del ministero degli Esteri e della presidenza.
L’IRAN
Se c’è un esempio del peso politico che i corpi speciali possono assumere, va ricercato a Teheran. L’unità scelta dei Pasdaran (i Guardiani della rivoluzione, cioè l’esercito comandato dal potere teocratico della Repubblica islamica), si chiama Quds Force; dove “Quds” sta per “Gerusalemme” e esterna un compito ultimo, distruggere Israele, nemico esistenziale iraniano. Il capo delle Quds è Qassem Soleimani, generale iraniano a cavallo del mito in patria, considerato molto più di un comandante. Soleimani è l’ideatore dell’intera strategia iraniana all’estero, che comprende la creazione, il finanziamento, l’addestramento, di milizie sciite in vari paesi come Siria, Iraq, Libano, Yemen, Afghanistan, al fine di mantenerne la presa sul potere; attività analoghe coinvolgono anche l’India e il Venezuela. Inoltre i suoi uomini sono artefici di operazioni clandestine, sabotaggi, omicidi mirati. Due giorni fa è stata diffusa la notizia che il generale Soleimani, spesso indicato come “l’eminenza grigia del Medio Oriente”, è volato a Mosca per incontrare Putin in persona. Il viaggio, in palese violazione di una sanzione Onu sullo spostamento del generale iraniano, è stato commentato dal presidente russo che ha definito Soleimani «il mio grande amico». Nelle ultime settimane si è assistito ad un decremento dell’impegno iraniano in Siria (sfiduciato sulle sorti del Paese, dalle ingenti perdite e dalla morte di numerosi ufficiali, tra cui il numero due di Soleimani, Hossein Hamadi), e forse Putin ha voluto un incontro diretto con il capo della strategia militare di Teheran, per rinvigorire l’alleato. Soleimani si occupa anche della gestione di un’altro braccio speciale iraniano: l’ala armata del partito libanese Hezbollah (a proposito: il Times of Israel scrive che circa un terzo dei combattenti Hez sono rimasti uccisi o feriti per difendere Assad). I libanesi si muovono secondo gli ordini del generalissimo, anche se non sono forze effettive dell’Iran: un chiaro esempio di come i corpi speciali possano indirizzare questioni geopolitiche di ordine superiore.
Sono al centro di dibattiti politici, ne parlano leader mondiali, generali ed esperti analisti, nonostante si muovano in (quasi) completo silenzio nei teatri operativi. Le forze speciali dei vari reparti degli eserciti del mondo, sono diventate argomento di discussione pubblica ed uso comune, che collega gli aspetti militari a questione politiche e geopolitiche.
Perché? Si tratta di reparti che fino a qualche anno fa appartenevano ad una categoria misteriosa, venivano impiegati per operazioni dietro alle linee nemiche, per compiere sabotaggi, spesso attacchi ed assassini mirati, attività di raccolta informazioni, liberare ostaggi, mettere al sicuro aree difficili: le loro missioni erano sempre avvolte dal completo segreto militare. Adesso, date le caratteristiche operative, l’impiego di queste unità s’è fatto sempre più necessario per far fronte alle esigenze dei conflitti asimmetrici, come quello siriano o libico, o ucraino: campi di battaglia dove esistono pochi alleati fidati, dove non ci sono fronti di combattimento, e dove è necessario prevenire le mosse dei nemici quanto quelle dei presunti amici e dove i militari ricoprono anche compiti psicologici, mantenendo i contatti diretti con le popolazioni locali, fornendo assistenza e indirizzando l’opinione pubblica. Le Sof, acronimo inglese di Special operations forces, sono sempre più fondamentali: il governo italiano ha proposto un emendamento (in discussione al Senato) perampliare i compiti delle unità speciali delle Forze armate italiane e permettere agli operatori di ricoprire anche ruoli di intelligence in specifiche missioni, trasformando così, temporaneamente, i militari in un mix di 007 con compiti di raccogliere informazioni (in anticipo) nei teatri operativi.
L’ITALIA
La presenza delle forze speciali italiane nei vari teatri operativi dove i soldati di Roma sono ufficialmente impegnati (Afghanistan, Libano, Somalia) è un dato di fatto.
La Libia. Ultimamente sono circolate informazione in merito ad un impegno dei reparti d’élite italiani anche in Libia, per preparare il terreno ad un’eventuale offensiva contro lo Stato islamico (resa più probabile ed imminente dalla firma di giovedì in Marocco sull’accordo per la creazione di un esecutivo di unità nazionale tra le macro-entità in guerra, Tripoli e Tobruk: certo, come sostiene la BBC, ora bisognerà vedere se l’intesa regge anche sul campo, dove la realtà combattente è molecolarizzata in oltre 200 fazioni; aspetto affrontato anche dal generale Luciano Piacentini, ex capo delle forze speciali dei paracadutisti, su Formiche.net). Daniele Raineri del Foglio, in un reportage dalla Libia uscito il 3 dicembre, ha parlato per primo di forze speciali italiane schierate nell’area prossima al confine tunisino: tra Sabratha e Zuwara, due città note anche per essere i porti di partenze dei migranti, si trova il grande hub Eni di Mellitah, ragione che porta la presenza dei nostri soldati nell’area a livello di interesse nazionale (inoltre, nella zona, fanno base anche diverse altre aziende italiane che fanno affari in Libia). Il motivo è logico, i lavoratori italiani potrebbero essere obiettivi sensibili, e la loro sicurezza deve essere preservata dal governo (anche se in realtà è nota la presenza anche di contractor privati con compiti di close security). La zona occidentale della Libia, è inoltre una delle aree di interesse dello Stato islamico, che sfrutta la disposizione geografica per facilitare i traffici di combattenti dalla Tunisia: per questo le Sof italiane potrebbero trovarsi là anche con il compito di raccogliere informazioni di intelligence sul Califfato. L’articolo di Raineri è stato corroborato da fonti libiche, poi smentito dallo Stato maggiore della Difesa: ma l’informazione è stata poi rilanciata in un altro pezzo uscito un paio di giorni dopo dove il Foglio sosteneva di essere «a conoscenza dell’esistenza di almeno un rapporto specifico sulla situazione in Libia prodotto dal ministero della Difesa italiano, i cui autori sono militari inviati con l’incarico di raccogliere informazioni in quel paese arabo». Va ricordato che furono proprio gli elementi del Comsubin, il Comando incursori subacquei della Marina, a bonificare le piattaforme Eni e renderle di nuovo operative, dopo l’intervento militare internazionale che depose Gheddafi nel 2011. A febbraio di quest’anno gli incursori subacquei sono tornati in cronaca, perché il governo italiano aveva segnalato la partenza di un gruppo di Comsubin dalla base di Varignano (La Spezia) per una non specificata missione al largo della Libia: forse si trovano su qualche nave della Marina ed è probabile che siano un altro pezzo del piano preliminare italiano. Guido Ruotolo, sullaStampa, è tornato sull’argomento due giorni fa, scrivendo in un articolo che c’è un piano italiano che sfrutterà Carabinieri e forze speciali (il GIS, Gruppo intervento speciale dell’Arma è una delle Sof italiane) per facilitare la formazione delle unità di sicurezza libiche, dopo la firma dell’accordo. «Il generale di corpo d’armata Paolo Serra, consigliere militare del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha chiesto quaranta giorni di tempo per creare una cornice di sicurezza nella capitale della Libia, Tripoli» spiega la Stampa. Le forze armate locali, saranno poi guidate contro l’Isis. Anche il Chicago Tribune parla attraverso fonti del governo italiano, di un piano analogo a quello descritto dal giornale di Torino.
L’Iraq. Unità speciali dell’esercito italiano sono impiegate anche in Iraq. Il loro impiego nel contesto iracheno, in questo momento, è più chiaro, perché hanno il compito di fornire addestramento alle milizie Peshmerga; si trovano a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno e mettono la propria esperienza al servizio dei combattenti locali, e a Baghdad, dove addestrano le forze irachene. Tuttavia, a giugno, sempre il Foglio, aveva pubblicato un articolo in cui riportava informazioni ottenute da una fonte anonima della Farnesina, che annunciava la partenza di una trentina di operatori del 9° Reggimento d’assalto “Col Moschin” (i paracadutisti incursori, una delle migliori unità d’élite del mondo) inviati in Iraq, esattamente nella base che corpi analoghi dell’esercito americano stavano costruendo a Taqqadum, area strategica tra Falluja e Ramadi. La base, in pieno Anbar, la provincia sunnita irachena dove l’Isis è più forte, sarebbe servita da piattaforma di lancio per operazioni mirate e per attività di raccolta informazioni nell’ottica dell’offensiva finale su Ramadi (che è partita, a stento, qualche giorno fa). I soldati si sarebbero dovuti muovere sotto il comando della Task Force 44, compiendo missioni “outside the wire”, cioè fuori dalle basi: la Task Force 44 avrebbe dovuto emulare la 45, composta da circa 200 elementi dei reparti speciali non conteggiati tra gli effettivi del contingente italianoschierato in Afghanistan (l’unità agisce sotto il comando del Col Moschin).
GLI STATI UNITI
La presenza delle forze speciali americane nei vari teatri sensibili è da sempre una costante al limite del mitologico: film, serie Tv, libri, videogames, dedicati. Washington, più nell’attuale ne ha inviato diverse unità in Iraq per fronteggiare l’avanzata del Califfato, ufficialmente con compiti di addestramento e consulenza delle forze di sicurezza locali (peshmerga e irachene) Il 31 ottobre il presidente Barack Obama ha annunciato l’invio di due team anche in Siria. Una dichiarazione pubblica che ha scoperto un piano pseudo-segreto, in cui le Sof americane avrebbero il compito di fare da advisor sul campo per le unità combattenti dei curdi siriani (YPG) e di alcune fazioni arabe che stanno avvicinandosi a Raqqa, la capitale siriana del Califfato (Foreign Policy dice che sono arrivate nel nord-est siriano in questi giorni). Circa un mese dopo, la Casa Bianca ha annunciato di inviare in Siria altri corpi scelti, tanto che sono iniziate a circolare insistentemente news sulla possibilità delle creazione di una base logistica per questi operatori a Rimelan (Rmlah), nel nord est della Siria. Da notare che la questione può apparire di piano secondario, ma invece dietro nasconde informazioni sull’enorme nodo geopolitico sulla Siria: cosa fare di Bashar al Assad? È abbastanza difficile che il regime siriano, e i suoi sponsor principali (Russia e Iran), permettano la creazione di una base militare americana, anche se improvvisata e temporanea, all’interno di un territorio di effettiva sovranità di Damasco senza che Assad sia d’accordo: ragion per cui c’è da credere che per la Casa Bianca la rimozione del rais non sembra più prioritaria, come ha scritto il New York Times spiegando il nuovo round di negoziati sulla crisi siriana di venerdì a New York.
La vicenda. Giovedì è girata un’altra notizia che riguarda le forze speciali americane, ma in Libia. Un commando (sembravano potessero essere anche contractors, ma una fonte della Difesa ha confermato che erano militari alla NBC) è atterrato il 14 dicembre in una base libica utilizzata dalla forze aree del governo di Tobruk prossima al confine tunisino (l’area è quella in cui opererebbero anche le Sof italiane), ma a causa del mancato coordinamento con le autorità locali, sarebbe stato rispedito subito indietro (pare da una delle milizie locali). In un approfondito pezzo uscito il 28 novembre sul New York Times in cui si parlava della diffusione del Califfato in Libia, i giornalisti americani parlavano di forze speciali americane presenti già sul suolo libico. La fonte che ha chiarito alcuni dettagli della vicenda del 14 dicembre allaNBC, ha indirettamente corroborato quanto scritto dal NYTimes, spiegando anche che queste unità stanno facendo «dentro e fuori» la Libia da diverso tempo, mantengono contatti, addestrano alcuni reparti dell’esercito regolare, cercano informazioni: l’intell in Libia potrebbe funzionare anche grazie al loro lavoro, visto che a metà novembre Washington ha comunicato di aver ucciso in un raid aereo (guidato dalle attività a terra) il capo dello Stato islamico in Libia Abu Nabil al Anbari, mandato direttamente dal Califfo per costruire la struttura libica dell’IS. A metà agosto, è stato anche segnalato lo sbarco di uomini del 524th Special Operations Squadron al confine tra Tunisia e Algeria, in aree sensibili alle rotte jihadiste: un analista specializzato in Iraq ha sostenuto su Twitter che quegli uomini sarebbero stati trasportati dallo stesso aereo che ha spostato il commando “beccato” il 14 dicembre. È noto da tempo che commandos americani girano in anonimato in diverse zone del Nord Africa, considerate molto importanti per la presenza dei diverse fazioni jihadiste combattenti (ampliare basi hotspot di Sof in vari territori, è uno dei nuovi piani counter-terrorism del Pentagono). Un esempio: quando gli attentatori del gruppo filo-qaedista al Mourabitoun attaccarono un hotel nella capitale del Mali, sul posto, a dirigere le operazioni per liberare gli ostaggi, erano presenti anche operatori delle forze speciali americane (a testimonianza che si dovevano trovare nei paraggi).
