(Pubblicato su Formiche)
La notizia suona più o meno così: il leader dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, si sta spostando in Libia, attraverso la Turchia, per evitare di finire nella morsa dell’intelligence di Baghdad; il tutto in un’operazione che vede la regia della Cia (che lo avrebbe portato in Turchia per curarlo dalle ferite subite a Raqqa). Sarebbe lo scoop dell’anno, se non fosse che a pubblicarlo è Fars News Agency, l’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana impelagata col potere teocratico della Repubblica islamica e famosa per portare le teorie cospirazioniste «to the next level» come ha scritto ilWashington Post. E infatti, nel pezzo, i baghdadisti vengono definiti “takfiri” e non mancano i riferimenti al “Grande Satana”, l’America nemica dell’Iran, nonostante i riavvicinamenti post deal nucleare.
Attenzione, perché non basta. A fornire la notizia per prima è Al Manar, la tv libanese faro della propaganda di Hezbollah. Ma c’è di più, perché la grancassa internazionale è offerta da Sputnik News, che dietro alla facciata di agenzia di stampa nasconde un ufficio di propaganda del Cremlino. E infatti, ad essere incolpata insieme all’intelligence americana di procedere con lo spostamento di Baghdadi, è la Turchia, attualmente in cima alla lista dei nemici di Mosca, dopo l’abbattimento del Sukhoi russo da parte di un caccia di Ankara.
Il problema
Perché parlarne dell’argomento se dietro c’è un’impalcatura costruita ad uopo per confondere, deviare la verità, propagandare? Perché la notizia sta girando molto, e non solo a Mosca, Teheran e Beirut, dove le leadership si reggono in piedi per la diffusione di questo genere di informazioni taroccate, ma anche in Occidente, compreso in Italia. Il momento è complicato, di certo: la presenza di un ampio set di fonti che arriva da media non tradizionali (vedi i comunicati sui social network, per esempio), si fonde con una situazione molto complessa e oggetto delle cortine fumogene tipiche dei conflitti. In questa situazione, la distrazione è facile, così come è comodo semplificare, e dunque dietro alla pigrizia della verifica della fonti, si nasconde la deviazione del pensiero, che a volte scivola verso l’indottrinamento, passando spesso anche da un “giornalismo sbagliato”.
Sotto certi aspetti, questo genere di informazioni ha lo stesso valore dei messaggi propagandistici del Califfato, che delle cospirazioni e dei complotti (nel caso contro il mondo musulmano impuro e colluso con gli infedeli occidentali) si nutrono, abbinando il tutto a campagne di magnificenza e terapie di purezza e verità. Sotto altri aspetti, è chiaro che diffondere certe notizie fa il gioco dello Stato islamico, che in mezzo ai dubbi di chi legge cospirazioni e complotti, fronti che dovrebbero essere comuni ma che invece sono divisi, interessi e inciuci, magnetizza una sorta di legittimità agli occhi soprattutto di chi è già incline a certe istanze.
Le fonti del caso
Sputnik è stato definito lo strumento di diffusione della propaganda putiniana nel mondo; Al Manar è un’entità antisemita, che gli Stati Uniti hanno classificato come Specially Designated Global Terrorist entity con l’accusa di essere il braccio mediatico del gruppo terroristico Hezbollah (praticamente l’omologo di Al Furqan Media nel Califfato); Fars Newsnel gennaio 2014 pubblicò un report secondo cui dal 1945 il governo degli Stati Uniti era guidato da un esecutivo ombra gestito dagli alieni e lo stesso Barack Obama sarebbe stato una loro pedina (il tiro della notizia è stato poi corretto, con l’agenzia che ha chiarito di non essere né d’accordo né in disaccordo con il report, ma di averne solamente parlato).
La Libia adesso
Ci sono effettive notizie dello spostamento dalla Siria e dall’Iraq di alcuni capi dello Stato islamico verso la Libia, in direzione della città di Sirte. Tra loro potrebbero esserci anche leader importanti, comandanti militari e uomini forti della predicazione e dell’organizzazione amministrativa. È comunque probabile che le strutture di vertice libiche siano costituite non soltanto da “stranieri”, perché è noto che un leader locale è più gestibile, meno invasivo, e più empatico, di un uomo messo al comando venuto da fuori. Al di là di questo, il punto non è sulla presenza o meno di Baghdadi, ma sulla necessità che le notizie vengano prese con la giusta misura, evitando di diffondere pensieri propagandistici creati sulla base di agende interne di vari Paesi, e verificando attentamente le fonti in questo mare di informazione, effettuandone un’analisi attenta e critica, senza correre dietro all’appetito di lanciare lo scoop più grosso degli altri (e per primi). La Libia, adesso, rappresenta un nuovo territorio di disinformazione, come lo è stato finora la Siria: su questo, come detto, lo Stato islamico specula.
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giovedì 10 dicembre 2015
Al Baghdadi in Libia: notizia, bufala o propaganda?
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giovedì 5 novembre 2015
La linea di delirio su Mineo
Davanti alle parole di Corradino Mineo (che ricordiamo sono state: «Renzi non si fa scrupoli, rivela conversazioni private, infanga per paura di essere infangato. E sa che io so. So quanto si senta insicuro quando non si muove sul terreno che meglio conosce, quello della politica contingente. So quanto possa sentirsi subalterno a una donna bella e decisa. Fino al punto di rimettere in questione il suo stesso ruolo al governo. Io so, ma non rivelo i dettagli di conversazioni private. Non mi chiamo Renzi, non frequento Verdini, non sono nato a Rignano»); dicevamo: davanti alle parole di Mineo, se sei un giornale serio sorvoli, tanto valgono. Se sei un giornale più affilato, invece, le riprendi come uno sgangherato delirio e fai seguire spernacchiamento. Ma, attenzione, se si il Fatto Quotidiano cavalchi la line di delirio e la metti sul piano dell'imperdibile quesito: sarà la Boschi o la Ascani? (segue foto)
giovedì 14 maggio 2015
Raid aereo contro il vicario del Califfo, per quel che si sa
(Pubblicato su Formiche)
Il ministero della Difesa iracheno ha comunicato ieri, mercoledì, che un raid aero americano ha ucciso Abu Alaa al Afari, o al Afri (il vero nome è Abd al Rahman Mustafa al Qaduli, se n’era già parlato su Formiche).
Si tratta di uno dei massimi vertici dello Stato islamico, un uomo inserito nella lista dei super ricercati che gli Stati Uniti hanno diffuso pochi giorni fa: la sua importanza è strettamente legata al fatto che, dopo la diffusione della notizia del ferimento (qualcuno dice della morte) del Califfo Abu Bakr al Baghdadi, la sua funzione sarebbe in questo momento di vicario ─ una sorta di vice-Califfo, o addirittura, se Baghdadi fosse realmente morto, proprio di Califfo.
Per il momento il Pentagono, attraverso CENTCOM ─ il Comando Centrale, che coordina le operazioni dall’Egitto verso est fino all’Afghanistan ─ dice di «non poter corroborare» le informazioni che stanno girando sui media. E la fonte diretta, il ministero iracheno, non è tra le più affidabili ─ in un mix di propaganda e sbadataggine, nel corso di questi mesi di guerra, da Baghdad ne hanno sparate tante, molte assolutamente fasulle.
Prima di andare avanti, una nota di colore. La notizia, piuttosto importante ma come detto priva di una verifica solida (e quanto meno di una “doppia” verifica, richiesta in certi casi), sta uscendo per assodata in quasi tutti i media italiani ─ fa eccezione il Foglio, dove Daniele Raineri, che è esperto e sa quel che fa, l’ha messa subito in dubbio sulla premessa del pezzo. Non bastasse, a testimoniare l’istintività con cui ci si approccia a certe vicende e la scarsa competenza con cui si compilano alcuni articoli, su due dei più importanti giornali italiani, la notizia è uscita con allegata la foto sbagliata: quello delle immagini non è Abu Alaa al Afari, ma Sheikh Abu Qatada (Abu Qatada al Filistini è un chierico giordano di origine palestinese, notissimo nel mondo del radicalismo islamico, accusato e processato nel Regno Unito per i suoi link con al Qaeda). Bastava andare su Wikipedia, non serviva essere esperti, per reperire la foto che ufficialmente gira su al Afari, e che è stata diffusa poco tempo fa dal dipartimento di Stato americano: è una foto segnaletica di quando lui era prigioniero (fu rilasciato nel 2012). Fine della nota.
Secondo quanto annunciato dal portavoce del ministero della Difesa iracheno, il generale Tahsin Ibrahim, al Afari è stato colpito lunedì 4 maggio in una moschea di Tal Afar, cittadina una settantina di chilometri a ovest di Mosul ─ spiega Raineri che i «talafariyin» sono considerati «fra gli uomini più spietati e determinati dello Stato islamico fin dagli anni della guerra contro gli americani, perché uniscono alla carica ideologica anche una forte dose di revanscismo locale (si sono sentiti molto maltrattati dal governo negli anni passati). Si raccontano storie cruente su di loro, per esempio che imbottissero con l’esplosivo i cadaveri dei soldati per uccidere chi poi arrivava a recuperarli.». Al Afari predicava spesso nella sua città natale Tal Afar.
