(Pubblicato su Formiche)
Poco più di una settimana fa, il ministro della Difesa saudita, il vice principe ereditario Mohammed Bin Salman, è apparso per la prima volta dalla nomina ad una conferenza stampa, convocata per annunciare ai giornalisti (e al mondo) la creazione di un’alleanza militare che coinvolge il suo paese come capofila di un gruppo di oltre 34 stati mediorientali e nordafricani a maggioranza islamica.
I PERCHÈ DELLA COALIZIONE
Ad un primo impatto, la coalizione può essere sembrata una risposta alle richiesta americane di “fare di più” nella lotta allo Stato islamico. A freddo, dietro alle contingenze che hanno portato alla formazione della partnership militare tra tutti quei paesi, ci sono le due più grandi questioni che il mondo sunnita soffre dall’inizio delle Primavere arabe, sfociate poi nel parossismo della guerra siriana, il più grosso teatro proxy della storia contemporanea. Innanzitutto, il destino, o meglio dire “l’eliminazione”, del dittatore Bashar el Assad, e poi la volontà di continuare a tenere l’Iran il più lontano possibile dal Medio Oriente e dai paesi dove s’è insinuato fino a raggiungere il centro del potere (e cioè la Siria, appunto, l’Iraq, il Libano e lo Yemen).
I SEGNALI DELLA VOLONTÀ SAUDITA
La creazione dell’alleanza militare, secondo diversi osservatori, è un’indicazione del fatto che l’Arabia Saudita vuole giocare un ruolo centrale nella regione ed intestarsi la guida dei processi che la regolano. Su Al Monitor Fahad Nazer, ex analista dall’ambasciata saudita in America e ora commentatore politico per diverse testate, ha evidenziato dei passaggi significativi in questo percorso saudita, iniziati già due anni fa. Con una decisione inaspettata, ad ottobre del 2013 l’Arabia Saudita rinunciò al seggio, spettante per turno, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: nel comunicato diffuso dalla Saudi Press Agency, Riad commentò la decisione spiegando che il Cds dell’Onu è un organo inefficace, usando l’esempio della mancata soluzione di pace tra Israele e Palestina, dell’assenza di una politica di sicurezza contro le armi di distruzione di massa in Medio Oriente (il riferimento andava all’Iran, pre accordo nucleare) e l’inefficienza dimostrata contro Assad. A questo passaggio, Nazer aggiunge la decisione, a marzo di quest’anno, di intervenire contro i ribelli yemeniti Houthi, creando già in quell’occasione un raggruppamento di Paesi disposto ad impegnarsi al fianco del governo di Sanaa, che poi s’è concretizzato nell’alleanza militare annunciata pochi giorni fa.
VOGLIA DI INDIPENDENZA IN RISPOSTA AGLI USA
Nazer ha definito la nuova alleanza militare in Medio Oriente e Nord Africa «l’equivalente islamico della Nato». Riad, come detto, spinge da tempo sulla linea di una propria indipendenza operativa, anche come risposta al logorarsi dei rapporti con gli Stati Uniti. La rinuncia al seggio al Consiglio di Sicurezza, più che “uno schiaffo all’Onu”, è stata una dichiarazione di indipendenza da Washington e un chiaro segnale di insofferenza. Il mese precedente, settembre 2013, gli Stati Uniti avevano sospeso sulla rampa di lancio” un’azione punitiva contro Assad, colpevole dell’atroce attacco al sarin contro i civili di Damasco. Con il passare del tempo, le cose sono soltanto peggiorate. Barack Obama ha scritto la propria legacy in un controverso accordo sulla riduzione del programma nucleare iraniano, che ha riportato Teheran (e le sue contraddizioni) tra i “buoni” del mondo; mentre Riad si è opposto con forza, nella consapevolezza che tra gli obiettivi esistenziali della Repubblica islamica sciita, c’è il regno sunnita dei Saud. Inoltre, da annoverare tra le questioni che hanno portato l’Arabia Saudita a sostenere la creazione della partnership militare indipendente, c’è il disinteressamento quasi totale (se si esclude una debole attività di intelligence) degli Stati Uniti nei confronti del dossier “Yemen”, dove Riad considera la ribellione houthi una minaccia alla stregua del Califfato.
L’ARCHITETTO
Dietro all’operazione saudita, c’è la mano di Mohammed bin Salman, ministro della Difesa, il più giovane del mondo. A soli trent’anni il sito specializzato Intelligence Online lo definisce «onnipotente». È a capo del monopolio statale del petrolio, della società di investimenti pubblici, guida la politica economica e il ministero della difesa, è anche vice primo ministro: ha praticamente il controllo su tutte le principali questioni del regno. In aprile è stato designato dal padre, il re, vice principe; segue in successione dinastica l’attuale ministro dell’Interno, Mohammed bin Nayef, anche se per ilWashington Post è lui «il figlio che potrebbe essere il re saudita». «Il giovane principe sarà dominante per il prossimo futuro» ha scritto il corrispondente da Riad del Telegraph, perché è uno delle leve per il cambiamento saudita, e allo stesso tempo l’uomo che ha spinto per portare l’esercito dell’Arabia Saudita alla prima importante operazione di guerra, in Yemen, mettendo per altro il suo paese al comando della coalizione.
CRITICHE AMERICANE
A novembre il New York Times ha pubblicato un pezzo dove, sostenuto dai numeri, criticava la poca efficienza dei paesi del Golfo nelle operazioni contro il Califfato: nessun raid saudita da due mesi, la Giordania ha smesso gli interventi da agosto, gli Emirati Arabi addirittura da marzo. Il NYTimes sottolineava la mancanza di spinta da parte della componente musulmana della Coalizione a guida americana, alla quale si poteva sì rinunciare sul piano operativo (USA, Gran Bretagna e Francia, possono portare avanti da sé la campagna aerea), ma non certamente su quello socio-politico, dove questi paesi hanno il compito di apparire come portatori di un Islam buono contro l’estremismo del Califfo.
PESSIMO INIZIO
È evidente che la concentrazione sullo Yemen, banco di prova dell’intesa promossa a dicembre, ha sottratto forze e fondi alla campagna siro-irachena. I sauditi contemporaneamente denunciavano che quello in Yemen è un conflitto considerato dalla comunità internazionale quasi “di serie B”, ma il loro intervento a tutti gli effetti non ha risolto granché la situazione: gli Houthi non hanno perso terreno, al Qaeda (esclusa dalle operazioni militari saudite) ha conquistato il controllo di ampie fette di territorio nel sud del paese, e lo Stato islamico si sta affacciando prepotentemente sulla scena approfittando del vuoto di potere e del caos. Gli attacchi dell’IS sono culminati conl’uccisione del governatore della provincia di Aden, importante città del sud yemenita dove la coalizione guidata dai sauditi ha impostato una sorta di governo temporaneo in attesa di riprendere il controllo della capitale Sanaa. La (ri)presa di Aden è stato finora il maggiore successo delle operazioni militari in Yemen del primo abbozzo di questa “Nato islamica” creata dai sauditi: ma l’uomo simbolo della vittoria è stato fatto saltare in aria dallo Stato islamico; mentre ieri Riad ha intercettato un missile lanciato dai ribelli Houthi verso il sud del paese, tre giorni fa un altro era caduto nella città di confine di Najran, uccidendo tre civili. La posizione assertiva che l’Arabia Saudita sta assumendo nella regione, secondo un lungo articolo che David Kirkpatrick del New York Times ha dedicato a Mohammed bin Salman, arriva grazie alla sua influenza nei confronti degli altri governi dell’area.
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mercoledì 23 dicembre 2015
Perché l’Arabia Saudita punta a una Nato islamica
sabato 19 dicembre 2015
Forze speciali, quali sono (e cosa fanno)
(Pubblicato su Formiche)
Sono al centro di dibattiti politici, ne parlano leader mondiali, generali ed esperti analisti, nonostante si muovano in (quasi) completo silenzio nei teatri operativi. Le forze speciali dei vari reparti degli eserciti del mondo, sono diventate argomento di discussione pubblica ed uso comune, che collega gli aspetti militari a questione politiche e geopolitiche.
Perché? Si tratta di reparti che fino a qualche anno fa appartenevano ad una categoria misteriosa, venivano impiegati per operazioni dietro alle linee nemiche, per compiere sabotaggi, spesso attacchi ed assassini mirati, attività di raccolta informazioni, liberare ostaggi, mettere al sicuro aree difficili: le loro missioni erano sempre avvolte dal completo segreto militare. Adesso, date le caratteristiche operative, l’impiego di queste unità s’è fatto sempre più necessario per far fronte alle esigenze dei conflitti asimmetrici, come quello siriano o libico, o ucraino: campi di battaglia dove esistono pochi alleati fidati, dove non ci sono fronti di combattimento, e dove è necessario prevenire le mosse dei nemici quanto quelle dei presunti amici e dove i militari ricoprono anche compiti psicologici, mantenendo i contatti diretti con le popolazioni locali, fornendo assistenza e indirizzando l’opinione pubblica. Le Sof, acronimo inglese di Special operations forces, sono sempre più fondamentali: il governo italiano ha proposto un emendamento (in discussione al Senato) perampliare i compiti delle unità speciali delle Forze armate italiane e permettere agli operatori di ricoprire anche ruoli di intelligence in specifiche missioni, trasformando così, temporaneamente, i militari in un mix di 007 con compiti di raccogliere informazioni (in anticipo) nei teatri operativi.