FRANCIA A REGNO UNITO
Il 17 dicembre il Times ha pubblicato un articolo in cui citava fonti del governo di Londra che dichiaravano la disponibilità inglese a fornire 1000 uomini dello Special Air Service (i Sas) da inviare in Libia al fianco di un contingente guidato dall’Italia. Le forze speciali si rivelano ancora una volta una cartina tornasole di attività più ampie di politica estera: il giornale inglese, infatti, sosteneva che l’invio dei militari si rendeva necessario visto che ormai i tempi erano maturi per l’intervento in Libia contro il Califfato. Il Times ha scritto che era pronto a partire un contingente di circa 6000 uomini: l’Italia ha più volte espresso la volontà di intestarsi le attività, anche militari, sulla Libia, visti i legami storico-culturali ed economici che legano i due Paesi. Nel pezzo in cui il NYTimes annunciava la presenza di Sof americane in Libia, si parlava anche di «commandos» inglesi nell’area: sia USA che UK hanno da difendere grossi impianti che gestiscono le estrazioni petrolifere nei campi poco a sud-est di Sirte, la roccaforte libica del Califfato.
La Francia anche è molto attiva nel Nord Africa: diverse unità scelte compongono il contingente dell’operazione “Barkane”, missione militare in chiave anti-terrorismo che interessa il Sahel e il Maghreb.
LA RUSSIA
Per la prima volta da due anni a questa parte, il presidente russo Vladimir Putin ha ammesso durante la conferenza stampa di fine anno tenutasi giovedì, che alcuni uomini inviati sul territorio ucraino avevano compiti «anche militari». È un giro di parole criptico, più o meno “politichese”, per ammettere non esplicitamente, l’impiego di corpi speciali durante il conflitto ucraino (questione nota a tutto il resto del mondo ma mai ufficializzata dal Cremlino). Uomini della Spetsnaz, l’unità scelta controllata dal servizio segreto militare russo (GRU), in realtà sono stati più volte segnalati sia tra i manifestanti di piazza Maidan, in missioni di disturbo, sia in Crimea e nel Donbass. Si pensa che i cosiddetti “omini verdi”, i militari senza insegne che hanno preso la penisola ucraina e poi le aree orientali, siano proprio membri delle forze speciali russe. Anche in Siria Mosca ha schierato (da molto tempo) uomini dell’élite militare, con ruoli a cavallo tra le spie, i sabotatori, e gli incursori. Ad inizio ottobre è stata segnalata sul suolo siriano la presenza della Zaslon, unità clandestina russa che opera fuori del contesto militare sotto diretto controllo del ministero degli Esteri e della presidenza.
L’IRAN
Se c’è un esempio del peso politico che i corpi speciali possono assumere, va ricercato a Teheran. L’unità scelta dei Pasdaran (i Guardiani della rivoluzione, cioè l’esercito comandato dal potere teocratico della Repubblica islamica), si chiama Quds Force; dove “Quds” sta per “Gerusalemme” e esterna un compito ultimo, distruggere Israele, nemico esistenziale iraniano. Il capo delle Quds è Qassem Soleimani, generale iraniano a cavallo del mito in patria, considerato molto più di un comandante. Soleimani è l’ideatore dell’intera strategia iraniana all’estero, che comprende la creazione, il finanziamento, l’addestramento, di milizie sciite in vari paesi come Siria, Iraq, Libano, Yemen, Afghanistan, al fine di mantenerne la presa sul potere; attività analoghe coinvolgono anche l’India e il Venezuela. Inoltre i suoi uomini sono artefici di operazioni clandestine, sabotaggi, omicidi mirati. Due giorni fa è stata diffusa la notizia che il generale Soleimani, spesso indicato come “l’eminenza grigia del Medio Oriente”, è volato a Mosca per incontrare Putin in persona. Il viaggio, in palese violazione di una sanzione Onu sullo spostamento del generale iraniano, è stato commentato dal presidente russo che ha definito Soleimani «il mio grande amico». Nelle ultime settimane si è assistito ad un decremento dell’impegno iraniano in Siria (sfiduciato sulle sorti del Paese, dalle ingenti perdite e dalla morte di numerosi ufficiali, tra cui il numero due di Soleimani, Hossein Hamadi), e forse Putin ha voluto un incontro diretto con il capo della strategia militare di Teheran, per rinvigorire l’alleato. Soleimani si occupa anche della gestione di un’altro braccio speciale iraniano: l’ala armata del partito libanese Hezbollah (a proposito: il Times of Israel scrive che circa un terzo dei combattenti Hez sono rimasti uccisi o feriti per difendere Assad). I libanesi si muovono secondo gli ordini del generalissimo, anche se non sono forze effettive dell’Iran: un chiaro esempio di come i corpi speciali possano indirizzare questioni geopolitiche di ordine superiore.
venerdì 11 dicembre 2015
Per gli americani le milizie sciite sono un altro bel problema in Iraq e Siria
(Pubblicato su Formiche)
Giovedì s’è tenuto un importante incontro tra circa un centinaio di gruppi armati che combattono il regime siriano, che alla fine ha prodotto una dichiarazione di intenti per un dialogo con Bashr el Assad: ma l’opposizione siriana chiede che il presidente lasci il potere all’inizio della fase di transizione.
Al vertice ha partecipato anche Ahrar al Sham, milizia armata abbastanza forte ma incline a istanze jihadiste, vicine alle posizioni dei qaedisti; questione che ha sollevato molte critiche sui controversi rapporti dell’Arabia Saudita (e dei altri Paesi del Golfo) con branche dell’opposizione siriana di matrice fortemente integralista.
Il punto è che i sauditi (e gli alleati arabi) in questo momento sono disposti a quasi tutto pur di sostenere i combattenti sunniti ed evitare che le milizie sciite filo-iraniane passino da forza di liberazione in Siria e Iraq. Notare che il segretario alla Difesa americana si trova su un’altra linea: «Ci piaccia o no», come ha detto Ash Carter, contribuiscono in Iraq al contenimento dell’avanzata del Califfato: “Iran is in the game”. Quel “o no” è un riferimento implicito alla storia di circa dieci anni fa, quando durante l’occupazione americana in Iraq, le stesse milizie sciite che ora affiancano l’esercito iracheno alleato americano e in Siria si muovono contro il nemico comune Califfato al fianco dell’ormai indefinibile Assad (cos’è: un nemico? Un partner? Un’entità con cui convivere che alla fine può anche far comodo), prendevano coordinazione, armi, soldi e ispirazione, per colpire con attentati le forze armate statunitensi. Realtà fanatiche fortemente anti-sunnite e anti-occidentali come la Brigata Badr, le brigate Hezbollah (non quelle libanesi, anche se il modello è lo stesso), la Lega dei giusti (Asaib al-Haq) e la brigata del Giorno promesso (Liwa al-Youm al-Mawud, riferita all’Apocalisse). Negli anni della guerriglia, erano chiamate tutte con lo stesso nome, per comodità: “Gruppi speciali” e rappresentavano un nemico tremendo per gli USA, simile all’AQI (al Qaeda in Iraq), o ISI (Islamic State in Iraq), cioè il prodromo dello Stato islamico attuale.
L’augurio degli Stati Uniti è che le forze sul campo si uniscano in un fronte comune, lasciando da parte divisioni settarie secolari, ma gli sciiti (più dei sunniti) combattono chiunque non risponda al proprio comando; che tradotto significa tutti, escluso russi, iraniani, esercito iracheno e forze lealiste in Siria.
Da tempo gli organismi umanitari segnalano che queste milizie compiono regolarmente abusi e rappresaglie nei confronti degli abitanti dei territori liberati dal controllo dell’Isis: un esempio, è ciò che è successo a Tikrit, teatro del massacro di Camp Speicher, dove i baghdadisti uccisero a sangue freddo centinaia di cadetti sciiti dell’esercito iracheno e dove dopo, alla liberazione, le milizie locali si vendicarono sui civili considerati dei collaborazionisti del Califfo (saccheggi, violenze, esecuzioni sommarie, case date alle fiamme).
Ora un rischio analogo c’è a Ramadi, capoluogo dell’Anbar sunnita che sarà teatro della prossima importante offensiva dell’esercito iracheno (secondo Phillip Smyth, ricercatore all’Università del Maryland e grande esperto di milizie sciite che ha parlato con il Foglio, sarebbero tra le 100 e le 150 queste entità armate nell’area di Ramadi).Carter vorrebbe inviare soldati ed elicotteri in appoggio a Baghdad, anche per evitare le situazioni di sopruso citate da Humans Right Watch e Amnesty International, e perché sa anche che l’esercito iracheno senza l’appoggio dei miliziani filo-iraniani non può andare avanti con la mossa finale (la situazione stalla da luglio). Contemporaneamente, gli ex gruppi speciali minacciano gli americani di non mettere piede in Iraq fuori dalle basi (cioè al di là delle attività di training) e senza il consenso del governo, sennò finiranno come obiettivo di attacchi. Quando gli Stati Uniti hanno annunciato un altro invio di forze speciali in Iraq, anche il premier iracheno fece un’uscita su questa linea: «Non abbiamo bisogno di soldati stranieri. Ogni sostegno di questo tipo così come ogni operazione speciale in Iraq deve essere approvato dal governo iracheno».
Giovedì s’è tenuto un importante incontro tra circa un centinaio di gruppi armati che combattono il regime siriano, che alla fine ha prodotto una dichiarazione di intenti per un dialogo con Bashr el Assad: ma l’opposizione siriana chiede che il presidente lasci il potere all’inizio della fase di transizione.
Al vertice ha partecipato anche Ahrar al Sham, milizia armata abbastanza forte ma incline a istanze jihadiste, vicine alle posizioni dei qaedisti; questione che ha sollevato molte critiche sui controversi rapporti dell’Arabia Saudita (e dei altri Paesi del Golfo) con branche dell’opposizione siriana di matrice fortemente integralista.
Il punto è che i sauditi (e gli alleati arabi) in questo momento sono disposti a quasi tutto pur di sostenere i combattenti sunniti ed evitare che le milizie sciite filo-iraniane passino da forza di liberazione in Siria e Iraq. Notare che il segretario alla Difesa americana si trova su un’altra linea: «Ci piaccia o no», come ha detto Ash Carter, contribuiscono in Iraq al contenimento dell’avanzata del Califfato: “Iran is in the game”. Quel “o no” è un riferimento implicito alla storia di circa dieci anni fa, quando durante l’occupazione americana in Iraq, le stesse milizie sciite che ora affiancano l’esercito iracheno alleato americano e in Siria si muovono contro il nemico comune Califfato al fianco dell’ormai indefinibile Assad (cos’è: un nemico? Un partner? Un’entità con cui convivere che alla fine può anche far comodo), prendevano coordinazione, armi, soldi e ispirazione, per colpire con attentati le forze armate statunitensi. Realtà fanatiche fortemente anti-sunnite e anti-occidentali come la Brigata Badr, le brigate Hezbollah (non quelle libanesi, anche se il modello è lo stesso), la Lega dei giusti (Asaib al-Haq) e la brigata del Giorno promesso (Liwa al-Youm al-Mawud, riferita all’Apocalisse). Negli anni della guerriglia, erano chiamate tutte con lo stesso nome, per comodità: “Gruppi speciali” e rappresentavano un nemico tremendo per gli USA, simile all’AQI (al Qaeda in Iraq), o ISI (Islamic State in Iraq), cioè il prodromo dello Stato islamico attuale.
L’augurio degli Stati Uniti è che le forze sul campo si uniscano in un fronte comune, lasciando da parte divisioni settarie secolari, ma gli sciiti (più dei sunniti) combattono chiunque non risponda al proprio comando; che tradotto significa tutti, escluso russi, iraniani, esercito iracheno e forze lealiste in Siria.
Da tempo gli organismi umanitari segnalano che queste milizie compiono regolarmente abusi e rappresaglie nei confronti degli abitanti dei territori liberati dal controllo dell’Isis: un esempio, è ciò che è successo a Tikrit, teatro del massacro di Camp Speicher, dove i baghdadisti uccisero a sangue freddo centinaia di cadetti sciiti dell’esercito iracheno e dove dopo, alla liberazione, le milizie locali si vendicarono sui civili considerati dei collaborazionisti del Califfo (saccheggi, violenze, esecuzioni sommarie, case date alle fiamme).
Ora un rischio analogo c’è a Ramadi, capoluogo dell’Anbar sunnita che sarà teatro della prossima importante offensiva dell’esercito iracheno (secondo Phillip Smyth, ricercatore all’Università del Maryland e grande esperto di milizie sciite che ha parlato con il Foglio, sarebbero tra le 100 e le 150 queste entità armate nell’area di Ramadi).Carter vorrebbe inviare soldati ed elicotteri in appoggio a Baghdad, anche per evitare le situazioni di sopruso citate da Humans Right Watch e Amnesty International, e perché sa anche che l’esercito iracheno senza l’appoggio dei miliziani filo-iraniani non può andare avanti con la mossa finale (la situazione stalla da luglio). Contemporaneamente, gli ex gruppi speciali minacciano gli americani di non mettere piede in Iraq fuori dalle basi (cioè al di là delle attività di training) e senza il consenso del governo, sennò finiranno come obiettivo di attacchi. Quando gli Stati Uniti hanno annunciato un altro invio di forze speciali in Iraq, anche il premier iracheno fece un’uscita su questa linea: «Non abbiamo bisogno di soldati stranieri. Ogni sostegno di questo tipo così come ogni operazione speciale in Iraq deve essere approvato dal governo iracheno».
mercoledì 2 dicembre 2015
Tutti i piani per togliere Ramadi all'Isis
(Pubblicato su Formiche)
Lunedì l’esercito iracheno ha lanciato migliaia di volantini sopra alla città di Ramadi, con scritto un messaggio: evacuate i civili, perché nelle prossime ore partirà una nostra offensiva.
