La prima volta che ho visto "Traispotting" è stato quando è uscito in Italia e avevo 15 anni - e odiavo la Juve. Trainspotting non parla di Juve, però parla un po' di calcio. L'ultima volta che ho visto Trainspotting è sta la prima volta che sono uscito con Dan. Lo abbiamo visto sul portatile, in macchina.
A quindici anni se vedi Trainspotting un po' ti fermi a pensare. Soprattutto se a quindici anni esci con un gruppo di persone che sta iniziando a provare la droga: quella vera. L'eroina - e tutto il resto, a dire il vero.
A quindici anni eravamo nel 1996, e teoricamente l'eroina avrebbe già dovuto essere demodè. Soprattutto per uno che aveva quindici anni. C'erano le pasticche, di tutti i generi che andavano a ruba, cominciava a girare anche un po' di coca: non come adesso però. I miei amici non si facevano mancare niente, comunque.
Io non mi sono mai drogato: sono stato fortunato. Non particolarmente bravo. Fortunato. Come si dice, non ci sono cascato. Perché con la droga ci si casca: perché la droga dà piacere.
Se conoscete qualcuno che si droga, che si droga sul serio - non quelli che pippano a Capodanno e fanno le canne la notte di San Lorenzo, abbracciati sotto le stelle in spiaggia -, beh sì, quello vi dirà che è una gran figata. I miei amici mi dicevano che era una gran bella botta di vita farsi le pere - e sono stato fortunato perché mi dicevano anche, che se non avessero saputo che poi ci sarei finito in mezzo anch'io, ci sarei "cascato" si diceva, me l'avrebbero fatta provare. E poi non me l'hanno mai fatta provare: forse era un metodo per salire sul piedistallo o forse per invogliarmi ancora di più a salire anch'io. O forse erano drogati con la testa. Comunque ringrazio Dio - e quel piedistallo. Sono stato fortunato.
Adesso non si bucano più. Sono andati in comunità, qualcuno è stato più bravo anche di me che non ho mai cominciato - più fortunato, in realtà - perché ce l'ha fatta completamente. Altri come si dice, un po' sono rimasti sotto. Non hanno mai fatto grossi danni per fortuna. Avevano tutti i soldi in tasca, figli di famiglie brave con buoni stipendi e soldi da parte - anch'io ero così, ma i soldi li spendevo in pizzette e Cocacole, e mi è venuta la gastrite, però poteva andarmi peggio.
Parecchi, quasi tutti, non sono più miei amici: ci si incontra un paio di volte l'anno, per sbaglio, per strada, ci si saluta e via. Niente di più: non mi mancano.
Qualcuno invece no. Uno è ancora un mio amico - lui è stato bravo e fortunato, ha trovato una ragazza che lo ha aiutato e poi l'ha anche sposato. Non ci andavo tanto d'accordo con lei - o forse non ci vado d'accordo tutt'ora - ma devo dire che è stata qualcosa di molto vicino a quello che chiamano "una gran donna". Adesso stanno bene. Gli voglio bene, anche se lo vedo di rado - domenica scorsa ho fatto finta di rubargli la macchina mentre faceva bancomat, ma se n'è accorto e mi ha dato del "coglione": aveva ragione, sugli scherzi sono scarso (e poco fortunato, se non si fosse girato, magari ce l'avrei fatta e sai che ridere!).
Di quelli che erano più intimi non manca nessuno: del gruppo allargato uno non c'è più. Non era un mio amico, ma un ottimo conoscente. Meno fortunato di me, sotto tanti aspetti.
Cresciuto con Trainspotting, a quei tempi come potevi non pensare che la droga avesse anche un qualcosa di buono. Tranispotting è un gran film, non parla di droga, parla di vita: di vita con la droga.
Adesso sono passati più di quindici anni, da quando avevo quindici anni, e penso che la droga sia una gran cazzata. Senza moralismo, senza bacchettonismi e senza meanwelth. Ma ai tempi pensavo fosse figa - e ripeto non so come ho fatto a starne fuori, sul serio.
