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lunedì 28 dicembre 2015

Di smog e di Olimpiadi, senza troppo interesse, leggendo in giro

Secondo un report della Banca del Giappone, le Olimpiadi del 2020 avranno un effetto clamorosamente positivo per l’economia: Bloomberg spiega che arriveranno nelle casse giapponesi 30 trilioni di yuan, cioè 249 miliardi di dollari. 

Per dire che Roma 2024 può guardare cosa stanno facendo a Tokyo, che si muove forte e bene anche sul piano degli investimenti ambientali, sfruttando la tecnologia delle auto e delle stazioni a idrogeno. Per dire, di nuovo, che si può parlare di smog senza essere noiosi, retorici, e polemici: insomma, senza la necessità di far per forza politica. Insomma due, per parlare non di chiacchiere, ma di fatti.


- Un vecchio pezzo, sempre da Bloomberg, che racconta del progetto Toyota per le auto olimpiche: "Tokyo to Get $385 Million Hydrogen Makeover for Olympics"

(via List)

giovedì 19 novembre 2015

Un errore da non fare sullo Stato islamico

Dal giorno in cui Vladimir Putin ha lanciato un'accusa contro alcuni Paesi del mondo, incolpati di essere dei finanziatori dell'Isis, si susseguono letture e analisi a riguardo. Ma la questione è più complessa, perché è vero che, per esempio, in tempi passati l'organizzazione può aver ricevuto facilitazioni e fondi dal lassismo turco o da soggetti poco raccomandabili frequentatori della corte saudita ─ tutte per altro circostanza note, che non scopriamo certo adesso grazie a Putin ─, ma è altrettanto vero che lo Stato islamico è una realtà indipendente de facto.

Dipingere il Califfato come un burattino, un soggetto da pilotare, grazie ai finanziamenti, per gli scopi di qualcuno, è un grosso errore di valutazione. Probabilmente è l'errore ancestrale: l'Isis non è un semplice gruppo terroristico, è una realtà statuale che abbina alle azioni sensazionalistiche (che hanno il doppio fine della propaganda e della deterrenza), una volontà espansionistica vincolata al controllo del territorio, e un tessuto sociale. Una realtà ampia ed eterogenea che si vincola alle radici sunnite dei luoghi che controlla, e che per certi versi, in tempi passati e in alcuni casi anche attualmente, lo sostiene.

Attenzione dunque, perché oltre ad incappare in un errore strategico, probabilmente quello che ha permesso il dilagare del gruppo, davanti all'approccio rigido, schematico, ed impolverato, di chi si è fissato l'obiettivo di andargli contro, si commette anche un altro sbaglio. Si lascia cioè spazio alla propaganda sciita, quella che da tempo sobilla tesi a proposito dell'Isis "creatura occidentale", e finanziata, creata, sostenuta, come una marionetta dagli amici dell'Occidente. Al di là del fatto che non è così, credendo e interpretando la realtà del Califfato in questo modo, si apre il campo ad istanze ugualmente settarie, come quelle portate avanti dai centri di potere sciiti.




martedì 17 novembre 2015

Combattere il Califfato, per me

Questa è una cosa personale, che dopo averla letta (essendo personale mia, potete anche non leggerla) non vi arricchirà di niente; ma penso che sia giusto metterla qui, salvarla per le prossime volte e una per tutte, con effetto retroattivo e futuribile. Si parla di quel che penso io sul cosa fare contro il Califfato, figuriamoci, va beh.

Dunque, dicevamo, io penso che il Califfato vada combattuto militarmente, sì, ne sono convinto: credo che sia necessario non degradarlo, ma distruggerlo.

Non mi eccito per le bombe, non mi piacciono i morti, non mi piace chi soffre, non mi piace vedere saltare in aria cose, case e persone. Dirò di più, penso sempre che quando cade un Jdam sulla testa di un leader jihadista, spietato che sia, quello è sempre una persona: difficile dirlo, lo so, per uno che butta dalla cima di un palazzo un uomo legato ad una sedia, solo perché "accusato" di omosessualità. Ma io ho in mente il video di quel ragazzo uzbeko della Jabhat al Nusra che piangeva terrorizzato prima di farsi saltare in aria. E credo che anche i cattivi quando muoiono soffrono, piangono, sono spaventati. Però a questo mio idealismo ne devo abbinare un altro, quello di combattere chi va combattuto.

Credo inoltre, da molto tempo prima che molti di voi iniziassero a sentir voce che esisteva un qualcosa chiamato Isis (è una cosa personale, vi avevo avvisato di non leggere oltre: a questo punto posso essere pure antipatico e spocchioso, no?); dicevamo, penso anche però, da molto tempo, che il Califfato sia qualcosa di diverso dal terrorismo abituale, quello da reprimere a livello poliziesco, da prevenire e da sparargli contro e basta. O meglio, il Califfato è anche questo ("va combattuto militarmente", dicevo) ma è anche, purtroppo, molto di più. E per questo servono soluzioni più plastiche, abbandonando la rigidezza dei vecchi schemi.

Il Califfato ha creato delle statehood in grado di sostenerlo amministrativamente: immaginate (mi rivolgo a voi che vi approcciate a certe questioni solo quando si legano a fatti di cronaca, e pure a voi che ancora avete voglia di sentire ciò che dico), che le province, le Wilayah, funzionano come le nostre regioni. Forniscono assistenza sanitaria, "scolastica", amministrativa, insomma. Hanno un'economia, molto legata alla vendita del petrolio, che non è di contrabbando (o almeno non solo), chiaro? Vendono il petrolio al governo siriano, capite? Come una qualsiasi delle compagnie che conoscete, riforniscono le autocisterne che poi smerciano sul mercato: controllano i pozzi, e puzzonate di Assad a parte, lo fanno in un modo che senza quelle risorse un intero paese, la Siria, sarebbe in ginocchio (certo, in questo ci sono anche le responsabilità di Assad, le puzzonate appunto, ma se voi continuate a leggere i comunicati del Cremlino come fossero notizia vera, colpa anche del Tg1 e di alcuni media generalisti che ancora non l'hanno capito, la questione si complica: scegliete fonti migliori, per risolvere il problema, ok?). Per sintetizzare tutta 'sta nenia, vi basta pensare che il Califfato amministra politicamente un territorio, fisico, fatto di case, campi, monti e tramonti, di gente che ci vive. Molti soffrono, altri ne sono pure contenti, perché vedono nel Califfato l'unica possibilità di rivalsa.

Tutto questo discorso, non deve farvi perdere le bussola, perché il Califfo resta sempre il cattivo, e quelli che "sono al limite felici" di di vivere sotto la sua autorità, sono degli schiavi mentali (alcuni anche fisici) indottrinati da una propaganda folle, spietata, continua.

In questo il punto: alla campagna militare, è necessario ovviamente abbinarne una sociale, sociologica, culturale, che in una parola possiamo definire politica. Ma col Califfo non si può trattare, questo è chiaro no? Ed è questo l'aspetto triste, pericoloso, complicato della faccenda. Come creare qualcosa di forte al punto di contrastare una propaganda talmente potente da riuscire ad indottrinare un ragazzo dei quartieri poveri di una città X (con tutte le problematiche sociali che quel ragazzo può soffrire) fino al punto di concedere la vita in nome del Califfo, e dunque di Dio? A me, l'unico modo che viene in mente, è contrapporre a questo il nostro pensiero forte, quello che ci consolida come il luogo di arrivo di un viaggio, quello che fa dei nostri diritti, della nostra democrazia, della nostra Libertà, il nostro vanto. Senza avere paura, senza temere rappresaglie, senza pensare di correre il rischio di essere poco corretti politicamente.

Noi siamo la parte giusta della storia, cerchiamo di non aver paura e di ricordarcelo. Il Califfato ha dichiarato guerra all'Islam che guarda all'Occidente, quello che vorrebbe avviare una fase di secolarizzazione, e chi scappa da tutto questo, non corre nella ricca Cina, non si rifugia nella potente Russia, viene da noi, con tutti i nostri problemi, perché siamo noi la patria della Libertà. Perché è qua da noi il posto dove gli invasati radicali possono essere ancora stigmatizzati, marginalizzati e isolati (e con loro le loro reazioni). Ma se rinunciamo a questo, se cediamo il passo alle nostre debolezze, ai nostri comfort, alle nostre paranoie, arriverà anche il momento in cui non riusciremo più a discernere.

Per concludere, al link un pezzo di oltre un anno fa, in cui si parlava di combattere lo Stato islamico sia sul piano militare sia su quello socio-economico-culturale. (Nota: è stato scritto sul Giornale dell'Umbria, quando ancora era un giornale che non voleva cedere al pensiero debole, diretto da una persona che aveva chiaro ciò che doveva essere fatto)



lunedì 16 novembre 2015

Homeland profetico

Durante le prima puntata della quinta stagione della serie Tv sulla Cia "Homeland", l'agente Quinn (un operativo dell'agenzia) viene richiamato dalla Siria, dove si trovava per coordinare una squadra di forze speciali in anonimo, che aveva il compito di illuminare gli obiettivi ai raid aerei ─ quando si dice "l'intell a terra fornisce gli obiettivi ai caccia": questo nella fiction faceva Quinn, questo nella realtà fanno quelli come lui.

Al quartier generale della Cia a Langley, l'agente infiltrato proprio a Raqqa si trova davanti al direttore dell'agenzia e ad alti quadri dirigenti, che lo incalzano con domande sulla sua attività in Siria: la scena è abbastanza lunga, chi segue la serie se la ricorderà perché è praticamente l'apertura della stagione ─ a me viene bene in mente perché l'ho vista, registrata, pochi giorni fa, ma ne aveva parlato anche Paola Peduzzi sul Foglio. A un certo punto il direttore Crocker chiede a Quinn «cosa cavolo sta succedendo laggiù?» e continua in modo aggressivo «sto chiedendo se la nostra strategia funziona».

Quinn è un personaggio molto poco diplomatico nella serie, e si indispettisce davanti alle sollecitazioni violente che arrivano da quella stanza di bottoni piena di colletti bianchi che non si sporcano le mani sul campo, e risponde: «quale strategia? Mi dica qual è la strategia, e le dirò se funziona. Questo è il problema. Perché loro ce l’hanno una strategia: si stanno riunendo a Raqqa a decine di migliaia, si nascondono tra i civili, puliscono le armi, e sanno benissimo perché sono lì. La chiamano la fine dei tempi. A cosa pensate che servano le decapitazioni? Le crocifissioni? La schiavitù? Pensate che si siano inventati questa merda? [...] Sono là per un’unica ragione: morire per il Califfato e creare un mondo senza infedeli. Questa è la loro strategia, è così dal VII secolo. Pensate che poche forze speciali possano scalfirli?».

Croker si innervosisce e chiede a Quinn che cosa vorrebbe fare lui: «Duecentomila soldati americani sul terreno ‘indefinitely’ per garantire sicurezza e sostegno a un eguale numero di dottori e maestri di scuola». «Non succederà mai», gli dice Crocker. «Allora è meglio che torni là» risponde Quinn. «Che cos’altro può fare la differenza?», chiede ancora Crocker. «“Hit reset”» risponde Quinn: «Ridurre Raqqa a un parcheggio».