L’ITALIA
La presenza delle forze speciali italiane nei vari teatri operativi dove i soldati di Roma sono ufficialmente impegnati (Afghanistan, Libano, Somalia) è un dato di fatto.
La Libia. Ultimamente sono circolate informazione in merito ad un impegno dei reparti d’élite italiani anche in Libia, per preparare il terreno ad un’eventuale offensiva contro lo Stato islamico (resa più probabile ed imminente dalla firma di giovedì in Marocco sull’accordo per la creazione di un esecutivo di unità nazionale tra le macro-entità in guerra, Tripoli e Tobruk: certo, come sostiene la BBC, ora bisognerà vedere se l’intesa regge anche sul campo, dove la realtà combattente è molecolarizzata in oltre 200 fazioni; aspetto affrontato anche dal generale Luciano Piacentini, ex capo delle forze speciali dei paracadutisti, su Formiche.net). Daniele Raineri del Foglio, in un reportage dalla Libia uscito il 3 dicembre, ha parlato per primo di forze speciali italiane schierate nell’area prossima al confine tunisino: tra Sabratha e Zuwara, due città note anche per essere i porti di partenze dei migranti, si trova il grande hub Eni di Mellitah, ragione che porta la presenza dei nostri soldati nell’area a livello di interesse nazionale (inoltre, nella zona, fanno base anche diverse altre aziende italiane che fanno affari in Libia). Il motivo è logico, i lavoratori italiani potrebbero essere obiettivi sensibili, e la loro sicurezza deve essere preservata dal governo (anche se in realtà è nota la presenza anche di contractor privati con compiti di close security). La zona occidentale della Libia, è inoltre una delle aree di interesse dello Stato islamico, che sfrutta la disposizione geografica per facilitare i traffici di combattenti dalla Tunisia: per questo le Sof italiane potrebbero trovarsi là anche con il compito di raccogliere informazioni di intelligence sul Califfato. L’articolo di Raineri è stato corroborato da fonti libiche, poi smentito dallo Stato maggiore della Difesa: ma l’informazione è stata poi rilanciata in un altro pezzo uscito un paio di giorni dopo dove il Foglio sosteneva di essere «a conoscenza dell’esistenza di almeno un rapporto specifico sulla situazione in Libia prodotto dal ministero della Difesa italiano, i cui autori sono militari inviati con l’incarico di raccogliere informazioni in quel paese arabo». Va ricordato che furono proprio gli elementi del Comsubin, il Comando incursori subacquei della Marina, a bonificare le piattaforme Eni e renderle di nuovo operative, dopo l’intervento militare internazionale che depose Gheddafi nel 2011. A febbraio di quest’anno gli incursori subacquei sono tornati in cronaca, perché il governo italiano aveva segnalato la partenza di un gruppo di Comsubin dalla base di Varignano (La Spezia) per una non specificata missione al largo della Libia: forse si trovano su qualche nave della Marina ed è probabile che siano un altro pezzo del piano preliminare italiano. Guido Ruotolo, sullaStampa, è tornato sull’argomento due giorni fa, scrivendo in un articolo che c’è un piano italiano che sfrutterà Carabinieri e forze speciali (il GIS, Gruppo intervento speciale dell’Arma è una delle Sof italiane) per facilitare la formazione delle unità di sicurezza libiche, dopo la firma dell’accordo. «Il generale di corpo d’armata Paolo Serra, consigliere militare del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha chiesto quaranta giorni di tempo per creare una cornice di sicurezza nella capitale della Libia, Tripoli» spiega la Stampa. Le forze armate locali, saranno poi guidate contro l’Isis. Anche il Chicago Tribune parla attraverso fonti del governo italiano, di un piano analogo a quello descritto dal giornale di Torino.
L’Iraq. Unità speciali dell’esercito italiano sono impiegate anche in Iraq. Il loro impiego nel contesto iracheno, in questo momento, è più chiaro, perché hanno il compito di fornire addestramento alle milizie Peshmerga; si trovano a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno e mettono la propria esperienza al servizio dei combattenti locali, e a Baghdad, dove addestrano le forze irachene. Tuttavia, a giugno, sempre il Foglio, aveva pubblicato un articolo in cui riportava informazioni ottenute da una fonte anonima della Farnesina, che annunciava la partenza di una trentina di operatori del 9° Reggimento d’assalto “Col Moschin” (i paracadutisti incursori, una delle migliori unità d’élite del mondo) inviati in Iraq, esattamente nella base che corpi analoghi dell’esercito americano stavano costruendo a Taqqadum, area strategica tra Falluja e Ramadi. La base, in pieno Anbar, la provincia sunnita irachena dove l’Isis è più forte, sarebbe servita da piattaforma di lancio per operazioni mirate e per attività di raccolta informazioni nell’ottica dell’offensiva finale su Ramadi (che è partita, a stento, qualche giorno fa). I soldati si sarebbero dovuti muovere sotto il comando della Task Force 44, compiendo missioni “outside the wire”, cioè fuori dalle basi: la Task Force 44 avrebbe dovuto emulare la 45, composta da circa 200 elementi dei reparti speciali non conteggiati tra gli effettivi del contingente italianoschierato in Afghanistan (l’unità agisce sotto il comando del Col Moschin).
GLI STATI UNITI
La presenza delle forze speciali americane nei vari teatri sensibili è da sempre una costante al limite del mitologico: film, serie Tv, libri, videogames, dedicati. Washington, più nell’attuale ne ha inviato diverse unità in Iraq per fronteggiare l’avanzata del Califfato, ufficialmente con compiti di addestramento e consulenza delle forze di sicurezza locali (peshmerga e irachene) Il 31 ottobre il presidente Barack Obama ha annunciato l’invio di due team anche in Siria. Una dichiarazione pubblica che ha scoperto un piano pseudo-segreto, in cui le Sof americane avrebbero il compito di fare da advisor sul campo per le unità combattenti dei curdi siriani (YPG) e di alcune fazioni arabe che stanno avvicinandosi a Raqqa, la capitale siriana del Califfato (Foreign Policy dice che sono arrivate nel nord-est siriano in questi giorni). Circa un mese dopo, la Casa Bianca ha annunciato di inviare in Siria altri corpi scelti, tanto che sono iniziate a circolare insistentemente news sulla possibilità delle creazione di una base logistica per questi operatori a Rimelan (Rmlah), nel nord est della Siria. Da notare che la questione può apparire di piano secondario, ma invece dietro nasconde informazioni sull’enorme nodo geopolitico sulla Siria: cosa fare di Bashar al Assad? È abbastanza difficile che il regime siriano, e i suoi sponsor principali (Russia e Iran), permettano la creazione di una base militare americana, anche se improvvisata e temporanea, all’interno di un territorio di effettiva sovranità di Damasco senza che Assad sia d’accordo: ragion per cui c’è da credere che per la Casa Bianca la rimozione del rais non sembra più prioritaria, come ha scritto il New York Times spiegando il nuovo round di negoziati sulla crisi siriana di venerdì a New York.
La vicenda. Giovedì è girata un’altra notizia che riguarda le forze speciali americane, ma in Libia. Un commando (sembravano potessero essere anche contractors, ma una fonte della Difesa ha confermato che erano militari alla NBC) è atterrato il 14 dicembre in una base libica utilizzata dalla forze aree del governo di Tobruk prossima al confine tunisino (l’area è quella in cui opererebbero anche le Sof italiane), ma a causa del mancato coordinamento con le autorità locali, sarebbe stato rispedito subito indietro (pare da una delle milizie locali). In un approfondito pezzo uscito il 28 novembre sul New York Times in cui si parlava della diffusione del Califfato in Libia, i giornalisti americani parlavano di forze speciali americane presenti già sul suolo libico. La fonte che ha chiarito alcuni dettagli della vicenda del 14 dicembre allaNBC, ha indirettamente corroborato quanto scritto dal NYTimes, spiegando anche che queste unità stanno facendo «dentro e fuori» la Libia da diverso tempo, mantengono contatti, addestrano alcuni reparti dell’esercito regolare, cercano informazioni: l’intell in Libia potrebbe funzionare anche grazie al loro lavoro, visto che a metà novembre Washington ha comunicato di aver ucciso in un raid aereo (guidato dalle attività a terra) il capo dello Stato islamico in Libia Abu Nabil al Anbari, mandato direttamente dal Califfo per costruire la struttura libica dell’IS. A metà agosto, è stato anche segnalato lo sbarco di uomini del 524th Special Operations Squadron al confine tra Tunisia e Algeria, in aree sensibili alle rotte jihadiste: un analista specializzato in Iraq ha sostenuto su Twitter che quegli uomini sarebbero stati trasportati dallo stesso aereo che ha spostato il commando “beccato” il 14 dicembre. È noto da tempo che commandos americani girano in anonimato in diverse zone del Nord Africa, considerate molto importanti per la presenza dei diverse fazioni jihadiste combattenti (ampliare basi hotspot di Sof in vari territori, è uno dei nuovi piani counter-terrorism del Pentagono). Un esempio: quando gli attentatori del gruppo filo-qaedista al Mourabitoun attaccarono un hotel nella capitale del Mali, sul posto, a dirigere le operazioni per liberare gli ostaggi, erano presenti anche operatori delle forze speciali americane (a testimonianza che si dovevano trovare nei paraggi).