C'è un programma televisivo, che vale come Trainspotting (un po' meno in realtà, forse anche parecchio meno, ma importa relativamente). Uno di quelli che secondo il numero di IL in edicola in questi giorni, rappresenta la nuova letteratura. Si chiama "Breaking Bad", racconta di un professore di chimica che scopre di avere il cancro in fase terminale e allora decide di cominciare a produrre metanfetamine e spacciarle - l'intento è garantire un futuro prospero alla sua famiglia. Quindi è uno che fa il bene perpetrando il male, tipo Andreotti sulla scena finale del "Divo".
Protagonista che diventa antagonista, che non sai più da che parte stare: Vince Gilligan, che è l'ideatore c'è riuscito nel suo intento. Era questo che voleva, creare per certi versi un pezzo importante di televisione, rendendola molto meno prevedibile. Gilligan non è un drogato: è uno che ha lavorato a "X Files", altra cosa che andava forte quando avevo quindici anni, e poi s'è messo in proprio con questo che molti considera una specie di capolavoro. Ha preso sette Ammy Award e un mucchio di altri premi negli ultimi quattro anni. Da noi lo trasmette AXN, se siete intersesati - appena prima di quello che fa il registra porno e ha creato un business multimilionario con l'industria pornografica, mettendo la mamma a fare i conti e lo zio a fare un po' tutto e riprendendo la sua attività come un reality show: io quello lo ammiro parecchio.
Abdullah Saeed ha fatto una bella intervista a Gilligan, per Vice - che è un sito molto interessante, figo come la droga a quindici anni e che a proposito di premi e nomination concorre come "Miglior rivelazione" ai Macchianera Award.
L'intervista di Saeed si chiude bruscamente, racconta lui, con l'intervento di una collaboratrice di Gilligan che chiude perentoriamente davanti alla domanda "Vince, che droga preferisci?". Non lo sapremo mai: ma poi visto che non è un drogato che ne sa? È come chiederlo a me.
Anche se io una droga che preferisco ce l'ho: le anfetamine. Non le ho mai provate, è vero, ma quando avevo quindici anni - e ancora adesso - quando vedo la gente sotto anfetamine mi incuriosisco. L'eroina è triste, si addormentano e non parlano, le canne fanno ridere o dormire, la coca li sparanoia: le anfetamine li rende per certi versi interessanti.
Spudd, che si chiamava Daniel Murphy di nome vero, in una scena di Trainspotting mentre fa un colloquio di lavoro, è molto sotto effetto anfetamine e fa un discorso lunghissimo e senza senso - dice cose tipo "Mi spasso vedere gente a spasso". Ma è interessante. Poi non mi ricordo, ma mi sembra che non l'hanno assunto.
Le anfetamine sono anche terribili: ho pubblicato un po' di tempo fa sul mio Tumblr, un link ad un articolo di BuzzFeed - quanto è figo anche BuzzFeed, meglio della droga per un quindicenne! - che faceva una carrellata di diverse pubblicità contro l'uso di crystal meth, che poi sarebbe la metanfetamina cristallizzata, da fumare o sciogliere e mettersela in vena. Gli effetti sono terribili, le campagne per combatterla sono molto forti, perché la considerano la droga peggiore del mondo: distrugge i corpi, trasforma la psiche. La gente uccide, in preda a paranoie e raptus, si strappa la pelle dalle ossa in crisi di astinenza, si trasforma fisicamente: andate a farvi un giro, per capire.
Sempre su Vice, è uscito in questi giorni - l'intervista a Gilligan era di parecchio tempo fa - un altro articolo, stavolta di Jason Wallach, che si intitola "Una guida omnicomprensiva alla preparazione della metanfetamina in Breaking Bad". Di quel che parla, è chiaro il titolo. Si parte dalla storia, e da uno che si chiama Nagai Nagayoshi, chimico giapponese che dodici anni prima che io avessi quindici anni, nel 1983, sintetizzò per primo la meth. E poi Wallach ci racconta come si fa a fare la metanfetamina, attraverso il metodo (o i metodi) usati da Walt - il protagonista di Breaking Bad - con un po' di formule e qualche specifica non particolarmente puntuale. Ma troppo comunque, perché per fare la meth, per cucinarla come si dice, in casa, non serve essere dei chimici esperti: come per cucinare un hamburger non serve essere il Sig. McDonald - io a quindici anni, ci andavo spesso da McDonald e ancora continuo ad andarci, e qualcuno dice che anche quella è una droga. Solo che a cucinare gli hamburger non si rischia granché, al più si bruciano e non mangi un gran panino: con la meth invece ci rischia la pellaccia.