L’IMPORTANZA DI RAMADI
Ramadi è il capoluogo dell’Anbar, la parte occidentale dell’Iraq che si allunga verso la Siria. L’Anbar è la più ampia regione irachena, è a quasi totale maggioranza sunnita, e si trova a 110 chilometri dalla capitale Baghdad. A maggio, lo Stato islamico, era riuscito a prendere il controllo completo della città, e in quell’occasione non si è certo potuto parlare di “effetto sorpresa”, come nel caso della cavalcata su Mosul di giugno 2014. La città è stata da subito in testa agli obiettivi dei baghdadisti: l’Anbar è la regione che ha fatto da culla ancestrale al gruppo che con razionalizzazione giornalistica viene definito al Qaeda in Iraq, ma che si faceva già nominare Isi ossia Stato islamico in Iraq. Era guidato dal magneticoAbu Musab al Zarkawi, e negli anni dell’occupazione americana era un’organizzazione parallela ad al Qaeda (ne sfruttava il brand, diciamo), che guidava l’insurrezione sunnita contro gli occupanti, ma aveva già un obiettivo chiaro: creare uno stato islamico partendo dall’Iraq. Nella zona Zarkawi è considerato una specie di eroe nazionale. Il Califfato che conosciamo oggi parte da lì, e infatti uccisi Zarkawi e il suo successore, il capo dell’organizzazione dell’Anbar è diventato Abu Bakr al Baghdadi, l’attuale Califfo (che è originario di Samarra, città al centro del cosiddetto “Triangolo sunnita”, cioè l’area più densamente popolata dai sunniti iracheni, che va da ovest di Baghdad fino a Ramadi e su al nord verso Tikrit: la zona era quella di maggior sostegno all’ex presidente Saddam Hussein ed è stata il teatro di molte battaglie con gli occupanti americani durante la Guerra d’Iraq). Questi collegamenti sono necessari per comprendere come l’Isis sia una realtà molto più complessa di un gruppo terroristico qualunque, con legami radicati nelle società locali.
LA CONNESSIONE STRATEGICA
L’Anbar, oltre ad avere un valore simbolico, ha anche un’importanza strategica. Come detto collega l’Iraq alla Siria, sboccando in quella parte di territorio siriano che è ricco di risorse naturali (l’area di Deir Ezzor), petrolio e gas, che sono controllate dal Califfato e che ne rappresentano il principale sostentamento economico. Molti analisti considerano la presenza di questa attività economica come uno dei principali valore di diversificazione tra l’Isis e qualsiasi altro gruppo terroristico finora conosciuto; un altro di questi valori, è il controllo amministrativo di territorio. Sulle tracce di confine che dividono l’Anbar dalla Siria, sono stati girati i video con cui il Califfato si è presentato al mondo come una realtà territoriale plurale di tutti i musulmani: in quei filmati i bulldozer del Califfo distruggevano le linee di Sikes e Picot, le divisioni segnate dal colonialismo occidentale, e dichiaravano quel territorio la terra dei credenti, senza confini.
L’OFFENSIVA
Le forze armate irachene, saranno sostenute nell’offensiva dalla Coalizione internazionale a guida americana, in Iraq infatti non operano attivamente i russi, anche se hanno a Baghdad un centro operativo di intelligence. Gli americani daranno il supporto aereo, secondo una prassi di successo vista in queste ultime settimane sulla zona del monte Sinjar, al nord iracheno. Gli Stati Uniti hanno fornito all’esercito di Baghdad anche degli scavatori blindati, perché temono che il territorio intorno alla città sia infestato da trappole esplosive: è una prassi ormai nota, in questa guerra asimmetrica che il Califfo combatte tra trincee e attentati. Quando gli ultimi militari iracheni si ritirarono dalla città a maggio, il premier iracheno Haider al Abadi annunciò: “Riprenderemo Ramadi a giorni”. Dopo un’iniziale disorganizzazione, l’offensiva è partita a luglio e lì si è fermata: da circa cinque mesi quasi dieci mila soldati iracheni (e milizia sciite filoiraniane che sostengono Baghdad) sono bloccate fuori città, in un assedio retto da 300-400 uomini del Califfato (il numero l’ha stimato il New York Times). La loro principale forza sono proprie le fortificazioni minate create intorno alla città, con cecchini che sparano colpi di mortaio e kamikaze su veicoli esplosivi mostruosamente corazzati che si lanciano a spezzare le linee nemiche. L’operazione su Ramadi, è considerata da molti esperti militari, un test in vista di un’offensiva molto più complessa: riprendersi Mosul, la capitale irachena dello Stato islamico, un’azione che doveva cominciare questa primavera, ma che per la complessità e l’impreparazione delle forze irachene è stata rimandata.
NUOVE FORZE SPECIALI
Il segretario alla Difesa americano Ashton Carter, ha annunciato martedì l’invio di altre unità di Special operations force in Iraq e Siria. Si tratterà di commando composti da poche unità, agili, leggeri, uomini scelti delle migliori unità d’élite (probabilmente Delta, o Seals, o Ranger), che avranno il compito di accompagnare i combattenti sul campo (milizie in Siria, Peshmerga, Ypg, esercito iracheno): guideranno i raid da terra illuminando i bersagli, saranno pronti per operare blitz su papaveri dell’Isis, o liberare eventuali ostaggi. Possibile che partecipino anche a scontri a fuoco, chiaramente, e ilNyt scrive attraverso le sue fonti che «saranno in grado di colpire lo Stato islamico»: pochi giorni fa, due reporter delGuardian hanno pubblicato un articolo in cui raccontavano di alcuni video, mostrategli dai peshmerga curdi in Iraq, in cui erano stati ripresi soldati americani impegnati in battaglia. Il teatro operativo spesso non rispetta le regole politiche, lo scontro è quasi inevitabile, al di là delle direttive della Casa Bianca, che continua a distanziarsi dallo schierare boots on the ground: ma in fondo le forze speciali impiegate col contagocce, sono previste dalla dottrina di guerra leggera di Barack Obama. Contemporaneamente, al Abadi, ha fatto sapere che truppe militari “straniere” non sono necessarie.
Ramadi è il capoluogo dell’Anbar, la parte occidentale dell’Iraq che si allunga verso la Siria. L’Anbar è la più ampia regione irachena, è a quasi totale maggioranza sunnita, e si trova a 110 chilometri dalla capitale Baghdad. A maggio, lo Stato islamico, era riuscito a prendere il controllo completo della città, e in quell’occasione non si è certo potuto parlare di “effetto sorpresa”, come nel caso della cavalcata su Mosul di giugno 2014. La città è stata da subito in testa agli obiettivi dei baghdadisti: l’Anbar è la regione che ha fatto da culla ancestrale al gruppo che con razionalizzazione giornalistica viene definito al Qaeda in Iraq, ma che si faceva già nominare Isi ossia Stato islamico in Iraq. Era guidato dal magneticoAbu Musab al Zarkawi, e negli anni dell’occupazione americana era un’organizzazione parallela ad al Qaeda (ne sfruttava il brand, diciamo), che guidava l’insurrezione sunnita contro gli occupanti, ma aveva già un obiettivo chiaro: creare uno stato islamico partendo dall’Iraq. Nella zona Zarkawi è considerato una specie di eroe nazionale. Il Califfato che conosciamo oggi parte da lì, e infatti uccisi Zarkawi e il suo successore, il capo dell’organizzazione dell’Anbar è diventato Abu Bakr al Baghdadi, l’attuale Califfo (che è originario di Samarra, città al centro del cosiddetto “Triangolo sunnita”, cioè l’area più densamente popolata dai sunniti iracheni, che va da ovest di Baghdad fino a Ramadi e su al nord verso Tikrit: la zona era quella di maggior sostegno all’ex presidente Saddam Hussein ed è stata il teatro di molte battaglie con gli occupanti americani durante la Guerra d’Iraq). Questi collegamenti sono necessari per comprendere come l’Isis sia una realtà molto più complessa di un gruppo terroristico qualunque, con legami radicati nelle società locali.
LA CONNESSIONE STRATEGICA
L’Anbar, oltre ad avere un valore simbolico, ha anche un’importanza strategica. Come detto collega l’Iraq alla Siria, sboccando in quella parte di territorio siriano che è ricco di risorse naturali (l’area di Deir Ezzor), petrolio e gas, che sono controllate dal Califfato e che ne rappresentano il principale sostentamento economico. Molti analisti considerano la presenza di questa attività economica come uno dei principali valore di diversificazione tra l’Isis e qualsiasi altro gruppo terroristico finora conosciuto; un altro di questi valori, è il controllo amministrativo di territorio. Sulle tracce di confine che dividono l’Anbar dalla Siria, sono stati girati i video con cui il Califfato si è presentato al mondo come una realtà territoriale plurale di tutti i musulmani: in quei filmati i bulldozer del Califfo distruggevano le linee di Sikes e Picot, le divisioni segnate dal colonialismo occidentale, e dichiaravano quel territorio la terra dei credenti, senza confini.
L’OFFENSIVA
Le forze armate irachene, saranno sostenute nell’offensiva dalla Coalizione internazionale a guida americana, in Iraq infatti non operano attivamente i russi, anche se hanno a Baghdad un centro operativo di intelligence. Gli americani daranno il supporto aereo, secondo una prassi di successo vista in queste ultime settimane sulla zona del monte Sinjar, al nord iracheno. Gli Stati Uniti hanno fornito all’esercito di Baghdad anche degli scavatori blindati, perché temono che il territorio intorno alla città sia infestato da trappole esplosive: è una prassi ormai nota, in questa guerra asimmetrica che il Califfo combatte tra trincee e attentati. Quando gli ultimi militari iracheni si ritirarono dalla città a maggio, il premier iracheno Haider al Abadi annunciò: “Riprenderemo Ramadi a giorni”. Dopo un’iniziale disorganizzazione, l’offensiva è partita a luglio e lì si è fermata: da circa cinque mesi quasi dieci mila soldati iracheni (e milizia sciite filoiraniane che sostengono Baghdad) sono bloccate fuori città, in un assedio retto da 300-400 uomini del Califfato (il numero l’ha stimato il New York Times). La loro principale forza sono proprie le fortificazioni minate create intorno alla città, con cecchini che sparano colpi di mortaio e kamikaze su veicoli esplosivi mostruosamente corazzati che si lanciano a spezzare le linee nemiche. L’operazione su Ramadi, è considerata da molti esperti militari, un test in vista di un’offensiva molto più complessa: riprendersi Mosul, la capitale irachena dello Stato islamico, un’azione che doveva cominciare questa primavera, ma che per la complessità e l’impreparazione delle forze irachene è stata rimandata.
NUOVE FORZE SPECIALI
Il segretario alla Difesa americano Ashton Carter, ha annunciato martedì l’invio di altre unità di Special operations force in Iraq e Siria. Si tratterà di commando composti da poche unità, agili, leggeri, uomini scelti delle migliori unità d’élite (probabilmente Delta, o Seals, o Ranger), che avranno il compito di accompagnare i combattenti sul campo (milizie in Siria, Peshmerga, Ypg, esercito iracheno): guideranno i raid da terra illuminando i bersagli, saranno pronti per operare blitz su papaveri dell’Isis, o liberare eventuali ostaggi. Possibile che partecipino anche a scontri a fuoco, chiaramente, e ilNyt scrive attraverso le sue fonti che «saranno in grado di colpire lo Stato islamico»: pochi giorni fa, due reporter delGuardian hanno pubblicato un articolo in cui raccontavano di alcuni video, mostrategli dai peshmerga curdi in Iraq, in cui erano stati ripresi soldati americani impegnati in battaglia. Il teatro operativo spesso non rispetta le regole politiche, lo scontro è quasi inevitabile, al di là delle direttive della Casa Bianca, che continua a distanziarsi dallo schierare boots on the ground: ma in fondo le forze speciali impiegate col contagocce, sono previste dalla dottrina di guerra leggera di Barack Obama. Contemporaneamente, al Abadi, ha fatto sapere che truppe militari “straniere” non sono necessarie.
venerdì 23 ottobre 2015
Irak, tutti i dettagli sul raid per liberare gli ostaggi dell’Isis
(Pubblicato su Formiche)
Le forze speciali americane hanno condotto un blitz sul suolo iracheno che ha portato alla liberazione di 69 ostaggi in mano allo Stato islamico. L’operazione è avvenuta giovedì mattina all’alba, in una zona a sudest di Kirkuk vicina alla cittadina di Hawija, nel nord dell’Irak.
LA VICENDA
Nella zona, nota come Fadikha, l’Isis aveva recluso uomini delle forze di sicurezza irachena, miliziani curdi e alcuni membri delle milizie sunnite che fanno parte del “risveglio” contro il sedicente Califfato. Secondo le dichiarazioni del portavoce del Pentagono Peter Cook, sarebbe stato il governo regionale del Kurdistan iracheno a richiedere il blitz, perché aveva ottenuto informazioni in merito alla possibilità che nella prigione si sarebbe consumata un’esecuzione di massa da lì a poche ore.
È stata la Delta Force americana a compiere il raid, probabilmente partita da Erbil, la capitale del Kurdistan, dove è rientrata dopo la missione. A guidarlo i trenta uomini del commando il Jsoc (Joint special operation command): con loro hanno preso parte all’operazione anche alcuni gruppi scelti dei Peshmerga (probabile si sia trattato del Ctg, il Gruppo Contro-terrorismo curdo con sede a Sulaymaniyah).