FRANCIA A REGNO UNITO
Il 17 dicembre il Times ha pubblicato un articolo in cui citava fonti del governo di Londra che dichiaravano la disponibilità inglese a fornire 1000 uomini dello Special Air Service (i Sas) da inviare in Libia al fianco di un contingente guidato dall’Italia. Le forze speciali si rivelano ancora una volta una cartina tornasole di attività più ampie di politica estera: il giornale inglese, infatti, sosteneva che l’invio dei militari si rendeva necessario visto che ormai i tempi erano maturi per l’intervento in Libia contro il Califfato. Il Times ha scritto che era pronto a partire un contingente di circa 6000 uomini: l’Italia ha più volte espresso la volontà di intestarsi le attività, anche militari, sulla Libia, visti i legami storico-culturali ed economici che legano i due Paesi. Nel pezzo in cui il NYTimes annunciava la presenza di Sof americane in Libia, si parlava anche di «commandos» inglesi nell’area: sia USA che UK hanno da difendere grossi impianti che gestiscono le estrazioni petrolifere nei campi poco a sud-est di Sirte, la roccaforte libica del Califfato.
La Francia anche è molto attiva nel Nord Africa: diverse unità scelte compongono il contingente dell’operazione “Barkane”, missione militare in chiave anti-terrorismo che interessa il Sahel e il Maghreb.
LA RUSSIA
Per la prima volta da due anni a questa parte, il presidente russo Vladimir Putin ha ammesso durante la conferenza stampa di fine anno tenutasi giovedì, che alcuni uomini inviati sul territorio ucraino avevano compiti «anche militari». È un giro di parole criptico, più o meno “politichese”, per ammettere non esplicitamente, l’impiego di corpi speciali durante il conflitto ucraino (questione nota a tutto il resto del mondo ma mai ufficializzata dal Cremlino). Uomini della Spetsnaz, l’unità scelta controllata dal servizio segreto militare russo (GRU), in realtà sono stati più volte segnalati sia tra i manifestanti di piazza Maidan, in missioni di disturbo, sia in Crimea e nel Donbass. Si pensa che i cosiddetti “omini verdi”, i militari senza insegne che hanno preso la penisola ucraina e poi le aree orientali, siano proprio membri delle forze speciali russe. Anche in Siria Mosca ha schierato (da molto tempo) uomini dell’élite militare, con ruoli a cavallo tra le spie, i sabotatori, e gli incursori. Ad inizio ottobre è stata segnalata sul suolo siriano la presenza della Zaslon, unità clandestina russa che opera fuori del contesto militare sotto diretto controllo del ministero degli Esteri e della presidenza.
L’IRAN
Se c’è un esempio del peso politico che i corpi speciali possono assumere, va ricercato a Teheran. L’unità scelta dei Pasdaran (i Guardiani della rivoluzione, cioè l’esercito comandato dal potere teocratico della Repubblica islamica), si chiama Quds Force; dove “Quds” sta per “Gerusalemme” e esterna un compito ultimo, distruggere Israele, nemico esistenziale iraniano. Il capo delle Quds è Qassem Soleimani, generale iraniano a cavallo del mito in patria, considerato molto più di un comandante. Soleimani è l’ideatore dell’intera strategia iraniana all’estero, che comprende la creazione, il finanziamento, l’addestramento, di milizie sciite in vari paesi come Siria, Iraq, Libano, Yemen, Afghanistan, al fine di mantenerne la presa sul potere; attività analoghe coinvolgono anche l’India e il Venezuela. Inoltre i suoi uomini sono artefici di operazioni clandestine, sabotaggi, omicidi mirati. Due giorni fa è stata diffusa la notizia che il generale Soleimani, spesso indicato come “l’eminenza grigia del Medio Oriente”, è volato a Mosca per incontrare Putin in persona. Il viaggio, in palese violazione di una sanzione Onu sullo spostamento del generale iraniano, è stato commentato dal presidente russo che ha definito Soleimani «il mio grande amico». Nelle ultime settimane si è assistito ad un decremento dell’impegno iraniano in Siria (sfiduciato sulle sorti del Paese, dalle ingenti perdite e dalla morte di numerosi ufficiali, tra cui il numero due di Soleimani, Hossein Hamadi), e forse Putin ha voluto un incontro diretto con il capo della strategia militare di Teheran, per rinvigorire l’alleato. Soleimani si occupa anche della gestione di un’altro braccio speciale iraniano: l’ala armata del partito libanese Hezbollah (a proposito: il Times of Israel scrive che circa un terzo dei combattenti Hez sono rimasti uccisi o feriti per difendere Assad). I libanesi si muovono secondo gli ordini del generalissimo, anche se non sono forze effettive dell’Iran: un chiaro esempio di come i corpi speciali possano indirizzare questioni geopolitiche di ordine superiore.
Sono al centro di dibattiti politici, ne parlano leader mondiali, generali ed esperti analisti, nonostante si muovano in (quasi) completo silenzio nei teatri operativi. Le forze speciali dei vari reparti degli eserciti del mondo, sono diventate argomento di discussione pubblica ed uso comune, che collega gli aspetti militari a questione politiche e geopolitiche.
Perché? Si tratta di reparti che fino a qualche anno fa appartenevano ad una categoria misteriosa, venivano impiegati per operazioni dietro alle linee nemiche, per compiere sabotaggi, spesso attacchi ed assassini mirati, attività di raccolta informazioni, liberare ostaggi, mettere al sicuro aree difficili: le loro missioni erano sempre avvolte dal completo segreto militare. Adesso, date le caratteristiche operative, l’impiego di queste unità s’è fatto sempre più necessario per far fronte alle esigenze dei conflitti asimmetrici, come quello siriano o libico, o ucraino: campi di battaglia dove esistono pochi alleati fidati, dove non ci sono fronti di combattimento, e dove è necessario prevenire le mosse dei nemici quanto quelle dei presunti amici e dove i militari ricoprono anche compiti psicologici, mantenendo i contatti diretti con le popolazioni locali, fornendo assistenza e indirizzando l’opinione pubblica. Le Sof, acronimo inglese di Special operations forces, sono sempre più fondamentali: il governo italiano ha proposto un emendamento (in discussione al Senato) perampliare i compiti delle unità speciali delle Forze armate italiane e permettere agli operatori di ricoprire anche ruoli di intelligence in specifiche missioni, trasformando così, temporaneamente, i militari in un mix di 007 con compiti di raccogliere informazioni (in anticipo) nei teatri operativi.
L’ITALIA
La presenza delle forze speciali italiane nei vari teatri operativi dove i soldati di Roma sono ufficialmente impegnati (Afghanistan, Libano, Somalia) è un dato di fatto.
La Libia. Ultimamente sono circolate informazione in merito ad un impegno dei reparti d’élite italiani anche in Libia, per preparare il terreno ad un’eventuale offensiva contro lo Stato islamico (resa più probabile ed imminente dalla firma di giovedì in Marocco sull’accordo per la creazione di un esecutivo di unità nazionale tra le macro-entità in guerra, Tripoli e Tobruk: certo, come sostiene la BBC, ora bisognerà vedere se l’intesa regge anche sul campo, dove la realtà combattente è molecolarizzata in oltre 200 fazioni; aspetto affrontato anche dal generale Luciano Piacentini, ex capo delle forze speciali dei paracadutisti, su Formiche.net). Daniele Raineri del Foglio, in un reportage dalla Libia uscito il 3 dicembre, ha parlato per primo di forze speciali italiane schierate nell’area prossima al confine tunisino: tra Sabratha e Zuwara, due città note anche per essere i porti di partenze dei migranti, si trova il grande hub Eni di Mellitah, ragione che porta la presenza dei nostri soldati nell’area a livello di interesse nazionale (inoltre, nella zona, fanno base anche diverse altre aziende italiane che fanno affari in Libia). Il motivo è logico, i lavoratori italiani potrebbero essere obiettivi sensibili, e la loro sicurezza deve essere preservata dal governo (anche se in realtà è nota la presenza anche di contractor privati con compiti di close security). La zona occidentale della Libia, è inoltre una delle aree di interesse dello Stato islamico, che sfrutta la disposizione geografica per facilitare i traffici di combattenti dalla Tunisia: per questo le Sof italiane potrebbero trovarsi là anche con il compito di raccogliere informazioni di intelligence sul Califfato. L’articolo di Raineri è stato corroborato da fonti libiche, poi smentito dallo Stato maggiore della Difesa: ma l’informazione è stata poi rilanciata in un altro pezzo uscito un paio di giorni dopo dove il Foglio sosteneva di essere «a conoscenza dell’esistenza di almeno un rapporto specifico sulla situazione in Libia prodotto dal ministero della Difesa italiano, i cui autori sono militari inviati con l’incarico di raccogliere informazioni in quel paese arabo». Va ricordato che furono proprio gli elementi del Comsubin, il Comando incursori subacquei della Marina, a bonificare le piattaforme Eni e renderle di nuovo operative, dopo l’intervento militare internazionale che depose Gheddafi nel 2011. A febbraio di quest’anno gli incursori subacquei sono tornati in cronaca, perché il governo italiano aveva segnalato la partenza di un gruppo di Comsubin dalla base di Varignano (La Spezia) per una non specificata missione al largo della Libia: forse si trovano su qualche nave della Marina ed è probabile che siano un altro pezzo del piano preliminare italiano. Guido Ruotolo, sullaStampa, è tornato sull’argomento due giorni fa, scrivendo in un articolo che c’è un piano italiano che sfrutterà Carabinieri e forze speciali (il GIS, Gruppo intervento speciale dell’Arma è una delle Sof italiane) per facilitare la formazione delle unità di sicurezza libiche, dopo la firma dell’accordo. «Il generale di corpo d’armata Paolo Serra, consigliere militare del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha chiesto quaranta giorni di tempo per creare una cornice di sicurezza nella capitale della Libia, Tripoli» spiega la Stampa. Le forze armate locali, saranno poi guidate contro l’Isis. Anche il Chicago Tribune parla attraverso fonti del governo italiano, di un piano analogo a quello descritto dal giornale di Torino.
