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martedì 29 dicembre 2015

Anonymous ha difeso l’Italia da un attacco terroristico?

(Pubblicato su Formiche)

“Non abbiamo bisogno di essere creduti, l’importante che nessuno muoia”. Questa è la spiegazione ufficiale che il collettivo di hacker Anonymous ha dato in un tweet del 28 dicembre a proposito della pubblicazione su Twitter di un altro messaggio in cui Anonymous indicava, pochi giorni prima, di essere riuscito a sventare un attentato che lo Stato islamico stava per compiere in Italia. Messaggio, quest’ultimo, apparso per la prima volta alle 7:38 del 25 dicembre, poi rimosso dall’account @OpParisOfficial che il movimento di hacktivisti usa per diffondere le notizie in merito alla propria campagna “anti Isis”, ed infine ripubblicato alle 14:26 del 28 dicembre.

LA VICENDA

Arturo di Corinto su Repubblica.it ha ricostruito l’accaduto grazie ad una conversazione avuta via chat con un attivista di Anonymous che si è fatto chiamare “X”. Al momento quella di Repubblica è l’unica ricostruzione “più dettagliata” fornita dal movimento, che ha annunciato la pubblicazione a breve di un video in cui spiegherà come sono andate le cose. Scrive il quotidiano: “Un attivista francese collegato ad Anonymous avrebbe intercettato una conversazione privata tra due presunti jihadisti che parlavano della pianificazione di un attacco terroristico da compiersi in un comune italiano. La notizia, passata ai coordinatori dell’#OpParis ha fatto quindi scattare l’allarme e la decisione degli anons italiani di diffonderla”. In pratica, spiega “X”, il collega francese è entrato nell’account Twitter di un presunto jihadista, “che usava una password del cavolo, alahakbar123″, e ha trovato in uno scambio di messaggi privati con un altro presunto jihadista la parola “colpiremo” in riferimento a una ignota città italiana. Il francese ha segnalato la faccenda all’organizzazione che ha provveduto a bloccare l’accesso ad “alahakbar123″, silenziandolo e impedendogli di andare oltre nella pianificazione, mentre l’altro elemento della conversazione sarebbe stato raggiunto da altri hacktivisti di Anonymous, i quali lo avrebbero avvisato di aver intenzione di comunicare il suo piano alle autorità italiane, bloccando e sventando così l’attentato. Stesso genere di dinamiche è stato poi riportato da Marta Serafini sul Corriere della Sera: la giornalista ha contattato un esponente del movimento, anche lei via chat (si tratta della stessa fonte?).

DOMANDE E CONFERME

Dall’Italia la Polizia e l’intelligence non confermano le dichiarazioni di Anonymous, che hanno ricevuto critiche anche da diversi osservatori online: “Spiegatemi come fa un gruppo di ragazzini a bloccare un uomo con un AK47 e una bomba dalla propria tastiera. Yeah, io ho fermato un’invasione aliena”, risponde un utente di Twitter al messaggio in cui il gruppo dice di “non aver bisogno di essere creduto”. La notizia, tra gli addetti ai lavori, diffusa inizialmente dal giornale britannico Daily Mail, aveva destato sospetti sulla fondatezza.

IL PARERE DEGLI ESPERTI

Uno degli aspetti meno chiari della vicenda, spiegano alcuni esperti ascoltati da Formiche.net, è cosa si intenda per “attacco”. Alcuni media, per semplificare, hanno usato la parola “attentato”. Ma, fanno notare addetti ai lavori, “non si tratta della stessa cosa”. I jihadisti “pianificavano un attacco informatico? O un’azione violenta sulla scia degli ultimi attentati in Francia?”. Ma anche in caso di azioni informatiche, “a cosa miravano i terroristi?”. Sono pochissimi, al momento, “gli attacchi informatici in grado di arrecare un danno che possa causare anche vittime. E, tutti, sarebbero di difficile realizzazione per una semplice organizzazione, se non coadiuvata da apparati di intelligence e cyber eserciti di veri e propri Stati”. Forse lo scenario sarà più chiaro quando Anonymous diffonderà il suo video esplicativo, “ammesso che ciò che dica sia vero”, evidenziano ancora esperti che chiedono l’anonimato.

GLI ALTRI ELEMENTI NON CHIARI

Altro elemento non chiaro è la rimozione del post inizialmente pubblicato tre giorni fa: c’è stata una discussione interna al movimento? Perché è stato cancellato per poi essere rimesso online? Servivano verifiche, poi arrivate? Sono domande che per il momento non trovano risposta. Ufficialmente, il movimento spiega in un altro tweet di non poter parlare ancora, perché parte dell’operazione è ancora in corso.

COSA FA ANONYMOUS

Anonymous è un collettivo senza struttura, “chiunque può indossare la sua maschera e usarne il nome” recita uno slogan del gruppo: “L’elemento che per lungo li ha caratterizzati è stata la battaglia contro la censura dei governi e la manipolazione religiosa”, ha spiegato Di Corinto in un pezzo pubblicato sul sito Che Futuro!. Da diverso tempo, combatte anche lo Stato islamico con propri metodi. Dagli attentati del 13 novembre a Parigi, il movimento che si nasconde dietro la maschera di Guy Fawkes ha lanciato con un videomessaggio su Youtube un’operazione denominata #OpParis, attraverso la quale ha colpito molti profili che uomini legati al mondo jihadista utilizzavano sui vari social network e ha oscurato diversi siti e forum che contribuivano al reclutamento online dei combattenti islamisti. In realtà questo genere di operazioni è iniziato nel 2014, sostenuto anche da hacker indipendenti, per combattere quello che è stato definito il “Cyber Caliphate”: lo Stato islamico è molto forte a livello mediatico e sfrutta i moderni spazi online con l’attenzione e precisione forniti da professionisti che lavorano per le aree media dell’organizzazione del “Califfo”. La campagna internet “anti Isis”, oltre che dagli attivisti come quelli di Anonymous, è stata sostenuta dalle strutture di sicurezza delle stesse aziende proprietarie dei social network, tanto che sia il fondatore Jack Dorsey che il ceo di Twitter Dick Costolo sono finiti al centro delle minacce dei proseliti dell’Isis.

#OpParis IN ITALIA

Pochi giorni dopo l’annuncio del lancio di #OpParis a novembre, un elemento di Anonymous Italia aveva parlato con l’Agi, e rivelato, anonimamente, alcuni dettagli dell’operazione contro il “Califfato”: “Ci sono quattro persone che coordinano l’offensiva. Si tratta di un’operazione di intelligence senza attacchi di tipo DDoS (quelli che mettono offline i siti, ndr), che hanno più che altro valore per i media: il vero scopo della campagna “#OpParis” – ha aggiunto l’hacker, che l’Agi dice di essere tra i più noti tra gli addetti ai lavori – è localizzare e intercettare le comunicazioni dei terroristi”. Praticamente quello che secondo il testimone “X” sentito da Repubblica è avvenuto nei giorni prima di Natale. Già a febbraio, dopo i fatti di Charlie Hebdo, Anonymous aveva segnalato una serie di account italiani che si sono poi rivelati effettivamente utilizzati da reclutatori jihadisti presenti in Italia.