L'articolo non mi piace particolarmente - anche se Vice è comunque figo. Sia chiaro è davvero ben fatto e magari scriverne sempre di pezzi in quel modo, ma è troppo - anche se non è troppo - tecnico. Nel senso che da quelle cose scritte, da quei dati riportati, uno può capire che fare la meth in casa non è difficile. E poi magari comincia. E senza moralismi di nuovo: è vero certo che se voleva cominciare poteva farlo in altri modi. Figurati se in internet non trovi un tutorial su come fare in casa la metanfetamina. Secondo me c'è la risposta anche su Yahoo! Answer e alla Mayer non l'hanno detto.
Però, scriverci un articolo, anche se sei un sito anticonformista e metti il disclaimer all'inizio e poi comunque questa è informazione nel bene e nel male e è "la stampa bellezza!", a me non piace. Perché già il casino c'è e mettercene più non va tanto bene. Non metto il link all'articolo, perché sennò faccio come quelli che dicono indignati "ma si possono pubblicare certe foto", con la foto incriminata sotto. Faccio tipo prevenzione così: che poi di solito le cose quando dici di non farle, allora sì che ti va di farle - come quando avevo quindici anni e guardavo con invidia quelli che si drogavano. (Adesso che ho messo il punto andate tutti a cercare su Google, ma poi tornate perché ho altre cose).
Ci sono tanti casini legati alla droga, e adesso stanno arrivando anche qua. Su Internet. In Tumblr e su Instagram ci sono per esempio gli hasthtag #junkiesofig e #nodsquad che parlano di droga. Sono tossici che condividono esperienze: foto con pile di pasticche messe in ordine, siringhe e deliziose immagini di buchi sulla pelle da far invidia all'Avis. A proposito, se ti droghi non puoi andare all'Avis, e non puoi fare le analisi gratis ogni tre mesi: che sarebbe la leva comunicativa - le analisi gratis, visti i tempi - su cui l'Avis dovrebbe battere per la campagna simpatizzanti e donatori, ma è un altro argomento, ma ci penso da un po' e volevo dirlo. Ma le analisi gratis, d'altronde, se ti droghi e ti stai sfasciando che le fai a fare?
Adesso dev'esserci qualcuno in giro - forse, ma spero no, anche tra quelli che stanno leggendo - che dice che la colpa è di internet. Che è il vero gran casino: che qui c'è un gran brutto clima, e adesso c'è anche la droga. Ma quando io avevo 15 anni, internet non c'era e la droga sì. Ma va bene lo stesso, perché tanto è complicato da capire.
Però tutto sommato, sarebbe bello se la droga restasse solo su internet: perché se sta qui non sta nelle vene della gente. E poi sarebbe ancora più bello che potesse essere argomento centrale di articoli, libri, film e serial tv. Perché in quel modo sembra lontano. Sembra che sia in un posto dove noi non staremo mai. Quelli come me sanno che non è così, perché hanno speso settimane, fegato e polmoni, a parlare con una ragazza con un bel culo - a quindici anni cominci a riconoscerlo un bel culo - che mentre ti diceva che smetteva appallottolava la lingua e aveva le croste in faccia, grigia in faccia, con i buchi che si vedeva sotto la camicetta bianca a maniche a trequarti. Poi non ha smesso: ma credo adesso sì.
Non ti devi fidare dei tossici, i tossici sono bugiardi. Me l'hanno detto loro per primi.