Ma ci sono delle incongruenze, che minano (ancora) l’affidabilità del governo di Baghdad ─ che per inciso ha dichiarato morto Baghdadi in luglio, settembre e novembre del 2014, sempre smentito da audio diretti del Califfo, e poi in ultimo in aprile 2015 (morto o gravemente ferito), negato dal Pentagono. Innanzitutto CENTCOM dice di non aver compiuto raid su una moschea, come invece dice il generale iracheno. In più, il ministero della Difesa ha pubblicato un video della registrazione dell’attacco, che farebbe da prova, ma è si tratta di immagini che risalgono al 4 maggio (come detto), mentre è noto che Abu Alaa al Afari ha tenuto un sermone a Mosul l’8 maggio ─ dunque quel video non c’entra niente.
Anzi proprio quella preghiera guidata da al Afari a Mosul, nella stessa moschea in cui Baghdadi annunciò al mondo la proclamazione del Califfato, viene considerata dagli esperti di jihad una sorta di sua presentazione pubblica. Questi sono giorni complicati per lo Stato islamico che deve rispondere a offensive su più fronti, dall’Anbar in Iraq, a Deir Ezzor e Aleppo in Siria. In più c’è sicuramente un deficit di leadership (e magari la ragione è proprio il gravissimo ferimento di Baghdadi, ma siamo nel campo delle supposizioni) che sta aprendo le maglie della rigorosa segretezza che contraddistingue il gruppo. Circolano voci su scontri tra fazioni interne proprio a Mosul (e magari, ancora, la ragione è la successione ricadente su al Afari) e ci sono notizie sulle forti rivalità che si stanno sviluppando tra alcuni papaveri ─ cose che mesi fa, sarebbero difficilmente circolate.
Queste circostanze, tuttavia, possono anche far pensare che l’uccisione di al Afari sia vera: l’abbassamento del livello di sicurezza interno, che ha permesso agli Stati Uniti di individuarlo come numero due (se non addirittura uno) dell’IS, potrebbe anche aver favorito l’intercettazione dei suoi spostamenti. Ma, ad ora, servono ulteriori conferme.
Il ministero della Difesa iracheno ha comunicato ieri, mercoledì, che un raid aero americano ha ucciso Abu Alaa al Afari, o al Afri (il vero nome è Abd al Rahman Mustafa al Qaduli, se n’era già parlato su Formiche).
Si tratta di uno dei massimi vertici dello Stato islamico, un uomo inserito nella lista dei super ricercati che gli Stati Uniti hanno diffuso pochi giorni fa: la sua importanza è strettamente legata al fatto che, dopo la diffusione della notizia del ferimento (qualcuno dice della morte) del Califfo Abu Bakr al Baghdadi, la sua funzione sarebbe in questo momento di vicario ─ una sorta di vice-Califfo, o addirittura, se Baghdadi fosse realmente morto, proprio di Califfo.
Per il momento il Pentagono, attraverso CENTCOM ─ il Comando Centrale, che coordina le operazioni dall’Egitto verso est fino all’Afghanistan ─ dice di «non poter corroborare» le informazioni che stanno girando sui media. E la fonte diretta, il ministero iracheno, non è tra le più affidabili ─ in un mix di propaganda e sbadataggine, nel corso di questi mesi di guerra, da Baghdad ne hanno sparate tante, molte assolutamente fasulle.
Prima di andare avanti, una nota di colore. La notizia, piuttosto importante ma come detto priva di una verifica solida (e quanto meno di una “doppia” verifica, richiesta in certi casi), sta uscendo per assodata in quasi tutti i media italiani ─ fa eccezione il Foglio, dove Daniele Raineri, che è esperto e sa quel che fa, l’ha messa subito in dubbio sulla premessa del pezzo. Non bastasse, a testimoniare l’istintività con cui ci si approccia a certe vicende e la scarsa competenza con cui si compilano alcuni articoli, su due dei più importanti giornali italiani, la notizia è uscita con allegata la foto sbagliata: quello delle immagini non è Abu Alaa al Afari, ma Sheikh Abu Qatada (Abu Qatada al Filistini è un chierico giordano di origine palestinese, notissimo nel mondo del radicalismo islamico, accusato e processato nel Regno Unito per i suoi link con al Qaeda). Bastava andare su Wikipedia, non serviva essere esperti, per reperire la foto che ufficialmente gira su al Afari, e che è stata diffusa poco tempo fa dal dipartimento di Stato americano: è una foto segnaletica di quando lui era prigioniero (fu rilasciato nel 2012). Fine della nota.
Secondo quanto annunciato dal portavoce del ministero della Difesa iracheno, il generale Tahsin Ibrahim, al Afari è stato colpito lunedì 4 maggio in una moschea di Tal Afar, cittadina una settantina di chilometri a ovest di Mosul ─ spiega Raineri che i «talafariyin» sono considerati «fra gli uomini più spietati e determinati dello Stato islamico fin dagli anni della guerra contro gli americani, perché uniscono alla carica ideologica anche una forte dose di revanscismo locale (si sono sentiti molto maltrattati dal governo negli anni passati). Si raccontano storie cruente su di loro, per esempio che imbottissero con l’esplosivo i cadaveri dei soldati per uccidere chi poi arrivava a recuperarli.». Al Afari predicava spesso nella sua città natale Tal Afar.
Ma ci sono delle incongruenze, che minano (ancora) l’affidabilità del governo di Baghdad ─ che per inciso ha dichiarato morto Baghdadi in luglio, settembre e novembre del 2014, sempre smentito da audio diretti del Califfo, e poi in ultimo in aprile 2015 (morto o gravemente ferito), negato dal Pentagono. Innanzitutto CENTCOM dice di non aver compiuto raid su una moschea, come invece dice il generale iracheno. In più, il ministero della Difesa ha pubblicato un video della registrazione dell’attacco, che farebbe da prova, ma è si tratta di immagini che risalgono al 4 maggio (come detto), mentre è noto che Abu Alaa al Afari ha tenuto un sermone a Mosul l’8 maggio ─ dunque quel video non c’entra niente.
Anzi proprio quella preghiera guidata da al Afari a Mosul, nella stessa moschea in cui Baghdadi annunciò al mondo la proclamazione del Califfato, viene considerata dagli esperti di jihad una sorta di sua presentazione pubblica. Questi sono giorni complicati per lo Stato islamico che deve rispondere a offensive su più fronti, dall’Anbar in Iraq, a Deir Ezzor e Aleppo in Siria. In più c’è sicuramente un deficit di leadership (e magari la ragione è proprio il gravissimo ferimento di Baghdadi, ma siamo nel campo delle supposizioni) che sta aprendo le maglie della rigorosa segretezza che contraddistingue il gruppo. Circolano voci su scontri tra fazioni interne proprio a Mosul (e magari, ancora, la ragione è la successione ricadente su al Afari) e ci sono notizie sulle forti rivalità che si stanno sviluppando tra alcuni papaveri ─ cose che mesi fa, sarebbero difficilmente circolate.
Queste circostanze, tuttavia, possono anche far pensare che l’uccisione di al Afari sia vera: l’abbassamento del livello di sicurezza interno, che ha permesso agli Stati Uniti di individuarlo come numero due (se non addirittura uno) dell’IS, potrebbe anche aver favorito l’intercettazione dei suoi spostamenti. Ma, ad ora, servono ulteriori conferme.
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Nota di colore, quello non è al Afari
C'è stato un raid americano in questi giorni che secondo il ministero della Difesa iracheno avrebbe ucciso un leader secondo (o forse primo) nella scala gerarchica dello Stato islamico. A parte che la notizia non ha conferme dal Pentagono, e che invece i nostri media la danno per assodata, su Repubblica prima e su la Stampa dopo, è uscita con la foto sbagliata. Quello delle immagini è Abu Qatada al Filistini, notissimo elemento del mondo jihadista, incarcerato e processato a Londra per legami con al Qaeda.
Per trovare la foto giusta di al Afari (o al Afri, che dir si voglia), bastava cercare su Wikipedia. Ma niente.
Nota: dopo che è da ieri sera che se ne parla, adesso, in mattinata odierna, Rep ha corretto la foto. La Stampa non ancora, sugli altri non c'è speranza.
Per trovare la foto giusta di al Afari (o al Afri, che dir si voglia), bastava cercare su Wikipedia. Ma niente.
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martedì 5 maggio 2015
Sapessi come è strano darsi appuntamento a Latakia
(Pubblicato su Formiche)
Secondo quanto riportato dal quotidiano saudita Okaz, il governo siriano avrebbe dato ordine all’intelligence di contattare diverse famiglie dell’élite alawita residenti a Damasco, invitandole a lasciare la città entro 48 ore e a recarsi a Latakia (l’articolo è di due giorni fa, dunque l’ultimatum/countdown scadrebbe oggi).
Se fosse vero questa strana notizia, l’ordine di lasciare Damasco per ragioni di sicurezza e fuggire verso la città costiera roccaforte alawita, centro di potere e luogo ancestrale della setta sciita del presidente siriano Bashar Assad, sarebbe un chiaro segnale di come la guerra stia prendendo una brutta piega per il regime.