Il blitz ha permesso il recupero di tutti gli ostaggi presenti nel sito, e durante lo scontro a fuoco sono rimasti uccisi dieci soldati dell’Isis e un americano. Non sono stati forniti troppi dettagli, perché la missione è protetta da segreto militare, tuttavia si sa che le forze speciali sono state protette dall’alto dai caccia americani che hanno tagliato le vie di collegamento al carcere impedendo l’arrivo di rinforzi ai baghdadisti. Dev’essersi trattato di un’operazione complessa: recuperare settanta ostaggi significa spostare tanta gente, dunque servono tempo e ampi spazi protetti. Su questo si suppone che i curdi abbiano coperto il perimetro, mentre la Delta entrava in azione all’interno degli edifici. Le unità speciali sono arrivate dal cielo, probabilmente trasportate dalla 160° Elicotteri, i Night Stalker dello Special Operations Aviation Regiment, unità di trasporto preferenziale del Jsoc. Gli ostaggi liberati sono stati caricati a bordo dei velivoli (forse elicotteri Chinook) e trasportati nella capitale del Kurdistan: con loro ci sarebbero anche 5 uomini dell’Isis presi come prigionieri.
I RISVOLTI
Questa azione si distingue per tre aspetti. Si è trattato a tutti gli effetti di un’azione di terra, dunque una di quelle continuamente scongiurate dal presidente Barack Obama, che ha sempre ripetuto che la missione per combattere lo Stato islamico non prevede l’impiego di boots on the ground. Su questo, Cook ha riposto ai giornalisti che l’America non può tirarsi indietro se ci sono situazioni in cui molte persone sono in pericolo di vita (in questo caso l’imminente esecuzione di massa).
In secondo luogo, l’uccisione di un operatore americano: si tratta del primo caduto dal 2011, circostanza che complica la posizione della Casa Bianca. Il ritiro dall’Irak è stato rispettato come da promesse elettorali, quello dall’Afghanistan no, per necessità di sicurezza: ora non solo i soldati di Washington tornano a combattere sul suolo iracheno, ma tornano anche a morire. Questione di sicuro peso tra l’opinione pubblica.
Terzo, la decisione di compiere l’azione insieme ai curdi e non con gli iracheni. In linea teorica, entrambe le formazioni sono alleate americane, ma Baghdad dovrebbe vantare un peso “più ufficiale”. Tuttavia Washington ha deciso di appoggiarsi ai Peshmerga, probabilmente per due ragioni: i curdi sono più capaci in battaglia rispetto al disorganizzato esercito iracheno; e poi perché Baghdad ha virato verso una “joint venture” con la Russia. Sono solo ipotesi degli analisti, ma forse il governo iracheno non è stato avvisato prima del blitz, anche per evitare che le informazioni finissero condivise con la Russia.
I PRECEDENTI
Quella di giovedì non è l’unica operazione del genere dall’inizio della missione anti Isis. Cook ha già assicurato che non si tratta di un cambio di strategia, ricordando che, se ci sarà necessità immediata, gli americani potranno compiere altri blitz, ma non diventeranno una routine. L’ultimo, a giugno, nei pressi di Deir Ezzor in Siria, portò all’uccisione dell’emiro del petrolio dell’Isis, il tunisino Abu Sayyaf. Un altro andò invece male, condotto qualche mese prima a Raqqa. Doveva portare alla liberazione di alcuni ostaggi occidentali, ma le forze speciali arrivarono tardi, quando i prigionieri erano già stati sposati. Tra loro c’era anche James Foley, il primo decapitato mostrato dall’Isis in un video.
LA VERSIONE DELL’IS
Lo Stato islamico ha diffuso uno statement sul blitz americano. I baghdadisti affermano, con il solito linguaggio (“i crociati”, “Allah ha dimostrato la loro codardia”, “il martirio dei fratelli”), che durante l’attacco sarebbero stati uccisi molti prigionieri e alcuni poi sarebbero morti sotto le bombe che hanno distrutto la prigione. Ma per gli esperti questi comunicati hanno il solo scopo di propaganda.
Le forze speciali americane hanno condotto un blitz sul suolo iracheno che ha portato alla liberazione di 69 ostaggi in mano allo Stato islamico. L’operazione è avvenuta giovedì mattina all’alba, in una zona a sudest di Kirkuk vicina alla cittadina di Hawija, nel nord dell’Irak.
LA VICENDA
Nella zona, nota come Fadikha, l’Isis aveva recluso uomini delle forze di sicurezza irachena, miliziani curdi e alcuni membri delle milizie sunnite che fanno parte del “risveglio” contro il sedicente Califfato. Secondo le dichiarazioni del portavoce del Pentagono Peter Cook, sarebbe stato il governo regionale del Kurdistan iracheno a richiedere il blitz, perché aveva ottenuto informazioni in merito alla possibilità che nella prigione si sarebbe consumata un’esecuzione di massa da lì a poche ore.
È stata la Delta Force americana a compiere il raid, probabilmente partita da Erbil, la capitale del Kurdistan, dove è rientrata dopo la missione. A guidarlo i trenta uomini del commando il Jsoc (Joint special operation command): con loro hanno preso parte all’operazione anche alcuni gruppi scelti dei Peshmerga (probabile si sia trattato del Ctg, il Gruppo Contro-terrorismo curdo con sede a Sulaymaniyah).
Il blitz ha permesso il recupero di tutti gli ostaggi presenti nel sito, e durante lo scontro a fuoco sono rimasti uccisi dieci soldati dell’Isis e un americano. Non sono stati forniti troppi dettagli, perché la missione è protetta da segreto militare, tuttavia si sa che le forze speciali sono state protette dall’alto dai caccia americani che hanno tagliato le vie di collegamento al carcere impedendo l’arrivo di rinforzi ai baghdadisti. Dev’essersi trattato di un’operazione complessa: recuperare settanta ostaggi significa spostare tanta gente, dunque servono tempo e ampi spazi protetti. Su questo si suppone che i curdi abbiano coperto il perimetro, mentre la Delta entrava in azione all’interno degli edifici. Le unità speciali sono arrivate dal cielo, probabilmente trasportate dalla 160° Elicotteri, i Night Stalker dello Special Operations Aviation Regiment, unità di trasporto preferenziale del Jsoc. Gli ostaggi liberati sono stati caricati a bordo dei velivoli (forse elicotteri Chinook) e trasportati nella capitale del Kurdistan: con loro ci sarebbero anche 5 uomini dell’Isis presi come prigionieri.
I RISVOLTI
Questa azione si distingue per tre aspetti. Si è trattato a tutti gli effetti di un’azione di terra, dunque una di quelle continuamente scongiurate dal presidente Barack Obama, che ha sempre ripetuto che la missione per combattere lo Stato islamico non prevede l’impiego di boots on the ground. Su questo, Cook ha riposto ai giornalisti che l’America non può tirarsi indietro se ci sono situazioni in cui molte persone sono in pericolo di vita (in questo caso l’imminente esecuzione di massa).
In secondo luogo, l’uccisione di un operatore americano: si tratta del primo caduto dal 2011, circostanza che complica la posizione della Casa Bianca. Il ritiro dall’Irak è stato rispettato come da promesse elettorali, quello dall’Afghanistan no, per necessità di sicurezza: ora non solo i soldati di Washington tornano a combattere sul suolo iracheno, ma tornano anche a morire. Questione di sicuro peso tra l’opinione pubblica.
Terzo, la decisione di compiere l’azione insieme ai curdi e non con gli iracheni. In linea teorica, entrambe le formazioni sono alleate americane, ma Baghdad dovrebbe vantare un peso “più ufficiale”. Tuttavia Washington ha deciso di appoggiarsi ai Peshmerga, probabilmente per due ragioni: i curdi sono più capaci in battaglia rispetto al disorganizzato esercito iracheno; e poi perché Baghdad ha virato verso una “joint venture” con la Russia. Sono solo ipotesi degli analisti, ma forse il governo iracheno non è stato avvisato prima del blitz, anche per evitare che le informazioni finissero condivise con la Russia.
I PRECEDENTI
Quella di giovedì non è l’unica operazione del genere dall’inizio della missione anti Isis. Cook ha già assicurato che non si tratta di un cambio di strategia, ricordando che, se ci sarà necessità immediata, gli americani potranno compiere altri blitz, ma non diventeranno una routine. L’ultimo, a giugno, nei pressi di Deir Ezzor in Siria, portò all’uccisione dell’emiro del petrolio dell’Isis, il tunisino Abu Sayyaf. Un altro andò invece male, condotto qualche mese prima a Raqqa. Doveva portare alla liberazione di alcuni ostaggi occidentali, ma le forze speciali arrivarono tardi, quando i prigionieri erano già stati sposati. Tra loro c’era anche James Foley, il primo decapitato mostrato dall’Isis in un video.
LA VERSIONE DELL’IS
Lo Stato islamico ha diffuso uno statement sul blitz americano. I baghdadisti affermano, con il solito linguaggio (“i crociati”, “Allah ha dimostrato la loro codardia”, “il martirio dei fratelli”), che durante l’attacco sarebbero stati uccisi molti prigionieri e alcuni poi sarebbero morti sotto le bombe che hanno distrutto la prigione. Ma per gli esperti questi comunicati hanno il solo scopo di propaganda.
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lunedì 12 ottobre 2015
Il mistero buffo di al Baghdadi
(Post su Formiche)
Aggiornamento: in questo momento pare il governo iracheno si sia messo in una posizione diversa da quella sbandierata ieri, molto più cautelativa: Khalifa Ibrahim non è stato ucciso e nemmeno colpito, perché (forse) non era nel convoglio. Interessante sottolineare come in precedenza il trionfalismo vuoto di Baghdad assegnava invece il merito dell'operazione "sul califfo", al perfetto funzionamento del nuovo centro di coordinamento di cui l'Iraq fa parte insieme a Russia, capofila, Iran e Siria, e che fa base proprio nella capitale irachena. Questa coalizione, che è stata già soprannominata "4+1" perché è composta dai quattro Paesi sopra elencati più la milizia sciita libanese Hezbollah, si è formata in seguito dell'intervento militare di Mosca nel conflitto siriano e prospetta l'estendersi delle operazioni russe all'Iraq. Un altro tassello che spiega come questo conflitto si combatta anche a colpi di retorica e propaganda.
Domenica il governo iracheno ha fatto sapere attraverso la tv di Stato di aver colpito in un raid aereo il convoglio in cui viaggiava il califfo Abu Bakr al Baghdadi nella regione dell’Anbar. Dire che è una “notizia da prendere con le molle” è un eufemismo: nell’ultimo anno è almeno la terza volta che Baghdad si dice certa di aver colpito il Califfo. E c’è chi su Twitter ci ha fatto sarcasmo, del tipo “è più facile che Baghdadi muoia sciando sulle nevi svizzere, piuttosto che sotto un raid iracheno”.
Poi però la questione ha preso più corpo, e il New York Times ha scritto che «otto figure di alto livello dell’Isil [acronimo omologo ad IS o Isis] sono rimaste uccise in un airstrike nell’ovest iracheno», ma ha specificato che il Califfo non sarebbe tra queste. Sono state fonti locali ed ospedaliere a confermare la situazione al Nyt, sebbene s’erano già diffuse delle voci sulla possibilità che i seguaci avessero portato via il corpo di Baghdadi per nasconderlo da occhi indiscreti. È dunque impossibile verificare adesso l’attendibilità della notizia: per certe cose serve il tempo, e anche ammesso dovesse essere vero (perché magari Baghdadi non era nemmeno a bordo dei veicoli), sarà il gruppo a decidere sulla convenienza o meno della conferma, vedere il caso del Mullah Omar di cui i talebani hanno confermato la morte soltanto quattro anni dopo il decesso.
Già nel novembre del 2014 la Falcon Intelligence Cell irachena, unità antiterrorismo del ministero dell’Interno, aveva già annunciato di aver colpito il Califfo nella stessa medesima area, dove evidentemente ritiene molto attendibili gli informatori. Anche in quell’occasione sarebbe stato centrato da un raid areo il convoglio in cui viaggiava il capo dei baghdadisti, ma il portavoce dello Stato islamico Abu Mohammed al Adnani ai tempi replicò alla diffusione della notizia: «Pensate che il Califfato finisca con il martirio del Califfo? Assicuriamo la nazione che lui sta bene, pregate affinché recuperi», commento che poteva far pensare anche al fatto che in effetti Baghdadi potesse essere stato ferito.
Non si sanno ancora le identità dei leader coinvolti nell’attacco di domenica, che avrebbe centrato i veicoli con cui erano arrivati per un summit di alto livello a Karabla (da non confondere con la città santa sciita Kerbala), cittadina della regione dell’Anbar, il tratto di Iraq che si collega alla Siria. L’Anbar è un’area a forte concentrazione sunnita dove il Califfato ha attecchito fin dalle sue origini e che adesso garantisce continuità territoriale allo Stato islamico ─ nella zona le linee di confine, quelle degli accordi di Sykes-Picot, furono cancellate dalla ruspe dell’IS, in una cerimonia simbolica avvenuta nei giorni della proclamazione del Califfato.