E a quindici anni quando vedi una ragazza con un bel culo ridotta in quel modo, non è un gran bello spettacolo. Soprattutto poi se quella ragazza la puoi toccare - e gli puoi toccare anche il culo - e ci parli viso a viso, e ti incazzi nel suo stesso posto, la vai a prendere a casa con la tua fidanzata dei tempi e vorresti che quel tuo amico - a posto anche lui - poi un giorno ci si fidanzasse. Perché si piacevano, facevano del gran sesso alla faccia di quel coglione del ragazzo di lei - tossico pure lui, e di brutto - ma nemmeno quello è servito per strapparla all'eroina. La vena urlava più forte dei suoi orgasmi, si vede.
Sarebbe stato meglio che fosse rimasta in tele tutta quella roba è vero, con le canzoni di Iggy Pop e i gol di Archie Gemmil. E nemmeno tanto: perché ho imparato che con la droga il Murphy che vale di più non è Spud, ma quello della legge.
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sabato 31 agosto 2013
La legge di Murphy, quello di Trainspotting
martedì 13 agosto 2013
Abbagli
Passavo di lì. Poche centinaia di metri da casa.
A Bastia non c'è mai gran vita, figuriamoci un lunedì sera, settimana di Ferragosto.
Ma per allungare un po' l'ora della nanna a Tea, si girella: che poi alla fine la sera parte la calura e si sta anche bene.
Passavo di lì, via Roma. Posto di blocco. Pattuglia di carabinieri.
Paletta. Tocca a una Peugeot cabrio grigia. Dentro due adulti e un ragazzina, facce pulite, brava gente, di ritorno da una sagra probabilmente - me li vedo con la norcina e l'arvoltolo con Nutella ancora sullo stomaco.
Ma la legge è legge e l'Arma è lì per farla rispettare: la luce del veicolo è fioca. Dev'esserci un fanale che non funziona. C'è la multa.
Ma prima si controlla.
Io, Dan e Tea, rallentiamo il passo - Tea smette anche di vocalizzare. La scena si preannuncia buona, attraversiamo la strada per sentire anche la conversazione - scelta che si rivelerà ottima - ché il video senza audio non ci basta.
È agosto a Bastia, e c'è poco da fare.
Stanno tutti schierati davanti al muso della macchina: padre, madre e figlia, carabiniere Uno - alto, fisico ben messo, con la giusta quantità di pancia, dirige le operazioni - e carabiniere Due - poco distante, più bassetto e tarchiato, che controlla il codice, cerca il cavillo, vuole la multa.
Le guardia sembrano un po' Mutt e Jeff per scendere nello stereotipo.
Tutti pronti, posti in prima fila - anche per noi, che rallentiamo spudoratamente e facciamo finta di fermarci a riflettere su una nostra discussione. Si provano le luci, allora: via con le posizioni e gli anabbaglianti. Neanche fossimo a timelapse, all'Opera House di Sidney.
Tutto bene, quelle vanno. Lampeggiamenti e frecce, indagine sospesa, si cerca altrove.
È il momento del gran finale: la luce col botto, tuono e fulmini: Uno si sente Raijin, e chiede di sparare gli abbaglianti. Dirige lui. Chiama il pilota.
Quello, da dentro la macchina non capisce, e allora Uno deve alzare la voce. È lui in regia, è lui lo Zeus bastiolo. Fuoco, lampi, lampeggiare. Ripete, paziente - nemmeno troppo - sicuro, secco, perentorio.
Dev'essere stato l'aumento di tono ad attirare l'attenzione, persa tra i codici, di carabiniere Due. Sensibile e simbiotico al collega, come fossero due gemelli, Hunahpu e Xbalanque.
Due alza la testa di scatto, esce dalla lepordiana posa ed entra in veste operativa: guarda il tipo minaccioso e urla seccato. "Abbagli!".
Gli abbaglianti funzionavano.
A Bastia non c'è mai gran vita, figuriamoci un lunedì sera, settimana di Ferragosto.
Ma per allungare un po' l'ora della nanna a Tea, si girella: che poi alla fine la sera parte la calura e si sta anche bene.
Passavo di lì, via Roma. Posto di blocco. Pattuglia di carabinieri.
Paletta. Tocca a una Peugeot cabrio grigia. Dentro due adulti e un ragazzina, facce pulite, brava gente, di ritorno da una sagra probabilmente - me li vedo con la norcina e l'arvoltolo con Nutella ancora sullo stomaco.