LE CONTROVERSIE

Se è vero che la campagna, fatta anche di troll (le “prese in giro” su internet), ha spesso smontato l’apparato “cyber” costruito dal “Califfato”, persiste un problema nelle operazioni di Anonymous, che interessa le sue attività in generale, e non solo quelle per così dire di counterterrorism: colpiscono ciò che il gruppo ritiene “un obiettivo”, ma è pur sempre il gruppo a decidere, peraltro senza una struttura verticistica. Queste decisioni sono in mano ad un’entità extra giuridica che si muove al di fuori delle leggi e del diritto di uno Stato, violando vari livelli di riservatezza, pilastro del vivere comune, in nome di una sorta di trasparenza assoluta e unilateralmente decisa dagli hacktivisti. “Il giustizialismo fai-da-te dei piccoli Saint-Just della Rete sembra però ignorare tutto ciò ed è proiettato verso una completa assenza di riservatezza”, ha scritto Carlo Lottieri dell’Istituto Bruno Leoni sul Foglio.

GLI INTERROGATIVI

Che cosa succederebbe se tra i nomi diffusi online da Anonymous nella lista continuamente aggiornata di jihadisti, ci finissero persone estranee ai fatti? Fino a che punto sono approfondite le analisi degli hacktivisti? Se i due elementi che il gruppo dice di aver bloccato prima di colpire l’Italia, stessero semplicemente scherzando come può capitare a tutti? Chi restituirebbe loro il valore della propria privacy? Su queste domande si sono interrogati membri dello stesso Anonymous, come riportato in una discussione che si è sviluppata su Pastebin, quando il collettivo ha iniziato a pensare di pubblicare le generalità dei propri obiettivi (discussioni analoghe avvennero nel caso di un attacco al Ku Klux Klan). Più volte gli analisti hanno sottolineato che gli account di simpatizzanti, proseliti e combattenti, sono una fonte di informazioni. Per questo, in alcuni casi, è stato chiesto ai gestori dei social network di non oscurarli. Sotto quest’ottica, la chiusura indiscriminata degli account da parte di Anonymous può portarsi dietro un’altra problematica, perché toglie informazioni preziose agli investigatori e può essere controproducente.

E in tutto questo, se fosse una bufala la notizia dello sventato attentato in Italia, che ne sarebbe dei titoloni apparsi sui media italiani? Come “risarcire” i lettori?

giovedì 18 giugno 2015

Il soldato russo in Ucraina e i selfie

(Pubblicato su Formiche)

Nell’ultima settimana, sia la Nato che la Russia hanno fatto registrare una specie di escalation nel rafforzamento militare ai confini. La Nato ha comunicato la decisione statunitense di inviare armi pesanti (tank e blindati) nelle repubbliche baltiche, la Russia ha risposto dicendo che si sentiva minacciata e così avrebbe predisposto una quarantina di missili balistici nucleari nella basi più vicine all’Europa.

La decisione americana di usare il Baltico come parcheggio per carri armati (semi-cit. delFoglio), nella speranza di creare deterrenza e “non” fare la guerra con Putin ─ e ci mancherebbe altro ─ è arrivata dopo nuove evidenze di movimenti russi al confine ucraino. Settimane fa i reporter della Reuters avevano visto e raccontato i movimenti di mezzi militari verso un poligono di tiro diventato base militare a soli 50 chilometri dentro la frontiera russa: un incremento di oltre due terzi della presenza. Lo scorso anno, proprio in estate i ribelli separatisti filo-russi lanciarono una sanguinosa offensiva contro Kiev.

Il governo russo opera una netta distinzione tra ciò che chiama “volontari” provenienti dalla Russia ─ e cioè combattenti con esperienza militare che non sono attualmente arruolati nelle forze armate russe, ma stanno combattendo in Ucraina per scelta ─ e i militari attivi che potrebbero essere in Ucraina soltanto dietro a un ordine chiaro e diretto dell’esercito russo, e quindi dell’esecutivo stesso. Il presidente Putin ha più volte ribadito che non ci sono combattenti di questo secondo genere.

È una distinzione fondamentale per il governo russo, perché: uno, per essere presenti i soldati russi in Ucraina, dovrebbero aver ricevuto l’approvazione del Parlamento ad una missione militare, ma non essendoci nessun documento ufficiale del genere, vuol dire ─ a detta del Cremlino ─ che non è possibile che ci siano militari russi in suolo ucraino; secondo, se Putin ammettesse l’impegno militare contro Kiev, sarebbe molto più difficile per lui giustificare la crisi economica del Paese con le “ingiuste” (a detta sua) sanzioni occidentali; se ammettesse di portare avanti una guerra di annessione non provocata verso un’altra nazione sovrana, avrebbe un possibile calo di consensi vista la situazione russa ─ da notare che la maggioranza della popolazione era a favore dell’annessione della Crimea (meno ad un’azione militare), perché vedevano quello che stava succedendo nella penisola ucraina come una legittima sollevazione popolare (contro i “nazisti” ucraini, ci si tornerà).

La verità però è che, se si tralasciano le posizioni ufficiali di Mosca (che hanno un chiaro secondo fine propagandistico), le prove della presenza militare russa all’interno dell’Ucraina sono ovunque: in primo luogo sui social network, che in questo momento danno molto spesso una visione più completa di quella che si ottiene dal campo. A fianco a queste evidenze, chi segue il conflitto(i) su Facebook o Twitter, per esempio, si è abituato a convivere con una serie di falsi e bufale: alcune volute, frutto di operazioni mediatiche e di propaganda studiate a tavolino, altre frutto della disattenzione e del cattivo processo di controllo e verifica delle informazioni. È così che “prove schiaccianti” di soldati russi in Ucraina sono rinvenibili in foto che invece sono state scattate sette anni fa in Georgia, e le facce dei “nazisti pro-Kiev” sono quelle di membri di gruppi neonazi russi ─ i “nazisti” sono uno dei grandi temi di questo conflitto: la Russia li usa e li ha usati come spauracchio storico per definire la base pro-Kiev ucraina, quelli che secondo Mosca hanno generato il caos nel Paese per prendersi il governo, e dunque vanno (per ovvie ragioni, tra cui quelle storiche, appunto) combattuti; ovvio dire che non è così, basta vedere i risultati dei partiti di estrema destra alle ultime elezioni, i due partiti più estremisti (Svodoba e Settore Destra) insieme non raggiungono il 3 per cento.