Aggiornamento: in questo momento pare il governo iracheno si sia messo in una posizione diversa da quella sbandierata ieri, molto più cautelativa: Khalifa Ibrahim non è stato ucciso e nemmeno colpito, perché (forse) non era nel convoglio. Interessante sottolineare come in precedenza il trionfalismo vuoto di Baghdad assegnava invece il merito dell'operazione "sul califfo", al perfetto funzionamento del nuovo centro di coordinamento di cui l'Iraq fa parte insieme a Russia, capofila, Iran e Siria, e che fa base proprio nella capitale irachena. Questa coalizione, che è stata già soprannominata "4+1" perché è composta dai quattro Paesi sopra elencati più la milizia sciita libanese Hezbollah, si è formata in seguito dell'intervento militare di Mosca nel conflitto siriano e prospetta l'estendersi delle operazioni russe all'Iraq. Un altro tassello che spiega come questo conflitto si combatta anche a colpi di retorica e propaganda.
Domenica il governo iracheno ha fatto sapere attraverso la tv di Stato di aver colpito in un raid aereo il convoglio in cui viaggiava il califfo Abu Bakr al Baghdadi nella regione dell’Anbar. Dire che è una “notizia da prendere con le molle” è un eufemismo: nell’ultimo anno è almeno la terza volta che Baghdad si dice certa di aver colpito il Califfo. E c’è chi su Twitter ci ha fatto sarcasmo, del tipo “è più facile che Baghdadi muoia sciando sulle nevi svizzere, piuttosto che sotto un raid iracheno”.
Poi però la questione ha preso più corpo, e il New York Times ha scritto che «otto figure di alto livello dell’Isil [acronimo omologo ad IS o Isis] sono rimaste uccise in un airstrike nell’ovest iracheno», ma ha specificato che il Califfo non sarebbe tra queste. Sono state fonti locali ed ospedaliere a confermare la situazione al Nyt, sebbene s’erano già diffuse delle voci sulla possibilità che i seguaci avessero portato via il corpo di Baghdadi per nasconderlo da occhi indiscreti. È dunque impossibile verificare adesso l’attendibilità della notizia: per certe cose serve il tempo, e anche ammesso dovesse essere vero (perché magari Baghdadi non era nemmeno a bordo dei veicoli), sarà il gruppo a decidere sulla convenienza o meno della conferma, vedere il caso del Mullah Omar di cui i talebani hanno confermato la morte soltanto quattro anni dopo il decesso.
Già nel novembre del 2014 la Falcon Intelligence Cell irachena, unità antiterrorismo del ministero dell’Interno, aveva già annunciato di aver colpito il Califfo nella stessa medesima area, dove evidentemente ritiene molto attendibili gli informatori. Anche in quell’occasione sarebbe stato centrato da un raid areo il convoglio in cui viaggiava il capo dei baghdadisti, ma il portavoce dello Stato islamico Abu Mohammed al Adnani ai tempi replicò alla diffusione della notizia: «Pensate che il Califfato finisca con il martirio del Califfo? Assicuriamo la nazione che lui sta bene, pregate affinché recuperi», commento che poteva far pensare anche al fatto che in effetti Baghdadi potesse essere stato ferito.
Non si sanno ancora le identità dei leader coinvolti nell’attacco di domenica, che avrebbe centrato i veicoli con cui erano arrivati per un summit di alto livello a Karabla (da non confondere con la città santa sciita Kerbala), cittadina della regione dell’Anbar, il tratto di Iraq che si collega alla Siria. L’Anbar è un’area a forte concentrazione sunnita dove il Califfato ha attecchito fin dalle sue origini e che adesso garantisce continuità territoriale allo Stato islamico ─ nella zona le linee di confine, quelle degli accordi di Sykes-Picot, furono cancellate dalla ruspe dell’IS, in una cerimonia simbolica avvenuta nei giorni della proclamazione del Califfato.
mercoledì 9 settembre 2015
Partono pure gli iracheni: un paio di cose alle radici profonde di un viaggio
(Pubblicato su Formiche)
Il New York Times ha scritto che per il governo iracheno la questione delle partenze di migranti diretti verso l’Europa sta diventando «un caso nazionale». Dalle testimonianze raccolte dai giornali americani (anche il Washington Post si è occupato di questi nuovi flussi migratori) gli iracheni fuggono dal proprio paese per due ordini di problemi: la sicurezza, dovuta essenzialmente al fatto che un’ampia fetta di territorio è in mano al sedicente Califfato (che ha origini ancestrali proprio in Iraq), e la pessima situazione economica che si è innescata con la crisi legata all’IS (e pure con il crollo del prezzo del petrolio).
I numeri per il momento non sono paragonabili a quelli dei siriani, anche perché, Califfo a parte, in Iraq non c’è una guerra civile e resta in piedi un seppur debole governo. Detto più chiaramente, i 3,1 milioni di sfollati interni in Iraq riescono a trovare sistemazione da qualche altra parte nel Paese lontana (per il momento) dalla distruzione dell’IS: in Siria chi fugge dall’IS trova le bombe del regime, e viceversa.
Il nuovo flusso migratorio iracheno (che poi nuovo non è, ma ha aumentato notevolmente la sua portata) si sposta via mare in direzione di Grecia e Turchia, ma molti iracheni ancora viaggiano con gli aerei ─ di recente Iraqi Airways ha aggiunto due nuovi voli giornalieri Baghdad-Istanbul.
Perché i migranti non prendono gli aerei
Lo spostamento di migranti iracheni via aereo, è utile come proxy per affrontare una domanda logica su cui non ci si sofferma spesso: “perché i migranti non prendono l’aereo?”. I profughi che fuggono da paesi in guerra o dove sono perseguitati, hanno in molti caso tutte le carte in regola per l’ottenimento dello status di rifugiati (il 98% di quelli che arrivano in Germania ottengono asilo), e allora, perché non decidono di affrontare viaggi più sicuri e per altro meno economici ─ le traversate sui barconi della speranza sono molto più costose di un volo aereo. In gran parte queste persone non hanno un visto, anche se tale situazione ─ ha spiegato Hans Rosling, direttore della Gapminder Foundation in un video ripreso da Vice ─ non sarebbe una condizione assoluta per non farli imbarcare. Però le normative UE (orientate comunque ad impedire ingressi illegali) lasciano alle singole compagnie aeree la decisione di far salire a bordo o meno un migrante senza visto. Sono, in pratica, le compagnie stesse “ad aver l’onere di determinare chi è un rifugiato e chi no”. Se la decisione è sbagliata, le compagnie devono accollarsi le spese per il rimpatrio. Non sorprende quindi che i vettori aerei seguano una linea di salvaguardia personale nei confronti di un fenomeno che coinvolge migliaia di persone, rendendo di fatto a queste impossibile muoversi con un aereo. In pratica, ancora, l’UE preferisce che i rifugiati si spostino a piedi. Da qui, anche, la creazione del business dei barconi da parte di organizzazioni criminali. Una radice profonda del fenomeno migratorio.
Ancora una cosa sulla Siria
Sono usciti altri dettagli sul padre di Aylan, il bambino migrante annegato davanti alla Turchia la cui immagine è finita sulle prime pagine di molti giornali. Le ha raccontate il dottore che ha soccorso l’uomo, l’unico della famiglia rimasto in vita e ora tornato a Kobane per combattere lo Stato islamico.
Spiega il giornalista esperto di Medio Oriente Daniele Raineri in un pezzo uscito qualche giorno fa sul Foglio, che l’uomo che si chiama Abdullah «fu arrestato a Damasco per cinque mesi dall’intelligence dell’aviazione militare (la più fedele ad Assad sin dai tempi del padre Hafez), gli furono cavati i denti per tortura, fu liberato grazie a una bustarella da venticinquemila dollari passata al regime e ottenuta vendendo il negozio [i curdi sono considerati "nemici" del regime]. Dalla capitale Abdullah portò la famiglia ad Aleppo, che però divenne troppo pericolosa a causa dei bombardamenti aerei [del regime]. Da lì la decisione di spostarsi nella città di nascita, Kobane».
Dunque, anche in questo caso se si cerca il colpevole profondo per l’inizio della sua Odissea, il nome è sempre Bashar el Assad. Tra l’altro, a proposito di cause in fondo ai profughi, ci sarebbe da raccontare in un reportage il viaggio di quelli che, sfiduciati dal regime e spaventati dall’avanzata dei ribelli, disertano la leva obbligatoria e per non incappare nelle punizioni scappano all’estero. Sono tanti, come sono tanti gli alawiti che ormai non credono più in Assad.
Nell’immediato dei fatti, però la fuga di Abdullah, è la risposta alla paura dello Stato islamico. Perché quando poco dopo che portò la famiglia a Kobane, enclave curda resa sicura dalla posizione isolata al confine turco (off limits ai caccia governativi per paura di sforare lo spazio aereo ed essere buttati giù dai turchi), la città finì sotto attacco dell’IS. Era l’ultimo pezzo di territorio che il Califfo doveva conquistare per controllare tutto la striscia di confine tra Turchia e Siria, vitale per i traffici di contrabbando che alimentano le casse del Califfato.
Sappiamo come è andata la storia: Kobane è diventata il simbolo della resistenza alle barbarie di Baghdadi, i suoi abitanti hanno scacciato gli invasori e la città ha lentamente ripreso a vivere: prima le persone sono rientrate, spostando l’enorme quantità di macerie prodotte dall’assedio, poi hanno iniziato a riaprire scuole e negozi. Il padre di Aylan pensava di essere al sicuro, nella Kobane rinata. Ma per il Califfo nulla può rinascere indipendente dal suo volere, e così ha lanciato una rappresaglia. Una notte di giugno, uomini di Baghdadi travestiti da soldati dell’YPG curda sono entrati in città e hanno ucciso a sangue freddo 145 civili: non starete mai tranquilli, il messaggio di Baghdadi.
E così il padre di Aylan ha deciso di portare la sua famiglia a rischiare la vita in mare. Scappare da tutto quello che avevano vissuto ─ nessuno mette i propri figli su una barca instabile sopra alle onde, se non pensa che la terra che sta lasciando è meno sicura di quel mare scuro davanti. È finita come sappiamo. È iniziata come sappiamo. Una storia come altre, che mette insieme i responsabili più o meno profondi del dramma siriano.
Il New York Times ha scritto che per il governo iracheno la questione delle partenze di migranti diretti verso l’Europa sta diventando «un caso nazionale». Dalle testimonianze raccolte dai giornali americani (anche il Washington Post si è occupato di questi nuovi flussi migratori) gli iracheni fuggono dal proprio paese per due ordini di problemi: la sicurezza, dovuta essenzialmente al fatto che un’ampia fetta di territorio è in mano al sedicente Califfato (che ha origini ancestrali proprio in Iraq), e la pessima situazione economica che si è innescata con la crisi legata all’IS (e pure con il crollo del prezzo del petrolio).
I numeri per il momento non sono paragonabili a quelli dei siriani, anche perché, Califfo a parte, in Iraq non c’è una guerra civile e resta in piedi un seppur debole governo. Detto più chiaramente, i 3,1 milioni di sfollati interni in Iraq riescono a trovare sistemazione da qualche altra parte nel Paese lontana (per il momento) dalla distruzione dell’IS: in Siria chi fugge dall’IS trova le bombe del regime, e viceversa.
Il nuovo flusso migratorio iracheno (che poi nuovo non è, ma ha aumentato notevolmente la sua portata) si sposta via mare in direzione di Grecia e Turchia, ma molti iracheni ancora viaggiano con gli aerei ─ di recente Iraqi Airways ha aggiunto due nuovi voli giornalieri Baghdad-Istanbul.
Perché i migranti non prendono gli aerei
Lo spostamento di migranti iracheni via aereo, è utile come proxy per affrontare una domanda logica su cui non ci si sofferma spesso: “perché i migranti non prendono l’aereo?”. I profughi che fuggono da paesi in guerra o dove sono perseguitati, hanno in molti caso tutte le carte in regola per l’ottenimento dello status di rifugiati (il 98% di quelli che arrivano in Germania ottengono asilo), e allora, perché non decidono di affrontare viaggi più sicuri e per altro meno economici ─ le traversate sui barconi della speranza sono molto più costose di un volo aereo. In gran parte queste persone non hanno un visto, anche se tale situazione ─ ha spiegato Hans Rosling, direttore della Gapminder Foundation in un video ripreso da Vice ─ non sarebbe una condizione assoluta per non farli imbarcare. Però le normative UE (orientate comunque ad impedire ingressi illegali) lasciano alle singole compagnie aeree la decisione di far salire a bordo o meno un migrante senza visto. Sono, in pratica, le compagnie stesse “ad aver l’onere di determinare chi è un rifugiato e chi no”. Se la decisione è sbagliata, le compagnie devono accollarsi le spese per il rimpatrio. Non sorprende quindi che i vettori aerei seguano una linea di salvaguardia personale nei confronti di un fenomeno che coinvolge migliaia di persone, rendendo di fatto a queste impossibile muoversi con un aereo. In pratica, ancora, l’UE preferisce che i rifugiati si spostino a piedi. Da qui, anche, la creazione del business dei barconi da parte di organizzazioni criminali. Una radice profonda del fenomeno migratorio.
Ancora una cosa sulla Siria
Sono usciti altri dettagli sul padre di Aylan, il bambino migrante annegato davanti alla Turchia la cui immagine è finita sulle prime pagine di molti giornali. Le ha raccontate il dottore che ha soccorso l’uomo, l’unico della famiglia rimasto in vita e ora tornato a Kobane per combattere lo Stato islamico.