È saggio breve sulla Siria, migliore di molte spiegazioni che ho sentito esprimere in giro da impolverati analisti. Da un lato gli operativi, quelli frustrati perché dopo anni di impegno diretto non vedono il degradarsi (per dirla alla Obama) del Califfato, e pure Assad regge; dall'altro ci sono i quadri, i dirigenti, i politici, che vogliono evitare il coinvolgimento; il terzo cantone è l'opinione pubblica, quella che chiede quel parcheggio a gran voce, senza pensare nemmeno un secondo alle conseguenze, pratiche, sui civili di Raqqa.

Ieri infatti la citazione è stata usata più volte per descrivere i raid francesi, lanciati con potenza mai vista contro la capitale de facto del Califfato, in Siria. Oggi il New York Times racconta che contemporaneamente è partita un'operazione denominata "Tidal Wave II", che ha come obiettivo quello di colpire le autocisterna con cui l'Isis trasporta il petrolio. Ne sono state distrutte 116: un danno importante per l'IS, visto che ciò che caratterizza l'organizzazione di Baghdadi rispetto agli altri gruppi terroristici è anche l'aver creato un'economia propria, indipendente, basata sulla vendita di petrolio.

Sulla Night Review dell'ultima settimana (se non siete ancora registrati alla newsletter non capisco cosa aspettiate a farlo), c'è un bellissimo articolo che ho letto soltanto pochi minuti fa ─ quelli passati sono stati giorni un po' incasinati. Il pezzo è di Vox e spiega come Carrie Mathison, la bionda superspia bipolare protagonista di Homeland sia il personaggio televisivo più influente del decennio (e non solo perché la serie è la preferita di Obama). Parlando del terzo episodio della stagione in corso (in Italia), dove Carrie smette di prendere le pillole che tengono a bada la sua malattia mentale perché senza si sente più lucida ed attiva, Vox scrive: «It considers Carrie through the lens of both her existence as a TV character (who will always have to face down her mental illness as long as the show lasts) and the country she represents (which, like her, keeps doing the same things and expecting different results)». Un altro mini-saggio.



venerdì 30 ottobre 2015

L'Occidente morto di noia

Victor David Hanson è uno storico americano: è un democratico, ma è odiatissimo dai democratici dei circoli liberal più alla moda perché ha votato George W. Bush, era favorevole alla guerra al terrorismo ed è un convinto sostenitore della superiorità culturale del modello occidentale. Sul National Interest ha scritto molti articoli di riflessione sulla decadenza (per noia) dell'Occidente e sull'accettazione di questo da parte di declinisti convinti ─ tutti Occidentali ovviamente, tutti incapaci di rinunciare a ciò che l'Occidente offre, ma tutti in prima linea quando serve di attaccarne i cardini. Tra l'altro è curioso pensare come questa fase di autodeclino patetico, stanco, remissivo, involutivo, espiatorio, arriva per colpa dell'assenza di leadership forti (in America e in Europa), «risuonando ancora più paradossale se si pensa che la cultura occidentale non è mai stata tanto potente e riconoscibile».
«Guardatevi attorno: le trenta università migliori del mondo nelle facoltà di scienze, tecnologia, ingegneria, medicina e informatica sono americane, inglesi, europee; la West coast degli Stati Uniti “ha cambiato il modo in cui tutto il mondo vive”, con Apple, Amazon, Google, Facebook e le infinite app più o meno disruptive che conosciamo; la capacità della “paccottiglia pop americana” di circolare in tutto il globo è quasi spaventosa, dagli psicodrammi di Hollywood alla volgarità dei rap è tutta egemonia culturale; pur con i tagli alla difesa, gli Stati Uniti continuano ad avere il potere militare convenzionale più grande di quasi tutto il resto del mondo messo assieme; gli imprenditori del petrolio americani hanno cambiato tutti i calcoli energetici globali; soprattutto: milioni di persone scappano dalle loro case per arrivare in Europa. Non vanno in Russia, in Cina o in India, “l’immigrazione è una strada occidentale a senso unico”, “coloro che se la prendono con l’occidente, come fanno le élite occidentali stesse, vogliono tantissimo viverci dentro”. Non c’è forma di attrazione più grande di quella esercitata dall’occidente, non c’è alcun altro posto al mondo tanto invitante, per quanto non sempre molto accogliente, eppure l’occidente sta morendo. O forse è già morto?, chiede Victor Davis Hanson con una delle sue letali domande retoriche. Il paradosso è questo: c’è la dominanza culturale, sociale, tecnologica, e allo stesso tempo c’è l’assenza di leadership, di visione, di proiezione di una strategia chiara ed efficace nel mondo». (Paola Peduzzi, il Foglio)

martedì 20 ottobre 2015

Quello che penso su questa che non è un'Intifada (per adesso)

La penso così. Quella che si sta raccontando come un'Intifada, una nuova fase della rivolta palestinese, è tutt'altro. Si tratta di azioni terroristiche puntuali fomentate dal diffondersi del verbo radicalizzante, molto legato agli exploit dell'IS. Davanti a questi le teste vuote palestinesi non sono altro che proxy, utili per colpire Israele (nemico esistenziale dei baghdadisti).

Adesso i gruppi locali, che finora non rivendicano azioni organizzate ma si sbrigano a rivendicare l'appartenenza a un gruppo o a un altro del kamikaze di turno, cercano di metterci il cappello. Perché sono trascinati da un'azione popolare inaspettata (Hamas deve riprendersi dall'ultima guerra, e sa di non avere la forza militare per sostenerne un'altra).

Hamas, che adesso chiama alla distruzione di Israele, in realtà sta solo cercando di accreditarsi successi altrui, vedendo che la linea più dura è e più rende: perché è l'odio profondo a tracciarla. Lo stesso Mazen, l'uomo senza un piano, il dittatore che abbiamo deciso di assolvere, scende al compromesso del consenso: Fatah è stato il primo a rivendicare l'appartenenza al gruppo di due attentatori (quelli che uccidendo due coniugi davanti ai propri figli, hanno dato il via informale al macello). 

È una lettura, poi magari mi sbaglio e sarà lieto di correggermi.

sabato 10 ottobre 2015

I morti dell'Hajj, l'Arabia Saudita e le sue contraddizioni

(Pubblicato su Formiche)

Secondo l'ultimo report di Associated Press, il numero dei pellegrini musulmani morti durante l'incidente dello scorso mese alla Mecca è di 1453. L'inchiesta fatta da AP attraverso le dichiarazioni raccolte nei 19 Paesi che hanno avuto cittadini vittime dell'incidente, dimostra che i deceduti sono il doppio rispetto a quanto dichiarato dall'Arabia Saudita (769 è il dato ufficiale fornito da Riad). I pellegrini sono stati schiacciati dalla calca durante la cerimonia che ricorda la lapidazione di Satana da parte del profeta Abramo ─ avviene nel primo giorno di Eid al Adha, una delle festività più sacre del calendario islamico, e ogni anno richiama nella città santa milioni di pellegrini in più da ogni parte del mondo, perché è un precetto coranico recarsi almeno una volta nella vita alla Mecca e molti sfruttano la festività per farlo. Episodi mortali simili sono stati abbastanza frequenti negli anni (l'ultimo nel 2006 procurò 360 morti), ma i dati ricavati da AP rendono l'incidente di questo settembre il più letale della storia ─ il triste primato finora è del 1990, con 1400.

La vicenda ha scatenato un caso diplomatico con l'Iran ─ oltre quattrocento dei suoi cittadini sono morti nell'incidente ─, che ha accusato l'Arabia Saudita di non aver protetto i fedeli. Le condanne di Teheran alla leadership saudita possono anche essere viste in un'ottica strumentale, tanto è nota la rivalità tra le due potenze regionali, ma è un fatto che Riad abbia minimizzato sulla vicenda. L'impressione è che la monarchia saudita, che per titolo è anche "Custode dei luoghi sacri" ospitando sul proprio territorio i più importanti mausolei islamici, prenda questi incidenti come un danno collaterale e accettabile: una specie di sacrificio davanti alla fede, una di quelle cose che succedono senza poter evitare il flusso degli eventi e diventano potabili perché quegli stessi eventi hanno una dimensione superiore.

Due settimane prima della strage dell'Hajj (il pellegrinaggio), una gru che stava compiendo dei lavori di ammodernamento nell'area, è precipitata sui pellegrini uccidendone 111. La gru era del gruppo Bin Laden, guidato dalla famiglia di quel Bin Laden, ed è inutile dire che sequela di cospirazioni s'è portata dietro la notizia. In quell'occasione la punizione per i capi del gruppo edile fu esemplare: tolti tutti i contratti, divieto di viaggi all'estero per i responsabili dell'azienda. Un qualcosa di nuovo, perché prima a Riad si sarebbe tenuto conto della famigliarità tra i Saud e i Bin Laden e si sarebbe chiuso più di un occhio. Ma il New York Times ha spiegato che ci sono voci che qualcuno dell'entourage del Re sta cercando di trarre speculazioni personali approfittando dei lavori di riorganizzazione infrastrutturale della città santa ─ ordinati in teoria per evitare disordini nel transito, ma di fatto inadeguati ─ e dunque per questo il governo si sarebbe indurito.

Ma se da un lato l'erede al trono Mohamed bin Nayef, che è anche il capo del comitato per l’Hajj, ha ordinato una inchiesta sulla strage, dall'altro l'Arabia Saudita si presenta come un paese ancora controverso, guidato da un sistema chiuso e arcaico (anche se tecnologicamente avanguardistico), non in grado di superare il ripetersi delle proprie difficoltà, schiavo di un'applicazione iper-rigida del messaggio islamico. Stride la nomina del saudita Faisal bin Hassan Trad a presidente del gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Stride ancor più la morbidezza riservata dai leader occidentali nei confronti di un Paese in cui le condanne a morte per decapitazione dal 1985 al 2013 sono state oltre duemila: da agosto 2014 al giugno 2015, Amnesty International ne ha contate 175, una ogni due giorni.

Se la condanna non verrà ritirata, quella di Ali Mohammed al Nimr sarà una di queste: la pena gli è stata assegnata il 27 maggio di quest'anno, dopo che fu arrestato nel 2012 quando aveva ancora 17 anni, per aver partecipato ad una manifestazione anti governativa, erano i tempi delle Primavere arabe ─ al Nimr è il nipote di un noto oppositore sciita. Al ragazzo è stata negata la presenza di un proprio avvocato durante il processo, e denuncia la Human Rights Foundation che è stato torturato più volte per estorcergli una confessione. La repressione voluta dal re Salman, impone una condanna esemplare ai "ribelli": al Nimr sarà prima decapitato e poi crocifisso; lo scrittore Tahar Ben Jelloun ha scritto su Repubblica che il corpo del ragazzo verrà successivamente «lasciato agli uccelli rapaci» al sole, sulla croce, «fino a putrefazione avvenuta». Una cosa disumana.

Di casi come quello di al Nimr ce ne sono svariati, puniti con pene "meno" forti come le frustrate, semplicemente per aver messo un "Mi piace" su qualche pagina Facebook non gradita al Regno o aver sollevato critiche verso l'élite teocratica del Paese. E pensare che le pachidermiche Nazioni Unite non solo non riescono a condannare tanto dispotismo, tanta crudeltà e tanta arroganza, ma si indirizzano verso scelte come quella della nomina dell'ambasciatore saudita al consiglio sui diritti umani, senza che i leader occidentali sollevino troppe obiezioni.