Il fatto che nel “mondo” del conflitto ucraino esistano vari generi di bufale e disinformazioni che si diffondono rapidamente in Internet, si potrebbe definire “l’epidemia del momento”. Altri nodi di quella stessa rete, però sono personaggi come Eliot Higgins, il blogger di “Brown Moses”, che indagano e verificano continuamente con estrema professionalità il materiale che entra nei social network dal campo (sono la cura a quelle malattia). Al punto che Higgins, insieme ad Aric Toler(uno che fa il suo stesso lavoro), è stato assunto dall’Atlantic Council per contribuire al report “Hiding in Plain Sight” (più o meno “nascondersi in piena vista”): foto di uomini al fronte, georeferenziazione delle posizioni, analisi degli armamenti e delle divise, tutto basato su fonti open-source (essenzialmente i principali social network), che dimostrano il coinvolgimento russo.

Il report ha suscitato polemiche in Russia, dove i media pro Cremlino lo hanno definito fazioso e frutto della linea politica dell’Atlantic Council.

Vice News ne ha però consolidato l’attendibilità tracciando il percorso di un soldato russo con cui aveva avuto contatti precedentemente. L’uomo si chiama Bato Dambaev, è un buriato, etnia siberiana al confine con la Mongolia, che è regolarmente arruolato tra i soldati russi. Dambaev aveva postato su VK (una sorta di “Facebook russo”) diverse foto che lo ritraevano in uniforme: il reporter di Vice Simon Ostrovsky ha ripreso le foto e si è recato esattamente nei posti in cui erano state scattate da Dambaev ─ così in alcune immagini si vedono affiancate le foto del soldato e quelle del giornalista. Il percorso seguito dal reporter (qui il video) ha fatto tappa sia lungo le zone di confine dove Mosca ha ammassato migliaia di soldati, sia all’interno del territorio ucraino.

Tra i vari posti, è stato ritrovato il luogo esatto di un’istantanea scattata da Dambaev ad un posto di blocco. Dambaev (con diversi altri compagni) era in mimetica senza insegne e con un bracciale bianco al braccio ─ abbigliamento tipico delle forze ribelli filorusse. «Presa da sola, la fotografia di un soldato con sembianze asiatiche, in piedi su alcuni sacchi di sabbia, in posa con un fucile in mano, non sembrerebbe indicare molto» scrive Vice. Se non che quella foto è stata scattata ad un posto di blocco a pochi chilometri da Debaltseve, una città dell’Ucraina orientale teatro a febbraio (nei giorni in cui si facevano gli accordi Minsk II) di violenti scontri che hanno visto la vittoria dei separatisti e il ritiro delle truppe governative. Una passaggio strategico conquistato dai ribelli, che collega Luhansk con Donetsk, e che senza il coinvolgimento russo, con i soldati come Dambaev, forse ancora sarebbe in mano a Kiev.


giovedì 11 giugno 2015

Perdere tempo con Eco

Nota: tutto le considerazioni che seguono, non hanno alcun significato, anche perché voi rimarrete delle vostra opinione (che per me è sgangherata) e io della mia (che per voi è distorta). Sai che me ne frega.

Umberto Eco (a questo punto nei molti articoli scritti segue descrizione sul chi è: ma già il fatto che ce ne sia bisogno potrebbe bastare per chiuderla qui). Dicevamo, dunque, che Umberto Eco ha fatto un intervento molto critico sui social network e su Internet a latere di una lectio magistralis all'Uni di Torino dove ha preso una laurea d honerem (tu senti che giro di latinismi che è uscito fuori, che Madonna mia rosa rose rosam) Le parole di Eco non sono state pronunciate durante la lezione, che aveva come centro i complotti e i complottisti, e che per ragioni ovvie (siete in troppi schiantati, mannaggia!), trova terreno fertile nella critica alla Rete. Quello che ha detto Eco, e ripreso dai media, viene dal successivo incontro con i giornalisti: contestualizzare serve.

Uno dei passaggi più sottolineati è questo: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Dino Ameduni si è divertito a sostituire il termine "social network"  con "giornali": provateci pure voi, funziona. 

I social network sono uno spazio occupato da persone vere ─ sono uno spazio, non un mezzo, non uno strumento, sono come un bar, un ufficio, un teatro, un campo da calcio. Dunque quelle persone vivono un contesto sociale, dunque se le persone sono sceme, imbecilli che dir si voglia, non è che lo sono perché si trovano su un social network ─ oppure è possibile che una decida di fare lo scemo su un s.n., ma è come se decidesse di farlo al bar, mentre al lavoro fa il bravo ragazzo (niente di nuovo). Il problema, ammesso si volesse parlarne, è nelle persone, che sono sceme e non nei social network: che al più ci danno soltanto la conferma di quello che abbiamo di fronte. La differenza, rispetto a prima, è che adesso nei s.n. ci si può trovare insieme, contemporaneamente, a migliaia di persone, e dunque avere uno spettro molto più ampio (con molti più potenziali scemi, allora) rispetto ai quattro gatti del bar del paese: ma sempre lì stiamo. Come è ovvio, nei social network come al bar, ci sono anche un mucchio di persone in gamba, sorridenti, intelligenti, divertenti, colte e geniali. Il fatto che a queste persone venga data la stessa possibilità di espressione che viene data a un premio Nobel è un bene per il mondo: perché magari nel più remoto paesino della campagna umbra c'è un qualche genio che non si sarebbe mai espresso al di fuori del bar, e invece grazie a quella grossa piazza che è Twitter (per dirne uno) ha potuto condividere con tutti la sua genialità ─ per dire. È una fregnaccia al limite del settario, dunque, il "ora hanno lo stesso diritto di parola".

Stessa operazione di prima, quella della sostituzione dei termini, provate a farla in quest'altro passaggio: «La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità». Invertite la parola "Internet" con "libri". Ci siamo capiti, no?

Questo è un altro aspetto di quello che dice Eco, che invece riguarda l'informazione ─ che non è necessariamente la stessa cosa, diteglielo: Internet è una roba che va oltre il semplice concetto di informazione, e i social network ancora di più. Qui la questione, spesso affrontata da chi scrive, è che c'è un mare di ignoranza diffusa (siamo di nuovo a quel "ammesso si volesse parlarne" sulle persone sceme di poche righe sopra), che non permette alle persone di distinguere le fonti da cui informarsi: ma la colpa di questo, non è di certo di Internet.