Okaz è un giornale di Jeddah, di stampo liberale, senza nessun membro della famiglia Saud tra gl azionisti, terzo per diffusione a Riad: una volta Lawrence Wright del New Yorker lo definì «la versione araba del New York Post» per il taglio spesso aggressivo e sensazionalistico che facilmente prendono i suoi articoli. Forse anche per questo, il report è stato accolto con un certo scetticismo dalla maggior parte degli analisti, che lo ritengono una mera azione di propaganda saudita. L’ordine di fuggire da Damasco sono «il desiderio e la fantasia degli attivisti», ha detto alJerusalem Post Joshua Landis, esperto di Siria e Medio Oriente dell’Università di Oklahoma.
Certo, non ci sono state smentite ufficiali dagli organi mediatici del regime siriano, ma stando alle ultime informazioni che diffuse dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, la situazione nella capitale dovrebbe essere molto diversa. AFP riporta i dati dell’Osservatorio londinese ─ che sebbene sia molto citato, non garantisce nemmeno questo un’affidabilità cristallina ─ che sostengono che gli assadisti a Damasco stiano aumentando la presa. L’esercito ha tagliato le vie di comunicazione ai ribelli di Goutha ─ il quartiere è una sorta di centro di controllo degli anti regime, ed è stato oggetto dell’atroce bombardamento chimico dell’agosto del 2013 ─ lasciandoli isolati.
Intanto domani riprenderanno a Ginevra le consultazioni separate tra le parti, di fronte al delegato Onu Staffan de Mistura: ma è difficile che un barlume d’accordo sarà raggiunto. La guerra proxy siriana vede troppi attori impegnati, e mentre l’Iran, diplomaticamente ripulito dal deal sul nucleare, parteciperà ai negoziati, i sauditi si difendono con campagne mediatiche e aumentano le attività segrete a sostegno dei ribelli.
Secondo quanto riportato dal quotidiano saudita Okaz, il governo siriano avrebbe dato ordine all’intelligence di contattare diverse famiglie dell’élite alawita residenti a Damasco, invitandole a lasciare la città entro 48 ore e a recarsi a Latakia (l’articolo è di due giorni fa, dunque l’ultimatum/countdown scadrebbe oggi).
Se fosse vero questa strana notizia, l’ordine di lasciare Damasco per ragioni di sicurezza e fuggire verso la città costiera roccaforte alawita, centro di potere e luogo ancestrale della setta sciita del presidente siriano Bashar Assad, sarebbe un chiaro segnale di come la guerra stia prendendo una brutta piega per il regime.
Okaz è un giornale di Jeddah, di stampo liberale, senza nessun membro della famiglia Saud tra gl azionisti, terzo per diffusione a Riad: una volta Lawrence Wright del New Yorker lo definì «la versione araba del New York Post» per il taglio spesso aggressivo e sensazionalistico che facilmente prendono i suoi articoli. Forse anche per questo, il report è stato accolto con un certo scetticismo dalla maggior parte degli analisti, che lo ritengono una mera azione di propaganda saudita. L’ordine di fuggire da Damasco sono «il desiderio e la fantasia degli attivisti», ha detto alJerusalem Post Joshua Landis, esperto di Siria e Medio Oriente dell’Università di Oklahoma.
Certo, non ci sono state smentite ufficiali dagli organi mediatici del regime siriano, ma stando alle ultime informazioni che diffuse dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, la situazione nella capitale dovrebbe essere molto diversa. AFP riporta i dati dell’Osservatorio londinese ─ che sebbene sia molto citato, non garantisce nemmeno questo un’affidabilità cristallina ─ che sostengono che gli assadisti a Damasco stiano aumentando la presa. L’esercito ha tagliato le vie di comunicazione ai ribelli di Goutha ─ il quartiere è una sorta di centro di controllo degli anti regime, ed è stato oggetto dell’atroce bombardamento chimico dell’agosto del 2013 ─ lasciandoli isolati.
Intanto domani riprenderanno a Ginevra le consultazioni separate tra le parti, di fronte al delegato Onu Staffan de Mistura: ma è difficile che un barlume d’accordo sarà raggiunto. La guerra proxy siriana vede troppi attori impegnati, e mentre l’Iran, diplomaticamente ripulito dal deal sul nucleare, parteciperà ai negoziati, i sauditi si difendono con campagne mediatiche e aumentano le attività segrete a sostegno dei ribelli.
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martedì 28 aprile 2015
Saggio breve sull'assurdità dei media italiani, un esempio
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| prima pagina del Giornale del 28/04/2015 |
Nella foto si vede un cartoncino con su scritte delle frasi in arabo, fotografato davanti al Colosseo: rappresenterebbe la testimonianza della presenza di uomini affiliati all'IS a Roma ─ in questi giorni ne stanno girando diverse di cose del genere, per questo il Giornale c'è tornato sopra.
La descrizione dell'immagine è, ovviamente, allarmistica, e dice: "I tagliagole sono qui", "L'Isis è arrivato tra noi", "Foto-minacce dagli jihadisti a Roma e Milano".
Il discorso che segue nei prossimi capoversi, non significa sottovalutare la minaccia. Qui la premessa: è plausibile che il nostro territorio possa essere soggetto ad attacchi terroristici di matrice islamica, per varie ragioni. Le due più importanti sono il fatto che l'Italia rappresenta il simbolo della cristianità nel mondo, e ospita il Papa; poi, c'è il fatto ancora più importante, che noi stiamo appoggiando militarmente la Coalizione internazionale che sta bombardando l'IS tra Iraq e Siria.
Però quella che Raineri postò è una foto, e come lui stesso ha detto su Twitter pochi minuti fa, «dimostra soltanto che una persona è stata a Roma con un pennarello e un cartoncino è passata a Roma». E su quel cartoncino ci ha scritto su una cosa in arabo che suona come una minaccia, dicendo che era dell'IS. Per ciò che vale, può essere stato chiunque a scattare l'istantanea. Per capirci, adesso io potrei prendere un foglietto, scriverci su un paio di svarioni contro l'Occidente e contro l'Italia, e perché no contro il Papa, fare una foto e poi dire che "l'IS è qui per uccidervi tutti ai piedi di San Francesco di Assisi".
Giornalisticamente è abbastanza facile intuire che tutto ciò ha un valore più o meno nullo. Ma il Giornale, che è uno dei quotidiani italiani (bisogna ricordarselo, perché significa dire che qua da noi ─ qua da noi, non in Burkina Faso ─ c'è chi lo compra, ancora nel 2015, e lo utilizza come termine di informazione), ha deciso di mettere la foto in prima pagina. È assolutamente inutile aggiungere che dietro c'è una diretta costruzione narrativa, che voi capirete chiaramente, conoscendo le posizioni che di solito prende questo giornale.
Quella che è la cosa più triste, è che ancora una volta stiamo qui a dirci che non solo c'è un'informazione fatta con lo spirito di accaparrarsi l'emotività dei lettori, e su questo poi speculare (economicamente e politicamente): no, non basta, perché quell'informazione è fatta con i piedi. Fatta senza porsi le minime domande su ciò che si sta facendo: bastava fare una ricerca veloce, seguire minimamente i fatti, per sapere che quella foto ─ ammesso che rappresenti realmente quello che il Giornale ci vuol far credere (nota: non è detto che non sia così, come da premessa) ─ è vecchia di oltre un anno, e per questo non è un'informazione giusta e vera pubblicarla come se fosse stata scattata l'altro ieri.
giovedì 23 aprile 2015
La banca che si chiama vacanze di Pasqua
Dunque succede questo: il weekend di Pasqua, c'è stato un furto straordinario a Londra, esattamente al deposito di pietre preziose e gioielli di Hatton Garden.La notizia è già nota (per esempio il Post ne aveva parlato qui), ma ieri la Metropolitan Police ha pubblicato altre foto, dove si vede un gran buco nella spessa parte della camera di sicurezza (per tutti dettagli della rapine, c'è questa infografica).
L'Ansa invece ha battuto la notizia senza capirci una mazza. L'ha ripresa come se fosse una news, indicando che il furto era avvenuto nel weekend appena passato, e che «per un paio di giorni gli investigatori hanno tenuto la bocca cucita sulla dinamica dei fatti».
Ma la ciliegina sulla torta è il nome della banca: non avendo capito niente di niente, l'hanno chiamata "vacanze di Pasqua" pensando che "Easter bank holiday" fosse il nome della banca.
Semplicemente fantastico.
lunedì 16 marzo 2015
Analisi Misurata che non lo era
Nota per chi paga il canone.
Domenica (ieri) RAI News ha pubblicato un articolo in cui raccontava gli scontri di Sirte (quelli di sabato, di cui si è parlato qui). Il pezzo si concludeva così:
Domenica (ieri) RAI News ha pubblicato un articolo in cui raccontava gli scontri di Sirte (quelli di sabato, di cui si è parlato qui). Il pezzo si concludeva così:
«L'attacco dell'Isis a Nawfaliyah è arrivato dopo che le forze irachene hanno assediato la città di Tikrit, dove sono asserragliati centinaia di jihadisti dello Stato islamico. Le forze di Misurata hanno comunicato che libereranno la città del nord dell'Iraq nei prossimi tre giorni».
Non c'è bisogno di aggiungere che è un capolavoro di cialtroneria, cosa che è ormai diventata un genere letterario (molto italiano) sulle vicende dello Stato islamico. Ora il pezzo è stato corretto (dopo segnalazione), ma è emblematico di quanto sgangheratamente vengono spesso affrontati certi fatti.