Mentre un altro ambasciatore saudita, quello di Parigi, partecipava mesi fa alla marcia "contro il radicalismo" che massacrò la redazione di Charlie Hebdo, il blogger Raif Badawi, incarcerato a Gedda per aver sollevato critiche ai regnanti, subiva la prima dose delle mille frustrate che dovrà ricevere con rate di cinquanta ogni venerdì. Scene che se fossero state riprese dai media dello Stato Islamico e postate in internet avrebbero suscitato l'indignazione globale, si ripetono con regolarità sotto il regno di Riad, tra il silenzio unanime dell'Occidente ─ silenzio simile a quello che accompagna l'operazione militare in Yemen, con cui i sauditi stanno cercando di reprimere la rivolta houthi, ma che sta producendo moltissime vittime civili: danni collaterali pure quelli.


sabato 3 ottobre 2015

Non siamo mai stati più scemi di così: edizione "Realpolitik all'emiliana"

Secondo l'ex premier Romano Prodi, bisognerebbe aiutare il regime siriano di Bashar el Assad, rafforzarlo, per poter combattere meglio lo Stato islamico. È un'idea da fessi, una stupidaggine che molti fanno passare per realismo politico ("guarda che senza Assad non si batte l'IS"), una fregnaccia sbandierata da molti che non hanno minimamente idea di cosa sia adesso la Siria ─ ed evidentemente nemmeno di cos'è, ed è stato, Assad. Però è un'idea che si sta diffondendo in modo piuttosto trasversale. Assad è un dittatore spietato, che ha ucciso migliaia di persone: non ha niente di potabile. Il suo esercito ha colpito soltanto il 6 per cento delle volte, in questi lunghi anni di guerra, l'IS ─ il resto l'ha riservato agli altri ribelli o ai civili. Assad ha il controllo di meno del 20 per cento del territorio siriano: anche ammesso che si volesse sostenerlo, sarebbe impossibile per lui riprendersi il Paese, e la popolazione che gli ostile, senza una carneficina.  


giovedì 24 settembre 2015

A vent'anni si fanno delle gran cazzate



Jafar al Tayyar è un ragazzo ventenne uzbeko che s'è fatto saltare in aria come kamikaze nei pressi della città di Fua, nella provincia di Idlib, in Siria.

Jafar, nel video che accompagna il suo martirio piange mentre alza l'indice al cielo per il Tawheed: sta andando a morire, per la fede; a morire di una morte atroce per altro.

A vent'anni o giù di lì si fanno cazzate: per fortuna qua da noi ancora si discute di quelle di Miss Italia.

Nota: sebbene tutti i grandi giornali italiani abbiano pubblicato la notizia, non ho trovato in giro troppe verifiche ─ la più attendibile è sull'Independent, da dove l'avevo ripresa ieri ─ ma non importa se questo video sia recente, a Fua, o vecchio in qualche altra parte del mondo: qui il senso di cronaca è molto relativo 



mercoledì 23 settembre 2015

Dedicare spazio a cose inutili (e a MJ)

Sono sicuro che tutti voi sapete già che quella che l'altro ieri è stata nominata Miss Italia, tal Alice Sabatini di diciotto anni, ha detto una cazzata a proposito di una domanda su quale periodo storico avrebbe voluto vivere. Ha risposto il 1942, per vedere la guerra da vicino tanto lei era donna e non avrebbe fatto il soldato.

L'intellighenzia italica, media, giornaloni, editorialisti, misti ai soliti da social network (quelli che sono sfigatissimi nella vita, dove non li ascolta nessuno, ma dietro al computer diventano, secondo necessità, Schopenauer o Rambo o Madre Teresa o Ronaldo eccetera), s'è scagliata contro la povera Miss.

Ad ore di distanza, la storia stava scemando anche dalle cronache più insulse ─ tale è. Se non fosse che la tipa ha precisato e ha un po', come si dice in francese, "mescolato la merda ma tanto quella continua a puzzare" e dunque s'è riacceso il giro degli opinionisti e dei meme in un secondo round. Un certo Valerio Staffelli di "Striscia la Notizia" ─ che ai miei tempi era un programma satirico in cui delle veline mostravano le chiappe, mentre invece adesso nella mente degli italiani sembra aver sostituito lo Spiegel sul campo dell'inchiesta giornalistica ─ l'ha intervistata e gli ha chiesto, lui l'astuto cronista, di citare un personaggio storico italiano che ammira particolarmente. Lei ha risposto ─ la merda si sa, quando la mescoli ─ «Michael Jordan», che tutti noi sani di mente ammiriamo come un quasi Dio, e dunque la risposta è stata presa a sberleffi. Chiaro che Jordan non è un personaggio storico ─ non nel senso che Staffelli voleva intendere, anche se ci sarebbe da vedere ─ e soprattutto non è nemmeno italiano: dunque su questo valgono quegli sberleffi.
Al di là che se io ci penso non mi viene in mente così la volo un personaggio storico che goda della mia particolare ammirazione, non perché non ce ne siano ma perché è una domanda scema ─ e meno che meno mi sarebbe venuto in mente pressato da riflettori, telecamera e microfono ─ e forse non avrei nemmeno saputo scegliere tra le epoche storiche una da viverne, che è un'altra domanda scemissima (e c'è sempre quella cosa dei riflettori), mi chiedo: adesso che avete preso per il culo una diciottenne che ha detto una cazzata, vi sentite migliori? Che senso ha prendere per il culo una di diciotto anni? Voi ce li avete mai avuti diciotto anni? Vi ricordate le cazzate che dicevate? Personalmente di cazzate dette a diciotto anni potrei riempire tomi, e sono profondamente orgoglioso di quelle cazzate: soprattutto quando avevo diciotto anni, forse avrei avuto anch'io chiaro in mente il mio "personaggio storico preferito": e sarebbe stato Michael Jordan. Però voi sì: avete dimostrato di essere migliori di una diciottenne.

Nota conclusiva: quella di Alice Sabatini era una cazzata, detta come si dicono tante altre cazzate ─ e se ne dico anche superati i diciotto anni ─, detta da una ragazza che ancora sta crescendo e che era probabilmente sotto un'enorme pressione da palcoscenico (il contesto, darling, è tutto nella vita). Non chiamiamola nemmeno gaffe, chiamiamola cazzata e lasciamola stare. E lasciamo stare pure MJ, che è un personaggio storico più di quanto si possa immaginare: guardate le scarpe che indossate, osservate come si muovono oggi gli atleti dello sport che amate, poi andate indietro al 1985.

E comunque, lei, la Miss, sulla chiappa c'ha tatuato la schiacciata dalla lunetta, e noi no.




martedì 22 settembre 2015

Pigmouth strike again

Era il settembre 2015, arrivarono pure i giorni del #piggate. Secondo le rivelazioni del Daily Mail sull'autobiografia del premier inglese "Call me Dave" scritta dal conservatore Lord Ashcroft, David Cameron da giovane avrebbe infilato le proprie «parti intime» in bocca a un maiale morto, come rito iniziatico.

"Porcile" di Pasolini; gli inglesi sono i soliti debosciati; i Pink Floyd; "Black Mirror"; BBC & Co. manco ne parlano (sovranisti!); musica industrial; riti esoterici; "Peggies" dei Beatles che ispira C. Manson; Cameron che a cavallo degli Ottanta fuma marijuana mentre ascolta i Supertramp; Olivia e Peppa; «pigfuck» (Christgau) e i Butthole surfers.

Era il settembre 2015, avevamo molto tempo per dedicarci a profonde e colte riflessioni sulla vicenda. "La guerra ci vorrebbe a voi", diceva mia nonna quando facevo cazzate. Ah, no, mia nonna non era Miss Italia: per carità.




 

mercoledì 16 settembre 2015

La Germania capisce le cose in anticipo: si chiama lungimiranza, non entusiasmo

Il Giappone non accoglierà profughi siriani: è una questione soci-culturale storica che sta dietro alla decisione di non aprirsi agli immigrati. Per capirci, nel 2014 hanno fatto domanda di asilo cinquemila persone, ne sono state accolte a titolo definitivo undici ─ e la stampa ha commentato positivamente, visto che l'anno precedente a fronte di un numero di richieste analogo furono in sei. È una nazione che si fonda sull'identità, e la ragion di stato viene sopra ogni cosa (spesso anche alle regole ONU del 1951 sui rifugiati): politica e opinione pubblica sono sulla stessa linea. In un discorso di una decina di anni fa, l’allora ministro dell’Interno di Tokyo – nonché attuale ministro delle Finanze – Taro Aso, disse che il Giappone è «una cultura, una civiltà, una lingua, una razza». Razza è una parola che evoca scenari bui della nostra storia; l'eterogeneità del multiculturalismo altrove e in altri pensieri è visto come un enorme valore aggiunto, ma tant'è.

All'opposto la Germania, secondo alcuni calcoli diffusi dal governo, potrebbe accogliere addirittura un milione di rifugiati. La decisione della Cancelliera Merkel di aprirsi al problema dell'immigrazione è stata presa con calore, emozione, giubilo, soprattutto in Italia (e Francia), dove sia i medi che l'opinione pubblica viaggiano a un livello epidermico delle questioni, molto legato all'istinto e al consenso. Molti commenti sull'austerity che in fondo ha un cuore e sull'elevazione al rango di statista della Merkel. I più sgamati, quelli che pensano sempre di saperla più lunga, hanno fatto un rapido shift e così la Merkel è passata da "Culona inchiavabile" a "quella che ci sta rubando i profughi migliori". Era cominciata infatti a girare la tesi che la Germania stesse aprendo le porte ai rifugiati "perché adesso partono laureati e chattering class varie, ché è sempre un bene averne in casa".

Tesi che finiva per essere rinforzata da un bell'editoriale dello Spiegel, sempre molto ponderato, ma che rischiava di far facile sponda alle letture frettolose dei più dotti saperlalunghisti. Scrive infatti il settimanale: «L’immigrazione è un problema, ma anche una chance. Ci obbliga ad essere più aperti, generosi e anche un po’ caotici, ma rinunciare alle conoscenze alle competenze e al bagaglio formativo degli immigrati sarebbe uno spreco di risorse». Invece, mentre da altre parti prendeva spazio l'entusiasmo ─ addirittura ci scivolava anche il conservatore Bild titolando "Wir Helfen", li aiutiamo ─ la stampa tedesca si contraddistingueva per la misurazione con cui affrontava e approfondiva l'argomento. Un'altra lezione nella lezione.

Perché è plausibile che dietro alla scelta del governo tedesco possa esserci una considerazione di opportunità che supera il solidarismo vuoto; ma è altrettanto innegabile che quell'eventuale considerazione non sminuisce il senso di apertura della scelta fatta dalla Merkel; allo stesso tempo, questo ci dice dimostra di nuovo che la Germania (come nel caso delle tanto citate riforme strutturali) ha un occhio lungimirante sui fenomeni contemporanei e sul come inquadrare i propri interessi all'interno di questi; ed è altrettanto ovvio che si troverà davanti a una scommessa, una dura prova, perché l'apertura nei confronti dell'immigrazione è un problema storico nel Paese.




martedì 8 settembre 2015

Una cosa che in Italia non è chiara sulla guerra in Siria: è colpa di Assad

(Pubblicato su Formiche)

Il caso dell’immagine del povero Aylan, il bambino migrante trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, ha riacceso i riflettori sulla guerra in Siria. Lo ha fatto per poco tempo, ora l’argomento s’è incentrato nuovamente soltanto sui migranti, non che sia questione di poco conto, ma l’attenzione è tornata sul sintomo e non sulla malattia. Tra poco ci si riabituerà anche al sintomo, e passeremo di nuovo ad occuparci di amenità varie (la patente di Balotelli, perdio!) come al solito.