L’Iraq. Unità speciali dell’esercito italiano sono impiegate anche in Iraq. Il loro impiego nel contesto iracheno, in questo momento, è più chiaro, perché hanno il compito di fornire addestramento alle milizie Peshmerga; si trovano a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno e mettono la propria esperienza al servizio dei combattenti locali, e a Baghdad, dove addestrano le forze irachene. Tuttavia, a giugno, sempre il Foglio, aveva pubblicato un articolo in cui riportava informazioni ottenute da una fonte anonima della Farnesina, che annunciava la partenza di una trentina di operatori del 9° Reggimento d’assalto “Col Moschin” (i paracadutisti incursori, una delle migliori unità d’élite del mondo) inviati in Iraq, esattamente nella base che corpi analoghi dell’esercito americano stavano costruendo a Taqqadum, area strategica tra Falluja e Ramadi. La base, in pieno Anbar, la provincia sunnita irachena dove l’Isis è più forte, sarebbe servita da piattaforma di lancio per operazioni mirate e per attività di raccolta informazioni nell’ottica dell’offensiva finale su Ramadi (che è partita, a stento, qualche giorno fa). I soldati si sarebbero dovuti muovere sotto il comando della Task Force 44, compiendo missioni “outside the wire”, cioè fuori dalle basi: la Task Force 44 avrebbe dovuto emulare la 45, composta da circa 200 elementi dei reparti speciali non conteggiati tra gli effettivi del contingente italianoschierato in Afghanistan (l’unità agisce sotto il comando del Col Moschin).
GLI STATI UNITI
La presenza delle forze speciali americane nei vari teatri sensibili è da sempre una costante al limite del mitologico: film, serie Tv, libri, videogames, dedicati. Washington, più nell’attuale ne ha inviato diverse unità in Iraq per fronteggiare l’avanzata del Califfato, ufficialmente con compiti di addestramento e consulenza delle forze di sicurezza locali (peshmerga e irachene) Il 31 ottobre il presidente Barack Obama ha annunciato l’invio di due team anche in Siria. Una dichiarazione pubblica che ha scoperto un piano pseudo-segreto, in cui le Sof americane avrebbero il compito di fare da advisor sul campo per le unità combattenti dei curdi siriani (YPG) e di alcune fazioni arabe che stanno avvicinandosi a Raqqa, la capitale siriana del Califfato (Foreign Policy dice che sono arrivate nel nord-est siriano in questi giorni). Circa un mese dopo, la Casa Bianca ha annunciato di inviare in Siria altri corpi scelti, tanto che sono iniziate a circolare insistentemente news sulla possibilità delle creazione di una base logistica per questi operatori a Rimelan (Rmlah), nel nord est della Siria. Da notare che la questione può apparire di piano secondario, ma invece dietro nasconde informazioni sull’enorme nodo geopolitico sulla Siria: cosa fare di Bashar al Assad? È abbastanza difficile che il regime siriano, e i suoi sponsor principali (Russia e Iran), permettano la creazione di una base militare americana, anche se improvvisata e temporanea, all’interno di un territorio di effettiva sovranità di Damasco senza che Assad sia d’accordo: ragion per cui c’è da credere che per la Casa Bianca la rimozione del rais non sembra più prioritaria, come ha scritto il New York Times spiegando il nuovo round di negoziati sulla crisi siriana di venerdì a New York.
La vicenda. Giovedì è girata un’altra notizia che riguarda le forze speciali americane, ma in Libia. Un commando (sembravano potessero essere anche contractors, ma una fonte della Difesa ha confermato che erano militari alla NBC) è atterrato il 14 dicembre in una base libica utilizzata dalla forze aree del governo di Tobruk prossima al confine tunisino (l’area è quella in cui opererebbero anche le Sof italiane), ma a causa del mancato coordinamento con le autorità locali, sarebbe stato rispedito subito indietro (pare da una delle milizie locali). In un approfondito pezzo uscito il 28 novembre sul New York Times in cui si parlava della diffusione del Califfato in Libia, i giornalisti americani parlavano di forze speciali americane presenti già sul suolo libico. La fonte che ha chiarito alcuni dettagli della vicenda del 14 dicembre allaNBC, ha indirettamente corroborato quanto scritto dal NYTimes, spiegando anche che queste unità stanno facendo «dentro e fuori» la Libia da diverso tempo, mantengono contatti, addestrano alcuni reparti dell’esercito regolare, cercano informazioni: l’intell in Libia potrebbe funzionare anche grazie al loro lavoro, visto che a metà novembre Washington ha comunicato di aver ucciso in un raid aereo (guidato dalle attività a terra) il capo dello Stato islamico in Libia Abu Nabil al Anbari, mandato direttamente dal Califfo per costruire la struttura libica dell’IS. A metà agosto, è stato anche segnalato lo sbarco di uomini del 524th Special Operations Squadron al confine tra Tunisia e Algeria, in aree sensibili alle rotte jihadiste: un analista specializzato in Iraq ha sostenuto su Twitter che quegli uomini sarebbero stati trasportati dallo stesso aereo che ha spostato il commando “beccato” il 14 dicembre. È noto da tempo che commandos americani girano in anonimato in diverse zone del Nord Africa, considerate molto importanti per la presenza dei diverse fazioni jihadiste combattenti (ampliare basi hotspot di Sof in vari territori, è uno dei nuovi piani counter-terrorism del Pentagono). Un esempio: quando gli attentatori del gruppo filo-qaedista al Mourabitoun attaccarono un hotel nella capitale del Mali, sul posto, a dirigere le operazioni per liberare gli ostaggi, erano presenti anche operatori delle forze speciali americane (a testimonianza che si dovevano trovare nei paraggi).
FRANCIA A REGNO UNITO
Il 17 dicembre il Times ha pubblicato un articolo in cui citava fonti del governo di Londra che dichiaravano la disponibilità inglese a fornire 1000 uomini dello Special Air Service (i Sas) da inviare in Libia al fianco di un contingente guidato dall’Italia. Le forze speciali si rivelano ancora una volta una cartina tornasole di attività più ampie di politica estera: il giornale inglese, infatti, sosteneva che l’invio dei militari si rendeva necessario visto che ormai i tempi erano maturi per l’intervento in Libia contro il Califfato. Il Times ha scritto che era pronto a partire un contingente di circa 6000 uomini: l’Italia ha più volte espresso la volontà di intestarsi le attività, anche militari, sulla Libia, visti i legami storico-culturali ed economici che legano i due Paesi. Nel pezzo in cui il NYTimes annunciava la presenza di Sof americane in Libia, si parlava anche di «commandos» inglesi nell’area: sia USA che UK hanno da difendere grossi impianti che gestiscono le estrazioni petrolifere nei campi poco a sud-est di Sirte, la roccaforte libica del Califfato.
La Francia anche è molto attiva nel Nord Africa: diverse unità scelte compongono il contingente dell’operazione “Barkane”, missione militare in chiave anti-terrorismo che interessa il Sahel e il Maghreb.
LA RUSSIA
Per la prima volta da due anni a questa parte, il presidente russo Vladimir Putin ha ammesso durante la conferenza stampa di fine anno tenutasi giovedì, che alcuni uomini inviati sul territorio ucraino avevano compiti «anche militari». È un giro di parole criptico, più o meno “politichese”, per ammettere non esplicitamente, l’impiego di corpi speciali durante il conflitto ucraino (questione nota a tutto il resto del mondo ma mai ufficializzata dal Cremlino). Uomini della Spetsnaz, l’unità scelta controllata dal servizio segreto militare russo (GRU), in realtà sono stati più volte segnalati sia tra i manifestanti di piazza Maidan, in missioni di disturbo, sia in Crimea e nel Donbass. Si pensa che i cosiddetti “omini verdi”, i militari senza insegne che hanno preso la penisola ucraina e poi le aree orientali, siano proprio membri delle forze speciali russe. Anche in Siria Mosca ha schierato (da molto tempo) uomini dell’élite militare, con ruoli a cavallo tra le spie, i sabotatori, e gli incursori. Ad inizio ottobre è stata segnalata sul suolo siriano la presenza della Zaslon, unità clandestina russa che opera fuori del contesto militare sotto diretto controllo del ministero degli Esteri e della presidenza.