Ad avallare questo ─ che non ne avrebbe bisogno, ma va beh ─ c'è una considerazione su fatti. È necessario sapere che benché voi continuate a leggere le notizia del sito "che la sa più lunga", perché pensate che in quel modo potrete arrivare a cena e saperla più lunga,  il grosso delle informazioni che riceviamo oggi da internet non si contrappone a quelle che riceviamo dalle fonti di informazione tradizionali: i principali diffusori di notizie e informazioni online sono gli stessi che lo erano offline. Cioè, per essere chiari, le info in Internet vengono messe da media come il Corriere della Sera, RAI, TgCom, Ansa (e pure da quelli più improvvisati come Repubblica). Siti di giornali già cartacei, reti televisive, agenzie di stampa. Quando diciamo che su internet circolano molte notizie false, quelle sono in buona parte notizie false immesse o amplificate in rete dai siti dei giornali e che i giornali di carta già immettevano e immettono nell'informazione che offrono ai loro lettori ─ anzi, adesso, magari, incrociando più dati, riusciamo a capire meglio se ci sono degli errori. Per esperienza personale, vi posso assicurare che il grosso degli errori gira per colpa di (in)esperte redazioni giornalistiche, che magari hanno usato come fonte un social network, senza verificare adeguatamente (ma il problema è questo: prima dei social network usavate come fonte la gente al bar? Magari sì, ma volevate verifiche, essere certi di quello che facevate. Ora perché invece vi prendete un post su Twitter scritto da uno sconosiuto come oro colato? Siete voi che non avete capito un tubo su come funziona, non gli altri che sbagliano a darvi l'informazione. Tra l'altro, la cosa assume anche un valore socio-economico, perché se un giornalista non riesce a distinguere le bufale dalle notizie, allora a che serve la sua paga?).

Insomma, per chiuderla qui, la questione è che la considerazione di Eco è superficiale, che spinge su stereotipi vecchi e su generalizzazioni mal funzionanti. Ha una parte pure giusta, quella del recepire le informazioni per esempio, ma trova una soluzione sbagliata, incolpare Internet. Sul discorso degli imbecilli, stasera guardatevi intorno al supermercato, poi ne riparliamo.


mercoledì 20 agosto 2014

La social media strategy dello Stato Islamico

(Pubblicato su Formiche)

Il valore documentale e di testimonianza delle immagini della decapitazione del giornalista americano James Foley – scomparso in Siria nel 2012 e giustiziato martedì dai soldati dell’IS – è indubbiamente potentissimo.

Tuttavia si è scatenata attorno a quelle stesse immagini una lunga polemica – più in Italia che in altri paesi, a dire il vero. Come se non guardare quel video potesse essere una forma di resistenza alla barbarie politica e mediale messa in scena dallo Stato Islamico. Può essere: fatto salvo che si tratta di un evento importante, ma cruento, e dunque le immagini sono altrettanto sanguinose; e fatto salvo pure che è normale in certi casi, che siano proprio le immagini a trasformarsi (per la natura stessa della vicenda) da forma a contenuto. Come fossero un “certificato per il futuro” dell’avvenimento – pensate alla caduta delle Torri Gemelle.

Resta che la discussione è parte della strategia media dello Stato Islamico (ahnoi!). Le storie più lette dai siti di lingua araba, sono attualmente quelle che riguardano le atrocità medioevali (violenze sessuali, rapimenti, decapitazioni) commesse dall’IS: poco importa se siano vere o no.

Anzi, molte sono state travisate – più o meno con dolo – dalla stampa occidentale e dalla condivisione compulsiva, ma hanno ottenuto lo stesso un enorme “successo di pubblico”. È il caso, per esempio, della storia che ha coinvolto l’ex segretario di Stato Hillary Clinton (probabile contender democratico per le presidenziali del 2016): di nuovo il libro di memorie “Hard Choices” finito al centro del mirino, quando diversi siti avevano pubblicato indiscrezioni che raccontavano che nelle pagine era inserito un capitolo su quando (e come) gli Stati Uniti assistettero la nascita dell’allora Isis come potenziale strumento di divisione del mondo arabo, piano che – secondo la storia – fu abortito per l’avvento delle Primavere arabe e prese poi una piega incontrollata. Niente di vero, ma questo non è bastato a fermare la fantasia e la trasmissione popolare della vicenda.

Tutta pubblicità per il Califfo, riprendendo un mantra deviato del marketing, volgarmente razionalizzabile nel “bene o male, purché se ne parli”. Lo stesso dicasi nel caso dellacirconcisione femminile forzata, della modifica dei versetti coranici, delle minacce di distruzione a la Mecca; notizie che nel tempo sono state raccolte sotto la colonna delle bufale, ma che sono passate dai principali quotidiani e siti di news di tutto il mondo. Una brutalità virale, che ha fatto il gioco dello Stato Islamico. Analogo il caso della sposa bambina - lo stesso sottoscritto c’era cascato (stavolta) anche avallato dalla diffusione su rispettabili giornali inglesi. Quella ragazzina in realtà non stava sposando un militante, ma la ricostruzione della vicenda ci ha restituito una verità ben diversa: la bambina, mentre recitava il Corano durante un concorso a Raqqa, si era sbagliata ed era scoppiata in un pianto imbarazzato, consolato da un membro dello Stato Islamico che faceva da conduttore dello pseudo-festival.

Serve una puntualizzazione: il discorso non vuole assolutamente cristallizzare l’immagine dell’IS e non vuole creare i presupposti per una sorta di scusante o di elevazione. Ha l’unica utilità di evocare passaggi noti, che hanno permesso al Califfato, pur nell’errore, di diffondersi ampiamente tra il pubblico mondiale. E si sa, che questa diffusione mediatica è un punto di forza del Califfo, anche (e soprattutto) come leva per il reclutamento di adepti in giro per il pianeta.

Un’altra di queste storie – che va molto in questi giorni anche grazie al facile complottismo diffuso – racconta di quando il senatore americano John McCain avrebbe incontrato l’attuale Califfo, all’epoca Abu Bakr al-Baghdadi: secondo la storia sarebbe un uomo della Cia, finito fuori controllo o – in base a successive e fantasiose deviazioni – ancora al soldo dell’agenzia, intento a procurare una guerra per compiacere le lobby militari e bla, bla, bla. La storia è falsa, completamente: tanto che il giornalista libanese Hadib Battah che l’aveva messa in giro (chissà se in buona o cattiva fede) con allegata foto-testimonianza, è stato smentito da uno dei soggetti ritratti in quella stessa foto – quegli uomini sarebbero combattenti del Free Syrian Army, di un contingente denominato Northern Storm, e addirittura alcuni sarebbero stati uccisi proprio dall’IS, durante scontri tra ribelli.

La potenza mediale dello Stato Islamico, è stata anche in questo: nel far costruire attorno a sé una serie di storie di orrore (e suggestione), molte non vere, ma che comunque hanno contribuito alla creazione del mito.