Per i pochi interessati: sentendo in giro, si capisce che c’è una percezione abbastanza sbagliata su quello che sta succedendo nel conflitto siriano. Gli italiani, che sia colpa dei media o della poca attenzione prestata alla vicenda, sanno sì che laggiù c’è una guerra, ma non hanno consapevolezza su quelle che ne sono state le cause e di come ne procede la cinetica. Per larga parte dei nostri concittadini le ragioni di quella guerra sono tutte legate al sedicente Stato islamico, il gruppo jihadista che ha fondato su quei territori il Califfato. Ma questo è vero solo in parte.

In Siria c’è una guerra civile nata dalla rivoluzione del popolo siriano contro il regime dittatoriale di Bashar el Assad, presidente per discendenza, figlio di un padre, Hafez, altrettanto dispotico e spietato. Se si compara la percentuale di morti, soprattutto tra i civili, causata dalle azioni dello Stato islamico e quella prodotta dalla campagna militare del governo contro i ribelli, si scoprirà con sorpresa che lo spietato IS è responsabile di meno di un decimo delle vittime. Più di nove morti su dieci (parliamo di cifre che in questo momento stanno toccando quota 240 mila in totale) sono state causate dagli attacchi del regime.

Occorre avere questa percezione per comprendere di chi sono le responsabilità della guerra che produce la fuga delle persone dalle proprie case: quelle persone che nella ricerca di un rifugio in un altro paese, poi vengono quasi disumanizzate diventando migranti-problema-quote. Questo non significa che l’IS è immune da responsabilità: nei territori che il Califfo ha conquistato, l’assurda rigidità delle regole sharitiche ha prodotto la fuga di centinaia di migliaia di cristiani, per esempio. E il folle settarismo degli uomini del Califfo, ha portato a massacri e attentati. Ma c’è un male forse peggiore dell’IS laggiù.

È sotto quest’ottica, allora, che quando si parla di andare a risolvere alla fonte il problema, cioè intervenire sulla malattia, bisogna aver chiaro che questo significa innanzitutto intervenire militarmente, e poi farlo con nel mirino un duplice obiettivo: lo Stato islamico di sicuro, ma anche il regime di Damasco. Entrambi responsabili della morte e delle sofferenze di milioni di persone (oltre ai morti, ci sono 7,6 milioni di sfollati interni e 4 milioni di profughi) .

Sul motivo per cui Assad non è inquadrato come un nemico, ci sarebbe da riflettere. Perché al di là dell’incuria di certa informazione e al di là della disattenzione della gente comune, attratta più facilmente dal luccichio terribile delle spade del Califfo ─ attrazione che innesca un loop mediatico ─, potrebbe esserci dell’altro. È un argomento delicato: ci si avvicina a un passo da posizioni complottiste che potrebbero far da linfa alle congetture degli schiantati. Dunque, andiamo con calma.

Iniziamo col dire che il rapporto tra Assad e l’Occidente è stato sempre piuttosto ambiguo e travagliato. Lui, il Dottore, così come il padre, si è sempre configurato come amico e collaboratore occidentale, se non che ha sempre operato sotto una doppia agenda.

La Siria subisce molto l’influenza iraniana, anche perché gli Assad sono sciiti alawiti e, sebbene vengano da una formazione politica come quella laica baathista, sono parte dell’asse sciita che Teheran nel tempo ha creato (Iran-Siria-Iraq-Libano-Yemen). Gli Stati Uniti negli anni della guerra d’Iraq, cercarono di avvicinare la Siria come partner nella lotta all’estremismo islamico. Assad si erse a bastione laico contro il fondamentalismo, ma in contemporanea (probabilmente sotto coordinamento iraniana) faceva da campo base per ogni genere di gruppo combattente jihadista. In Siria, durante la guerra irachena, trovarono appoggio sia le milizie sciite più spietate, che usavano il territorio come retrovia per ricevere rifornimenti diretti dall’Iran, sia le fazioni sunnite come al Qaeda. Militanti che dalla logistica siriana, passavano all’azione sul suolo iracheno contro le truppe occidentali ─ recentemente il generale a quattro stelle dei Marines Joseph Dunford, ha ammesso che sarebbero 500 i militari americani morti per attentati ricollegabili all’Iran durante l’occupazione irachena: molti di loro presero le armi in Siria. La Siria otteneva in cambio di questo genere di ospitalità la stabilità interna: al Qaeda non colpiva in suolo siriano (anche perché i salafiti locali erano liberi di andare a combattere il jihad iracheno), mentre le milizie sciite diventavano man mano gruppi paramilitari interni, di potere, che appoggiavano il regime. Perfino il PKK, che non è un gruppo jihadista ma sono i guerriglieri estremisti curdi che combattono il governo turco, fece base a Damasco.

La linea americana, del “fidarsi degli Assad”, non si modificò molto nemmeno con il cambio alla presidenza. Barack Obama utilizzò l’allora senatore John Kerry (ora segretario di Stato, ai tempi chairman della Commissione affari esteri e definito da quella che era la sua portavoce il «miglior surrogato» del presidente sulle questioni di politica estera) di tessere rapporti diplomatici con Damasco. Nel 2009 e nel 2010 Kerry incontrò molte volte Bashar Assad (questa foto è del 2009, per esempio). L’obiettivo, sulla linea della politica di apertura e mano tesa dell’Amministrazione Obama anche nei confronti di “stati canaglia”, aveva una sua profondità geopolitica: l’accordo con l’Iran era lontano a quei tempi, la Repubblica Islamica non ancora riqualificata era il principale dei nemici, e dunque si doveva cercare di allontanare la Siria dall’influenza iraniana. Era l’inizio del 2011, ancora non erano scoppiate le proteste che poi si sono trasformate in rivoluzione contro il regime, quando Kerry diceva: «Beh, io personalmente, credo che, voglio dire, questa è la mia convinzione va bene, ma il presidente Assad è stata una persona molto generosa con me, nei termini delle discussioni che abbiamo avuto».

Da lì in poi, la situazione è precipitata: ci sono state le prime proteste contro il governo, le repressioni, la presa delle armi, la guerra civile, l’insinuarsi all’interno del caos del gruppo di Baghdadi, l’IS.

Ovviamente da quando la reazione violentissima alla protesta iniziò a diventare evidente, la posizione di Washington cambiò. Assad stava soffocando il suo popolo e lo stesso Kerry a fine 2011 (qualche mese dopo della dichiarazione in cui Assad veniva definito «una persona generosa») disse che «la brutale repressione in Siria rischia di finire fuori controllo e portare a uccisioni di più civili». Le tensioni diplomatiche aumentarono fino al 2013, l’anno dell’attacco chimico siriano a Damasco. Assad gasò col sarin la sua gente, colpendo un quartiere controllato dai ribelli “sani”: centinaia di morti, molti civili. Erano i tempi delle red lines invalicabili-che-non-lo-erano: Obama arrivò a tanto così dal bombardare Assad, ma alla fine cedette al pacifismo ignorante e istintivo che aveva infiammato il mondo nei giorni dell’annuncio dei possibili raid americani contro il regime siriano. In nome del consenso tornò sui suoi passi e accettò la mediazione russa (alleata di Assad da sempre) sullo smantellamento delle armi chimiche della Siria.

Ma la guerra tutt’altro che finì. Anzi, nel frattempo iniziava a farsi largo in Iraq il gruppo combattente guidato da Abu Bakr al Baghdadi, che prestò aprì il fronte anche nella sconquassata Siria. Assad ha sempre messo in cima alla lista dei suoi obiettivi i ribelli moderati: difficilmente ha colpito l’Isis in questi anni di conflitto, anzi spesso ha concesso in ritirata ampie fette di territorio, abbandonando basi militari e consegnando armi e mezzi ai baghdadisti. È una politica premeditata: il regime siriano vuol far capire al mondo che quelli che si ribellano non sono semplici cittadini che chiedono la democrazia (quelli da cui era partito tutto nel 2011), ma pericolosi jihadisti che imbracciano le armi nell’ottica di uno scontro di civiltà. Per questo ha ceduto così tanto spazio al Califfato. E nel frattempo, i ribelli moderati finivano tra due fuochi: da un lato il regime che li schiacciava, dall’altro Baghdadi che li combatteva perché troppo poco “islamico-radicali”. Step back: ad Obama, nel 2012 un nutrito gruppo di consiglieri suggerì di appoggiare alcune delle fazioni anti-Assad, ma lui preferì il disimpegno, lasciandoli soli (o quasi) a combattere. Alcune fazioni di rivoltosi, scelsero di passare tra le linee delle corazzata jihadiste, più motivate e più forti, portando ad una radicalizzazione nelle posizioni di altri gruppi; in diversi furono disintegrati dal regime. Morti, feriti, profughi.

Fino ad oggi, o meglio qualche mese fa. In questo momento (occhio: è questa la parte dove si sta sulla soglia degli schiantati) il regime siriano è oggetto di un maquillage sottotraccia e lontano dai riflettori. Di nuovo le parole di Kerry: a fine marzo, intervistato dalla CBS l’ora segretario di Stato americano ha ammesso che la diplomazia di Washington sta cercando di trovare i metodi adeguati per negoziare con Assad. Rendere digeribile l’apertura di credito al più spietato e sanguinario dei dittatori attualmente sulla scena, è difficile ─ non più tardi del 16 agosto, gli elicotteri governativi hanno colpito un mercato alla periferia di Damasco, all’ora di punta: il bilancio è stato di oltre cento morti, quasi esclusivamente civili, colpiti per rappresaglia contro i ribelli. Ma dietro alla riqualificazione, c’è lo spettro del Califfo a far da Maalox . Assad, almeno ufficialmente (poi s’è detto come vanno realmente le cose), combatte anche contro l’IS, che in questo momento è inquadrato come il pericolo globale per eccellenza. Per questa ragione la ruota della storia si ferma ancora sullo stesso punto: Assad può essere un partner nella lotta al terrorismo fondamentalista islamico. Di nuovo. Quest’ultima affermazione chiede un punto interrogativo, ma a giudicare dalle posizioni assunte ultimamente dalla Casa Bianca la risposta sembra affermativa. Vedere per credere: il regime siriano non è tra gli obiettivi della campagna della Coalizione internazionale che man mano si sta allargando dall’Iraq alla Siria (ora anche Francia e Regno Unito inizieranno le proprie missioni là); il regime non è nemmeno menzionato tra le regole di ingaggio dei ribelli moderati addestrati da parti di quella stessa coalizione, che avranno solo il compito di combattere un pezzo dei problemi che affliggono la propria terra, l’IS (circostanza che ha portato molto malcontento tra i ribelli, che hanno aderito al programma con scarsa enfasi e per questo il programma si sta rivelando un risibile fallimento).

Se si inquadra la questione anche nell’ottica di questa sottile e quasi silenziosa riqualificazione del governo siriano, si comprende perché la percezione del male che sta accadendo in Siria è quella che è ─ cioè strettamente legata alla presenza dello Stato islamico. Ed è innegabile: di quel che combina giornalmente il regime si parla molto meno rispetto ai report continui su quel che succede in Baghdadiland. È veramente difficile sentire un leader politico scagliarsi contro Assad con la stessa veemenza con cui si scagliano contro il Califfato: eppure i numeri sono chiari. Il regime siriano ha fatto circa dieci volte più morti dello Stato islamico. Se ne parla poco perché poi magari, alla fine della fiera, potremmo ritrovarci il governo siriano come un “più o meno alleato” ─ e forse non serve nemmeno aspettare la fine della fiera. Se ne parla poco perché la guerra siriana è uno degli enormi fallimenti dell’America obamiana (e dell’Occidente) in politica estera. Se ne parla poco perché ormai la Siria di Assad è diventata un vespaio pericolosissimo ─ vedere la presenza di alleati importanti al fianco di Damasco, come l’Iran e come la Russia, questione che aggiunge un’ulteriore complicazione geopolitica, soprattutto adesso che gli iraniani sono stati ripuliti con l’accordo sul nucleare, e tutto l’intricato capitolo relativo alla guerra per procura.