Ma la legge è legge e l'Arma è lì per farla rispettare: la luce del veicolo è fioca. Dev'esserci un fanale che non funziona. C'è la multa.
Ma prima si controlla.
Io, Dan e Tea, rallentiamo il passo - Tea smette anche di vocalizzare. La scena si preannuncia buona, attraversiamo la strada per sentire anche la conversazione - scelta che si rivelerà ottima - ché il video senza audio non ci basta.
È agosto a Bastia, e c'è poco da fare.
Stanno tutti schierati davanti al muso della macchina: padre, madre e figlia, carabiniere Uno - alto, fisico ben messo, con la giusta quantità di pancia, dirige le operazioni - e carabiniere Due - poco distante, più bassetto e tarchiato, che controlla il codice, cerca il cavillo, vuole la multa.
Le guardia sembrano un po' Mutt e Jeff per scendere nello stereotipo.
Tutti pronti, posti in prima fila - anche per noi, che rallentiamo spudoratamente e facciamo finta di fermarci a riflettere su una nostra discussione. Si provano le luci, allora: via con le posizioni e gli anabbaglianti. Neanche fossimo a timelapse, all'Opera House di Sidney.
Tutto bene, quelle vanno. Lampeggiamenti e frecce, indagine sospesa, si cerca altrove.
È il momento del gran finale: la luce col botto, tuono e fulmini: Uno si sente Raijin, e chiede di sparare gli abbaglianti. Dirige lui. Chiama il pilota.
Quello, da dentro la macchina non capisce, e allora Uno deve alzare la voce. È lui in regia, è lui lo Zeus bastiolo. Fuoco, lampi, lampeggiare. Ripete, paziente - nemmeno troppo - sicuro, secco, perentorio.
Dev'essere stato l'aumento di tono ad attirare l'attenzione, persa tra i codici, di carabiniere Due. Sensibile e simbiotico al collega, come fossero due gemelli, Hunahpu e Xbalanque.
Due alza la testa di scatto, esce dalla lepordiana posa ed entra in veste operativa: guarda il tipo minaccioso e urla seccato. "Abbagli!".
Gli abbaglianti funzionavano.
giovedì 9 maggio 2013
Occhio che fuori non vi capiscono
Dell'incapacità del Pd di percepire la realtà circostante credo di aver parlato svariate volte.
Tra questi pezzi di realtà esterna, c'è n'è anche uno fatto dalla (grossa) fetta di gente che non ha preso bene, mettiamola così, l'accordo di governo con Berlusconi. E non lo scrivo per confermare quello che dicevo da tempo: diciamo che è una di quelle osservazioni empiriche che servono a confermare una teoria.
Ieri mentre ero in fila per fare un controllo ortopedico a Tea - a proposito, tutto bene: il braccio sembra essere andato a posto, grazie a Dio - ho inevitabilmente intercettato una discussione tra due tipi, in fila anche loro seduti di fianco a me.
I due erano elettori di sinistra da prima che il Pd fosse nei sogni a stelle e strisce weltroniani. Ortodossi quanto basta, erano di quelli che votano il Partito perché è quel che vogliono e perché in fondo è in quello che credono da sempre. In fondo. Non erano due intellettuali: gente normale, pratica, anche brava dall'aspetto, che incarna la media degli italiani. Umbri di provincia, che sintetizza il tutto.
Ecco, insomma, quelli là, erano piuttosto incazzati di come erano andate le cose. E non faceva altro che parlare di spartire il potere, di voglia di autosostentamento, di paura che potesse finire il giochetto, di autoreferenzialità e di accordi sottobanco. Che non è che proprio usassero terminologie auliche, è inutile che lo sottolineo, ma il senso è questo.
Su tutte però, ce n'era una di parola che girava spesso al centro della discussione: inciucio.
Dunque se io fossi il Pd, adesso, mi sbrigherei a spiegare ai quattro venti perché si è fatto un accordo con uno che rappresentava fino a pochi giorni fa il male del nostro sistema democratico - e forse lo è davvero - e adesso è diventato un fido alleato con cui condividere il destino.