Tutto questo è stato possibile, sia per l’istintività e l’impulsiva voglia di condivisione della stampa occidentale – quasi fosse una gara a chi pubblica prima la notizia più spaventosa -, sia per l’efficiente organizzazione del reparto social media strategy dell’IS.

Per ogni social network (Facebook, Twitter, Youtube) c’è un “moderatore”, per ogni provincia dello Stato (le Wilayah) c’è un account che trasmette solo notizie inerenti alle attività dell’IS in quel determinato territorio. Ma oltre ai funzionari ufficiali, ci sono centinaia di account privati, seguiti da migliaia di utenti, che pubblicano continuamente materiale e messaggi di propaganda. Tutto controllato da una regia centrale: quella di al-Furqan Media, ombrello mediatico del Dawlah, che invia continuamente in rete documentari di battaglie epiche e del mondo idilliaco – si fa per dire – del Califfato. (Al fianco di al-Furqan c’è Fursan Al-Balagh Media, che si occupa delle traduzioni per la diffusione globale del messaggio).

Il 9 agosto un utente simpatizzante dello Stato Islamico era stato il primo a retwittatare un’immagine in cui si vedeva il display di uno smartphone con su la bandiera dell’IS, davanti alla Casa Bianca. #AMessageFromIsisToUs era stato l’hashtag, diventato virale in breve tempo, così come virale era diventata l’immagine. Probabilmente una semplice provocazione, niente di più, ma la strategia social del Califfato l’aveva resa globale.

E l’importanza che la teocrazia di Baghdadi, così medioevale eppure così tecnologica, attribuisce all’aspetto mediatico del marketing – soprattutto quello nei social network – è tutta nella scelta della trasmissione al mondo del lascito iconografico del Califfo, lui in persona. Il 4 luglio uscirono prima alcuni tweet che riprendevano il Khalifa Ibrahim nella Moschea di Mosul, e poi il video integrale del sermone – quando già ormai il Califfo era un affare globale.

Prima le immagini, virali; poi i contenuti.

venerdì 16 maggio 2014

#SaveMeriam

Update 24/07/2014: dopo una serie di vicissitudini - nuovi arresti, passaggi diplomatici e via dicendo -, Meriam è arrivata in Italia. Successo diplomatico del governo Renzi - anche se la consistenza è molto relativa, va detto per onestà - con il premier (e il ministro degli Esteri) che si è recato di persona ad accoglierla. La donna passerà qualche giorno nel nostro paese per poi andare negli Stati Uniti insieme alla famiglia.


Fino a pochi minuti fa, questo era uno dei tanti post scritti negli ultimi giorni, come testimonianza, voce, grancassa, per chiedere che Meriam, la donna sudanese incinta condannata a morte, fosse lasciata vivere.

C'è stato un gran rumore attorno al suo caso, e a quanto pare la mobilitazione ha portato il suo frutto. Meriam avrà un nuovo processo, che non prevederà la pena di morte. 

Lo ha riferito Antonella Napoli, presidente di Italians For Darfur all'Ansa. Napoli ha citato rassicurazioni degli avvocati raccolte dalla Ong Sudan Change Now. Gli avvocati «hanno avuto rassicurazioni importanti: la nuova sentenza» ha detto. Sentenza che sarà pronunciata dalla Corte suprema, fra poche settimane e «non prevederà la pena di morte».

A questo punto non resta che sperare che le notizie siano vere.

*** Post originale ***

Meriam Yahia Ibrahim, la dottoressa sudanese condannata all'impiccagione per apostasia, è in carcere dal 17 febbraio con suo figlio (2 anni).

È di padre musulmano e di madre cristiana, cresciuta secondo la religione materna per l'assenza del padre: ma la Sharia prevede che se il padre è musulmano allora anche la figlia deve essere musulmana. C'è di più: perché Meriam aveva trovato l'amore di un cristiano, ma la Sharia non riconosce il matrimonio, e la Corte che l'ha condannata l'ha accusata anche di adulterio.

Una ragazza di 27 anni, che sarà impiccata all'ottavo mese di gravidanza. Qualsiasi sia la sua colpa, ripeto, e qualsiasi sia il disumano modo di giudicare i reati in un mondo talmente distante dal nostro da essere incomprensibile, resta il fatto che Meriam è incinta di otto mesi.

E con lei se ne andrà anche una vita senza colpe.

#SaveMeriam

martedì 4 febbraio 2014

Facebook turns 10

Da un po' di tempo ho preso l'abitudine di dedicare il mio primo tweet del giorno ad un anniversario - legato ovviamente, al giorno che sta iniziando. Lo faccio tutte le mattine, lo faccio senza un fine millenaristico e consapevole che si tratta di una delle tante cose che non resteranno di questa mia vita e di questa mia esperienza.

Contemporaneamente - in realtà ho cominciato da molto prima - nel blog appaiono spesso dei post etichettati sotto la tag "post-it": appunti, flash, cose che non resteranno, altrettanto, ma che vorrei segnare per un qualche futuro. Chissà, poi magari tra dieci arriverà un giorno in cui mi metterò a riguardarli, magari tutti insieme, questi "post-it"; e farò i commenti tipici che si fanno quando i nostri padri guardano a quelle foto sbiadite anni settanta, senza pancette e stempiature, con da sfondo il mare, costumi a slip stretti e sgambati, abbracciati a "quella tipa di Modena che avevo conosciuto", nelle orecchie un certo tipo di musica.

Come è nata la cover di Bloomberg Businessweek
su Zuckerberg
Ecco dunque che oggi è uno di quei giorni in cui le due cose si sovrappongono: c'è un anniversario e anche un post-it da segnare. Questo infatti, è il giorno in cui Facebook compie 10 anni: raggiunge la pubertà ("Hits the puberty" ha titolato Bloomberg Businessweek - da leggere come al solito la storia di come è nata la copertina (foto), con tanto di presa in giro del New York Observer sull'uso della parola "pubertà". Il social network è stato fondato da Mark Zuckerberg ufficialmente il 4 febbraio del 2004. Inutile dire qualcosa in più sul personaggio, inutile dire qualcosa su come e quanto le nostre vite siano cambiate dall'esplosione dei social network - Facebook in primis. Tutte cose che hanno detto altri, molto meglio di come direi io: dunque per l'occasione si rispolvera la primissima regola della scrittura in digitale: "Do the best, link the rest".