Nei giorni passati è stato sport nazionale cercare il responsabile profondo dietro alla morte del piccolo Aylan. Analisti e intellettuali si sono surriscaldati le meningi per trovare una spiegazione: dall’immobilismo compassionevole dei politici (che è di certo una parte del problema), si è arrivati alle classiche deviazioni ideologiche, al solito capitalismo, fino al “male che divora questa nostra attuale umanità” (sì: l’impulso di trasformare il giornalismo in letteratura, di dare aria alla propria fantasia, in certi casi è più forte dell’umana volontà). Sia chiaro però, che se si cerca senza ipocrisie e disattenzioni, quel responsabile un nome ce l’ha: è Bashar el Assad.



sabato 5 settembre 2015

Proviamo, proviamo, ad essere meno compassionevoli e più incisivi

(Pubblicato su Formiche)

«Al di là dello choc, la domanda che ci si pone è la seguente: in che senso siamo responsabili della morte di questo bambino? L’emozione, a questo punto, lascia il posto alla ragione». L’ha scritto il filosofo francese Pascal Bruckner sul Figaro, e parla, ovviamente, di Aylan, il bambino siriano raccolto esanime sulla spiaggia turca di Bodrum, che ha risvegliato l’opinione pubblica sulla guerra in Siria e sul conseguente flusso di migranti che ne scappa. E più avanti Bruckner ha dato pure la risposta, perché a parte i combattenti dell’IS (che sono i responsabili diretti della morte del povero bambino, perché sono loro che hanno attaccatoKobane e costretto le famiglie che ci vivevano a scappare da un massacro imminente, disperatamente difeso soltanto dall’orgoglio curdo, quello di un popolo di ultimi abituato a soffrire), i responsabili sono altri. In particolare quella flotta degli immobili indignati compulsivi, che oggi si schiera a difesa dei poveri profughi (e chi non lo farebbe) e che parla di risolvere i problemi alla base, quelli che Bruckner definisce del «ho un cuore anch’io, un cuore grande», umanitarismo da due spicci che «maschera l’assenza di una visione politica chiara sulla situazione in Siria e in Iraq»; quelli che quando gli spieghi che per risolvere il problema di quella guerra (già è tanto chiamarla così, ma guai a dire che è una “guerra di civiltà”, però, ché è poco poll corr) serve un serio e massiccio intervento militare, fingono di non capire, ti ignorano, o ti dicono che la guerra è sempre pessima (e certo che lo è!). Ma la guerra si combatte con la guerra, non con il mosciume di certi tavoli diplomatici: per questo, Bruckner individua tra i responsabili i leader politici di mezzo mondo (quel mezzo nostro). Perché non si può semplicemente “degradare” lo Stato islamico (termine di genesi obamiana), lo si deve sconfiggere. (Nota: in quest’ottica, lo Stato islamico vale quanto il regime siriano di Bashar el Assad, ancora in piedi perché quello stesso umanitarismo spicciolo, quel pacifismo ignorante, ha pressato e guidato le decisioni della Casa Bianca due anni fa esatti, quando Damasco gasò i civili e Obama voleva bombardare il rais: ancora s’era in tempo, forse, ma poi il regime change che doveva fare l’Occidente lo hanno fatto gli islamisti, a Mosul, Raqqah, Aleppo. E guai pure a dire “regime change”, perché “chi siamo noi” e bla bla bla.)

L’ultimo dei paper che è uscito sull’argomento, non parla soltanto delle questioni tecniche di un possibile, quanto auspicabile, intervento militare ─ numeri di soldati da inviare, tipi di missioni, durata ─ ma apre un tremendo scenario geopolitico. L’autore è Frederic Hof dell’Atlantic Council, e secondo la sua analisi «l’abominio che è la Siria aumenterà il tasso di rassicurazione di altri paesi e da lì ci sarà un’emorragia di esseri umani in tutte le direzioni che continuerà per decenni. Questo potrebbe essere l’ultimo, proibitivo, prezzo da pagare per aver seguito una strategia univoca rivolta a tutto tranne che al cuore del problema».

Il tredicenne siriano Kinan Masalmeh ai microfoni di Al Jazeera a Budapest, ha detto la più seria e equilibrata delle cose: fermate la guerra in Siria e noi non veniamo più in Europa, non scappiamo più, vogliamo stare a casa nostra mica rischiare la vita in mezzo al mare. Per fermare la guerra servono meno valori e più fatti, però. Perché quando intellò e politici di mezzo mondo toglieranno le ipocrisie ideologiche al problema, sarà comunque troppo tardi e si troveranno davanti i numeri agghiaccianti della guerra in Siria: 240 mila morti, 7.6 milioni di profughi interni, 4 quelli fuggiti fuori dal Paese. La crisi migratoria ha portato stati confinanti come il Libano al collasso: dagli ultimi dati, circa il 26 per cento della popolazione libanese è composta da profughi siriani. Mentre le grandi nazioni arabe stanno a guardare ─ provate a contare il numero di profughi accolti nei ricchi Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait, Oman e Bahrain: ve lo dico io, zero (situazione per altro denunciata già da Amnesty International).

«Tutte le possibilità di salvare la Siria come stato ora sono passate. Lo stato siriano è finito, e questa è la ragione principale dell’alto flusso migratorio» ha spiegato al Foglio Andrew Tabler, analista ed esperto di Siria del Washington Institute for Near East Policy. Per capire quanto questo sia vero, basta guardare una delle cartine che fotografano l’immagine del Paese (al link): oltre la metà del territorio da est fino al centro è in mano allo Stato islamico. Al nord ci sono i curdi del Rojava che hanno difeso le proprie terre (come Kobane) e adesso ne rivendicano i diritti. Sulla fascia costiera c’è quel che resta dello Stato: Latakia, la città ancestrale della setta alawita degli Assad e tutta la striscia di confine con il Libano (dove l’Iran e gli alleati locali Hezbollah conducono la guerra) e poi Damasco, sono ancora in mano al regime ─ tenute con il sangue: il 16 agosto gli elicotteri assadisti hanno colpito un mercato di quartiere a Douma, periferia della capitale, procurando oltre cento vittime civili (in mezzo ce n’erano diversi di Aylan, anche se non sono finiti in prima pagina). Mentre le forze dei ribelli (a varia concentrazione di islamismo) hanno preso Aleppo e Idlib, a nord-ovest, e ora stanno arrivando verso la costa.

E la fotografia attuale, passa a quella futura descritta da Rolla Scolari sul Foglio. «La Turchia è d’accordo con gli Stati Uniti per la creazione di una zona cuscinetto liberata dallo Stato islamico, un’area di cento chilometri quadrati in cui vivono 300 mila turcomanni, etnia vicina ad Ankara. I curdi puntano alla creazione di una provincia al sud-est della Turchia, nel nord dell’Iraq. Al sud la Giordania, come ha scritto il Financial Times, starebbe lavorando sui legami tra tribù siriane e giordane per ritagliarsi una zona cuscinetto e umanitaria. Israele, secondo indiscrezioni della stampa locale, vorrebbe lavorare con i drusi siriani del Golan, dall’altra parte del confine, per tenere tranquilla la parte siriana delle alture. L’Iran e l’alleato Hezbollah tendono al mantenimento della loro sfera di influenza territoriale nell’area della frontiera libanese».

E allora, quando passerà l’interesse su quella foto, utile per lenire il senso di colpa occidentale (condito dal moralismo da due soldi che sostituisce l’emozione al ragionamento), resterà tutto come prima? Oppure l’Europa smetterà di trattare l’argomento migrazione come “compassionevole stato di emergenza” e deciderà di affrontarlo per intero come fenomeno geopolitico? E gli Stati Uniti, che non considerano la soluzione della crisi siriana tra le priorità di interesse nazionale, aumenteranno il loro coinvolgimento? (Sul Washington Post, Adam Taylor ha scritto che la foto di Aylan nasconde una «uncomfortable truth»: i rifugiati non sono esclusivamente un affare europeo, ma anche americano). I Paesi arabi prenderanno una linea meno ambigua? E le nazioni occidentali, con i loro politici e pensatori, abbandoneranno l’istinto all’indignazione e la negazione ideologica contro ogni intervento armato per costruire una strategia coerente di lungo termine che porti alla distruzione dello Stato islamico e alla fine della guerra civile siriana? (Occhio, sono due cose diverse). Certo, tutto questo richiede coinvolgimento, chiede di uscire dalle comfort zone del pensiero buonista, chiede di smettere di autoflagellarsi ─ l’Europa «infermiera» la chiama Bruckner ─ per intervenire direttamente, sul serio, contro l’orrore.

giovedì 3 settembre 2015

L'immagine di quel povero bambino

Da ieri gira su internet la foto di un povero bambino di due o tre anni che giace morto, trascinato sulla battigia della spiaggia di Bodrum (famosa località turistica turca) probabilmente dalle stesse onde che hanno rovesciato l'imbarcazione zeppa di migranti con la quale lui e la sua famiglia stavano fuggendo dalla Siria. L'immagine è tremenda, perché la posizione di quel bambino (s'è diffusa la voce che si tratti di un curdo di Kobane, ma poco importa) è la stessa che assumono tutti i nostri figli mentre dormono. Ieri sera, quando sono entrato in camera di Tea per vedere come stava con il mal di pancia (probabilmente dovuto a tutte le fortunate schifezze mangiate al compleanno del cugino), lei dormiva placida e sembrava il bambino sulla spiaggia.

Ora, quella che è una delle migliaia di immagini che arrivano giornalmente da quel dramma che si moltiplica altrettanto giornalmente, è diventata maistream perché molti giornali hanno deciso di pubblicarla per sensibilizzare su quello che c'è dietro alla chiacchierata (spesso a vanvera) questione dell'immigrazione. Può essere giusto. Ci sono quelli come me che per certe ragioni con quelle (o altre) immagini delle atrocità del mondo fanno i conti tutti i giorni, perché quelle atrocità a volte cercano di raccontarle; ci sono i più sensibili che quelle immagini (di quel bambino, di suo padre ─ rimasto tragicamente vivo mentre i suoi due figli sono morti con la mamma ─ e delle persone come loro) se le immagino perfettamente, le comprendono anche senza vederle; poi ci sono quelli che invece semplificano, non capiscono, o se ne fregano. A tutti serve vedere quel bambino, ma soprattutto per l'ultima categoria può essere utile avere chiaro in faccia il dramma che si sta consumando poco a largo delle acque in cui noi abbiamo fatto il bagno.

(Da qui parte un discorso lite version su una questione finora solo accennata, ma che nei prossimi giorni, o forse ore, guiderà le penne dei più arguti editorialisti italici ─ ne vedremo delle belle).