Perché se è vero che ormai in ballo, serve ballare, è anche vero che serve che a quei poveretti che tutte le volte alle urne mettono la X nel simbolo "giusto", si dia una qualche spiegazione. È loro diritto averla. Altrimenti, poi, la prossima volta hai voglia a dire che la gente non ti ha capito.
lunedì 1 aprile 2013
Il risvolto
Deve aver avuto sui sedici anni. Era dietro di me in fila alla cassa del supermercato.
Rapper, così si è definita lei stessa mentre parlava con i due tipi hipster che erano con lei. Coppia che secondo il buon archetipo del caso, ironizzava sul suo cappello da baseball messo un po' così, altro archetipo dell'altro caso. Ma che i vestiti di lei, non venivano certo da Beacon's Closet era solo l'ultimo dei motivi di critica alla ragazza.
La discussione verteva sul fatto che il rap era roba vecchia - a dir loro.
Che poteva anche essere giusto, è una parte marginale della questione. Stesso vale anche per la risposta di lei: "sì ma io almeno ho un risvolto in quel che faccio, perché mi hanno chiamato a registrare". Che uno dei due, colto e immerso tutto il giorno come sarà stato nell'emozioni di Chet Baker, ha subito riso per quel termine che è sembrato un po' fuori posto anche a me.
Non è nemmeno intorno a quel "risvolto" che ruota tutto, però: lei, anche se lo definiva in modo opinabile, qualcosa in mano almeno lo aveva sarebbe stato da dire (e loro?).
No: il fatto era la discussione in sé, e basta.
Ho pagato e sono uscito: li ho lasciati lì che chiacchieravano ancora. Ed ero contento.
Certo lei di sicuro non conosce a memoria i saggi di Norman Mailer, ma ha le idee chiare almeno e già è un bel po'. Ed è pure vero che per rappare serve una profonda proprietà di linguaggio e un ampia abilità logico-lessicale, che lei non sembrava avere, ma forse era nascosta sul risvolto dei jeans sopra le Adidas alla B.O.B. .
Ma più di tutto ero felice che qua da noi - fra una rotonda e una a strada da rattoppare - c'era anche gente che discute di certe cose.
E per un attimo mi è sembrato di stare in fila da Tesco, e ho svoltato la giornata.
Rapper, così si è definita lei stessa mentre parlava con i due tipi hipster che erano con lei. Coppia che secondo il buon archetipo del caso, ironizzava sul suo cappello da baseball messo un po' così, altro archetipo dell'altro caso. Ma che i vestiti di lei, non venivano certo da Beacon's Closet era solo l'ultimo dei motivi di critica alla ragazza.
La discussione verteva sul fatto che il rap era roba vecchia - a dir loro.
Che poteva anche essere giusto, è una parte marginale della questione. Stesso vale anche per la risposta di lei: "sì ma io almeno ho un risvolto in quel che faccio, perché mi hanno chiamato a registrare". Che uno dei due, colto e immerso tutto il giorno come sarà stato nell'emozioni di Chet Baker, ha subito riso per quel termine che è sembrato un po' fuori posto anche a me.
Non è nemmeno intorno a quel "risvolto" che ruota tutto, però: lei, anche se lo definiva in modo opinabile, qualcosa in mano almeno lo aveva sarebbe stato da dire (e loro?).
No: il fatto era la discussione in sé, e basta.
Ho pagato e sono uscito: li ho lasciati lì che chiacchieravano ancora. Ed ero contento.
Certo lei di sicuro non conosce a memoria i saggi di Norman Mailer, ma ha le idee chiare almeno e già è un bel po'. Ed è pure vero che per rappare serve una profonda proprietà di linguaggio e un ampia abilità logico-lessicale, che lei non sembrava avere, ma forse era nascosta sul risvolto dei jeans sopra le Adidas alla B.O.B. .
Ma più di tutto ero felice che qua da noi - fra una rotonda e una a strada da rattoppare - c'era anche gente che discute di certe cose.
E per un attimo mi è sembrato di stare in fila da Tesco, e ho svoltato la giornata.
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