Spiega il giornalista esperto di Medio Oriente Daniele Raineri in un pezzo uscito qualche giorno fa sul Foglio, che l’uomo che si chiama Abdullah «fu arrestato a Damasco per cinque mesi dall’intelligence dell’aviazione militare (la più fedele ad Assad sin dai tempi del padre Hafez), gli furono cavati i denti per tortura, fu liberato grazie a una bustarella da venticinquemila dollari passata al regime e ottenuta vendendo il negozio [i curdi sono considerati "nemici" del regime]. Dalla capitale Abdullah portò la famiglia ad Aleppo, che però divenne troppo pericolosa a causa dei bombardamenti aerei [del regime]. Da lì la decisione di spostarsi nella città di nascita, Kobane».
Dunque, anche in questo caso se si cerca il colpevole profondo per l’inizio della sua Odissea, il nome è sempre Bashar el Assad. Tra l’altro, a proposito di cause in fondo ai profughi, ci sarebbe da raccontare in un reportage il viaggio di quelli che, sfiduciati dal regime e spaventati dall’avanzata dei ribelli, disertano la leva obbligatoria e per non incappare nelle punizioni scappano all’estero. Sono tanti, come sono tanti gli alawiti che ormai non credono più in Assad.
Nell’immediato dei fatti, però la fuga di Abdullah, è la risposta alla paura dello Stato islamico. Perché quando poco dopo che portò la famiglia a Kobane, enclave curda resa sicura dalla posizione isolata al confine turco (off limits ai caccia governativi per paura di sforare lo spazio aereo ed essere buttati giù dai turchi), la città finì sotto attacco dell’IS. Era l’ultimo pezzo di territorio che il Califfo doveva conquistare per controllare tutto la striscia di confine tra Turchia e Siria, vitale per i traffici di contrabbando che alimentano le casse del Califfato.
Sappiamo come è andata la storia: Kobane è diventata il simbolo della resistenza alle barbarie di Baghdadi, i suoi abitanti hanno scacciato gli invasori e la città ha lentamente ripreso a vivere: prima le persone sono rientrate, spostando l’enorme quantità di macerie prodotte dall’assedio, poi hanno iniziato a riaprire scuole e negozi. Il padre di Aylan pensava di essere al sicuro, nella Kobane rinata. Ma per il Califfo nulla può rinascere indipendente dal suo volere, e così ha lanciato una rappresaglia. Una notte di giugno, uomini di Baghdadi travestiti da soldati dell’YPG curda sono entrati in città e hanno ucciso a sangue freddo 145 civili: non starete mai tranquilli, il messaggio di Baghdadi.
E così il padre di Aylan ha deciso di portare la sua famiglia a rischiare la vita in mare. Scappare da tutto quello che avevano vissuto ─ nessuno mette i propri figli su una barca instabile sopra alle onde, se non pensa che la terra che sta lasciando è meno sicura di quel mare scuro davanti. È finita come sappiamo. È iniziata come sappiamo. Una storia come altre, che mette insieme i responsabili più o meno profondi del dramma siriano.
sabato 22 agosto 2015
Corbyn chieda pure scusa agli iracheni, ma poi faccia qualcosa (in più
(Pubblicato su Formiche)
Jeremy Corbyn, il candidato più accreditato per ricoprire il ruolo di leader del Labour britannico (al voto tra pochi giorni), ha dichiarato che se dovesse vincere le primarie di partito chiederà ufficialmente scusa per la Guerra d’Iraq. Corbyn, che si muove all’interno delle istanze più oltranziste della sinistra inglese e che vuole riportare il partito verso le vecchie radici socialisti, accede ad una tematica tanta cara alla sinistra pacifista e anti-capitalista globale: la decisione di Tony Blair di seguire gli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq nel 2003.
Nemmeno Ed Miliband, considerato sconfitto alle ultime elezioni perché troppo appiattito su posizioni anti-business e su retoriche della “vecchia sinistra”, era arrivato a tanto: aveva ammesso più volte che quella guerra era stata un errore, ma scusarsi con l’Iraq mai. Ora però c’è Corbyn ─ il cui programma elettorale sembra arrivare direttamente dal 1970: espulsione dei privati dalla Sanità, aumento della spesa e della tassazione sui ricchi, nazionalizzazione delle ferrovie e delle compagnie energetiche, fino alla riapertura delle miniere di carbone chiuse dalla Tatcher.
Il fatto, però, è che dall’Iraq rispondono che con le scuse dei Labour fanno ben poco, e anzi adesso serve che il suo partito (ed eventualmente il suo governo se dovesse vincere le elezioni del 2020: difficile) si impegni a sostenere la missione contro lo Stato islamico e risistemare il Paese.
Martin Chulov, giornalista del Guardian esperto di Medio Oriente, ha intervistato diversi contatti iracheni e ha chiesto loro cosa pensavano della volontà di Corbyn. Il senso generale è quello di un proverbio iracheno che dice “dove posso incassare le tue scuse?”. Le risposte dicono tutte più o meno le stesse cose: le scuse per noi in questo momento significano sostegno contro i gruppi che combattono sul nostro territorio e aiuto per mettere fine alle sofferenze quotidiane del nostro popolo.
L’invasione irachena anglo-americana che aveva portato alla deposizione del regime baathista di Saddam Hussein da cui poi era scaturita la guerra settaria in Iraq, è rimasta un lavoro incompiuto anche a causa di volontà ideologiche. Barack Obama aveva vinto le elezioni calcando la mano sulla necessità del ritiro e della mano tesa; l’opinione pubblica iniziava a sensibilizzarsi fortemente alle teorie complottiste; il rafforzamento di posizioni pacifiste e di disimpegno si scontrava con le necessità e le perdite dal campo. E così l’Iraq fu lasciato quasi in balia di se stesso, in un momento in cui non era in grado di badare a se stesso. Le posizioni radicali all’interno dei mondi sciiti e sunniti iracheni prendevano il sopravvento, e mentre i primi legittimavano il proprio potere con il governo a sostegno occidentale (voluto dall’America), gli altri viravano sempre di più verso le istanze ultra-religiose sostenute da gruppi radicali e settari. È questo, tagliando con l’accetta, il contesto socio-culturale che ha fatto da terreno di coltivazione ai prodromi dello Stato islamico. Un contesto, questo è vero, stimolato dal lavoro lasciato a metà dall’Occidente.
Ora gli iracheni chiedono ai Corbyn di non lavarsi le coscienze con scuse tardive e vuote, ma di finire di sistemare le cose: e i Corbyn sembrano non capire, perché in fondo quello che cercano è solo il consenso del proprio, istintivo, elettorato. Il futuro leader labour ha già preso posizioni contrarie alla possibilità di espandere le missioni aeree inglesi contro lo Stato islamico anche in Siria ─ una delle necessità tattiche assolute per fermare davvero contro il Califfo. È il pacifismo left populist, bellezza.
Jeremy Corbyn, il candidato più accreditato per ricoprire il ruolo di leader del Labour britannico (al voto tra pochi giorni), ha dichiarato che se dovesse vincere le primarie di partito chiederà ufficialmente scusa per la Guerra d’Iraq. Corbyn, che si muove all’interno delle istanze più oltranziste della sinistra inglese e che vuole riportare il partito verso le vecchie radici socialisti, accede ad una tematica tanta cara alla sinistra pacifista e anti-capitalista globale: la decisione di Tony Blair di seguire gli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq nel 2003.
Nemmeno Ed Miliband, considerato sconfitto alle ultime elezioni perché troppo appiattito su posizioni anti-business e su retoriche della “vecchia sinistra”, era arrivato a tanto: aveva ammesso più volte che quella guerra era stata un errore, ma scusarsi con l’Iraq mai. Ora però c’è Corbyn ─ il cui programma elettorale sembra arrivare direttamente dal 1970: espulsione dei privati dalla Sanità, aumento della spesa e della tassazione sui ricchi, nazionalizzazione delle ferrovie e delle compagnie energetiche, fino alla riapertura delle miniere di carbone chiuse dalla Tatcher.
Il fatto, però, è che dall’Iraq rispondono che con le scuse dei Labour fanno ben poco, e anzi adesso serve che il suo partito (ed eventualmente il suo governo se dovesse vincere le elezioni del 2020: difficile) si impegni a sostenere la missione contro lo Stato islamico e risistemare il Paese.
Martin Chulov, giornalista del Guardian esperto di Medio Oriente, ha intervistato diversi contatti iracheni e ha chiesto loro cosa pensavano della volontà di Corbyn. Il senso generale è quello di un proverbio iracheno che dice “dove posso incassare le tue scuse?”. Le risposte dicono tutte più o meno le stesse cose: le scuse per noi in questo momento significano sostegno contro i gruppi che combattono sul nostro territorio e aiuto per mettere fine alle sofferenze quotidiane del nostro popolo.
L’invasione irachena anglo-americana che aveva portato alla deposizione del regime baathista di Saddam Hussein da cui poi era scaturita la guerra settaria in Iraq, è rimasta un lavoro incompiuto anche a causa di volontà ideologiche. Barack Obama aveva vinto le elezioni calcando la mano sulla necessità del ritiro e della mano tesa; l’opinione pubblica iniziava a sensibilizzarsi fortemente alle teorie complottiste; il rafforzamento di posizioni pacifiste e di disimpegno si scontrava con le necessità e le perdite dal campo. E così l’Iraq fu lasciato quasi in balia di se stesso, in un momento in cui non era in grado di badare a se stesso. Le posizioni radicali all’interno dei mondi sciiti e sunniti iracheni prendevano il sopravvento, e mentre i primi legittimavano il proprio potere con il governo a sostegno occidentale (voluto dall’America), gli altri viravano sempre di più verso le istanze ultra-religiose sostenute da gruppi radicali e settari. È questo, tagliando con l’accetta, il contesto socio-culturale che ha fatto da terreno di coltivazione ai prodromi dello Stato islamico. Un contesto, questo è vero, stimolato dal lavoro lasciato a metà dall’Occidente.
Ora gli iracheni chiedono ai Corbyn di non lavarsi le coscienze con scuse tardive e vuote, ma di finire di sistemare le cose: e i Corbyn sembrano non capire, perché in fondo quello che cercano è solo il consenso del proprio, istintivo, elettorato. Il futuro leader labour ha già preso posizioni contrarie alla possibilità di espandere le missioni aeree inglesi contro lo Stato islamico anche in Siria ─ una delle necessità tattiche assolute per fermare davvero contro il Califfo. È il pacifismo left populist, bellezza.
martedì 23 giugno 2015
L'odore dell'escalation al mattino
(Uscito sul Giornale dell'Umbria)
Qualche settimana fa la Reuters pubblicava un'inchiesta fatta dai suoi giornalisti in Ucraina. I reporter avevano registrato in quei giorni un intenso movimento di mezzi militari russi, che erano finiti per ammassarsi su un poligono di tiro, trasformato in base negli ultimi mesi, a soli 50 chilometri dal confine ucraino. Gli spostamenti di truppe, blindati e carri armati, sono una delle solite ingerenza russe negli affari di Kiev, che sono in una fase di tregua molto relativa (che prende il nome di accordi di "Minsk II") e la paura è che ci sia una nuova escalation di combattimenti tra governo e separatisti come la scorsa estate.
Anche se la Russia nega, ci sono prove sempre più chiare e schiaccianti sul fatto che Mosca sta avendo un ruolo di appoggio nella ribellione in Ucraina dell'Est (tanto che pare inutile parlarne). L'Atlantic Council, think tank americano, la scorsa settimana ha pubblicato un report firmato da Eliot Higgins (il blogger di “Brown Moses”, famoso a livello globale per le analisi della guerra civile siriana basate sullo studio delle condivisioni sui social network dei combattenti). Nel documento, Higgins e un altro collega, hanno dimostrato dalla georeferenziazione delle pubblicazioni sugli account di alcuni militari russi, la presenza di questi all'interno del suolo ucraino ─ circostanza sempre negata da Mosca, che si appella all'assenza di uno specifico mandato del Cremlino per il “via libera” alla missione militare, e che giustifica questi combattenti russi come “volontari”. Vice News ha fatto pure di più: partendo da un soldato russo regolarmente in servizio con cui aveva avuto contatti, il reporter Simon Ostrovsky ha georeferenziato i selfie del militare (appassionato dell'autoscatto in soggettiva) per poi recarsi di persona nei luoghi delle foto. Risultato: si vedono Ostrovsky e il militare russo fotografati nella stessa posa negli stessi posti; e molti di questi sono all'interno del territorio ucraino ─ uno in particolare, è stato scattato a pochi chilometri da Debaltseve, importante città che lega l'area di Donetsk a quella di Luhansk, in cui a febbraio, pochi giorni dopo la firma degli accordi di Minsk, i ribelli hanno lanciato l'ultima zampata per sottrarla al governo di Kiev.
Al nuovo ammassamento di truppe ai confini ucraini ─ lo scoop Reuters è stato confermato pure dalle osservazioni Nato ─, l'Alleanza Atlantica ha risposto con la decisione americana di spostare carri armati nel Baltico. Si tratta di una decisione unica: è la prima volta che mezzi militari statunitensi vengono piazzati all'interno di repubbliche che una volta facevano parte dell'URSS (cioè Lettonia, Estonia e Lituania). Una provocazione che innervosisce molto Mosca che dice di essersi sentita «in pericolo», e per questo il presidente Vladimir Putin ha fatto sapere di aver deciso di schierare 40 nuovi missili balistici nucleare nelle basi più prossime all'Europa.