E tra questi link, quello che sicuramente che vale più la pena di leggere, è l'intervista esclusiva che sta dietro alla cover story proprio di Bloomberg Businessweek. E poi c'è Mashable ("L'estasi e l'agonia di diventare vecchi con Facebook) e Riccardo Luna su Repubblica ("A dieci anni di distanza il social network dei teenager che ora ha conquistato persino i nonni"). Inoltre su la Stampa c'è un bell'articolo di Gianni Riotta ("Facebook, la piazza del paese virtuale che fa incontrare il Pianeta"); sul Post invece si spiega cos'è Paper, una nuova applicazione che si propone come alternativa alla sezione "Notizie" di Fb ("Che cos'è Paper di Facebook").

(Va da sé che questo post potrebbe essere aggiornato via via).


mercoledì 13 novembre 2013

Twitter: la rovina del giornalismo

Secondo un editoriale dell'Australian, Twitter - universo, o «twitterverse», popolato da tweeter «controversi e narcisisti» - starebbe definendo la «strada verso la rovina» del giornalismo.
I valori dei media tradizionali, come verità, accuratezza, correttezza, equilibrio e obiettività, si stanno perdendo proprio al momento sbagliato, perché i mezzi di informazione devono affrontare le sfide del calo delle entrate, del pubblico distratto e della perdita di professionisti esperti.
Secondo il quotidiano diretto da Chris Mitchell, il rischio è che il futuro del reportage giornalistico venga messo in pericolo.

Non è proprio così, diciamo, o almeno a me non pare. Il problema è molto più ampio - e critico - della questione-Twitter: è vero che il social network di Dorsey potrebbe anticipare qualche battuta d'agenzia, rubare il tempo alla corsa alla notizia, ma poi - per ragioni anche legate alla struttura stessa del social network, i 140 caratteri, per capirci - oltre non può andare. La riflessione è molto più ampia e riguarda semmai, il futuro del giornalismo, in cui Twitter è un valore aggiunto e non sicuro un problema.

Ha risposto, su questo Bronwen Clune sul Guardian, chiudendo il suo pezzo con  «The Australian's editorial might be mildly diverting if it wasn't so dangerous to the future of news reporting».

Ma per inquadrare meglio la questione - molto più legata alla qualità che alla quantità delle cose - una delle letture sta in quello che ha scritto Luca Sofri su Che Futuro (dove non si parla direttamente di Twitter, o almeno non solo, ma si fa un quadro giusto e ampio sulla faccenda): "Il mondo salvato dai giornalisti".

(La tematica è molto grossa, io ne parlo da profano, da osservatore, da interessato: dilettante incuriosito. Ed è anche per questo che spesso preferisco mettere link: a proposito, tra la gente da seguire, ovviamente su Twitter e ammesso che non lo facciate già - ma ne dubito -, per chi è interessato all'argomento, oltre a Luca Sofri, c'è Filippo Sensi, Gianni Riotta e Massimo Mantellini).



sabato 21 settembre 2013

Selfie diplomacy

Selfie diplomacy
In primo piano Alice Sheffield, figlia del baronetto Sir Reginald Sheffield, oggisposa in quel di York. Sullo sfondo suo cognato, il premier inglese David Cameron. (Che dorme, a piedi scalzi su un letto, cosa - il fatto che dorma e ha piedi scalzi -che ha suscitato gran chiacchiericcio e non si capisce bene il perché). A fianco all'uomo che dorme, rossa, perfettamente abbinata allo rossetto di Alice, la famosa borsa portadocumenti che quello stesso uomo aveva lasciato incustodita durante un viaggio in treno - e che gli costò il soprannome di Dozy, (by Daily Mirror) - e "che adesso non molla nemmeno quando dorme". Si tratta di una valigetta ufficiale con tanto di stemma del governo (una delle mitiche "red box"), con ogni probabilità contente altrettanto ufficiali documenti, di chissà che cosa - magari addirittura rapporti segreti dell'intelligence sulla Siria, qualcuno ha supposto. In Gran Bretagna c'erano state polemiche sul fatto che Cameron si era allontanato dalla briefcase per andare a mangiare, "lasciandola tutta sola" sul tavolo del treno per York (che lo avrebbe portato al matrimonio della cognata), alla mercé di chiunque volesse aprirla - c'erano anche le chiavi attaccate.

Poi la foto: la diplomazia ai tempi Instagram. Se è studiata, è l'eccellenza della comunicazione politica contemporanea. Come a dire, "la tengo talmente vicina che non me ne separo nemmeno quando dormo".

Update 25/09: per dovere di cronaca, diciamo. La foto pubblicata da Emily Sheffiled, sorellastra di Alice della moglie di Cameron Samantha, è stata poi cancellata. Emily ha poi scritto a proposito su Twitter: "Ok, sono l’idiota del giorno. Per la cronaca avevo 8 followers quando ho pubblicato la foto, tutti parenti e amici, e poi mi sono dimenticata di cancellarla". Quindi, forse, non è voluta. Forse - perché forse è studiato anche tutto il resto.


sabato 14 settembre 2013

I like non sono voti né propensione all’acquisto: ma qualcosa dicono comunque

Rubo il titolo parafrasando quello di un panel di Dig.it 2013 in cui interverranno sull'argomento Giovanni Boccia Artieri, Nicola Bruno, Vincenzo Cosenza , Mario Tedeschini Lalli e Pierluca Santoro.

Il ragionamento di cui si compone quanto scrivo, viene proprio da un post del Giornalaio - il blog di Santoro -  in cui si parla di "like" in Facebook e vendite dei quotidiani, alla luce di due articoli apparsi in questi giorni: uno su Fanpage e uno sul Fatto Quotidiano in cui le due testate annunciavano il raggiungimento, rispettivamente, di 2 milioni e 1 milione di "like".

Ranking I&B, focus sui quotidiani italiani
Sul post si riportano anche i risultati di uno studio Innova et Bella, in cui sono stati monitorati i 10 giornali più diffusi in 6 paesi (Italia, Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti) e le loro capacità strategiche su Facebook - è stata assegnata una votazione di rating simile a quella delle agenzie di controllo finanziario, da AAA a C. L'obbiettivo era individuare - attraverso l'applicazione dell'analisi di 12 best practices - le migliori testate per pratiche relazionali su Facebook.

L'aspetto interessante nell'analisi dei dati aggregati, riguarda il rapporto "Like" contro vendite in Italia: praticamente si raggiungo 4,7 milioni di "mi piace" contro gli "1,9" di copie diffuse. Ciò significa che per ogni copia di quotidiano acquistata, si registrano 2,5 "like" - contro l'1 di Spagna e Francia, lo 0,7 negli Stati Uniti, lo 0,38 in Inghilterra e lo 0,25 in Germania.

Il dato ovviamente non è buono per il settore economico della stampa, in quanto i "mi piace" non corrispondono a vendite, ma tuttavia l'engagement potrebbe portare comunque delle entrate con forme pubblicitarie on line - ma questo dato non è analizzato.