Un filone polemico intrapreso da qualcuno, argomenta sul "se sia giusto o meno pubblicare certe immagini" ─ e aggiunge che in molti tra quelli che le hanno pubblicate, sono gli stessi che censuravano i video delle esecuzioni dello Stato islamico o amenità simili. Non c'è, per me (e come si dice in questi casi: imho), un giusto o uno sbagliato: tutto ciò che è notizia deve-o-può essere pubblicato. Dunque è notizia il bambino, è notizia la testa di James Foley, è notizia la giornalista ammazzata durante un'intervista. Sono notizie atroci, certo, ma sono notizie: raccontano una realtà, che per immagini è spesso molto più forte, immediata, comprensibile, completa, che per iscritto, i corpi trucidati dei curdi di Suruc (le immagini può forti uscite in queste ultime settimane, a mio parere). Poi è una scelta: si può scegliere di pubblicarle o meno quelle immagini, certo. Si chiama linea editoriale. E non deve nemmeno esserci una necessaria coerenza e omologia di trattazione in quella linea editoriale: cioè, si può decidere (sempre imho) caso per caso se pubblicare o meno.

Mario Calabresi, il direttore della Stampa, ha spiegato in un editoriale perché inizialmente voleva non mettere l'immagine di quel bambino a Bodrum sul giornale che dirige, e poi invece ha cambiato idea. Scrive Calbresi:
Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.
Per concludere, dunque, è inutile discutere sul giusto o sbagliato della pubblicazione: ognuno è libero, così come siamo liberi noi di riprendere quella foto sui nostri spazi (che siano i social network o la lavagna della cucina). L'importante è evitare becere strumentalizzazioni, propagande, uscite a effetto (come se l'effetto di quel corpo non bastasse già). C'è un giornale italiano (forse ce ne saranno altri) che si chiama il Manifesto, che è famoso per fare titoli a effetto (spesso anche buoni) che ha ripreso la foto in prima con sopra scritto "Niente asilo". Ecco, quello che ha fatto il Manifesto per me vale quel che un altro giornale italiano, Libero, ha fatto l'altro ieri, spingendo la storia del migrante che ha aggredito e ucciso una coppia di coniugi a Catania, per sostenere le proprie posizioni contrarie all'immigrazione. D'altronde pure Libero è famoso per i titoli a effetto: almeno però ha avuto il buonsenso di non pubblicare le immagini dei coniugi uccisi. Il punto è qui: non sul giusto o sbagliato di pubblicare certe cose, il punto è il come farlo.


Nota: in una precedente versione di questo post, era stato scritto, secondo le prime informazioni diffuse, che la madre del bambino siriano trovato morto, era rimasta viva. In realtà era annegata anche lei: il padre è l'unico in vita della famiglia.






giovedì 13 agosto 2015

La droga, i teenager, voialtri e la vostra Cultura

Scrive Leonardo Bianchi su Vice, in un articolo che raccoglie un po' tutte le idiozie che i giornali italiani (quelli grossi, quelli importanti) hanno scritto a proposito dei tre fatti di cronaca che hanno legato la morte di tre minorenni a questioni di droga (anche se per uno, poveretto comunque, non lo era, ma si è trattato di una maledetta malformazione cardiaca congenita):
Il cronista Carlo Rivolta, scomparso prematuramente nel 1982 a causa dell'eroina, diceva che lo "spessore umano" di un giornale lo si misura da "come dà la cronaca, se fa a brandelli la vita della gente o se cerca di aiutarla". Credo che in questi giorni chiunque abbia avuto modo di farsi un'idea di questo spessore.
Il riferimento è alla serie di articoli, che in alcune redazioni si sono trasformate in vere e proprie miopi crociate (ammesso che ce ne siano anche di non miopi, di crociate) contro la droga e contro l'universo "droga/teenager". Il dato, innanzitutto: nel 2015 ci sono stati 4 giovani minorenni uccisi da overdose, mentre 49 sono stati i morti per stessa ragione tra i 35 e i 39 anni. Eppure non avete letto sui giornali di un'emergenza droga tra i trenta/quarantenni (tra l'altro, proprio a fare il pelo, secondo la Relazione annuale 2014 dell'antidroga della Polizia di Stato, non è l'ecstasy la droga che uccide di più, ma resta in testa alle classifiche quella bastarda dell'eroina ─ dico bastarda perché mi ha fatto vivere diversi pessime situazioni, che ho provato a raccontare anni fa anche in un altro post, che però è un po' triste perché mi veniva pensato a persone con cui ho passato parecchio tempo: certo meno di quanto loro ne hanno passato con l'eroina).

Ma i dati, spesso sono freddi e crudi: perché quei ragazzi non ci sono più, e questo è quel che conta. E conta ancora di più se capisci di essere stato soltanto un po' più fortunato a non esserci finito invischiato (come cantava il rocker di Correggio «...e c'è mancato proprio solo un pelo»). Perché è questione di fortuna, un po' più che di forza d'animo e quanto di paura; soprattutto di paura, è stato per me: io non ho mai preso droghe strane, perché avevo paura. Non perché ero meno disagiato di altri miei amici che le prendevano, non perché avevo genitori migliori, non perché leggevo, studiavo, pensavo: anzi, spesso mi sentivo un disagiato perché tra i miei amici ero uno dei pochi che non si drogava pesantemente. E gli altri venivano e vivevano il mio stesso contesto sociale. Dunque niente cazzate sull'isolamento, sulla società che emargina, sullo sballo per uscire dai problemi: noi il massimo dei problemi che avevamo, era perché una non voleva darcela. E sapevo benissimo, cosa da non sottovalutare, che chi si drogava si divertiva. Perché è così, fatevene una ragione, chi si droga lo fa per divertirsi, scordatevi i casi umani, le situazioni difficili, le famiglie critiche e tutte quelle amenità dipinte dalle pubblicità progresso. In un altro bel pezzo uscito in questi giorni ingiusti sull'argomento, Manuel Perruzzo sul Foglio ha scritto una delle cose più azzeccate, riprendendo uno di quei fondi con cui i pomposi editorialisti italici hanno dimostrato di non capire una benemerita ─ nel caso, si tratta di Beppe Severgnini a proposito della chiusura del Cocoricò, la discoteca dove uno di quei sfortunati ragazzi ha lasciato la vita: «I nuovi, giovanissimi trasgressori si vogliono sballare col permesso del questore: francamente, è troppo» ha scritto Sev. Perruzzo replicava:
Avvisiamo Beppe Severgnini che nessuno considera più trasgressivo ingerire una pasticca di ecstasy e che il vantaggio di questa generazione rispetto a quella degli anni Sessanta (che si drogava più seriamente) è che non ci si sente più rivoluzionari o anticonformisti "calandosi una pasta", al massimo meno annoiati. Siamo abituati a prendere pillole per dormire, dimagrire, fare sesso, non avere figli e – so che ne sarete sconvolti – anche per divertirci.
E ancora, in un altro passaggio che centra perfettamente il nucleo della questione:
L’altra cosa che fatichiamo ad accettare è che piace. Drogarsi, quando non uccide e lascia cadere in tunnel dove si spengono spine o sconnettono menti, e tutti i migliori claim da pubblicità progresso, fa stare benissimo. È questo il problema. Saperlo renderebbe più sbrigativo per tutti i sostenitori della mozione “dobbiamo fare una riflessione sociologica, culturale, antropologica, filosofica, medica, religiosa” trovare una soluzione: ci si droga perché è bello, signori.

Quello che dicevo prima, insomma. Per mia esperienza personale, nessuno mi ha mai offerto della droga tipo quando mia zia ai pranzi domenicali mi riempiva il piatto di colosterolo, trigliceridi e zuccheri ─ che poi per me sono diventati droghe pure quelli ─ al grido "mangia, mangia che è buono!". Però i miei amici che si drogavano pesante, mi spiegavano sempre che era una cosa molto figa. Ma io avevo paura, e loro erano dei veri Lord a non darmela (altra questione da chiarire: chi ha la droga, non la dà agli altri, perché ha speso soldi per comprarla e perché gli piace usarla tutta per sé). Paura di stare male, e con lo stessa fermezza con cui non mangio più peperoni e agnello, causa imbarazzanti difficoltà di gestione digestiva, non prendevo certa roba. Al tempo stesso, però, sapevo come quelle droghe funzionavano, quanto se ne doveva prendere per non fare una finaccia, come andava presa, dove, quando. Anche perché spesso mi trovavo nella situazione che con le mie due Heineken da 66, ero il più in forma del gruppo e qualcuno doveva pure tenere la cassetta del pronto soccorso. Sapevo quello che ancora so sulle droghe, perché lo ho imparato sul campo, e purtroppo nessuno a scuola è stato in grado di spiegarmelo (attenzione: credo che questo sia un po' il nocciolo di tutto il discorso, dunque se siete arrivati fin qui prestate ancora un po' di attenzione e ragionamento, che così la finisco prima). Richiedere un'educazione agli stupefacenti non è follia di chi scrive, in Inghilterra, per esempio, le associazioni genitori, che qui in Italia si occupano di coprire i perizomi alle ballerine di Buona Domenica (le seghe, quelle sono un'altra droga, evidentemente), hanno chiesto al governo-Cameron di essere più incisivo su questo genere di trattazione: e concedetemi che il rapporto con la droga del popolo inglese non è certo secondo a quello italiano, dunque loro, che occorrono politiche di riduzione del danno e spiegazioni sul come assumere certe sostanze, l'hanno capita e noi non ancora. Angelino Alfano, il nostro ministro dell'Interno, per esempio ha detto che ci si può «divertire fino all’alba anche senza impasticcarsi o ubriacarsi di superalcolici» e dunque dovrà esserci "tolleranza-zero contro lo sballo": una cosa che non significa niente, detta da uno che evidentemente quando c'era da bere a giro e provare a trombare, stava da un'altra parte.

E non l'abbiamo capita, anche per colpa dei Severgnini, prima che degli Alfano, cioè per colpa di come certi argomenti vengono trattati dagli opnion-maker o dai media, che sono di per sé opinion-maker, anche se adesso, ad agosto, a condurre i programmi di approfondimento sono rimasti soltanto sbiaditi cugini di gradi lontani. Michelesé, per esempio, uno che fa opinione, ha deciso di trasformare Gli Sdraiati in Gli Sconosciuti per l'occasione, e dice: «I ragazzi detestano quasi tutte le parole che usiamo spendere su di loro, e anche per questo leggono sempre meno e guardano sempre meno i telegiornali». Come dargli torto? Ai ragazzi, s'intende. Per capirci, nel momento in cui sto scrivendo questo post, ospite in Tv a Coffe Break di La7 c'è Carlo Giovanardi che sta parlando di droghe. Giovanardi non è stato invitato perché è una voce autorevole sull'argomento, oppure perché ha sviluppato un'idea sensata sul come muoversi: è stato invitato perché dice certe cose sghembe (per qualcuno, diciamo per molti, giuste, magari, per altri), che verranno prese a sputi da alcuni, creeranno dibattito e discussione a decadenza istantanea, e forse se siamo fortunati qualche buona battuta su Spinoza, ma alla fine il giorno dopo non succederà comunque un cazzo.