D'escalation si diceva, anche se la guerra è lontana ─ e ci mancherebbe altro. Putin si difende, attaccando con altre provocazioni, ma quei carri armati sul Baltico sono vuoti: gli USA non hanno mandati i soldati per guidarli (“obamata” è la straordinaria definizione del Foglio, che raccoglie insieme il mix di apparente potenza e consistente mancanza di strategia che accompagna spesso le decisioni della Casa Bianca sulla politica estera).
Qualche settimana fa la Reuters pubblicava un'inchiesta fatta dai suoi giornalisti in Ucraina. I reporter avevano registrato in quei giorni un intenso movimento di mezzi militari russi, che erano finiti per ammassarsi su un poligono di tiro, trasformato in base negli ultimi mesi, a soli 50 chilometri dal confine ucraino. Gli spostamenti di truppe, blindati e carri armati, sono una delle solite ingerenza russe negli affari di Kiev, che sono in una fase di tregua molto relativa (che prende il nome di accordi di "Minsk II") e la paura è che ci sia una nuova escalation di combattimenti tra governo e separatisti come la scorsa estate.
Anche se la Russia nega, ci sono prove sempre più chiare e schiaccianti sul fatto che Mosca sta avendo un ruolo di appoggio nella ribellione in Ucraina dell'Est (tanto che pare inutile parlarne). L'Atlantic Council, think tank americano, la scorsa settimana ha pubblicato un report firmato da Eliot Higgins (il blogger di “Brown Moses”, famoso a livello globale per le analisi della guerra civile siriana basate sullo studio delle condivisioni sui social network dei combattenti). Nel documento, Higgins e un altro collega, hanno dimostrato dalla georeferenziazione delle pubblicazioni sugli account di alcuni militari russi, la presenza di questi all'interno del suolo ucraino ─ circostanza sempre negata da Mosca, che si appella all'assenza di uno specifico mandato del Cremlino per il “via libera” alla missione militare, e che giustifica questi combattenti russi come “volontari”. Vice News ha fatto pure di più: partendo da un soldato russo regolarmente in servizio con cui aveva avuto contatti, il reporter Simon Ostrovsky ha georeferenziato i selfie del militare (appassionato dell'autoscatto in soggettiva) per poi recarsi di persona nei luoghi delle foto. Risultato: si vedono Ostrovsky e il militare russo fotografati nella stessa posa negli stessi posti; e molti di questi sono all'interno del territorio ucraino ─ uno in particolare, è stato scattato a pochi chilometri da Debaltseve, importante città che lega l'area di Donetsk a quella di Luhansk, in cui a febbraio, pochi giorni dopo la firma degli accordi di Minsk, i ribelli hanno lanciato l'ultima zampata per sottrarla al governo di Kiev.
Al nuovo ammassamento di truppe ai confini ucraini ─ lo scoop Reuters è stato confermato pure dalle osservazioni Nato ─, l'Alleanza Atlantica ha risposto con la decisione americana di spostare carri armati nel Baltico. Si tratta di una decisione unica: è la prima volta che mezzi militari statunitensi vengono piazzati all'interno di repubbliche che una volta facevano parte dell'URSS (cioè Lettonia, Estonia e Lituania). Una provocazione che innervosisce molto Mosca che dice di essersi sentita «in pericolo», e per questo il presidente Vladimir Putin ha fatto sapere di aver deciso di schierare 40 nuovi missili balistici nucleare nelle basi più prossime all'Europa.
D'escalation si diceva, anche se la guerra è lontana ─ e ci mancherebbe altro. Putin si difende, attaccando con altre provocazioni, ma quei carri armati sul Baltico sono vuoti: gli USA non hanno mandati i soldati per guidarli (“obamata” è la straordinaria definizione del Foglio, che raccoglie insieme il mix di apparente potenza e consistente mancanza di strategia che accompagna spesso le decisioni della Casa Bianca sulla politica estera).
***
A differenza del parcheggio sul Baltico, quello che sta succedendo in Iraq invece dovrebbe avere un fine operativo, pure se anche qui sempre sui numeri stiamo e non troppo di più, ma comunque lo stesso di escalation si tratta. Il New York Times ha scritto un editoriale con un titolo chiaro sui nuovi piani di Obama contro il Califfato: «Saranno un sollievo, ma non cambieranno la situazione in Iraq tanto presto» ─ è “chiaro” soprattutto perché chi segue i giornali internazionali sa che il NyTimes difficilmente critica la linea della Casa Bianca, e dunque quel titolo vale a dire “è un disastro”.
Per stessa ammissione della Casa Bianca, ancora «non c'è una strategia completa» (parole del Prez), e l'invio di nuovi militari ha solo una funzione «incremental», numeri insomma, e su questo si muove la critica della maggior parte degli osservatori.
I 550 nuovi soldati inviati in Iraq da Washington non faranno gli advisor per le truppe irachene (anche perché, come dice Daniele Raineri sul Foglio «il governo iracheno non manda più reclute ad addestrarsi, le spedisce dritte in guerra»). Il compito di questi nuovi militari sarà riallacciare i rapporti con i clan sunniti locali ─ in realtà questo incarico sarà portato avanti da una percentuale minoritaria dei nuovi soldati, gli altri faranno da logistica nella nuova base a Taqqadum (sì, pure una nuova base!) a un passo da Ramadi, lil capoluogo dell'Anbar caduto da poco in mano al Califfo. Cioè, il piano di Obama adesso è di ripercorrere in piccolo il Sunni Awakening che aveva pensato il generale David Petraus, l'uomo di Bush che guidava le operazioni in Iraq. A quei tempi, i clan sunniti iracheni furono protagonisti dell'insurrezione che passò sotto il nome di "Sawah", il "Risveglio", che soffocò ─ almeno momentaneamente ─ al Qaeda in Iraq (che oggi è diventata lo Stato islamico). Obama ha capito che senza le tribù sunnite non si può battere il Califfo, solo che finora il destino di questi si è incrociato con il settarismo sciita del governo iracheno, con l'abbandono americano, con la vendetta violenta dell'IS, per non parlare di chi è passato a combattere al fianco dell'IS (conseguenza di questo breve elenco).
Incassare il sostegno di questa fetta di popolazione, è la forma di strategia del momento (un revival o wannabe): attività complessa che richiede forte coinvolgimento sul campo. Cioè serve quello che Obama è stato sempre riluttante a fornire, almeno per quel che riguarda le idee ufficiali e mediaticamente trasmesse della sua linea politica. Perché in effetti, a conti fatti, sulla crisi irachena in questo momento ci sono già concentrati più soldati americani di quanti furono raccolti dal contingente alleato come reazione immediata agli attacchi del 9/11. A gennaio del 2002 in Afghanistan c'erano circa 5000 uomini: ora, nonostante Obama abbia vincolato buona parte della sua prima campagna elettorale al disimpegno militare e al ritiro dai fronti aperti, sull'Iraq ne operano quasi settemila. Di questi ─ alla faccia dei 200 Marines che dovevano restare a Baghdad per la sicurezza diplomatica dopo il ritiro del 2011 ─ circa 4000 sono su suolo iracheno, 1500 in Giordania, altri 1500 a Incirlik, base aerea turca.
Però differentemente dall'Afghanistan di oltre dieci anni fa, adesso la Casa Bianca fa la soft ed è molto restia a parlare di operazioni militari.
Per stessa ammissione della Casa Bianca, ancora «non c'è una strategia completa» (parole del Prez), e l'invio di nuovi militari ha solo una funzione «incremental», numeri insomma, e su questo si muove la critica della maggior parte degli osservatori.
I 550 nuovi soldati inviati in Iraq da Washington non faranno gli advisor per le truppe irachene (anche perché, come dice Daniele Raineri sul Foglio «il governo iracheno non manda più reclute ad addestrarsi, le spedisce dritte in guerra»). Il compito di questi nuovi militari sarà riallacciare i rapporti con i clan sunniti locali ─ in realtà questo incarico sarà portato avanti da una percentuale minoritaria dei nuovi soldati, gli altri faranno da logistica nella nuova base a Taqqadum (sì, pure una nuova base!) a un passo da Ramadi, lil capoluogo dell'Anbar caduto da poco in mano al Califfo. Cioè, il piano di Obama adesso è di ripercorrere in piccolo il Sunni Awakening che aveva pensato il generale David Petraus, l'uomo di Bush che guidava le operazioni in Iraq. A quei tempi, i clan sunniti iracheni furono protagonisti dell'insurrezione che passò sotto il nome di "Sawah", il "Risveglio", che soffocò ─ almeno momentaneamente ─ al Qaeda in Iraq (che oggi è diventata lo Stato islamico). Obama ha capito che senza le tribù sunnite non si può battere il Califfo, solo che finora il destino di questi si è incrociato con il settarismo sciita del governo iracheno, con l'abbandono americano, con la vendetta violenta dell'IS, per non parlare di chi è passato a combattere al fianco dell'IS (conseguenza di questo breve elenco).
Incassare il sostegno di questa fetta di popolazione, è la forma di strategia del momento (un revival o wannabe): attività complessa che richiede forte coinvolgimento sul campo. Cioè serve quello che Obama è stato sempre riluttante a fornire, almeno per quel che riguarda le idee ufficiali e mediaticamente trasmesse della sua linea politica. Perché in effetti, a conti fatti, sulla crisi irachena in questo momento ci sono già concentrati più soldati americani di quanti furono raccolti dal contingente alleato come reazione immediata agli attacchi del 9/11. A gennaio del 2002 in Afghanistan c'erano circa 5000 uomini: ora, nonostante Obama abbia vincolato buona parte della sua prima campagna elettorale al disimpegno militare e al ritiro dai fronti aperti, sull'Iraq ne operano quasi settemila. Di questi ─ alla faccia dei 200 Marines che dovevano restare a Baghdad per la sicurezza diplomatica dopo il ritiro del 2011 ─ circa 4000 sono su suolo iracheno, 1500 in Giordania, altri 1500 a Incirlik, base aerea turca.
Però differentemente dall'Afghanistan di oltre dieci anni fa, adesso la Casa Bianca fa la soft ed è molto restia a parlare di operazioni militari.
mercoledì 10 giugno 2015
Tra il Papa e Putin c’è sempre Assad
(Pubblicato su Formiche)
C’è una ricostruzione laterale e un po’ zoppicante della storia recente, che vede nella giornata di digiuno e preghiera proclamata da Papa Francesco il 7 settembre del 2013 e nel contemporaneo intervento russo per mediare con il regime siriano, un passaggio fondamentale per la stabilità globale. In quei giorni di quasi due anni fa, gli americani stavano concretamente pensando a un intervento armato punitivo per colpire le infrastrutture militari di Damasco, dopo l’abominio di appena due settimane prima: l’attacco chimico con cui il presidente Bashar al Assad (è stato lui, al netto degli schiantati. NdA) aveva ucciso centinaia di civili innocenti nel quartiere capitolino di Goutha ─ quello che a tutt’oggi fa ancora da luogo di concentrazione delle forze ribelli. Ai tempi l’Isis non era “mainstream” (accezione relativa, s’intende) e c’era una chiara separazione tra i buoni, i ribelli che volevano libertà e democrazia, e i cattivi, il regime. La Casa Bianca traccheggiò, mentre il mondo si indignava “per una nuova guerra americana”, avallato dall’entrata a gamba tesa del Papa: «Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale?» furono le parole del Pontefice sulla possibilità di un intervento militare americano ─ il Vaticano aveva un rapporto funzionale con il regime siriano, che era considerato un protettore delle minoranze e la cui caduta per mano dei ribelli islamisti poteva creare ripercussioni anche nel vicino Libano (anche se gli islamisti non rappresentano l’intera rivoluzione siriana, soprattutto due anni fa).
Fu così Vladimir Putin colse l’opportunità per accreditarsi il ruolo di beniamino di quella Pace nel mondo: e la storia prese una via diversa. Anziché beccarsi le bombe americane (e francesi, che avevano subito dato l’ok a partecipare ai raid), Assad fu inquadrato come interlocutore, e con lui si negoziò lo smantellamento dell’intero arsenale di armi chimiche ─ come se un giudice dicesse a uno che ha commesso un omicidio con una pistola, “non preoccuparti per il morto, l’importante è che adesso l’arma me la dai a me, che poi la butto via”.
A parte il fatto che anche il disarmo sembra che abbia avuto delle piccole lacune che potrebbero permettere ad Assad di ricostruire l’arsenale, e tralasciando che il regime siriano ha continuato a sfidare tutti utilizzando armi chimiche non convenzionali come le barrel bomb al cloro, a quelli che due anni fa pensavano alla pace nel mondo, manca un pezzo grosso della storia: il non intervento americano, non ha risolto niente ─ anzi, ora in Siria s’è perso il senso di quello che sta succedendo, e c’è pure lo Stato islamico che s’è mangiato un terzo del territorio del Paese.