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mercoledì 14 gennaio 2015
Al-Qaeda e Isis insieme nell’attacco di Parigi: perché è importante capirne di più
(Pubblicato su Formiche)
Ad eccezione di pochi (in quei pochi si inserisce l’immenso Daniele Raineri del Foglio e pure il bravissimo Guido Olimpio del CorSera), la gran parte dei racconti sui fatti di Parigi ─ l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, la fuga dei terroristi, la presa del negozio kosher e della tipografia, l’epilogo con il blitz del GIGN ─ non ha stigmatizzato un elemento importante (in realtà se ne era già fatto cenno in coda a un pezzo su Formiche, ma vale la pena tornarci meglio).
Forse si tratta di disattenzione, forse di poca competenza (comprensibile anche, visto che non tutti seguono costantemente certe dinamiche). Ma il fatto che i due fratelli Kouachi abbiano dichiarato di essere legati ad al-Qaeda in Yemen (che attualmente si chiama AQAP, cioè al-Qaeda nella Penisola Araba) e che l’uomo del supermarket parigino ha proclamato nel video pubblicato dopo la sua azione di “aver giurato fedeltà al capo dei musulmani il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi”, non è cosa da poco.
Anzi, è una notizia sulla quale c’è da capire e sulla quale il lavoro di ricostruzione dei fatti sta girando. Perché al-Qaeda e lo Stato Islamico (il gruppo guidato da Baghdadi che ha dato luogo alCaliffato siro-iracheno guidato), sono acerrimi e giurati nemici ─ pendono accuse di apostasia, dunque di morte.
Tra le due entità si sta combattendo una battaglia ideologica che in Siria è sfociata in una vera e propria guerra armata. Dal 2013, anno in cui al-Qeda, per volontà della guida centrale Ayman al-Zawahiri, ha “scaricato” l’allora Isis, la Jabhat al-Nusra (che è l’affiliazione qaedista siriana) e gli uomini dell’IS stanno combattendo a colpi di imboscate, rapimenti, esecuzioni sul territorio siriano. Forse per chi non ha familiarità con certe situazioni sembrerà assurdo, ma sia JN che IS, lottano contro il regime di Damasco e vogliono la testa di Assad e di tutti gli sciiti siriani (qui si taglia un po’ con l’accetta, ma la potenza settaria delle azioni di entrambi i gruppi sunniti non è debole, e mentre JN si è dimostrata spesso più “dolce”, gli uomini del Califfato hanno in mente di compiere una sorta di sterminio razzista contro chi interpreta l’Islam nel modo opposto al loro ─ a meno che non si converta, certo).
Dunque, che i terroristi parigini si siano dichiarati di opposte fazioni, è un dato di risalto, dicevamo. Sia perché potrebbe indicare ─ è improbabile, sia chiaro ─ un possibile coordinamento tra i due gruppi, una possibile pace, che potrebbe comprendere anche soltanto quel che riguarda le azioni in Occidente. E questo significherebbe che i sicari erano mossi veramente dall’alto: cellule occidentali, attivate dalle guide mediorientali. Sia perché, dal lato opposto, potrebbe indicare che i tre (o quattro, o quanti erano) erano del tutto improvvisati, tanto da mettere le “pere con le mele” del jihad ─ la divisione tra al-Qaeda e l’IS, è il dato più importante e interessante del jihadismo moderno, da diversi anni a questa parte. E in questo caso, invece, prenderebbe consistenza la tesi dei lupi solitari: tesi che, alla luce del nuovo video fatto uscire ieri da Reuters, sembra non troppo sghemba. Per almeno un paio di ragioni. Nelle immagini si vede come uno dei due abbia problemi con il fucile (non proprio da professionista, diciamo), ed è il fratello a doverlo aiutare, dopo aver poggiato l’arma sul tetto della vettura (altro gesto non troppo professionale, direi). Da notare che questa circostanza è stata confusa da molti, come una pausa per ricaricare. Inoltre, il più abile con le armi, sembra urlare qualcosa alzando il dito al cielo: il gesto è noto, visto e rivisto durante le azioni iperdocumentate dell’IS, e si chiama Tawheed. È uno dei pilastri dell’Islam e indica il concetto di Dio onnipotente: solo che il terrorista di Parigi lo fa con la sinistra, mentre invece la liturgia impone che venga fatto con la destra. Disattenzione, necessità (sulla destra teneva l’arma), oppure indice di improvvisazione? Non è chiaro, e magari sono solo un dettagli relativi.
In mezzo, al solito, la verità. Perché i tre potrebbero aver agito insieme per semplice convenienza. Sono certi i contatti dei fratelli Kouachi con il mondo qaedista yemenita ─ gli americani dicono che avrebbero incontrato pure al-Awlaki, ideologo yemenita di passaporto statunitense, seccato da un drone un paio d’anni fa. Ma i contatti in Yemen dei due fratelli, sono una traccia che rischia di perdersi nel tempo. È altrettanto certo che Coulibaly sia stato influenzato dalla propaganda del Califfato. Ma anche in questo caso, sembra che l’uomo non fosse perfettamente integrato all’interno del gruppo a cui ha fatto riferimento. Vero, pure, però, che la compagna, Hayat Boumedienne è volata in Turchia il 2 gennaio per raggiungere la Siria, e a quanto pare secondo fonti citate dai francesi, il video di Coulibaly sarebbe stato messo online da un computer di Raqqa, che è la capitale siriano dello Stato Islamico.
Un’opzione tra le più probabili, è che gli attentatori di Parigi abbiano collaborato ─ «Loro dovevano pensare a Charlie Hebdo, io li ho aiutati con qualche migliaio di euro», come ha spiegato Coulibaly ─ per scelta pragmatica senza tener conto delle divisioni mediorientali, visto che si conoscevano da molti anni (sembra dal 2007, quando facevano tutti parte della stessa rete estremista islamica francese, il “Gruppo del diciannovesimo arrondissement”)
Resta che questa strana collaborazione, non è una questione vuota e di forma, ma un aspetto centrale che il corso delle indagini dovrà chiarire.
Ad eccezione di pochi (in quei pochi si inserisce l’immenso Daniele Raineri del Foglio e pure il bravissimo Guido Olimpio del CorSera), la gran parte dei racconti sui fatti di Parigi ─ l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, la fuga dei terroristi, la presa del negozio kosher e della tipografia, l’epilogo con il blitz del GIGN ─ non ha stigmatizzato un elemento importante (in realtà se ne era già fatto cenno in coda a un pezzo su Formiche, ma vale la pena tornarci meglio).
Forse si tratta di disattenzione, forse di poca competenza (comprensibile anche, visto che non tutti seguono costantemente certe dinamiche). Ma il fatto che i due fratelli Kouachi abbiano dichiarato di essere legati ad al-Qaeda in Yemen (che attualmente si chiama AQAP, cioè al-Qaeda nella Penisola Araba) e che l’uomo del supermarket parigino ha proclamato nel video pubblicato dopo la sua azione di “aver giurato fedeltà al capo dei musulmani il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi”, non è cosa da poco.
Anzi, è una notizia sulla quale c’è da capire e sulla quale il lavoro di ricostruzione dei fatti sta girando. Perché al-Qaeda e lo Stato Islamico (il gruppo guidato da Baghdadi che ha dato luogo alCaliffato siro-iracheno guidato), sono acerrimi e giurati nemici ─ pendono accuse di apostasia, dunque di morte.
Tra le due entità si sta combattendo una battaglia ideologica che in Siria è sfociata in una vera e propria guerra armata. Dal 2013, anno in cui al-Qeda, per volontà della guida centrale Ayman al-Zawahiri, ha “scaricato” l’allora Isis, la Jabhat al-Nusra (che è l’affiliazione qaedista siriana) e gli uomini dell’IS stanno combattendo a colpi di imboscate, rapimenti, esecuzioni sul territorio siriano. Forse per chi non ha familiarità con certe situazioni sembrerà assurdo, ma sia JN che IS, lottano contro il regime di Damasco e vogliono la testa di Assad e di tutti gli sciiti siriani (qui si taglia un po’ con l’accetta, ma la potenza settaria delle azioni di entrambi i gruppi sunniti non è debole, e mentre JN si è dimostrata spesso più “dolce”, gli uomini del Califfato hanno in mente di compiere una sorta di sterminio razzista contro chi interpreta l’Islam nel modo opposto al loro ─ a meno che non si converta, certo).