Il concetto di Serra è sballato, perché presuppone di inquadrare tutti gli adolescenti in una specie di ignoranti erranti (ma credetemi, non è così, e l'ho provato direttamente pure questo una volta che fui invitato a parlare di Isis in un Liceo Scientifico di Assisi). Il problema, poi, è che lui, , è membro onorario della tesi. Sul giornale dove scrive, Repubblica, è uscito qualche giorno fa un pezzo stupefacente in cui la presunzione di raccontare la vita di Ilaria Boemi, una ragazza tra le vittime dei fatti di cronaca di questi giorni, s'è mischiata con l'ignoranza, il bigottismo, gli stereotipi, con la stanchezza retorica, e voglio sperare anche un po' con il caldo agostano. Di questo incredibile articolo, ne riporto un passaggio che descrive bene l'aria, però sarei veramente contento che voi dedicaste due minuti a leggerlo, se ancora non lo avete fatto (credo sul serio che sia istruttivo). Scrive Alessandra Ziniti, inviata da Rep sul luogo della tragedia a proposito della ragazzina morta:
Era particolarmente inquieta questa ragazzina di 16 anni con il viso sfigurato da cinque piercing, compreso una perla sulla lingua, il lobo dell'orecchio destro sfondato, i capelli cortissimi rasati alle tempie a darle un aspetto ancor più mascolino così come l'abbigliamento, jeans larghi, maglietta nera e scarpe da tennis
Non bastasse ci si è messo pure il più autorevole Corriere della Sera, che parla di «disagio adolescenziale», «travaglio intimo», «citazioni nere» (venivano da pezzi rap, ma va beh non è che i cronisti sono tutti esperti di musica: come dite? C'è internet per cercare le cose e verificare? Ma dai, in agosto, in Italì). Felice Cavallaro, ha pensato bene di raccogliere queste informazioni scandagliando il profilo Facebook della ragazza: e così, i capelli rasati e i piercing sono diventati chiari presagi di morte. Tant'è che @madeddoni ha scritto su Twitter: «Forse la morte non è il peggio. Forse il peggio è un giornalista che racconta chi eri guardando le foto su Facebook».

E allora, per chiudere: premesso che non si vogliono fare apologie delle droghe e che si ha chiaro che la questione-droga è complicatissima e non esistono dosi e soluzioni assolutamente efficaci, il problema sta molto anche nel fatto che «in un dibattito intrappolato nelle sabbie mobili dell'emotività non c'è alcuno spazio per ragionamenti non dico complessi, ma che almeno cerchino di sfiorare la realtà delle cose» (Bianchi, Vice).

Qualche tempo Thomas Friedman sul New York Times ha scritto una delle frasi che ci si dovrebbe tatuare in fronte: «Noi siamo i buoni, vediamo di dimostrarlo».





mercoledì 29 luglio 2015

Il problema del radicalismo islamico è in parti dell’Islam, e noi ci stiamo girando intorno

(Pubblicato su Formiche)

“Il problema è nell’Islam”. Sono parole forti, complicate e complesse, pericolose. Di quelle che sono sempre a grosso rischio di strumentalizzazione ─ figurarsi in un momento storico di questo Paese dove l’eccentricità porta un ex ministro (“per la Gioventù”), Giorgia Meloni, a scartare l’ipotesi (bizzarra e improbabile, va detto) sulla candidatura a prossimo presidente della Regione Sicilia del giornalista Pietrangelo Buttafuoco perché è un convertito all’Islam e sarebbe un messaggio sbagliato, «un cedimento culturale ai quei fanatici che vorrebbero sottomettere noi infedeli», precisa Meloni. (Quando siamo arrivati così in basso?).

Dunque quelle parole d’apertura, sono del genere da spiegare, da articolare per la lunghezza di un intero articolo, per inquadrare la questione senza correre il rischio di fare da spalla a certe strampalate posizioni di qualche politico italiano. Un brutto rischio, che quasi non si vorrebbe correre (per non finire impelagati in qualche involontaria complicità). E invece, vale comunque la pena di parlarne (oltre al dovere di cronaca, diciamo), perché questi che viviamo sono giorni contemporanei alla data che forse segnerà il nuovo corso nel rapporto tra stati occidentali e società islamica.

Esattamente dieci giorni fa, il 19 luglio, alla Ninestiles School di Birmingham, il primo ministro inglese David Cameron ha tenuto un discorso che può essere considerato lo spartiacque nella trattazione dei rapporti Occidente-Islam: senza giri di parole, Cameron ha accusato la comunità musulmana in Gran Bretagna di non fare abbastanza per bloccare i reclutatori dello Stato islamico e per allontanare i giovani inglesi dal fascino della narrativa del Califfato.

La Gran Bretagna ha un serio problema con l’estremismo islamico: dai dati raccolti dall’intelligence, sarebbero circa seicento i giovani partiti per combattere il jihad in Siria e in Iraq dal 2012. Alcuni di loro sono diventati dei preoccupanti simboli: su tutti Mohamed Emwazi, meglio conosciuto come “Jihadi John”, capo del gruppo di sequestratori “Beatles” interno allo Stato islamico, e boia degli occidentali decapitati nei video dell’IS. Emwazi è di origine kuwaitiana, ma è cresciuto a Londra. Uno dei tanti: nell’ultimo anno sembra che la polizia inglese abbia arrestato una persona al giorno con l’accusa di terrorismo. Soprattutto giovani. Ragazzi e ragazze, affascinate dalla possibilità di andare a far parte di un mondo in cui finalmente “puoi contare qualcosa”, sanare ingiustizie storiche e fantomatiche avversità, uscire dalla povertà, indottrinati dalle solite idee cospirative di quella visione del mondo che Cameron definisce «malata» e di cui Daniele Raineri sul Foglio ha fornito una sintesi efficace: «L’Occidente è cattivo e la democrazia sbagliata, le donne sono inferiori e l’omosessualità è un male, la legge religiosa prevale sulla legge dello stato e il Califfato prevale sullo stato nazione, e la violenza è giustificata – anzi incoraggiata e richiesta – per vincere». E ancora, gli ebrei e i poteri malevoli occidentali, che operano in concerto per umiliare i musulmani con l’obiettivo ultimo di distruggere l’Islam. «Non è così» dice il premier inglese: «Vi useranno e vi butteranno via». «Se sei un ragazzo, ti faranno il lavaggio del cervello, ti metteranno addosso una bomba e ti faranno esplodere. Se sei una ragazza, ti schiavizzeranno e abuseranno di te» continua: «Questa è la realtà malata e brutale dello Stato islamico». Parole accorate, verso quello che ha definito lo «struggle» di una generazione: combattere il jihadismo interno al Paese.

Oltre al quando, al come e al che cosa, anche il dove del discorso di Cameron ha un grosso valore rappresentativo. Se c’è una realtà simbolo della società multiculturale, multirazziale e multireligiosa inglese, quella è Birmingham ─ più di Londra, simbolo globale e per questo meno “locale-britannica”. E da Birmingham che Cameron trova lo spunto per la “One Nation”, lo slogan sulla società unita che lo ha portato a rivincere le elezioni: sconfiggere insieme l’estremismo e costruire una società più forte e coesa, che Cameron definisce un «elemento vitale di quest’unione».

Birmingham una delle città che ha “contribuito” più di qualunque altra in quei 600 jihadisti partiti dal suolo inglese. Ospita la più grande comunità musulmana del Regno Unito, e ha un rapporto storico con il radicalismo islamico. Lo scorso anno fece piuttosto scalpore la notizia diffusa dalGuardian secondo cui in una delle scuole della città, fu proiettato agli studenti un video di propaganda jihadista. Si scoprì in seguito che si trattava di un’operazione denominata “Cavallo di Troia” con cui alcuni alcuni gruppi islamici integralisti volevano “prendere il controllo” delle scuole.

Una scuola, come quella da cui ha parlato Cameron: e la questione torna di nuovo d’attualità.Sky News ha pubblicato in questi giorni un’inchiesta che racconta come all’Institute of Islamic Education ─ che si trova all’interno della Markazi Masjid, una delle più grandi moschee del Regno Unito ─ di Dewsbury, nei pressi di Leeds (Inghilterra del nord), siano previste sanzioni e punizioni per gli studenti che frequentano compagnie non musulmane. L’istituto imporrebbe un codice di comportamento ispirato alla sharia: niente Tv e giornali, solo abiti islamici, ascolto della musica limitato, segregazione culturale e via dicendo. Nota a latere: secondo quanto rivelato daSky News, l’Ofsted, dipartimento del governo che ispeziona le scuole e ne valuta la qualità, avrebbe giudicato “buono” l’istituto.

La parte focale del discorso di Birmingham è proprio quella in cui Cameron pone l’obiettivo su un problema molto importante, che si aggancia ai fatti di Dewsbury. Dice il premier: «Non c’è bisogno di sostenere la violenza per sottoscrivere alcune idee intolleranti che creano un clima in cui l’estremismo può fiorire. Idee che sono ostili ai valori liberali di base come la democrazia, la libertà e la parità sessuale. Idee che attivamente promuovono la discriminazione, il settarismo e la segregazione». Ed è vero: il processo di radicalizzazione avviene molto spesso in luoghi in cui la violenza non è praticata, ma tuttavia è tollerata. La Markazi Masjid, per esempio è la sede europea della Tablighi Jamaat, un movimento islamista con connotati estremisti.

Per far fronte all’estremismo islamista, occorre allora contrastare sia il volto violento che quello non apertamente violento, e per questo sostiene Cameron serve di occuparsi anche di quelle realtà che pur condannando la violenza apparentemente, sostengono altre posizioni estreme come le teorie cospirative secondo cui l’Occidente vuole eliminare l’Islam, o posizioni illiberali, o il settarismo, la discriminazione, la segregazione; e di quelle moschee in cui si leggono versi che inneggiano al jihad e dove si racconta che Maometto era un conquistatore e in questo occorre seguirlo. Posizioni su cui c’è stato un “condoning quietly” da parte della società britannica (anche in nome del buonismo e del politically correct) e soprattutto della comunità islamica. Un’ipocrisia che è finita per spalancare la porta alla narrazione estremista, e poi a dipingere il radicalismo come rivincita e infine dato un tocco glamour al jihad.

Il discorso di Cameron potrebbe segnare il passo, dunque. Si tratta della prima volta che un leader occidentale parla di un problema esistente con settori della comunità musulmana ─ «Si è spinto coraggiosamente dove nessun altro leader europeo aveva osato prima» ha scritto in un op-ed sul Times Ayaan Hirsi Ali, intellettuale di origini somale finita nel mirino dei terroristi islamici per aver partecipato alla produzione del documentario “Submission” sul fanatismo islamico, costato la vita al regista assasinato Theo Van Gogh. «Non posso essere più d’accordo. In tutto il mondo gli islamisti si infiltrano nelle comunità musulmane e dicono loro: “Gli infedeli sono in guerra con la tua religione”» scrive ancora Ali, a sostegno di una tesi piuttosto diffusa secondo cui gli unici persecutori dei musulmani nel mondo sono i musulmani stessi, quelli radicali e violenti, che colpiscono gli altri per la moderazione.

Cameron ha certamente esposto il fianco alle strumentalizzazioni e al rischio di «generalizzazione su base religiosa» (Raineri, Foglio). Ma quella segnata alla Ninestiles School è anche la linea della futura traccia politica. Da settembre partiranno una nuova serie di misure messe in campo dal governo inglese contro l’estremismo interno e che copriranno l’iniziativa dell’esecutivo per i prossimi cinque anni. Bloccare i passaporti (e l’invito rivolto dal premier anche ai genitori che pensano che il proprio figlio stia per partire per il jihad); eliminare i predicatori radicali fornendo sostegno ai moderati per rafforzarne la voce; sostenere istituzioni islamiche che aiuteranno il governo a tenere i giovani lontani dal fanatismo. Cameron ha un piano operativo, che mette in pratica la lezione di Birmingham, per affrontare quello che in questo momento è uno dei più grossi problemi del Regno Unito.


giovedì 25 giugno 2015

Il tradimento dei chierici, un’altra volta

Un mese fa Christian Rocca direttore di IL del Sole 24 Oreha scritto una cosa poi ripostata sul suo blog, che sebbene facesse riferimento a uno specifico fatto di cronaca ha valore universale e che per molti aspetti universalmente condivido. E per questo la ripubblico qui per intero a futura memoria.