Nel pomeriggio di oggi, Putin sarà in Italia e con una forzatura alla sua agenda ha chiesto di incontrare di nuovo Papa Francesco, richiesta che la diplomazia della Santa sede ha immediatamente accettato infilando l’appuntamento nell’altrettanto fitta agenda del pontefice. Il Vaticano è un crocevia diplomatico di primaria importanza ─ lo sblocco tra Cuba e Usa, la disputa tra Cile e Bolivia, la questione interna del Venezuela, i rapporti con l’Iran per il nucleare, la causa palestinese, sono alcuni dei dossier benedetti da Francesco. Le sanzioni internazionali non hanno bloccato il Papa, che aveva già dimostrato con l’incontro dello scorso anno di non partecipare al cordone d’isolamento creato dall’Occidente intorno alla Russia. Dall’altra parte, Putin s’è offerto di rappresentare il difensore dei cristiani in Medio Oriente ─ linea sottolineate dall’agenzia russa Interfax, che dice che l’incontro avrà questo come argomento centrale. È una visione neo-zarista quella della protezione dei cristiani d’Oriente, ma anche una strategia di riqualificazione diplomatica.
La crisi ucraina e la situazione russa, sono state al centro del G7 che si è chiuso due giorni fa ad Elmau, in Germania ─ si ricorda che si parla di “G7″ e non più di “G8″, proprio perché le sette grandi potenze del mondo hanno chiuso la partecipazione al meeting all’ottava, la Russia appunto, per le responsabilità nella vicenda ucraina. Il presidente americano Barack Obama ha detto dal vertice bavarese che è arrivato il momento per Putin di prendere una decisione, o continuare a rovinare il suo Paese nel tentavo di ricreare glorie imperialiste passate, oppure «riconoscere che la grandezza della Russia non dipende dalla violazione dell’integrità territoriale e della sovranità di altri Paesi». La durezza di Obama nell’affrontare il dossier Russia, si è tradotta in pratica nella conferma delle sanzioni internazionali ─ che sarebbero scadute a luglio ─ da parte di tutti i partecipanti (la Cancelliere tedesca Angela Merkel ha detto che la fine delle sanzioni dipende soltanto dalla Russia).
La tensione resta alta, dunque, al netto della linea vaticana. Le continue provocazioni russe, con voli che violano gli spazi aerei nel Nord Europa, si abbinano ai fatti ben più gravi che arrivano dall’Ucraina. In realtà il conflitto non si è mai interrotto, e le violazioni alla tregua imposta dagli accordi “Minsk II” (già i “Minsk I” non avevano funzionato) sono quotidiane e ci sono testimonianze su un nuovo assembramento di unità militari russe verso i confini ucraini.
Il giorno prima dell’inizio del G7, il ministro della Difesa inglese, intervistato dalla BBC, aveva parlato della possibilità che sul suolo britannico venissero reintrodotte testate nucleari americane a medio raggio ─ ufficialmente, l’apparato atomico britannico consta solo del programma sottomarino Trident. Lunedì il sito specialistico The Aviationist segnalava l’arrivo di due bombardieri strategici americani B-2 Spirit alla base militare RAF di Fairford: una scelta abbastanza inusuale, infatti i B2 non si muovono quasi mai dalla Air Force Base di Whiteman, in Missouri, da dove normalmente partono e si addestrano per missioni transoceaniche (come in Libia nel 2011 o in Jugoslavia negli anni Novanta). A fianco al 509° Bomb Wing inglese di Fairford, la scorsa settimana erano già arrivati tre B-52 Stratofortress per partecipare alle esercitazioni multinazionali “Baltops 15″ e “Saber Strike 15″. I bombardieri multiruolo schierati dal Comando Strategico americano (STRATCOM) resteranno pochi giorni, ma hanno un duplice scopo: creare fiducia nei confronti degli alleati, come dire “noi ci siamo, siamo pronti in qualsiasi momento, con il massimo del fuoco disponibile”; e contemporaneamente trasmettere un analogo messaggio di deterrenza alla Russia. Sotto la stessa ottica circa trecento paracadutisti della 173° Brigata aviotrasportata americana (che ha base alla caserma Ederle di Vicenza) hanno iniziato ad aprile il training di 700 elementi delle forze militari ucraine: i due eserciti avevano già fatto esercitazioni insieme, ma quello che si sta svolgendo al campo di Yavoriv, a centinaia di chilometri dal confine russo, è il primo caso di formazione diretta.
Il G7 di Elmau, che ha confermato in generale la fermezza con cui l’Occidente si sta opponendo alla prepotenza russa, allo stesso tempo però potrebbe aver segnato anche un passaggio di apertura. Ancora una volta la Russia potrebbe essere riqualificata attraverso un ruolo di mediazione: secondo le fonti dell’Independent, Mosca potrebbe lavorare in accordo con i partner occidentali per far leva su un possibile esilio del presidente siriano Assad, con il fine di permettere un aumento dell’intervento militare contro lo Stato islamico su suolo siriano. Sembra che la cena domenicale tra i leader al resort Schloss, sia stata turbata dall’analisi della deleteria situazione sul campo in Iraq e Siria e si è arrivati al punto di far di necessità virtù.
Washington e Mosca sul piano della lotta allo Stato islamico, concordano da tempo (almeno formalmente) che la soluzione migliore sarebbe un cambio di governo a Damasco ─ garantendo la possibilità di esilio ad Assad e a vari notabili del regime. E così il cambio della leadership potrebbe permettere alla Coalizione internazionale di fornire ufficialmente appoggio e collaborazione nella lotta al Califfato.
E chissà che non si parli anche di questo, oggi in Vaticano?
C’è una ricostruzione laterale e un po’ zoppicante della storia recente, che vede nella giornata di digiuno e preghiera proclamata da Papa Francesco il 7 settembre del 2013 e nel contemporaneo intervento russo per mediare con il regime siriano, un passaggio fondamentale per la stabilità globale. In quei giorni di quasi due anni fa, gli americani stavano concretamente pensando a un intervento armato punitivo per colpire le infrastrutture militari di Damasco, dopo l’abominio di appena due settimane prima: l’attacco chimico con cui il presidente Bashar al Assad (è stato lui, al netto degli schiantati. NdA) aveva ucciso centinaia di civili innocenti nel quartiere capitolino di Goutha ─ quello che a tutt’oggi fa ancora da luogo di concentrazione delle forze ribelli. Ai tempi l’Isis non era “mainstream” (accezione relativa, s’intende) e c’era una chiara separazione tra i buoni, i ribelli che volevano libertà e democrazia, e i cattivi, il regime. La Casa Bianca traccheggiò, mentre il mondo si indignava “per una nuova guerra americana”, avallato dall’entrata a gamba tesa del Papa: «Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale?» furono le parole del Pontefice sulla possibilità di un intervento militare americano ─ il Vaticano aveva un rapporto funzionale con il regime siriano, che era considerato un protettore delle minoranze e la cui caduta per mano dei ribelli islamisti poteva creare ripercussioni anche nel vicino Libano (anche se gli islamisti non rappresentano l’intera rivoluzione siriana, soprattutto due anni fa).
Fu così Vladimir Putin colse l’opportunità per accreditarsi il ruolo di beniamino di quella Pace nel mondo: e la storia prese una via diversa. Anziché beccarsi le bombe americane (e francesi, che avevano subito dato l’ok a partecipare ai raid), Assad fu inquadrato come interlocutore, e con lui si negoziò lo smantellamento dell’intero arsenale di armi chimiche ─ come se un giudice dicesse a uno che ha commesso un omicidio con una pistola, “non preoccuparti per il morto, l’importante è che adesso l’arma me la dai a me, che poi la butto via”.
A parte il fatto che anche il disarmo sembra che abbia avuto delle piccole lacune che potrebbero permettere ad Assad di ricostruire l’arsenale, e tralasciando che il regime siriano ha continuato a sfidare tutti utilizzando armi chimiche non convenzionali come le barrel bomb al cloro, a quelli che due anni fa pensavano alla pace nel mondo, manca un pezzo grosso della storia: il non intervento americano, non ha risolto niente ─ anzi, ora in Siria s’è perso il senso di quello che sta succedendo, e c’è pure lo Stato islamico che s’è mangiato un terzo del territorio del Paese.
Nel pomeriggio di oggi, Putin sarà in Italia e con una forzatura alla sua agenda ha chiesto di incontrare di nuovo Papa Francesco, richiesta che la diplomazia della Santa sede ha immediatamente accettato infilando l’appuntamento nell’altrettanto fitta agenda del pontefice. Il Vaticano è un crocevia diplomatico di primaria importanza ─ lo sblocco tra Cuba e Usa, la disputa tra Cile e Bolivia, la questione interna del Venezuela, i rapporti con l’Iran per il nucleare, la causa palestinese, sono alcuni dei dossier benedetti da Francesco. Le sanzioni internazionali non hanno bloccato il Papa, che aveva già dimostrato con l’incontro dello scorso anno di non partecipare al cordone d’isolamento creato dall’Occidente intorno alla Russia. Dall’altra parte, Putin s’è offerto di rappresentare il difensore dei cristiani in Medio Oriente ─ linea sottolineate dall’agenzia russa Interfax, che dice che l’incontro avrà questo come argomento centrale. È una visione neo-zarista quella della protezione dei cristiani d’Oriente, ma anche una strategia di riqualificazione diplomatica.
La crisi ucraina e la situazione russa, sono state al centro del G7 che si è chiuso due giorni fa ad Elmau, in Germania ─ si ricorda che si parla di “G7″ e non più di “G8″, proprio perché le sette grandi potenze del mondo hanno chiuso la partecipazione al meeting all’ottava, la Russia appunto, per le responsabilità nella vicenda ucraina. Il presidente americano Barack Obama ha detto dal vertice bavarese che è arrivato il momento per Putin di prendere una decisione, o continuare a rovinare il suo Paese nel tentavo di ricreare glorie imperialiste passate, oppure «riconoscere che la grandezza della Russia non dipende dalla violazione dell’integrità territoriale e della sovranità di altri Paesi». La durezza di Obama nell’affrontare il dossier Russia, si è tradotta in pratica nella conferma delle sanzioni internazionali ─ che sarebbero scadute a luglio ─ da parte di tutti i partecipanti (la Cancelliere tedesca Angela Merkel ha detto che la fine delle sanzioni dipende soltanto dalla Russia).
La tensione resta alta, dunque, al netto della linea vaticana. Le continue provocazioni russe, con voli che violano gli spazi aerei nel Nord Europa, si abbinano ai fatti ben più gravi che arrivano dall’Ucraina. In realtà il conflitto non si è mai interrotto, e le violazioni alla tregua imposta dagli accordi “Minsk II” (già i “Minsk I” non avevano funzionato) sono quotidiane e ci sono testimonianze su un nuovo assembramento di unità militari russe verso i confini ucraini.
Il giorno prima dell’inizio del G7, il ministro della Difesa inglese, intervistato dalla BBC, aveva parlato della possibilità che sul suolo britannico venissero reintrodotte testate nucleari americane a medio raggio ─ ufficialmente, l’apparato atomico britannico consta solo del programma sottomarino Trident. Lunedì il sito specialistico The Aviationist segnalava l’arrivo di due bombardieri strategici americani B-2 Spirit alla base militare RAF di Fairford: una scelta abbastanza inusuale, infatti i B2 non si muovono quasi mai dalla Air Force Base di Whiteman, in Missouri, da dove normalmente partono e si addestrano per missioni transoceaniche (come in Libia nel 2011 o in Jugoslavia negli anni Novanta). A fianco al 509° Bomb Wing inglese di Fairford, la scorsa settimana erano già arrivati tre B-52 Stratofortress per partecipare alle esercitazioni multinazionali “Baltops 15″ e “Saber Strike 15″. I bombardieri multiruolo schierati dal Comando Strategico americano (STRATCOM) resteranno pochi giorni, ma hanno un duplice scopo: creare fiducia nei confronti degli alleati, come dire “noi ci siamo, siamo pronti in qualsiasi momento, con il massimo del fuoco disponibile”; e contemporaneamente trasmettere un analogo messaggio di deterrenza alla Russia. Sotto la stessa ottica circa trecento paracadutisti della 173° Brigata aviotrasportata americana (che ha base alla caserma Ederle di Vicenza) hanno iniziato ad aprile il training di 700 elementi delle forze militari ucraine: i due eserciti avevano già fatto esercitazioni insieme, ma quello che si sta svolgendo al campo di Yavoriv, a centinaia di chilometri dal confine russo, è il primo caso di formazione diretta.
Il G7 di Elmau, che ha confermato in generale la fermezza con cui l’Occidente si sta opponendo alla prepotenza russa, allo stesso tempo però potrebbe aver segnato anche un passaggio di apertura. Ancora una volta la Russia potrebbe essere riqualificata attraverso un ruolo di mediazione: secondo le fonti dell’Independent, Mosca potrebbe lavorare in accordo con i partner occidentali per far leva su un possibile esilio del presidente siriano Assad, con il fine di permettere un aumento dell’intervento militare contro lo Stato islamico su suolo siriano. Sembra che la cena domenicale tra i leader al resort Schloss, sia stata turbata dall’analisi della deleteria situazione sul campo in Iraq e Siria e si è arrivati al punto di far di necessità virtù.
Washington e Mosca sul piano della lotta allo Stato islamico, concordano da tempo (almeno formalmente) che la soluzione migliore sarebbe un cambio di governo a Damasco ─ garantendo la possibilità di esilio ad Assad e a vari notabili del regime. E così il cambio della leadership potrebbe permettere alla Coalizione internazionale di fornire ufficialmente appoggio e collaborazione nella lotta al Califfato.
E chissà che non si parli anche di questo, oggi in Vaticano?
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