Dunque, che i terroristi parigini si siano dichiarati di opposte fazioni, è un dato di risalto, dicevamo. Sia perché potrebbe indicare ─ è improbabile, sia chiaro ─ un possibile coordinamento tra i due gruppi, una possibile pace, che potrebbe comprendere anche soltanto quel che riguarda le azioni in Occidente. E questo significherebbe che i sicari erano mossi veramente dall’alto: cellule occidentali, attivate dalle guide mediorientali. Sia perché, dal lato opposto, potrebbe indicare che i tre (o quattro, o quanti erano) erano del tutto improvvisati, tanto da mettere le “pere con le mele” del jihad ─ la divisione tra al-Qaeda e l’IS, è il dato più importante e interessante del jihadismo moderno, da diversi anni a questa parte. E in questo caso, invece, prenderebbe consistenza la tesi dei lupi solitari: tesi che, alla luce del nuovo video fatto uscire ieri da Reuters, sembra non troppo sghemba. Per almeno un paio di ragioni. Nelle immagini si vede come uno dei due abbia problemi con il fucile (non proprio da professionista, diciamo), ed è il fratello a doverlo aiutare, dopo aver poggiato l’arma sul tetto della vettura (altro gesto non troppo professionale, direi). Da notare che questa circostanza è stata confusa da molti, come una pausa per ricaricare. Inoltre, il più abile con le armi, sembra urlare qualcosa alzando il dito al cielo: il gesto è noto, visto e rivisto durante le azioni iperdocumentate dell’IS, e si chiama Tawheed. È uno dei pilastri dell’Islam e indica il concetto di Dio onnipotente: solo che il terrorista di Parigi lo fa con la sinistra, mentre invece la liturgia impone che venga fatto con la destra. Disattenzione, necessità (sulla destra teneva l’arma), oppure indice di improvvisazione? Non è chiaro, e magari sono solo un dettagli relativi.
In mezzo, al solito, la verità. Perché i tre potrebbero aver agito insieme per semplice convenienza. Sono certi i contatti dei fratelli Kouachi con il mondo qaedista yemenita ─ gli americani dicono che avrebbero incontrato pure al-Awlaki, ideologo yemenita di passaporto statunitense, seccato da un drone un paio d’anni fa. Ma i contatti in Yemen dei due fratelli, sono una traccia che rischia di perdersi nel tempo. È altrettanto certo che Coulibaly sia stato influenzato dalla propaganda del Califfato. Ma anche in questo caso, sembra che l’uomo non fosse perfettamente integrato all’interno del gruppo a cui ha fatto riferimento. Vero, pure, però, che la compagna, Hayat Boumedienne è volata in Turchia il 2 gennaio per raggiungere la Siria, e a quanto pare secondo fonti citate dai francesi, il video di Coulibaly sarebbe stato messo online da un computer di Raqqa, che è la capitale siriano dello Stato Islamico.
Un’opzione tra le più probabili, è che gli attentatori di Parigi abbiano collaborato ─ «Loro dovevano pensare a Charlie Hebdo, io li ho aiutati con qualche migliaio di euro», come ha spiegato Coulibaly ─ per scelta pragmatica senza tener conto delle divisioni mediorientali, visto che si conoscevano da molti anni (sembra dal 2007, quando facevano tutti parte della stessa rete estremista islamica francese, il “Gruppo del diciannovesimo arrondissement”)
Resta che questa strana collaborazione, non è una questione vuota e di forma, ma un aspetto centrale che il corso delle indagini dovrà chiarire.
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giovedì 7 agosto 2014
Ci vuole coraggio a chiamarlo giornalismo
Due ragazze italiane, ventenni, cooperanti in un'ong in Siria, sono state rapite da qualche giorno in circostanze ancora completamente da chiarire. La notizia è stata diffusa mercoledì dalla Farnesina, che per il momento si è limitata a confermare l'irreperibilità delle due. Quello che si sa da fonti citate dall'Ansa, è che Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, sarebbero state rapite ad al-Abzemo, villaggio ad ovest di Aleppo. Nell'area è attivo il Fronte Islamico, gruppo di ribelli relativamente moderato, ma sono presenti anche fazioni più radicalizzate. Niente di più per il momento, con le unità di contro-terrorismo italiane e i servizi esteri in piena attività.
Tra tutto il fermento e le poche notizie in circolazione, il Giornale non ha avuto dubbi e ha titolato come da fotografia - e bravo Luciano Gulli che ci ha fatto pure il pezzo.
Gad Lerner ha scritto la cosa più giusta su chi getta sarcasmo sulle due ragazze - cretini probabilmente mossi dalla giovane età delle due, come se da quelle parti a combattere il conflitto non fossero tutti altrettanto ventenni. Si intitola: "La vecchiaia di chi deride Greta e Vanessa".
Tra tutto il fermento e le poche notizie in circolazione, il Giornale non ha avuto dubbi e ha titolato come da fotografia - e bravo Luciano Gulli che ci ha fatto pure il pezzo.
Gad Lerner ha scritto la cosa più giusta su chi getta sarcasmo sulle due ragazze - cretini probabilmente mossi dalla giovane età delle due, come se da quelle parti a combattere il conflitto non fossero tutti altrettanto ventenni. Si intitola: "La vecchiaia di chi deride Greta e Vanessa".
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giovedì 17 luglio 2014
Il Washington Post contro Hamas
Mercoledì 16 luglio, nel mezzo di questo nuovo giro del conflitto israelo-palestinese, il Washington Post ha pubblicato un feroce editoriale contro Hamas, il gruppo politico (costituito anche da un'ala militare considerata organizzazione terroristica da mezzo mondo) che governa la Striscia di Gaza.
Il WaPo, così come molti giornali anglosassoni, è solito prendere posizione sulle più importanti questioni correnti: possono farlo perché la propria credibilità è inscalfibile. Per capirci, giornali di questo genere possono "schierarsi" contro Hamas, senza che nessuno dei lettori mondiali abbia sospetti sul fatto che alcune altre notizie e vicende vengano minimizzate.
Nell'editoriale del Washington Post, il titolo è “Hamas is playing a dangerous game with Gazan lives”. In Italia è stato ripreso anche dal Post, che ne ha tradotto due paragrafi (importanti anche secondo me):
Il WaPo, così come molti giornali anglosassoni, è solito prendere posizione sulle più importanti questioni correnti: possono farlo perché la propria credibilità è inscalfibile. Per capirci, giornali di questo genere possono "schierarsi" contro Hamas, senza che nessuno dei lettori mondiali abbia sospetti sul fatto che alcune altre notizie e vicende vengano minimizzate.
Nell'editoriale del Washington Post, il titolo è “Hamas is playing a dangerous game with Gazan lives”. In Italia è stato ripreso anche dal Post, che ne ha tradotto due paragrafi (importanti anche secondo me):
«Finora la campagna militare di Hamas contro Israele è stato un fallimento. In parte grazie al sistema anti-missilistico Iron Dome, che a fronte di circa 1.200 razzi lanciati verso Tel Aviv, Gerusalemme e altre città ha causato solo un morto tra gli israeliani e qualche danno. I tentativi di attacco via mare e attraverso i tunnel sotterranei sono stati fermati, e un drone che si è avventurato dentro lo spazio aereo israeliano è stato rapidamente abbattuto. […]
Perché Hamas dovrebbe insistere e continuare a combattere quando sta raggiungendo così poco? La sola risposta plausibile è rivoltante: il movimento islamico calcola che può ottenere le concessioni che non ha ancora ottenuto da Israele e dall’Egitto non colpendo Israele, lasciando che proseguano le uccisioni di palestinesi nei contrattacchi israeliani. Più di 200 persone, inclusi alcuni bambini, sono già morti a Gaza; Hamas probabilmente calcola che molti morti spingeranno i governi occidentali a fare pressione su Israele e accettare le richieste di Hamas.»
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martedì 4 febbraio 2014
I 60 miliardi, noi e loro
È girata molto in questi giorni - il motivo non ve lo sto nemmeno a dire, ma pesca molto anche in sul giornalismo in Italia fatto per sentito dire - la notizia secondo cui la Commissione Europea avrebbe stimato che la corruzione costa allo Stato 60 miliardi l'anno. Tutti i principali (Repubblica, CorSera), e anche i meno principali, organi di informazione italiana hanno ripreso il dato, con articoli e commenti che potete immaginare.
La questione è che quel dato non è vero, e non ha una base scientifica di provenienza - a dire la verità, a quanto pare, sembrerebbe che anche la stima della Commissione Europea non esista: a pagina 4 del documento, c'è scritto che la Commissione si è limitata a riprendere un dato della Corte dei Conti italiana senza fare conteggi propri.
Nessuno di quegli organi di informazione si è chiesto, evidentemente, se ci si poteva fidare: come balene impazzite, tutti si sono spiaggiati sulla notizia (bufala) senza rifletterci troppo su. E il bello è che, come se non bastasse, era arrivata anche una specie di smentita della Commissione, diffusa dall'Ansa, ma che quasi nessuno ha - ovviamente - ripreso.
Come al solito l'unico che si è posto la domanda su come sono andate le cose è stato Davide De Luca, che ha ricostruito per il Post i contorni - a quanto pare storici - della vicenda, in due articoli: qui e qui.
Per chi fosse interessato a farla breve, riporto il passaggio fondamentale:
La questione è che quel dato non è vero, e non ha una base scientifica di provenienza - a dire la verità, a quanto pare, sembrerebbe che anche la stima della Commissione Europea non esista: a pagina 4 del documento, c'è scritto che la Commissione si è limitata a riprendere un dato della Corte dei Conti italiana senza fare conteggi propri.
Nessuno di quegli organi di informazione si è chiesto, evidentemente, se ci si poteva fidare: come balene impazzite, tutti si sono spiaggiati sulla notizia (bufala) senza rifletterci troppo su. E il bello è che, come se non bastasse, era arrivata anche una specie di smentita della Commissione, diffusa dall'Ansa, ma che quasi nessuno ha - ovviamente - ripreso.