Quanto ci manca Christopher Hitchens. Una volta, seduto a un tavolo di un ristorante a poche centinaia di metri dal Pantheon, mi disse: «Hanno paura». Sul quotidiano danese Jyllands-Posten erano state appena pubblicate alcune caricature di Maometto, il Profeta dell’Islam, che avevano scatenato proteste violente nel mondo islamico, minacce di morte nei confronti dei vignettisti e il solito spaccare il capello in quattro nel mondo occidentale. Quelli che cercavano di «problematizzare» la chiara ed evidente minaccia alla libertà di espressione, e non ripubblicavano quelle vignette, secondo Hitchens avevano semplicemente «paura».
Più o meno la stessa cosa ha scritto Paul Berman in un saggio, La polizia del pensiero, pubblicato da IL nell’aprile del 2012: «Pensano sia meglio stare alla larga da autori che definiscono provocatori, perché temono sia troppo pericoloso sostenerli e ne sono intimiditi».

Non credo che questa nuova versione del tradimento dei chierici (copyright Julien Benda, 1927) si spieghi soltanto con la paura. Serve qualcos’altro per spiegare che cosa spinge una parte delle élite occidentali del XXI secolo a sottovalutare la minaccia islamofascista alla libertà di pensiero e, addirittura, a battersi affinché non si offenda la suscettibilità di chi cerca di imporre il suo credo con sangue e sottomissione.

Questa fuga degli intellettuali (copyright Paul Berman, 2010), già tentata nei confronti di Ayaan Hirsi Ali, si è rivista in occasione dei 6, poi diventati 204 (su quattromila), scrittori del club PEN che hanno contestato il Courage Award assegnato dal circolo letterario di New York ai redattori della rivista satirica Charlie Hebdo (un gruppo di sessantottini francesi assassinati da un commando di fanatici musulmani per il solo fatto di aver espresso, matita alla mano, la propria opinione).

Nessuno dei 204 scrittori, e dei loro simpatizzanti, ha detto apertamente che i vignettisti assassinati se la sono cercata, ma i distinguo espressi con articoli, interviste e tweet non sono meno infamanti: Charlie Hebdo – dicono alcuni degli scrittori, in qualche caso senza aver mai sfogliato un numero della rivista, rivendicando di non conoscere una parola di francese e prendendo per buona una bufala circolata su internet – è una pubblicazione razzista che infierisce sui più deboli. Alcuni di loro sostengono che la satira di Charlie Hebdo, che è figlia della Rivoluzione dei Lumi e del Maggio francese, sia il prodotto di una cultura colonialista che non tutela le minoranze, anzi le sbeffeggia. Dicono anche che le vignette non fanno ridere e che l’ateismo e il laicismo di Charlie Hebdo urtano le sensibilità religiose altrui. Assegnare un premio a questi provocatori, secondo i contestatori della scelta del PEN, è un errore che può far aumentare i sentimenti islamofobi dell’occidente bianco (e uno si chiede come mai non ci siano mai proteste, lettere o appelli sul rischio che ad alimentare l’islamofobia sia, magari, uccidere chi la pensa in modo diverso in nome dell’Islam).
Affrontare questa discussione è umiliante, così come lo è dover riportare le parole del presidente di SOS RACISME secondo cui Charlie Hebdo, in realtà, è la rivista più anti razzista di Francia. È sconfortante dover sottolineare ancora una volta che sei delle vittime dell’attacco combinato alla redazione e al mercato di Parigi non erano «bianche»: due erano di origine araba e di religione musulmana, il redattore Mustapha Ourrad e il poliziotto Ahmed Merabet; una, la vigilessa ventiseienne Clarissa Jean-Philippe, era nera e della Martinica; e tre dei quattro ebrei, Yohan Cohen, Yoav Hattab e Francois-Michel Saada, erano di origine tunisina.
Il terrorismo, poi, non è l’arma dei deboli, semmai un’arma usata contro i deboli. Il terrorista disoccupato a mano armata è certamente più potente del vignettista sessantottino seduto dietro la scrivania. Non bisogna essere degli scienziati per capirlo. Eppure c’è chi non lo capisce.
È avvilente ricordare – come ha fatto il Monde – che in dieci anni Charlie Hebdo ha dedicato solo 7 copertine di satira all’Islam, 21 al Cristianesimo, 10 ad altre religioni, e che nella gran parte dei casi, 485, la cover è stata dedicata ad altri argomenti politici, economici e sociali. Insomma, le vittime dell’odio jihadista non erano islamofobe e, peraltro, anche se fossero state tali, come per esempio l’associazione americana attaccata a inizio maggio in Texas da due jihadisti locali, concettualmente non è che cambi molto: le società civili si differenziano dalla barbarie proprio perché distinguono tra “esprimere un’idea offensiva” e “premere il grilletto per metterla a tacere”. È un po’ come il dibattito contro la pena di morte: troppo facile essere contrari all’esecuzione capitale di un innocente. Il principio secondo cui lo Stato non deve uccidere vale anche nei confronti del colpevole. Nella Genesi è «nessuno tocchi Caino», infatti, mica «Abele».
I vignettisti di Charlie Hebdo, in ogni caso, sono Abele ed è ancora una volta deprimente doversi soffermare sulla qualità delle loro battute, che a me non piacciono né fanno ridere, come se il grado di costernazione per la carneficina possa dipendere dalla recensione positiva o negativa di quei disegni affidata a un manipolo di intellettuali invasati di politicamente corretto.
Joyce Carol Oates, uno dei pochi nomi di qualche rilevanza letteraria (sono poco più di una decina) del gruppo dei 204, ha motivato la contrarietà al premio, pur difendendo il diritto di parola di Charlie Hebdo, in modo straordinariamente goffo: ha scritto che lei difenderebbe anche il diritto di Hitler a esprimere le sue opinioni, ma che sarebbe contraria a un eventuale premio al Mein Kampf. La reductio ad Hitler al contrario. Mancava solo questa. Visto che siamo in tema di mancanze, ci manca anche Gore Vidal, il vecchio padrino di Hitchens, poi diventato suo feroce avversario, secondo cui «le tre parole più tristi della lingua inglese sono: “Joyce Carol Oates”».

Se Joyce Carol Oates vuole davvero un paragone tra il premio a Charlie Hebdo e il nazismo, be’, quello da fare non credo che le piacerebbe. Eccolo: dire che uccidere i vignettisti è una cosa brutta, e poi aggiungere che questi particolari vignettisti non erano meritevoli di essere premiati, equivale a sostenere che l’Olocausto è stato una tragedia, però quella particolare famiglia di ebrei di Praga in vita ne aveva fatte di tutti i colori e quindi non merita il nostro ricordo.

Ciò che i 204 scrittori non capiscono è che i redattori di Charlie Hebdo non hanno perso la vita per una fatalità o in conseguenza delle loro azioni. Sono stati massacrati in nome di un’ideologia assolutista e totalitaria che non ammette critica o dissenso, ma solo sottomissione. Sono stati uccisi, assieme a quattro ebrei di un mercato kosher colpevoli soltanto di essere ebrei, perché questa ideologia teocratica non concepisce una società aperta e libera.

Le vittime di Charlie Hebdo meritano il premio per “il Coraggio e la Libertà di espressione” anche se le loro vignette non ci piacevano, anche se provocavano. Ma che cosa deve fare un giornale di satira, se non provocare? Questa storia mi ricorda l’imbarazzo che ho provato sentendo parlare, un pomeriggio di estate a Capri, una rockstar che stimavo molto, David Byrne, già leader dei Talking Heads. Byrne disse che un’eroina moderna come Ayaan Hirsi Ali, che in questo numero debutta in esclusiva per IL, era andata «oltre» nel denunciare le violenze della società musulmana nei confronti delle donne. Ayaan Hirsi Ali, secondo Byrne, era una «provocatrice». Ed ecco la grottesca scena di un musicista rock che invita una donna a non provocare, a stare al suo posto, a non denunciare le pratiche più oscurantiste di un’ideologia totalitaria. Da non crederci.

Ma è esattamente questo il punto rilevante nella vicenda dei contestatori del PEN. Che cosa è successo? Perché, di fronte a una violazione così palese della libertà di parola, una fetta dell’élite intellettuale occidentale critica il comportamento delle vittime e dimentica le azioni dei carnefici?
Non può essere solo la paura. C’è altro. Questo altro, secondo me, è un misto tra l’ingenua idea liberale della “fine della storia” e i residui tossici delle ideologie totalitarie finite “nella spazzatura della storia”. C’è l’idea che il relativismo culturale debba proteggere ogni nefandezza del mondo perché i costumi, anche quelli per noi più incivili, hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico. Oppure, al contrario, si pensa che l’intera umanità condivida il nostro modello di convivenza civile e quindi si cerca una giustificazione sociale, economica e culturale, fino a fare mea culpa, quando qualcuno inopinatamente devia dalle nostre convinzioni e dalle nostre certezze. La storia, purtroppo, non è finita. La storia non siamo noi. Sarebbe bello, ma la notizia che la società liberal-democratica aveva vinto definitivamente era fortemente esagerata. Tra Francis Fukuyama, teorico della fine della storia, e chi ci ha messo in guardia sull’imminente scontro di civiltà come Samuel P. Huntington, avrei preferito avesse avuto ragione il primo, ma aveva visto giusto quell’altro.
Alla fuga degli intellettuali dalle loro responsabilità contribuisce anche l’ideologia del politicamente corretto, una dottrina totalitaria che cerca di definire la realtà non per quella che è, ma in base ai desideri del pensiero dominante. L’obiettivo, per quanto conformista, in teoria è nobile, perché nasce dall’illusione di poter mutare la realtà semplicemente chiamandola in un altro modo (ipovedente anziché cieco, diversamente abile anziché handicappato, Islam religione di pace anziché fonte di violenza familiare, sociale e globale). Il politicamente corretto è un linguaggio, un’idea, una politica, un comportamento che cerca in modo ipocrita di minimizzare la realtà per non mostrare un pregiudizio nei confronti di un determinato contesto razziale, culturale, sessuale, religioso o ideologico. È mischiare la realtà con un giudizio di valore, fino al punto di negare la libertà di espressione.
Infine c’è la lente anticapitalista, l’ultimo rifugio del comunismo, per cui dai terremoti al terrorismo la causa di ogni male è sempre il modello di sviluppo neoliberista che crea disagio sociale, sfrutta chi è ai margini della società e provoca la reazione anche violenta delle moltitudini. Di questo miscuglio di idee e di rancori è fatta la struttura ideologica del pensiero unico dell’intellettuale collettivo visto all’opera nell’affaire Charlie Hebdo e in molti altri casi. Invece di spiegare all’opinione pubblica che cosa sta succedendo e di denunciare la barbarie e le intimidazioni di un movimento politico reazionario, misogino e omofobo, i maître à penser occidentali preferiscono abdicare. Rinunciano al loro ruolo. Accusano i dissidenti e ridicolizzano il coraggio degli spiriti liberi. Li disprezzano, anche, assieme a chiunque prenda le loro difese.
Ricambiati.