Più interessante, è il parametro che considera il rapporto "Likers / Circulation", su cui al di là delle questioni strettamente tecniche il discorso può ampliarsi - a mio avviso e sottolineo che si tratta di mie valutazioni - su una questione di carattere sociale, di consumi culturali, di società (del comportamento d'innesco dei "like" ne avevo già parlato, per una mia esperienza diretta). Proverò ad esprimere tre considerazioni in questo senso.
Classifica rapporto Lkers/Circulation 

Dei primi dieci posti, cinque sono occupati da quotidiani italiani, con il Fatto Quotidiano al primo posto, l'Unità al secondo, la Gazzetta dello Sport e Repubblica, rispettivamente al quarto e quinto - il terzo è occupato dal quotidiano sportivo spagnolo Marca.

Innanzitutto, occorre escludere dal ragionamento che seguirà i quotidiani sportivi, che meritano un discorso a parte e che qui non affronterò.

Ovviamente, le mie considerazioni sono valide per l'Italia, di cui conosco leggermente meglio - leggermente perché noi italiani siamo una realtà molto complessa - il tessuto sociale e i substrati culturali, anche per certi versi storici, su cui ha trovato fondazione il nostro stato presente. Altra questione, metodologica diciamo, riguarda al generalizzazione: in arrgomentazioni del genere, non si può ovviamente tener conto delle singolarità, delle sfumature, si fa un discorso generico, di trend, di ordini di grandezza - magari tagliato con l'accetta, lo ammetto, ma necessariamente deve essere così.

Per prima cosa, valuterei un questione relativa alla differenza del pubblico che acquista il cartaceo e quello che utilizza i supporti digitali. Al di là di facili interpretazioni generazionali - che trovano comunque validità, per dire, il mio vicino ottantenne non legge GigaOm, tanto per capirci - c'è una questione di "fiducia", detto in senso ampio. Chi compra i quotidiani in forma cartacea, cerca l'acquisto di riferimenti assoluti. Difficilmente esce dai grandi nomi, storici, consolidati, immagine del classicismo dell'informazione nazionale. Per dare una spiegazione rapida, chi legge e mette il "like" su un articolo del Fatto online, non è estremamente interessato al pensiero che Galli della Loggia esprimerebbe su un suo editoriale, e viceversa. È diverso il consumo culturale tra le due entità, a mio avviso. E questo non presuppone che l'una sia meglio dell'altra: è una questione di scelta - ampia grazie a Dio.

Il secondo aspetto riguarda proprio l'offerta culturale, contenutistica diciamo. Il Fatto (è il dato da analizzare con più attenzione, in quanto il valore espresso supera per più di tre volte gli altri appena dietro) è il riferimento per un certo tipo di pensiero: ha spesso combattuto, per primo con decisione e costanza, contro i privilegi parlamentari, contro gli sprechi di denaro pubblico, contro l'impresentabilità elettorale dei politici condannati, contro corruzione e abusi nelle alte sfere, contro i lati oscuri del potere. Tematiche tutte appartenenti all'ancora (ahinoi!) attualissima retorica della Casta - anche se a tutti gli effetti il frame sarebbe partito dal CorSera, dove Stella e Rizzo scrivono. Il pubblico particolarmente interessato a certe tematiche, è più propenso alla ricerca di fonti informative al di fuori del mainstream, e internet è il posto ideale - forse l'unico - dove trovare materiali culturali di questo genere. Per certi aspetti, il Fatto rappresenta un'entità crossroad tra i due mondi - mainstream e "nicchia digitale" - e i lettori, assidui di internet e delle dinamiche proprie, interagiscono energicamente con il sito. L'approccio editoriale, non riguarda soltanto le tematiche di politica interna, ma in genere tutto l'insieme dell'offerta del giornale - dagli articoli di cronaca, all'economia, fino ai blog scientifici. Il taglio è mirato ad un certo tipo di pubblico e il target è completamente centrato - parlano i dati. Quel tipo di pubblico, è particolarmente attivo in internet e dunque risponde con dinamiche relazionali intense nei social network. Non c'è risposta diretta nelle vendite, perché il "pubblico" è formato essenzialmente da un gruppo socio-culturale, non interessato all'esclusività dell'informazione (un solo quotidiano, quello di riferimento come sopra), ma preferisce usufruire dell'eterogeneità disponibile, alla quale accede via internet; anche per ragioni economiche: è impensabile che ci siano molte persone che comprano mazzette di giornali e quotidiani ogni giorno. (Per alcuni aspetti, anche per Le Parisien potrebbe essere valido un discorso simile).

La terza considerazione, si potrebbe allargare anche ad alcuni degli altri giornali nei primi dieci in classifica, anche se resteremo su quelli italiani. Si tratta, in tutti i casi di giornali di area progressista, diciamo "spostati a sinistra". Unità, Repubblica, Guardian, Independent, Le Parisien, Le Monde - il discorso cade un po' con il CorSera, ma resta uno su dieci; anche il capogruppo Fatto, prima vicino alle posizioni dell'Idv, poi adesso più spostato verso il M5S, trae comunque linfa da un terreno non di carattere conservatore. La questione è spigolosa, perché si corre il rischio di accedere alle tematiche della superiorità culturale, primato antropologico su cui s'è spesso giocata qui da noi la differenza tra gli elettori di destra, di quella destra berlusoconiana, e quelli di sinistra - e che nel corso dei tempi ha prodotto danni irreparabili agli stessi partiti di sinistra. Dunque il ragionamento dovrà essere spostato su altri piani, che comprendono una sensibilità maggiore di un determinato pubblico - pubblico politico, anche - verso l'uso di certi strumenti informativi come i giornali online, verso la frequentazioni di posti come i social network e verso l'accesso ad un'informazione più dinamica come quella digitale. Sarebbe meglio, senza correre rischi, identificare più che altro una maggiore attività di questo gruppo sociale - quelli di sinistra, i progressisti in genere - all'interno delle dinamiche digitali. I dati lo confermerebbero: c'è più propensione al consumo culturale online da parte di un certo tipo di lettori, e poiché dubito che i lettori abituali del Giornale, corrano a vedere che si dice sull'Unità o su Repubblica, i presupposti per azzardare questa terza riflessione ci sono. D'altronde fu un deputato Pdl, l'On. Stracquadanio a sollevare una questione del genere, facendo un'analisi assurda quanto grossolana, sui motivi della poca risonanza in internet del suo fronte politico. Disse: "Perché su internet noi non vinciamo? Ma scusate,ragazzi: hanno (la sinistra. ndr) un esercito che alle 2 di pomeriggio va a casa e non fa un cazzo! Questi sono un esercito di 4milioni di persone che già al lavoro smanettano anziché lavorare,figuriamoci quando tornano a casa!".