Come al solito l'unico che si è posto la domanda su come sono andate le cose è stato Davide De Luca, che ha ricostruito per il Post i contorni - a quanto pare storici - della vicenda, in due articoli: qui e qui.
Per chi fosse interessato a farla breve, riporto il passaggio fondamentale:
Il 27 febbraio 2009 il SAET [Servizio anticorruzione e trasparenza del ministero. ndEm] appena fondato consegna al parlamento un rapporto in cui parla di “stime che si fanno” (cioè stime che girano, non frutto di studi del SAET) e le definisce “opinioni” [si tratta di quei famosi 60 miliardi, una chiacchiera che gira, insomma]. Nel giugno del 2009, cioè pochi mesi dopo, il procuratore generale della Corte dei Conti Furio Pasqualucci attribuisce al SAET le stime fatte da non si sa chi e trasforma le opinioni in un’approssimazione credibile. Pasqualucci viene smentito dal SAET nella relazione 2010 (in cui addirittura definisce il dato una “bufala”), dalla stessa Corte dei Conti nel 2012 e da quasi tutti gli altri uffici della pubblica amministrazione che hanno utilizzato questa stima. Nonostante tutto questo la Commissione Europea ha deciso di utilizzare questa “stima” nel suo rapporto e di attribuirla erroneamente alla Corte dei Conti.
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mercoledì 15 gennaio 2014
Non proprio il dito e la luna, ma quasi
Di carne sul fuoco, alla conferenza stampa che Hollande ha tenuto ieri pomeriggio all'Eliseo, ce n'era eccome. La "svolta liberale", così l'hanno definita in molti, è stata la risposta necessaria a una situazione che da tempo gli analisti segnalano: la Francia sta vivendo una fase di declino.
La domanda è se Hollande sarà in grado - politicamente e personalmente - di mantenere fede al piano di riforme (riduzione della spesa pubblica, ristrutturazione del mercato del lavoro, alleggerimento delle tassazioni) di cui ieri ha parlato. Ne ho scritto per Formiche: "Hollande, la Francia, il mondo e l'Italia", aggiungo qui un'opinione.
In Italia, però, tutto questo è passato in secondo piano e si è corsi a vedere quali sarebbero state le sue reazioni alle domande sulla liaison con l'attrice Julie Gayet - con cui ha tradito la sua attuale compagna Valérie Trierweiler.
Ma Hollande non ha parlato quasi per niente della vicenda: gli sono state fatte domande, ma ha chiuso l'argomentazione in fretta con un «non è questo il momento» - come a dire, "stiamo parlando di cose serie" adesso - e con un «le cose private si affrontano nel privato». Ad una domanda di un giornalista, che ha chiesto se Trierweiler è da considerarsi ancora la première dame, anche in vista della visita ufficiale negli Stati Uniti - prevista per l'11 febbraio -, Hollande ha risposto che chiarirà tutto, dicendo di più, prima della partenza per Washington.
Ora la questione è annosa - quanto delicata. Un uomo politico, rappresentante delle istituzioni, ha un privato che si scinde completamente dal pubblico? Forse no: non in modo esclusivo. La mia opinione si racchiude nell'approccio anglosassone a certe argomentazioni: "se tradisci tua moglie, puoi tradire anche la Nazione". Sebbene, chiaramente, ci sono situazioni e situazioni - e la generalizzazione, come si dice generalizzando, è sempre sbagliata. Non è moralismo, è una cosa diversa che andrebbe approfondita, ma farebbe deviare il senso di questo post, e dunque sarà per un altra volta.
Perché il punto non è tanto questo - discussione di carattere etico e morale, sull'etica politica, di alto livello. Ma si parla di circostanze più terra terra: il nostro sistema giornalistico. A guardarsi intorno, non c'è stato un giornale che abbia resistito al gossip, alla ricerca dell'informazione più corpulenta su quella coppia, ad aprire con un qualche riferimento al tradimento in scooter e all'appartamento in rue du Cirque, nell’VIII arrondissement di Parigi. Non è moralismo, nemmeno stavolta: sia chiaro, non sono così ipocrita o così sprovveduto da non credere che la vera "polpa" editoriale - declinazione anche commerciale del termine - sia la questione della liaison. Così come non sono così disattento da non notare anche i comportamenti della stampa internazionale - che ha dato altrettanto spazio alle rivelazioni di Closer -, o gli articoli interessanti e approfonditi sulla situazione francese, che molti dei nostri media hanno riportato (uno su tutti il CorSera con il bravissimo corrispondente parigino Stefano Montefiori).
Il punto vero allora sta nella mistificazione della notizia: almeno fino a stamattina, i media italiani hanno provato a farci credere che la conferenza stampa di ieri fosse stata organizzata ad hoc per far luce sulla storia amorosa - e sia chiaro, di nuovo, non sono così cretino da pensare che quei 600 giornalisti presenti, non fossero lì per saperne di più sulla vicenda.
Senza riportare non solo quel "non è questo il momento" che avrebbe - ed ha - cancellato ogni aspettativa, ma soprattutto mettendo le decisioni sul cambio di rotta politico del governo francese in secondo piano - faccio notare, che da molti quello che ha detto Hollande è stato riportato come una sorta di svolta epocale della guache francese verso posizioni liberal-sociali.
Ma niente: come se niente fosse si è continuato a parlare e cingottare di altro, con Vespa che ha messo su una puntata con un parterre de roi, dove mancava soltanto la vicina di casa di mia nonna.
Per capirci, in queste ore la notizia che i nostri giornali stanno ancora riportando a gran voce, è che il ministro della Cultura francese, Aurelie Filippetti (fedelissima di Hollande), ha revocato la nomina dell’attrice-produttrice Gayet dai membri della giuria dei borsisti per l’Accademia di Francia a Roma, che ha sede a Villa Medici a Trinità dei Monti.
La domanda è se Hollande sarà in grado - politicamente e personalmente - di mantenere fede al piano di riforme (riduzione della spesa pubblica, ristrutturazione del mercato del lavoro, alleggerimento delle tassazioni) di cui ieri ha parlato. Ne ho scritto per Formiche: "Hollande, la Francia, il mondo e l'Italia", aggiungo qui un'opinione.
In Italia, però, tutto questo è passato in secondo piano e si è corsi a vedere quali sarebbero state le sue reazioni alle domande sulla liaison con l'attrice Julie Gayet - con cui ha tradito la sua attuale compagna Valérie Trierweiler.
Ma Hollande non ha parlato quasi per niente della vicenda: gli sono state fatte domande, ma ha chiuso l'argomentazione in fretta con un «non è questo il momento» - come a dire, "stiamo parlando di cose serie" adesso - e con un «le cose private si affrontano nel privato». Ad una domanda di un giornalista, che ha chiesto se Trierweiler è da considerarsi ancora la première dame, anche in vista della visita ufficiale negli Stati Uniti - prevista per l'11 febbraio -, Hollande ha risposto che chiarirà tutto, dicendo di più, prima della partenza per Washington.
Ora la questione è annosa - quanto delicata. Un uomo politico, rappresentante delle istituzioni, ha un privato che si scinde completamente dal pubblico? Forse no: non in modo esclusivo. La mia opinione si racchiude nell'approccio anglosassone a certe argomentazioni: "se tradisci tua moglie, puoi tradire anche la Nazione". Sebbene, chiaramente, ci sono situazioni e situazioni - e la generalizzazione, come si dice generalizzando, è sempre sbagliata. Non è moralismo, è una cosa diversa che andrebbe approfondita, ma farebbe deviare il senso di questo post, e dunque sarà per un altra volta.
Perché il punto non è tanto questo - discussione di carattere etico e morale, sull'etica politica, di alto livello. Ma si parla di circostanze più terra terra: il nostro sistema giornalistico. A guardarsi intorno, non c'è stato un giornale che abbia resistito al gossip, alla ricerca dell'informazione più corpulenta su quella coppia, ad aprire con un qualche riferimento al tradimento in scooter e all'appartamento in rue du Cirque, nell’VIII arrondissement di Parigi. Non è moralismo, nemmeno stavolta: sia chiaro, non sono così ipocrita o così sprovveduto da non credere che la vera "polpa" editoriale - declinazione anche commerciale del termine - sia la questione della liaison. Così come non sono così disattento da non notare anche i comportamenti della stampa internazionale - che ha dato altrettanto spazio alle rivelazioni di Closer -, o gli articoli interessanti e approfonditi sulla situazione francese, che molti dei nostri media hanno riportato (uno su tutti il CorSera con il bravissimo corrispondente parigino Stefano Montefiori).
Il punto vero allora sta nella mistificazione della notizia: almeno fino a stamattina, i media italiani hanno provato a farci credere che la conferenza stampa di ieri fosse stata organizzata ad hoc per far luce sulla storia amorosa - e sia chiaro, di nuovo, non sono così cretino da pensare che quei 600 giornalisti presenti, non fossero lì per saperne di più sulla vicenda.
Senza riportare non solo quel "non è questo il momento" che avrebbe - ed ha - cancellato ogni aspettativa, ma soprattutto mettendo le decisioni sul cambio di rotta politico del governo francese in secondo piano - faccio notare, che da molti quello che ha detto Hollande è stato riportato come una sorta di svolta epocale della guache francese verso posizioni liberal-sociali.