L’IRAN
Se c’è un esempio del peso politico che i corpi speciali possono assumere, va ricercato a Teheran. L’unità scelta dei Pasdaran (i Guardiani della rivoluzione, cioè l’esercito comandato dal potere teocratico della Repubblica islamica), si chiama Quds Force; dove “Quds” sta per “Gerusalemme” e esterna un compito ultimo, distruggere Israele, nemico esistenziale iraniano. Il capo delle Quds è Qassem Soleimani, generale iraniano a cavallo del mito in patria, considerato molto più di un comandante. Soleimani è l’ideatore dell’intera strategia iraniana all’estero, che comprende la creazione, il finanziamento, l’addestramento, di milizie sciite in vari paesi come Siria, Iraq, Libano, Yemen, Afghanistan, al fine di mantenerne la presa sul potere; attività analoghe coinvolgono anche l’India e il Venezuela. Inoltre i suoi uomini sono artefici di operazioni clandestine, sabotaggi, omicidi mirati. Due giorni fa è stata diffusa la notizia che il generale Soleimani, spesso indicato come “l’eminenza grigia del Medio Oriente”, è volato a Mosca per incontrare Putin in persona. Il viaggio, in palese violazione di una sanzione Onu sullo spostamento del generale iraniano, è stato commentato dal presidente russo che ha definito Soleimani «il mio grande amico». Nelle ultime settimane si è assistito ad un decremento dell’impegno iraniano in Siria (sfiduciato sulle sorti del Paese, dalle ingenti perdite e dalla morte di numerosi ufficiali, tra cui il numero due di Soleimani, Hossein Hamadi), e forse Putin ha voluto un incontro diretto con il capo della strategia militare di Teheran, per rinvigorire l’alleato. Soleimani si occupa anche della gestione di un’altro braccio speciale iraniano: l’ala armata del partito libanese Hezbollah (a proposito: il Times of Israel scrive che circa un terzo dei combattenti Hez sono rimasti uccisi o feriti per difendere Assad). I libanesi si muovono secondo gli ordini del generalissimo, anche se non sono forze effettive dell’Iran: un chiaro esempio di come i corpi speciali possano indirizzare questioni geopolitiche di ordine superiore.
venerdì 11 dicembre 2015
Ecco i nuovi piani del Pentagono anti Isis
(Pubblicato su Formiche)
Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti, Ash Carter, ha ammesso davanti alla commissione Forze armate del Senato che in Siria e Iraq lo Stato islamico non è ancora stato “contenuto”. Difficile essere più esplicito: «La verità è che siamo in guerra». La strategia sull’area siro-irachena non dovrebbe modificarsi, si punta sempre su forze speciali e raid, integrate da formazioni locali; a proposito, il generale Gadi Esinkot, capo della forze di sicurezza israeliane, è stato altrettanto chiaro: “con gli airstrike non si batte l’Isis”.
Ma il Pentagono ha in mente un nuovo piano per contenere l’espansione dell’Isis in altre zone del mondo e combattere il terrorismo in genere. Il progetto è quello di costruire una serie di basi in Africa, Medio Oriente e Asia sud-occidentale: i militari americani potrebbero sfruttarle per acquisire informazioni di intelligence sui gruppi affiliati lontano da Raqqa ed eventualmente trovare supporto logistico per effettuare dei blitz, una sorta di hub per le operazioni speciali.
Gli analisti della Difesa americana, sono in dibattito sul come distinguere tra i gruppi che hanno giurato fedeltà al Califfo quelli che costituiscono una minaccia imminente per Stati Uniti e Europa e quelli che invece stanno sfruttando l’egida califfale per acquisire maggiore influenza locale.
Ufficialmente, i funzionari che hanno parlato con il New York Times hanno spiegato che il piano non è parte di una nuova strategia della Casa Bianca, ma è una proposta su come affrontare in futuro il counter-terrorism, la cui tempistica però è stata resa più stringente dalla diffusione di hotspot del Califfato a cavallo di almeno tre continenti. A quanto pare, anche in questa situazione, si sono create differenze tra scuole di interpretazione, con il dipartimento di Stato che, secondo le fonti del Ny Times, sarebbe in disaccordo con la proposta del Pentagono, perché preoccupato della militarizzazione che questa comporterebbe.
LE BASI
Nel progetto si prevede la creazione di quattro nodi focali, partendo dal rafforzamento delle strutture in Afghanistan e a Gibuti. La base sul Corno d’Africa ha permesso a Washington di gestire le attività del JSOC (il comando delle operazioni speciali) sia in Yemen che in Africa orientale. Un altro di questi nodi, dovrebbe essere in Medio Oriente, e Mark Mazzetti e Eric Schmitt, giornalisti esperti di sicurezza nazionale del Nyt, hanno pensato ad Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, dove attualmente gli americani hanno rafforzato la propria presenza a 3500 truppe; molte di queste erano già presenti, altre sono arrivate per sostenere le attività “anti-Isis”.
Mettere uomini a terra. La proposta avanzata da Carter è interessante, perché sotto certi aspetti sposta l’attenzione sull’aspetto umano del counter-terrorism, e in particolare sulle attività Humint (cioè di intelligence sulle persone) che in determinate situazioni possono essere affidate anche ai reparti speciali delle forze armate (nel governo italiano, per esempio, è in discussione una legislazione in tal senso). Dunque, per il Pentagono, serve essere attivi sul teatro operativo, mescolati tra i locali e coinvolti sul territorio, e non bastano soltanto i voli dei veicoli da ricognizione. In un incontro che si è tenuto giovedì a Palazzo Esercito a Roma, il capo di Stato maggiore della difesa italiana, il generale Claudio Graziano, ha spiegato come le operazioni psicologiche ancora oggi siano uno strumento operativo per il conseguimento di di obiettivi operativi.
L’ESEMPIO DI ABU NABIL
Due giorni il Pentagono ha confermato di aver ucciso, il 13 novembre, Abu Nabil al Anbari, considerato il capo dello Stato islamico in Libia. Abu Nabil è una figura centrale nel sistema del Califfato: è un iracheno, che sarebbe stato spedito nel paese nordafricano direttamente da Abu Bakr al Baghdadi per gestire la costruzione locale di quello che appare essere uno hotspot di importanza nevralgica del Califfato. La nota del Pentagono conferma che gli americani in Libia hanno una buona intelligence, probabilmente creata attraverso contatti locali, cioè attività di himunt (l’intelligence fatta tra le persone). Due settimane fa, era girata la notizia della presenza di team di forze speciali americane (e inglesi e italiane) in Libia. L’azione contro Abu Nabil potrebbe essere un buon esempio delle attività che Carter ha in mente creando il network di basi in giro per il mondo: raccogliere informazioni, spostare consensi, muoversi dietro alle linee nemiche, colpire la testa delle organizzazioni terroristiche.
IL RISCHIO DABIQ
Ma Carter è andato anche oltre, superando lo steccato ideologico della dottrina obamiana: il capo del Pentagono ha detto anche di augurarsi che truppe americane e elicotteri a sostegno, possano partecipare all’offensiva finale su Ramadi, che l’esercito iracheno condurrà a breve (almeno pare). Ma il lato opposto della medaglia, sta in un altro articolo sempre del New York Times, in cui due osservatori molto attenti, la giornalista Rukmini Callimachi e il professore Jen-Pierre Filiu, spiegavano che l’Isis non aspetta altro che l’America lanci operazioni di terra in Iraq e Siria. Nel pezzo si sottolineava come l’interesse dei baghdadisti è di vedere gli anfibi americani sul terreno per poterli affrontare in scontri epici. In questo, il Califfo sognerebbe una battagli apocalittica tra il suo esercito dell’Islam e quello dei colonizzatori, infedeli, crociati, con un campo di battaglia specifico: il piccolo villaggio di Dabiq, vicino Aleppo. Dabiq è un toponimo conosciuto, sia perché fu il teatro dell’esecuzione Abdul Rahman Kassig, sia perché dà il nome alla rivista ufficiale dell’IS. Gli esperti americani sostenevano nel pezzo che sarebbe stato meglio evitare di affrontare del tutto la battaglia; diversa la visione del Foglio, che in un articolo di redazione auspicava uno scontro frontale, secondo uno schema di guerra convenzionale, e concludeva: «Se hanno ragione loro, allora quel villaggio sarà la fine dei tempi. Se ha ragione l’occidente, ci si apre un McDonald’s».
Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti, Ash Carter, ha ammesso davanti alla commissione Forze armate del Senato che in Siria e Iraq lo Stato islamico non è ancora stato “contenuto”. Difficile essere più esplicito: «La verità è che siamo in guerra». La strategia sull’area siro-irachena non dovrebbe modificarsi, si punta sempre su forze speciali e raid, integrate da formazioni locali; a proposito, il generale Gadi Esinkot, capo della forze di sicurezza israeliane, è stato altrettanto chiaro: “con gli airstrike non si batte l’Isis”.
Ma il Pentagono ha in mente un nuovo piano per contenere l’espansione dell’Isis in altre zone del mondo e combattere il terrorismo in genere. Il progetto è quello di costruire una serie di basi in Africa, Medio Oriente e Asia sud-occidentale: i militari americani potrebbero sfruttarle per acquisire informazioni di intelligence sui gruppi affiliati lontano da Raqqa ed eventualmente trovare supporto logistico per effettuare dei blitz, una sorta di hub per le operazioni speciali.
Gli analisti della Difesa americana, sono in dibattito sul come distinguere tra i gruppi che hanno giurato fedeltà al Califfo quelli che costituiscono una minaccia imminente per Stati Uniti e Europa e quelli che invece stanno sfruttando l’egida califfale per acquisire maggiore influenza locale.
Ufficialmente, i funzionari che hanno parlato con il New York Times hanno spiegato che il piano non è parte di una nuova strategia della Casa Bianca, ma è una proposta su come affrontare in futuro il counter-terrorism, la cui tempistica però è stata resa più stringente dalla diffusione di hotspot del Califfato a cavallo di almeno tre continenti. A quanto pare, anche in questa situazione, si sono create differenze tra scuole di interpretazione, con il dipartimento di Stato che, secondo le fonti del Ny Times, sarebbe in disaccordo con la proposta del Pentagono, perché preoccupato della militarizzazione che questa comporterebbe.