Le tre considerazioni, sono basate su una lettura dei dati bruti: su tutto, visto che non bisogna credersela e per certe analisi occorre mettersi continuamente in discussione - visto che quando si parla di società, di gente, di persone, e delle loro dinamiche, la roba è complessa - c'è un dato ulteriore. Secondo Blogmeter, nel mese di agosto appena concluso, il tasso massimo di engagement è stato quello del quotidiano Libero.

Appunto.

mercoledì 28 agosto 2013

Meanwhile, in Facebookland

Quelli di Facebook hanno risolto il problema di quel malware che nel giro di poco avrebbe infettato più o meno 900 mila utenti - ne aveva parlato Repubblica.

Più o meno, funzionava così:  il malware era nascosto dietro un innocente filmato, nel quale noi venivamo taggati da un amico. Il video, una volta cliccato, richiedeva l'installazione di un plugin per la visualizzazione - estensione semplice, in un click. Estensione che però, in realtà era 'sto malware - un software malevolo che prendeva possesso dell'account Facebook ed era in grado di catturare anche i dati salvati nel proprio browser. Per dire, si metteva potenzialmente a repentaglio anche la sicurezza dei nostri account di posta elettronica e quelli per l'accesso ai servizi bancari online: parossismo non troppo irrealistico. Entrava tramite Google Chrome.

Contagioso: una volta entrato il malware bloccava la navigazione in Fb, e iniziava a taggare altri nostri amici in video analoghi. La bestiaccia - lo dico così, da nerd, o bimbominkia, vedete voi - era molto difficile da rimuovere, e riusciva bloccare anche Kasperky (mica pizza & fichi!).

Siccome tutta 'sta baraonda è stata scoperta da due ricercatori italiani, Danny di Stefano e Matt Hofmann, e pubblicata per primi da Repubblica stessa, Facebook Italia si è messa in contatto con il quotidiano per avere più notizie e aiutare gli utenti. Anche perché nelle ultime ore il trend di visitatori sul malware registrava grosse provenienze europee, con una crescita costante di utenti italiani - manco a dirlo, che quando ti taggano non vedi l'ora di aprire il link e commentare qualcosa di arguto.

Riporta il sito di Repubblica che: "nella notte di ieri, la notizia è rimbalzata anche negli Stati Uniti e i due ricercatori italiani autori della scoperta, Danny di Stefano e Matt Hofman, con il collega e blogger dell'HuffingtonPost Carlo De Micheli, sono entrati in contatto con Google (mica pizza&fichi) che ha prontamente risposto all'emergenza bloccando il plugin malevolo da Google Chrome. Anche Facebook ha fatto il suo: ha bannato i link segnalati dai ricercatori italiani rendendoli non condivisibili dagli utenti. Secondo un comunicato stampa ufficiale di Facebook, il team della sicurezza è tutt'ora al lavoro per risolvere il problema".

I cattivi, diciamo i malevoli che fa più il caso, sarebbero turchi e si teme che possano modificare il virus come degli Zobrist informatici, e ricominciare la tiritera. 

La notizia è finita anche sul New York Times (mica pizza & fichi) - per la gioia di Repubblica, che se n'e un po' bullata in un articolo di Andrea Stroppa. 

Ma nel frattempo i siriani di Syrian Electronic Army (@Official_SEA16) hanno oscurato il sito del New York Times, e quell'articolo che parlava del malware e degli italiani che l'hanno scoperto non si può leggere - era sul blog Bits.

Nello stesso giorno del fattaccio virale, Facebook ha subito un'altro sgarro: è stata infatti condannata a pagare 20 milioni di dollari a 614mila utenti (praticamente qualcosa come 20 dollàri a testa). Motivo: i dati personali erano apparsi in alcuni banner pubblicitari senza permesso o dare possibilità di opt-out.

La stima dei ricavi effettuati da quei banner è di 73 milioni - gli utenti interessati sarebbero in realtà 150 milioni (mica pizza & fichi) in totale.

Al 1601 di California Ave di Palo Alto, però hanno tremato ben poco dato che Facebook ieri a a Wall Street ha toccato il massimo storico di capitallizzaione: 100 miliardi di dollari (c'è bisogno che scriva "mica pizza & fichi"?).

Dalla pubblicazione dei trimestrali, il 24 luglio, il titolo avrebbe guadagnato il 64% (che onestamente non mi sembra affatto pizza & fichi) con le azioni che registrano picchi del loro valore uno dietro l'altro.

E poi giù con tutte le considerazioni che "internet non è un posto sicuro" e "che io la carta di credito mica ce la metto là" o "la roba online comprala te, io vado in negozio che poi ti fregano soldi" e "come se non bastassero i problemi che abbiamo già, mettiamocene degli altri" o "siamo tutti sotto controllo". 

Il bar è aperto: un bicchiere di bianco da bere con pizza e fichi?



martedì 6 agosto 2013

Dove cinguettano i potenti

Pochi giorni fa, è uscito lo studio Twiplomacy 2013 - il senso è "la diplomazia su Twitter" - condotto dalla società di comunicazione Burson-Marsteller. 

Lo studio fotografa l'attività degli account di 505 leader istituzionali di 153 paesi: vale a dire capi di Stato e di Governo, ministri, amministrazioni, ministeri e istituzioni in tutto il mondo.

Dallo studio emerge che il ruolo di Twitter sta diventando centrale non solo nei rapporti comunicativi tra istituzioni e cittadini - d'altronde di questo ce se può accorgere anche con dati meno quantitativi - ma anche nei rapporti diplomatici tra paesi, anche se questo aspetto risulta ancora in via di definitivo sviluppo. 

Lo studio inoltre sottolinea i diversi metodi comunicativi dei diversi leader e descrive in una carrellata, i più seguiti, i più influenti, i più conversazionali, e via dicendo.


Di questo ho scritto su The Post Internazionale. L'articolo è al link:




venerdì 14 giugno 2013

La rete come luogo del discernimento

Ho scritto per Rivista San Francesco, un pezzo sulla Rete, sul discernimento, un po' sulla perdita dei modelli e un po' sulla debolezza di questa nostra sempre più immobile società. Per dire poi, che è necessario imparare ad abitare quegli spazi virtuali, se ancora vogliamo chiamarli così pigramente, perché è anche da lì - infinitamente ampi e potenti - che arriveranno le soluzioni.

Il pezzo sta al link:
- La rete come luogo del discernimento

sabato 11 maggio 2013

Writing the future

E niente, è che mentre giravo su Twitter, m'è uscita fuori 'sta foto (vecchia due anni) dall'account di Harper Reed (il CTO di Obama for America).
È la mail che Jason Rexilius ha inviato a Slaby, per "raccomandargli" Harper.
Per dire, certe volte, come è semplice fare il futuro.


Link