Ma niente: come se niente fosse si è continuato a parlare e cingottare di altro, con Vespa che ha messo su una puntata con un parterre de roi, dove mancava soltanto la vicina di casa di mia nonna.
Per capirci, in queste ore la notizia che i nostri giornali stanno ancora riportando a gran voce, è che il ministro della Cultura francese, Aurelie Filippetti (fedelissima di Hollande), ha revocato la nomina dell’attrice-produttrice Gayet dai membri della giuria dei borsisti per l’Accademia di Francia a Roma, che ha sede a Villa Medici a Trinità dei Monti.
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martedì 14 gennaio 2014
Renzi’s gamble is a dice worth rolling
Si intitola così l'editoriale con cui il Financial Times parla del piano lavoro ("Job act" come lo stanno chiamando tutti) di Renzi.
«Né la destra né la sinistra ha mostrato molto appetito per affrontare gli interessi costituiti che dominano l'economia sclerotica Italia» è una delle frasi della premessa - tanto per capirci su come procede il resto. Non è molto vero che, come molti hanno corso a scrivere ieri, il quotidiano inglese "plaude" al piano di Renzi - o cose del genere - in modo indiscriminato. Il Financial Times plaude a quello che potrebbe essere, ma è molto scettico - seppur individuata come unica speranza - sull'applicabilità delle riforme. (Tra l'altro arriva anche a citare la possibilità che si tratti di uno stratagemma per spiazzare il governo ed andare a nuove elezioni - «his proposal is a cunning political ploy, aimed at creating a split in the government in the hope of triggering an early election»).
Particolare attenzione viene posta invece sulla flessibilità del mercato del lavoro, contenuta nella proposta del segretario Pd: «L'aspetto più interessante della proposta riguarda la sua volontà di rendere il mercato del lavoro in Italia, più flessibile per i neo assunti. Con il sistema attuale, i datori di lavoro sono riluttanti a dare ai giovani italiani contratti a tempo indeterminato in quanto temono che sarà impossibile dismiss them if they do not perform». (Da notare che gli inglesi se ne fregano delle menate sull'articolo 18).
«Né la destra né la sinistra ha mostrato molto appetito per affrontare gli interessi costituiti che dominano l'economia sclerotica Italia» è una delle frasi della premessa - tanto per capirci su come procede il resto. Non è molto vero che, come molti hanno corso a scrivere ieri, il quotidiano inglese "plaude" al piano di Renzi - o cose del genere - in modo indiscriminato. Il Financial Times plaude a quello che potrebbe essere, ma è molto scettico - seppur individuata come unica speranza - sull'applicabilità delle riforme. (Tra l'altro arriva anche a citare la possibilità che si tratti di uno stratagemma per spiazzare il governo ed andare a nuove elezioni - «his proposal is a cunning political ploy, aimed at creating a split in the government in the hope of triggering an early election»).
Particolare attenzione viene posta invece sulla flessibilità del mercato del lavoro, contenuta nella proposta del segretario Pd: «L'aspetto più interessante della proposta riguarda la sua volontà di rendere il mercato del lavoro in Italia, più flessibile per i neo assunti. Con il sistema attuale, i datori di lavoro sono riluttanti a dare ai giovani italiani contratti a tempo indeterminato in quanto temono che sarà impossibile dismiss them if they do not perform». (Da notare che gli inglesi se ne fregano delle menate sull'articolo 18).
Nota ulteriore: Scrive il Financial Times a proposito del partner politico del Pd al governo: «un gruppo di estrema destra guidato da Angelino Alfano, vice primo ministro».
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sabato 4 gennaio 2014
Con la contraerea
Mentre tutti i giornali italiani (Messaggero, Giornale, Fatto Quotidiano, Tempo, Repubblica) - escluso il Post e il CorSera (che prima ha dato la notizia per non restare indietro, poi ci ha ragionato) - continuano a tenere il racconto secondo cui Chang Sung-taek, zio di Kim Jong-un, condannato a morte dal nipote, è stato fatto sbranare, nudo, da 120 cani affamati, sulla vicenda emergono nuove rivelazioni.
Non si tratta dell'inaffidabilità della notizia, questione su cui s'era già detto e che solo qua da noi non aveva trovato sufficiente spazio e adeguate riflessioni - il giornale hongkoghese Wei Wa Po (finito in un sondaggio al 19esimo posto su 21, per affidabilità ad Hong Kong) aveva già dato la notizia il 24 dicembre ma nessun media internazionale se l'era filata.
La questione è un'altra: secondo alcune fonti citate dal New York Times (sulla cui credibilità non c'è da discutere troppo), sembrerebbe che l'esecuzione sia avvenuto per fucilazione, sparandogli con un cannone da contraerea!
Scaldate i titolisti!
(Poi vediamo se è vero, come dice anche il Nyt).
La questione è un'altra: secondo alcune fonti citate dal New York Times (sulla cui credibilità non c'è da discutere troppo), sembrerebbe che l'esecuzione sia avvenuto per fucilazione, sparandogli con un cannone da contraerea!
Scaldate i titolisti!
(Poi vediamo se è vero, come dice anche il Nyt).
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martedì 17 dicembre 2013
Riabilitiamo George W. Bush?
Ora non si tratta di fare una santificazione del personaggio, una celebrazione degli anni della sua presidenza, un encomio alle sue scelte politiche. Bush, si dice anche nel libro, è responsabile di tantissimi errori, spesso è stato molto leggero e in balia dell'ombra paterna e privo di lungimiranza. Ma, non è stata nemmeno la macchiettistica parodia che molti media - anche qui in Italia - hanno dipinto.
Il fatto che a dirlo sia Peter Baker, è per molti versi garanzia di affidabilità: Baker è corrispondente da Washington del New York Times e prima lo era stato per il Washington Post - il che significa che è il miglior corrispondente dalla Casa Bianca attualmente in circolazione. Tenderei a fidarmi - continuando a preferire Obama.
Nota .Per onestà personale, ammetto che il libro non l'ho letto, non tutto: ci sono diverse ottime, affidabili, curate, recensioni in giro, e in alcuni siti si trovano delle pagine leggibili gratuitamente. Ho visto che ne ha parlato anche Christian Rocca: noto con piacere, è un'ulteriore conferma che quelle pagine di Baker, sono roba su cui vale la pena ragionare.
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venerdì 13 dicembre 2013
L'articolo sulla Siria che sta facendo discutere
Repubblica qualche giorno fa (il 10 dicembre, per l'esattezza) ha pubblicato un articolo del giornalista statunitense - premio Pulitzer nel 1970 - Seymour Hersh. L'articolo, pubblicato in originale sul sito della London Review of Book, - e scartato da Washington Post e New Yorker - sta facendo molto discutere in tutto il mondo, perché mette in dubbio le ricostruzioni della Casa Bianca sugli attacchi chimici del 21 agosto in Siria.
Ci sono molti dubbi e incoerenze, comunque, su quello che ha scritto Hersh: li ho provati a raccogliere - scegliendo dalle fonti più autorevoli tra i commentatori - in un post scritto su Formiche: "Qualche considerazione sull’articolo di Hersh".
Ci sono molti dubbi e incoerenze, comunque, su quello che ha scritto Hersh: li ho provati a raccogliere - scegliendo dalle fonti più autorevoli tra i commentatori - in un post scritto su Formiche: "Qualche considerazione sull’articolo di Hersh".
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mercoledì 13 novembre 2013
Twitter: la rovina del giornalismo
Secondo un editoriale dell'Australian, Twitter - universo, o «twitterverse», popolato da tweeter «controversi e narcisisti» - starebbe definendo la «strada verso la rovina» del giornalismo.
Non è proprio così, diciamo, o almeno a me non pare. Il problema è molto più ampio - e critico - della questione-Twitter: è vero che il social network di Dorsey potrebbe anticipare qualche battuta d'agenzia, rubare il tempo alla corsa alla notizia, ma poi - per ragioni anche legate alla struttura stessa del social network, i 140 caratteri, per capirci - oltre non può andare. La riflessione è molto più ampia e riguarda semmai, il futuro del giornalismo, in cui Twitter è un valore aggiunto e non sicuro un problema.
Ha risposto, su questo Bronwen Clune sul Guardian, chiudendo il suo pezzo con «The Australian's editorial might be mildly diverting if it wasn't so dangerous to the future of news reporting».
Ma per inquadrare meglio la questione - molto più legata alla qualità che alla quantità delle cose - una delle letture sta in quello che ha scritto Luca Sofri su Che Futuro (dove non si parla direttamente di Twitter, o almeno non solo, ma si fa un quadro giusto e ampio sulla faccenda): "Il mondo salvato dai giornalisti".
(La tematica è molto grossa, io ne parlo da profano, da osservatore, da interessato: dilettante incuriosito. Ed è anche per questo che spesso preferisco mettere link: a proposito, tra la gente da seguire, ovviamente su Twitter e ammesso che non lo facciate già - ma ne dubito -, per chi è interessato all'argomento, oltre a Luca Sofri, c'è Filippo Sensi, Gianni Riotta e Massimo Mantellini).