LE BASI
Nel progetto si prevede la creazione di quattro nodi focali, partendo dal rafforzamento delle strutture in Afghanistan e a Gibuti. La base sul Corno d’Africa ha permesso a Washington di gestire le attività del JSOC (il comando delle operazioni speciali) sia in Yemen che in Africa orientale. Un altro di questi nodi, dovrebbe essere in Medio Oriente, e Mark Mazzetti e Eric Schmitt, giornalisti esperti di sicurezza nazionale del Nyt, hanno pensato ad Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, dove attualmente gli americani hanno rafforzato la propria presenza a 3500 truppe; molte di queste erano già presenti, altre sono arrivate per sostenere le attività “anti-Isis”.
Mettere uomini a terra. La proposta avanzata da Carter è interessante, perché sotto certi aspetti sposta l’attenzione sull’aspetto umano del counter-terrorism, e in particolare sulle attività Humint (cioè di intelligence sulle persone) che in determinate situazioni possono essere affidate anche ai reparti speciali delle forze armate (nel governo italiano, per esempio, è in discussione una legislazione in tal senso). Dunque, per il Pentagono, serve essere attivi sul teatro operativo, mescolati tra i locali e coinvolti sul territorio, e non bastano soltanto i voli dei veicoli da ricognizione. In un incontro che si è tenuto giovedì a Palazzo Esercito a Roma, il capo di Stato maggiore della difesa italiana, il generale Claudio Graziano, ha spiegato come le operazioni psicologiche ancora oggi siano uno strumento operativo per il conseguimento di di obiettivi operativi.
L’ESEMPIO DI ABU NABIL
Due giorni il Pentagono ha confermato di aver ucciso, il 13 novembre, Abu Nabil al Anbari, considerato il capo dello Stato islamico in Libia. Abu Nabil è una figura centrale nel sistema del Califfato: è un iracheno, che sarebbe stato spedito nel paese nordafricano direttamente da Abu Bakr al Baghdadi per gestire la costruzione locale di quello che appare essere uno hotspot di importanza nevralgica del Califfato. La nota del Pentagono conferma che gli americani in Libia hanno una buona intelligence, probabilmente creata attraverso contatti locali, cioè attività di himunt (l’intelligence fatta tra le persone). Due settimane fa, era girata la notizia della presenza di team di forze speciali americane (e inglesi e italiane) in Libia. L’azione contro Abu Nabil potrebbe essere un buon esempio delle attività che Carter ha in mente creando il network di basi in giro per il mondo: raccogliere informazioni, spostare consensi, muoversi dietro alle linee nemiche, colpire la testa delle organizzazioni terroristiche.
IL RISCHIO DABIQ
Ma Carter è andato anche oltre, superando lo steccato ideologico della dottrina obamiana: il capo del Pentagono ha detto anche di augurarsi che truppe americane e elicotteri a sostegno, possano partecipare all’offensiva finale su Ramadi, che l’esercito iracheno condurrà a breve (almeno pare). Ma il lato opposto della medaglia, sta in un altro articolo sempre del New York Times, in cui due osservatori molto attenti, la giornalista Rukmini Callimachi e il professore Jen-Pierre Filiu, spiegavano che l’Isis non aspetta altro che l’America lanci operazioni di terra in Iraq e Siria. Nel pezzo si sottolineava come l’interesse dei baghdadisti è di vedere gli anfibi americani sul terreno per poterli affrontare in scontri epici. In questo, il Califfo sognerebbe una battagli apocalittica tra il suo esercito dell’Islam e quello dei colonizzatori, infedeli, crociati, con un campo di battaglia specifico: il piccolo villaggio di Dabiq, vicino Aleppo. Dabiq è un toponimo conosciuto, sia perché fu il teatro dell’esecuzione Abdul Rahman Kassig, sia perché dà il nome alla rivista ufficiale dell’IS. Gli esperti americani sostenevano nel pezzo che sarebbe stato meglio evitare di affrontare del tutto la battaglia; diversa la visione del Foglio, che in un articolo di redazione auspicava uno scontro frontale, secondo uno schema di guerra convenzionale, e concludeva: «Se hanno ragione loro, allora quel villaggio sarà la fine dei tempi. Se ha ragione l’occidente, ci si apre un McDonald’s».
mercoledì 25 novembre 2015
La Germania invierà 650 soldati in mare
Il ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen, ha annunciato che la Germania invierà 650 soldati in Mali per dare "un po' di sollievo" alle truppe francesi impegnate nel contenimento delle varie presenze jihadiste dell'area.
I soldati tedeschi si concentrernno sulla logistica e sulla ricognizione nell'ambito della missione di pace delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) ─ finora Berlino ne aveva schierati soltanto 10. Altri militari tedeschi sono schierati nell'ambito della missione con cui l'UE dà addestramento alle forze di sicurezza maliane che prende il nome di EUTM.
Domani è previsto un vertice tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il capo di Stato francese François Hollande, dove uno dei temi trattati sarà il sostegno tedesco alla Francia dopo i fatti del 13 novembre a Parigi.
lunedì 16 novembre 2015
La Harry Truman partirà per il Medio Oriente
Il gruppo da battaglia della portaerei Harry Truman parte oggi per una missione di 7 mesi in Medio Oriente. Da USNI News: «The Truman CSG deployment will include guided missile cruiser USS Anzio (CG-68) and guided-missile destroyers USS Bulkeley (DDG-84), USS Gravely (DDG-107) and USSGonzalez (DDG-66) as well as Carrier Air Wing 7.“While deployed, the strike group will serve in the U.S. 5th and 6th Fleet areas of responsibility conducting maritime security operations and theater security cooperation efforts,” read a Friday statement from U.S. Fleet Forces.
The news of the Monday deployment comes a month after the Theodore Roosevelt CSG left U.S. 5th Fleet and U.S. Central Command leaving the region without a U.S. carrier in the area for the first time in years».
Partirà da Norfolk anche il destroyer Ramage, nell'ottica di una missione indipendente da quella della Truman, ma che interesserà le stesse aree operative.
Ecco tattiche e addestramento dei jihadisti Isis a Parigi
(Pubblicato su Formiche)
Nel primo pomeriggio di sabato sono arrivate due rivendicazioni, un messaggio scritto e un audio, con cui lo Stato islamico si intesta la paternità degli attentati che venerdì sera hanno prodotto decine di morti e oltre duecento feriti nel centro di Parigi. Si tratta per alcuni esperti della stessa strategia comunicativa utilizzata nel caso dell’aereo caduto nel Sinai tre settimane fa: caso dietro al quale ancora non è chiaro se ci sia stata effettivamente un’azione terroristica.
«L’Isis ha una strategia espansionistica verso Est mirata al controllo del territorio (Uzbekistan e repubbliche ex sovietiche, Khorasan), ma per portarla avanti deve acquisire consenso e raccogliere uomini, e l’unico modo che ha per farlo è di far seguire l’intensa opera propagandistica da azioni eclatanti in Europa e Occidente che possano dare spinta mediatica all’organizzazione», spiega il generale Luciano Piacentini, già comandante delle forze speciali del “Col Moschin” e per molti anni in servizio negli organismi di informazione e sicurezza in diverse aree asiatiche, oggi consigliere scientifico della Fondazione Icsa, che in una conversazione con Formiche.net analizza l’attacco alla capitale francese di due giorni fa.
COLPIRE LA FRANCIA
«Colpire la Francia è una conseguenza: Parigi è pesantemente impegnata in diversi fronti contro il terrorismo». Il riferimento è pensa alla partnership con altre forze occidentali, tra cui l’Italia, nell’area siro-irachena, ma anche all’operazione Barkhane, con cui l’esercito francese sta cercando di bloccare i gruppi jihadisti nel Sahel. «Punire Parigi per questo suo impegno, fa da calamita anche per i gruppi africani, che attualmente sono qaedisti, ma sembrano molto inclini alle istanze del Califfo», aggiunge Piacentini. Ricorda il generale che non c’è da stupirsi se il primo Paese europeo ad essere pesantemente colpito dai terroristi dello Stato islamico è la Francia, «perché il Califfo ha una sorta di ossessione per i francesi: questo è dovuto al fatto che ci sono un migliaio di francesi che hanno scelto di partire per andare a combattere il jihad in Siria e in Iraq». Il governo francese aveva autorizzato l’inizio dei bombardamenti in Siria (fine ottobre), come misura preventiva di autodifesa: nel mirino dovevano proprio finire gruppi e personaggi legati alla Francia, che stavano complottando attentati.
“Riempiremo di cadaveri il centro di Parigi”, diceva un jihadista francese in un video del Califfato uscito a luglio. Nello stesso mese un piano per rapire e decapitare davanti alle telecamere un alto funzionario militare francese, è stato sventato. Ad agosto, tre marine americani in viaggio di piacere in Francia, hanno sventato un attentato su un treno che portava a Bruxelles. Prima c’era stata il massacro alla redazione di Charlie Hebdo, poi un tentativo di un attentato più complesso in un impianto di gas industriale a pochi chilometri da Lione, dove fu ucciso il capo dello stabilimento.