I valori dei media tradizionali, come verità, accuratezza, correttezza, equilibrio e obiettività, si stanno perdendo proprio al momento sbagliato, perché i mezzi di informazione devono affrontare le sfide del calo delle entrate, del pubblico distratto e della perdita di professionisti esperti.Secondo il quotidiano diretto da Chris Mitchell, il rischio è che il futuro del reportage giornalistico venga messo in pericolo.
Non è proprio così, diciamo, o almeno a me non pare. Il problema è molto più ampio - e critico - della questione-Twitter: è vero che il social network di Dorsey potrebbe anticipare qualche battuta d'agenzia, rubare il tempo alla corsa alla notizia, ma poi - per ragioni anche legate alla struttura stessa del social network, i 140 caratteri, per capirci - oltre non può andare. La riflessione è molto più ampia e riguarda semmai, il futuro del giornalismo, in cui Twitter è un valore aggiunto e non sicuro un problema.
Ha risposto, su questo Bronwen Clune sul Guardian, chiudendo il suo pezzo con «The Australian's editorial might be mildly diverting if it wasn't so dangerous to the future of news reporting».
Ma per inquadrare meglio la questione - molto più legata alla qualità che alla quantità delle cose - una delle letture sta in quello che ha scritto Luca Sofri su Che Futuro (dove non si parla direttamente di Twitter, o almeno non solo, ma si fa un quadro giusto e ampio sulla faccenda): "Il mondo salvato dai giornalisti".
(La tematica è molto grossa, io ne parlo da profano, da osservatore, da interessato: dilettante incuriosito. Ed è anche per questo che spesso preferisco mettere link: a proposito, tra la gente da seguire, ovviamente su Twitter e ammesso che non lo facciate già - ma ne dubito -, per chi è interessato all'argomento, oltre a Luca Sofri, c'è Filippo Sensi, Gianni Riotta e Massimo Mantellini).
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giovedì 24 ottobre 2013
Oggi come ieri (e poi come domani)
Lo scoop di Le Monde, la visita di Kerry, le rivelazioni sulle intercettazioni delle utenze telefoniche della Cancelliera Merkel, hanno riportato - di istinto e senza i necessari approfondimenti e chiarimenti, va detto, per ora - la questione Datagate di nuovo al centro del dibattito pubblico italiano. E allora Ansa poco fa ha battuto come "ultim'ora" le rivelazioni di Greenwald all'Espresso proprio sulle attività spionistiche in Italia.
Ma Greenwald - il giornalista che insieme a Laura Pointras ha portato avanti lo scoop del Guardian tenendo i contati diretti con Edwrd Snowden - ha parlato con l'Espresso a giugno, esattamente il 17. In quell'occasione il giornalista inglese non escluse che anche noi fossimo sotto controllo, ma non fornì informazioni precise. Ci ha pensato Fabio Chiusi, che per l'Espresso scrive, a sottolineare la (mezza) bufala.
La notizia vera, semmai, è un'altra, pubblicata proprio dall'Espresso, in cui si racconta di un programma - "Tempora" il suo nome - con cui il Gchq, ossia il Government Communications Head Quarter, inglese controlla molte delle telefonate trattanti informazioni sensibili, degli stati stranieri (tra cui anche il nostro). Con il fine della stabilità del "benessere economico dell'Inghilterra" verrebbero tenute sotto controllo conversazioni che riguardano le "intenzioni politiche dei governi stranieri", "i gravi reati economici", “posizione dei governi stranieri su determinate questioni militari", "il controllo del traffico di droga" e "il contrasto alla proliferazione degli armamenti".
Ora spostando l'attenzione sui fatti - e tralasciando il modo di raccontarli - c'è una considerazione da fare. E lo dico con la voce di uno che preferisce sacrificare un pezzo della propria libertà per la propria sicurezza.
Ammesso poi che avere le proprie attività on line - per esempio questa di questo blog - monitorata da una qualche Agenzia governativa possa significare "sacrificare la propria libertà": da quando è scoppiato il caso Datagate, non c'è nulla che ho fatto pubblicamente, che non avrei fatto prima. Certo, di questo si parla con una certa leggerezza e tranquillità, perché qui da noi quelle libertà - tutte, non scherziamo! - sono garantite, permesse, quasi scontate. Dello stesso non potrei dire se vivessi in Bielorussia, per esempio - ma allora il discorso sarebbe diverso.
Ma questa premessa, viene meno davanti alle ultime rivelazioni: sia quelle su Le Monde, che successivamente sullo Spiegel, che parlano del controllo di utenze sensibili - anche qui in Italia e di cui scrive l'Espresso, come si diceva sopra.
Il fatto allora non è più monitorare i cittadini al fine della sicurezza. Il fatto diventa un'ingerenza all'interno della vita politica di un paese indipendente - alleato per giunta - e non più una questione di sicurezza e prevenzione. È a tutti gli effetti una ferita alla Democrazia, alla fiducia, alla stabilità internazionale, e per certi versi alla sovranità nazionale dei singoli stati.
E tutto assume dimensioni di livello superiore. Controllare i comuni cittadini ha un valore, magari in accordo con i servizi segreti di vari stati; controllare i membri dei governi ne ha tutto un altro. (Ci sarà modo di riparlarne).
mercoledì 23 ottobre 2013
La notizia, l'impulso, il consenso
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| la prima pagina di Repubblica.it ore 18:34 |
La notizia, ripresa con gli stessi toni anche dalle agenzie (per esempio l'Ansa) tratta di una norma approvata, in modo bipartisan, che chiede agli Stati membri di "modificare o rivedere ogni legge nazionale per assicurare che non ci siano punizioni per chi assiste i migranti in difficoltà in mare". Al centro della risoluzione di Strasburgo, non c'è solo la nostra legge - che sia chiaro non sto qui a difendere, qui si fa un discorso di diffusione della notizia. La questione riguarda la giurisdizione del Testo Unico sull'immigrazione e ai trattati internazionali sottoscritti, anche dall'Italia, (come SAR e SOLAS) e negli emendamenti che sono stati di volta in volta votati dall’organismo dell’IMO, organizzazione dell'Onu che si occupa di regolamentare la navigazione.
La Bossi-Fini, in realtà non ha mai comportato indagini verso qualcuno che ha fornito soccorso ai migranti: verrebbe da dire che sia ovvio così, e infatti lo è, ma la questione è un po' più complessa. Il reato di favoreggiamenti dell'immigrazione clandestina esiste, è quello che comporta le indagini verso gli scafisti per capirci, ma al comma 2 dell'articolo 12 del Testo Unico sull'immigrazione si legge "Non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato". Questo passaggio non è stato mai modificato dalla Bossi-Fini - che invece, nell'adozione del testo, ne ha modificati degli altri.
Tant'è che giorni fa su Mondo, venivano riportate le parole del ministro della Giustizia Cancellieri, che diceva che in Italia "nessuno è stato mai indagato per aver prestato soccorso". In realtà un caso c'è stato e risale al 2007. Ne ha parlato giorni fa Davide De Luca sul Post, facendo il solito preciso e chiaro factcheking. L'intera vicenda è stata raccontata da Antonello Mangano su Linkiesta e riguarda una sorta di errore giudiziario - anche se poi tutto s'è risolto, sebbene non si sa se ci sia stato un risarcimento.
La storia, in breve, è avvenuta l'8 agosto del 2007 e ha per protagonisti due pescatori tunisini, che soccorsero una quarantina di migranti in mare e furono successivamente indagati sia per immigrazione clandestina sia per resistenza a pubblico ufficiale e aggressione di navi da guerra. I motivi: innanzitutto quando arrivarono al porto di Lampedusa, le stive della nave erano vuote, così che gli inquirenti pensarono che in realtà i soccorsi fossero solo una scusa - si sarebbe potuto trattare di scafisti. In più il salvataggio era avvenuto in acque extra territoriali, circostanza che aveva portato la marina italiana a richiedere ai tunisini di invertire la rotta: ma questi forzarono il blocco e entrarono al porto italiano. Furono assolti da tutti e tre i capi d'accusa, vedendo riconusciuto lo "stato di necessità" che aveva spinto l'ingresso a Lampedusa - oltre che di fatto erano pescatori e non scafisti.
Dunque ci risiamo: la Bossi-Fini è una legge controversa, mal digerita da una certa fascia di popolazione italiana, anche per come ce l'hanno presentata - questo non significa che non abbia problemi, ripeto allo sfinimento.
La notizia drammatica del naufragio di qualche giorno fa e di quelle incolpevoli vite spezzate, ha di certo sensibilizzato ulteriormente l'opinione pubblica su un problema che è grosso e complicato - e le cui complessità ed articolazioni non riguardano ovviamente soltanto l'Italia.
Va detto con chiarezza che in questi giorni, qualcuno ha provato a far ricadere le colpe di quel che è successo quella nostra legge - ripeto, di nuovo, certamente da rivedere. Ma è illogico e scorretto. E comunque un po' ci siamo cascati - e per certi versi legittimamente, seguendo quello che ci venivano e ci viene trasmesso dalle fonti di informazione.
Inseguire le notizie non significa doverle travisare e deviare, atteggiamento che invece rientra in parte - e a tutti gli effetti - nella solita questione dell'accaparrarsi il consenso: d'impulso, poco importa il resto. E rientra anche nella differenza che c'è tra il raccontare i fatti e raccontarla. Ma, d'altronde, le già trecento condivisioni danno ragione a loro.
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