PIANIFICAZIONE MILITARE
In che cosa l’azione parigina si distingue da quello che abbiamo visto finora? «Sicuramente nella militare maniera con cui è stata organizzata ─ dice Piacentini ─ Gli obiettivi sono stati accuratamente selezionati e scelti con progettazione, e sono stati sicuramente oggetto di monitoraggi, osservazioni e registrazione delle “abitudini” dei luoghi». Non è certo casuale la scelta dell’ora e del giorno nei punti degli attacchi: «No, c’è stata un’attenta ricognizione che aveva il fine di massimizzare l’effetto», continua il generale. «Quei luoghi dovevano essere colpiti nel momento in cui c’era il più alto affollamento possibile, ma attenzione, dietro alla scelta degli obiettivi, c’è anche una componente ideologica: lo stadio il giorno della partita, il teatro con la musica rock, i ristoranti affollati (il consumismo occidentale). Il fine era certamente sommare il significato simbolico, di quei luoghi impuri, all’effetto pratico del blitz: quando al Qaeda colpì Madrid nel 2004 fece circolare un messaggio con scritto “voi amate la vita, noi amiamo la morte”». Seminare terrore tra gli infedeli occidentali, colpendo “mezzi” giudicati impuri dalla continua propaganda del Califfo, era un altro degli obiettivi strategici dell’attacco. Alcuni studiosi sostengono che dietro a certe volontà c’è anche la paura dei fondamentalisti che l’Islam possa essere contaminato dalle abitudini occidentali, possa cioè subire una sorta di secolarizzazione.
Non possono aver agito da soli quegli otto attentatori, secondo Piacentini. «Dev’esserci stata una componente logistica che ha fornito armi, esplosivo, munizioni, mezzi di spostamento e forse consulenza tattica. E probabilmente si trova in territorio extra francese: ma poi lì, ci sono stati dei fixer, dei facilitatori, che hanno permesso agli uomini di prendere possesso degli armamenti, magari creando dei punti di appoggio in zona».
L’USO DELLE ARMI E L’ADDESTRAMENTO
A proposito delle armi, possiamo vedere una componente tattica anche in quelle scelte. «Certamente chi ha agito lo ha fatto con cognizione: sapevano usare quelle armi, erano addestrati a maneggiare fucili d’assalto e esplosivi. Le scelte rispecchiano la professionalità degli attentatori. Per capirci, se mando in missione operatori delle forze speciali so che genere di addestramento hanno avuto e su questo baso il loro equipaggiamento: così è successo a Parigi, c’è stato un comportamento da commando, chi sparava sapeva dove sparava e come massimizzare l’effetto delle proprie cinture esplosive». Questi elementi («Non chiamiamoli combattenti, per cortesia: i combattenti sono coloro che si muovo in un quadro legittimato dal diritto internazionale, questi sono semplicemente terroristi senza regole che uccidono civili indifesi» ci tiene a precisare il generale, che ha fatto parte per anni dei corpi operativi incursori dell’esercito italiano prima di guidarli) «ricevono un addestramento in formazioni armate come fossero un esercito, hanno un profilo militare, sono in grado di muoversi in modo coordinato. C’è un altro aspetto tattico organizzativo fondamentale che è la contemporaneità degli attacchi: se non sei in grado di muoverti in squadra non puoi agire in quel modo. Non è escluso che si siano esercitati direttamente sul blitz, è certo invece che la loro esperienza di guerra li ha portati a combattere in teatri operativi di guerriglia come quelli delle strade parigine».
TERRORISTI “DI SCAMBIO” E “DI RITORNO”
La BBC ha avuto informazioni dall’intelligence britannica secondo cui gli uomini che hanno compiuto gli attacchi farebbero parte di un cellula indipendente dello Stato islamico mandata appositamente per colpire la Francia: «Sono foreing fighter molto probabilmente, tornati per insanguinare il proprio Paese, si può parlare di “terrorismo di ritorno”. Tra l’altro, questi elementi non sono utili solo dal punto di vista operativo-militare, ma con il loro bagaglio di esperienze dirette, intriso dalle predicazioni radicali, sono delle calamite per il proselitismo». Ma non sono tracciabili coloro che escono, con un passaporto, e rientrano con un visto siriano? «Lo sarebbero, ma usano delle tecniche di confusione: per esempio, spesso vengono fatti rientrare in Paesi diversi, per poi far perdere facilmente le proprie tracce prima di colpire, oppure vengono fatti ritornare nel Paese puntato terroristi con passaporto di altri Stati. In questi casi se non funziona bene la comunicazione tra le intelligence delle due nazioni interessate, i controlli sono inutili. Si chiamano “terroristi di scambio”». E infatti sembra che tre dei componenti del commando che ha colpito Parigi siano belgi (proprio in Belgio ci sono stati diversi arresti di persone legate ai fatti di venerdì).
PREVENIRE CON LA HUMINT
In quest’ottica, sembra che sia impossibile fermarli: rientrano in modo quasi anonimo e fanno perdere le proprie tracce, scelgono luoghi in cui possono confondersi tra la folla, colpiscono senza preavviso, sparando random tra la folla, ma con una precisione e una pianificazione militare. «Il terrorista è difficilmente individuabile ed identificabile, mantiene profilo basso, confuso “tra la media” il più possibile, non hai mai certezze se sia lui o meno: è vero, ma è possibile lavorare in un’ottica preventiva» dice Piacentini. «Serve un potente network HUMINT, la Human Intelligence, che in collaborazione con le forze di polizia deve controllare il territorio. La HUMINT rispetto a tutte le altre branche di intelligence riesce a farti conoscere le persone, a stare sul pezzo, sul territorio, perché è fatta di risorse umane, di conversazioni, di contatti. Chiaro che poi le componenti tecnologiche sono importanti, soprattutto adesso che gli stessi terroristi si scambiano messaggi via mail e chat online, e che il grosso del proselitismo e dell’auto addestramento per ilupi solitari arriva dal web. Ma servono cuore e cervello per far muovere quelle macchine». Un po’ quello che servirebbe alla Coalizione occidentale per aumentare l’efficacia nell’azione anti-IS in Siria e Iraq? «Sì, anche, è chiaro che in quei casiti sporchi gli scarponi, ma i piloti di caccia o dei droni senza uomini sul campo non possono vedere gli obiettivi da colpire».
TECNICA E MENTE
«Questa componente tecnico operativa deve essere sostenuta da una parte politica e razionale» spiega Piacentini: «Dopo l’11 Settembre, quando l’America era in ginocchio, ricevette collaborazione da tutto il mondo, perfino da Paesi con cui non aveva rapporti stretti, come la Russia o l’Iran. Ma in quel caso c’era una reale condivisioni di interessi nazionali, il Daghestan per i russi, la minaccia sunnita per la Repubblica islamica sciita iraniana, per esempio». E adesso? «L’Europa, per esempio, avrebbe bisogno per fronteggiare la minaccia terroristica sempre più imminente, di un’intelligence condivisa, frutto di una politica di Difesa e sicurezza condivisa: ma questa non c’è, gli Stati obbediscono alle proprie regole costituzionali, e certe volte si creano dei buchi di informazioni di intelligence a causa della mancanza di comunicazione».
L’ITALIA
Ieri il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha alzato il livello di sicurezza. «L’Italia rispetto a molti altri Paesi è messa bene. Abbiamo acquisito un’esperienza spessa e profonda con il terrorismo delle Brigate Rosse: la nostra intelligence copre ottimamente il territorio e la nostra polizia lavora con consapevolezza della minaccia che ha di fronte. I due organismi sono perfettamente integrati e collaborativi. Il CASA, il comitato di intelligence strategica antiterrorismo, si riunisce giornalmente: è lì che si coordinano tutte le figure che tengono d’occhio il threat “terrorismo”. In più noi siamo un Paese che ha sempre dimostrato empatia, si guardi ai rapporti creati con le popolazioni locali durante le operazioni militari all’estero, e siamo particolarmente aperti all’azione umanitaria: questo ci permette di essere integrati tra la gente, tra le sottocomunità culturali della nostra società. Aisi e Aise (i servizi segreti interni ed esteri italiani, ndr) si muovono bene, hanno ottimi contatti, sanno quel che fanno».
Nel primo pomeriggio di sabato sono arrivate due rivendicazioni, un messaggio scritto e un audio, con cui lo Stato islamico si intesta la paternità degli attentati che venerdì sera hanno prodotto decine di morti e oltre duecento feriti nel centro di Parigi. Si tratta per alcuni esperti della stessa strategia comunicativa utilizzata nel caso dell’aereo caduto nel Sinai tre settimane fa: caso dietro al quale ancora non è chiaro se ci sia stata effettivamente un’azione terroristica.
«L’Isis ha una strategia espansionistica verso Est mirata al controllo del territorio (Uzbekistan e repubbliche ex sovietiche, Khorasan), ma per portarla avanti deve acquisire consenso e raccogliere uomini, e l’unico modo che ha per farlo è di far seguire l’intensa opera propagandistica da azioni eclatanti in Europa e Occidente che possano dare spinta mediatica all’organizzazione», spiega il generale Luciano Piacentini, già comandante delle forze speciali del “Col Moschin” e per molti anni in servizio negli organismi di informazione e sicurezza in diverse aree asiatiche, oggi consigliere scientifico della Fondazione Icsa, che in una conversazione con Formiche.net analizza l’attacco alla capitale francese di due giorni fa.
COLPIRE LA FRANCIA
«Colpire la Francia è una conseguenza: Parigi è pesantemente impegnata in diversi fronti contro il terrorismo». Il riferimento è pensa alla partnership con altre forze occidentali, tra cui l’Italia, nell’area siro-irachena, ma anche all’operazione Barkhane, con cui l’esercito francese sta cercando di bloccare i gruppi jihadisti nel Sahel. «Punire Parigi per questo suo impegno, fa da calamita anche per i gruppi africani, che attualmente sono qaedisti, ma sembrano molto inclini alle istanze del Califfo», aggiunge Piacentini. Ricorda il generale che non c’è da stupirsi se il primo Paese europeo ad essere pesantemente colpito dai terroristi dello Stato islamico è la Francia, «perché il Califfo ha una sorta di ossessione per i francesi: questo è dovuto al fatto che ci sono un migliaio di francesi che hanno scelto di partire per andare a combattere il jihad in Siria e in Iraq». Il governo francese aveva autorizzato l’inizio dei bombardamenti in Siria (fine ottobre), come misura preventiva di autodifesa: nel mirino dovevano proprio finire gruppi e personaggi legati alla Francia, che stavano complottando attentati.
“Riempiremo di cadaveri il centro di Parigi”, diceva un jihadista francese in un video del Califfato uscito a luglio. Nello stesso mese un piano per rapire e decapitare davanti alle telecamere un alto funzionario militare francese, è stato sventato. Ad agosto, tre marine americani in viaggio di piacere in Francia, hanno sventato un attentato su un treno che portava a Bruxelles. Prima c’era stata il massacro alla redazione di Charlie Hebdo, poi un tentativo di un attentato più complesso in un impianto di gas industriale a pochi chilometri da Lione, dove fu ucciso il capo dello stabilimento.
PIANIFICAZIONE MILITARE
In che cosa l’azione parigina si distingue da quello che abbiamo visto finora? «Sicuramente nella militare maniera con cui è stata organizzata ─ dice Piacentini ─ Gli obiettivi sono stati accuratamente selezionati e scelti con progettazione, e sono stati sicuramente oggetto di monitoraggi, osservazioni e registrazione delle “abitudini” dei luoghi». Non è certo casuale la scelta dell’ora e del giorno nei punti degli attacchi: «No, c’è stata un’attenta ricognizione che aveva il fine di massimizzare l’effetto», continua il generale. «Quei luoghi dovevano essere colpiti nel momento in cui c’era il più alto affollamento possibile, ma attenzione, dietro alla scelta degli obiettivi, c’è anche una componente ideologica: lo stadio il giorno della partita, il teatro con la musica rock, i ristoranti affollati (il consumismo occidentale). Il fine era certamente sommare il significato simbolico, di quei luoghi impuri, all’effetto pratico del blitz: quando al Qaeda colpì Madrid nel 2004 fece circolare un messaggio con scritto “voi amate la vita, noi amiamo la morte”». Seminare terrore tra gli infedeli occidentali, colpendo “mezzi” giudicati impuri dalla continua propaganda del Califfo, era un altro degli obiettivi strategici dell’attacco. Alcuni studiosi sostengono che dietro a certe volontà c’è anche la paura dei fondamentalisti che l’Islam possa essere contaminato dalle abitudini occidentali, possa cioè subire una sorta di secolarizzazione.
Non possono aver agito da soli quegli otto attentatori, secondo Piacentini. «Dev’esserci stata una componente logistica che ha fornito armi, esplosivo, munizioni, mezzi di spostamento e forse consulenza tattica. E probabilmente si trova in territorio extra francese: ma poi lì, ci sono stati dei fixer, dei facilitatori, che hanno permesso agli uomini di prendere possesso degli armamenti, magari creando dei punti di appoggio in zona».
L’USO DELLE ARMI E L’ADDESTRAMENTO
A proposito delle armi, possiamo vedere una componente tattica anche in quelle scelte. «Certamente chi ha agito lo ha fatto con cognizione: sapevano usare quelle armi, erano addestrati a maneggiare fucili d’assalto e esplosivi. Le scelte rispecchiano la professionalità degli attentatori. Per capirci, se mando in missione operatori delle forze speciali so che genere di addestramento hanno avuto e su questo baso il loro equipaggiamento: così è successo a Parigi, c’è stato un comportamento da commando, chi sparava sapeva dove sparava e come massimizzare l’effetto delle proprie cinture esplosive». Questi elementi («Non chiamiamoli combattenti, per cortesia: i combattenti sono coloro che si muovo in un quadro legittimato dal diritto internazionale, questi sono semplicemente terroristi senza regole che uccidono civili indifesi» ci tiene a precisare il generale, che ha fatto parte per anni dei corpi operativi incursori dell’esercito italiano prima di guidarli) «ricevono un addestramento in formazioni armate come fossero un esercito, hanno un profilo militare, sono in grado di muoversi in modo coordinato. C’è un altro aspetto tattico organizzativo fondamentale che è la contemporaneità degli attacchi: se non sei in grado di muoverti in squadra non puoi agire in quel modo. Non è escluso che si siano esercitati direttamente sul blitz, è certo invece che la loro esperienza di guerra li ha portati a combattere in teatri operativi di guerriglia come quelli delle strade parigine».
TERRORISTI “DI SCAMBIO” E “DI RITORNO”
La BBC ha avuto informazioni dall’intelligence britannica secondo cui gli uomini che hanno compiuto gli attacchi farebbero parte di un cellula indipendente dello Stato islamico mandata appositamente per colpire la Francia: «Sono foreing fighter molto probabilmente, tornati per insanguinare il proprio Paese, si può parlare di “terrorismo di ritorno”. Tra l’altro, questi elementi non sono utili solo dal punto di vista operativo-militare, ma con il loro bagaglio di esperienze dirette, intriso dalle predicazioni radicali, sono delle calamite per il proselitismo». Ma non sono tracciabili coloro che escono, con un passaporto, e rientrano con un visto siriano? «Lo sarebbero, ma usano delle tecniche di confusione: per esempio, spesso vengono fatti rientrare in Paesi diversi, per poi far perdere facilmente le proprie tracce prima di colpire, oppure vengono fatti ritornare nel Paese puntato terroristi con passaporto di altri Stati. In questi casi se non funziona bene la comunicazione tra le intelligence delle due nazioni interessate, i controlli sono inutili. Si chiamano “terroristi di scambio”». E infatti sembra che tre dei componenti del commando che ha colpito Parigi siano belgi (proprio in Belgio ci sono stati diversi arresti di persone legate ai fatti di venerdì).
PREVENIRE CON LA HUMINT
In quest’ottica, sembra che sia impossibile fermarli: rientrano in modo quasi anonimo e fanno perdere le proprie tracce, scelgono luoghi in cui possono confondersi tra la folla, colpiscono senza preavviso, sparando random tra la folla, ma con una precisione e una pianificazione militare. «Il terrorista è difficilmente individuabile ed identificabile, mantiene profilo basso, confuso “tra la media” il più possibile, non hai mai certezze se sia lui o meno: è vero, ma è possibile lavorare in un’ottica preventiva» dice Piacentini. «Serve un potente network HUMINT, la Human Intelligence, che in collaborazione con le forze di polizia deve controllare il territorio. La HUMINT rispetto a tutte le altre branche di intelligence riesce a farti conoscere le persone, a stare sul pezzo, sul territorio, perché è fatta di risorse umane, di conversazioni, di contatti. Chiaro che poi le componenti tecnologiche sono importanti, soprattutto adesso che gli stessi terroristi si scambiano messaggi via mail e chat online, e che il grosso del proselitismo e dell’auto addestramento per ilupi solitari arriva dal web. Ma servono cuore e cervello per far muovere quelle macchine». Un po’ quello che servirebbe alla Coalizione occidentale per aumentare l’efficacia nell’azione anti-IS in Siria e Iraq? «Sì, anche, è chiaro che in quei casiti sporchi gli scarponi, ma i piloti di caccia o dei droni senza uomini sul campo non possono vedere gli obiettivi da colpire».
TECNICA E MENTE
«Questa componente tecnico operativa deve essere sostenuta da una parte politica e razionale» spiega Piacentini: «Dopo l’11 Settembre, quando l’America era in ginocchio, ricevette collaborazione da tutto il mondo, perfino da Paesi con cui non aveva rapporti stretti, come la Russia o l’Iran. Ma in quel caso c’era una reale condivisioni di interessi nazionali, il Daghestan per i russi, la minaccia sunnita per la Repubblica islamica sciita iraniana, per esempio». E adesso? «L’Europa, per esempio, avrebbe bisogno per fronteggiare la minaccia terroristica sempre più imminente, di un’intelligence condivisa, frutto di una politica di Difesa e sicurezza condivisa: ma questa non c’è, gli Stati obbediscono alle proprie regole costituzionali, e certe volte si creano dei buchi di informazioni di intelligence a causa della mancanza di comunicazione».
L’ITALIA
Ieri il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha alzato il livello di sicurezza. «L’Italia rispetto a molti altri Paesi è messa bene. Abbiamo acquisito un’esperienza spessa e profonda con il terrorismo delle Brigate Rosse: la nostra intelligence copre ottimamente il territorio e la nostra polizia lavora con consapevolezza della minaccia che ha di fronte. I due organismi sono perfettamente integrati e collaborativi. Il CASA, il comitato di intelligence strategica antiterrorismo, si riunisce giornalmente: è lì che si coordinano tutte le figure che tengono d’occhio il threat “terrorismo”. In più noi siamo un Paese che ha sempre dimostrato empatia, si guardi ai rapporti creati con le popolazioni locali durante le operazioni militari all’estero, e siamo particolarmente aperti all’azione umanitaria: questo ci permette di essere integrati tra la gente, tra le sottocomunità culturali della nostra società. Aisi e Aise (i servizi segreti interni ed esteri italiani, ndr) si muovono bene, hanno ottimi contatti, sanno quel che fanno».
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