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martedì 23 aprile 2013

E poi fate tutta 'sta caciara


Lo voglio scrivere oggi, lontano quasi una settimana dalla conclusione e lontano sufficientemente dalle elezioni del Presidente della Repubblica. Voglio parlare delle Quirinarie, me l'ero promesso e lo faccio, anche perché ci sono un paio di considerazioni da fare, che sembra che in giro si abbia paura di farle. 
Parto dal motivo di questo timore, che risiede tutto in una sballata ricostruzione (per certi versi storica) della vicenda. Perché in fondo il nome di Rodotà, ha rischiato di spaccare i partiti - gli altri - ed è sembrato pure a me, un buon nome, valido, credibile e presentabile. E grazie a quello Grillo dalla vicenda è uscito rafforzato e per certi versi vincente. Ma era il terzo classificato, non dimentichiamocelo.

Aveva vinto Milena Gabanelli, precedendo Strada, Rodotà appunto e Zagrebelsky: giornalista Rai famosa soprattutto come conduttrice del programma d'inchiesta Report (dal 1997). Ottimo programma, che ha contribuito a mettere a nudo tanti e brutti mali del Sistema-Italia, casta in primis. Così come ottima è la sua carriera giornalistica, ha lavorato a Mixer con Minoli e ha fatto l’inviato di guerra per la RAI in ex Jugoslavia, Cambogia, Vietnam, Birmania, Sudafrica, Azerbaijan, Mozambico, Somalia e Cecenia. 
Gabanelli non è una simpatizzante del Movimento, o meglio, magari lo potrebbe essere nel suo intimo, ma non lo ha mai espresso apertamente: e questo va detto a scanso di equivoci. Gira in rete un video in cui durante una puntata di Report del 1997, la giornalista ringrazia Beppe Grillo per aver fatto tradurre in italiano un libro di Frederic Vester (ai tempi Direttore dell'Istituto di Biologia Ambientale di Monaco) sulla mobilità, ma tutto è meno che un endorsement - anche perché ai tempi, il M5S nemmeno esisteva.
La giornalista aveva dichiarato all'Ansa appena aver saputo della sua "vittoria":
Quando pensano che tu sia all’altezza di un compito così grande si può solo essere onorati, perché è altamente gratificante. In merito alla candidatura quando i proponenti mi chiederanno però risponderò. Ora posso dire che sono assolutamente commossa e anche sopravvalutata.
Poi aveva declinato la possibilità di spendersi per la causa, invitando il Movimento a non sostenere la sua candidatura: si era ritirata dai giochi, insomma. In modo legittimo, forse tardivo visto quel giorno e mezzo di attesa. Ma va bene. 

Il bilancio sulla vicenda passa attraverso tre punti, che segnano i deficit dell'iniziativa grillina. 

Partendo in ordine temporale, va subito analizzato quel che è successo pochi giorni prima, quando la votazione era andata fallita, per effetto di un'azione di hackeraggio. Messora, il blogger nominato responsabile comunicazione del M5S al Senato, ha provato subito a spiegare che il sabotaggio non era un male assoluto. Anzi, ha precisato che c'era anche del buono dietro, in quanto il sistema di controllo ha funzionato a dovere. Che può anche essere vero ed è pure vero che quanto accaduto può al limite non implicare il fallimento completo di questo primo approccio di democrazia diretta internettiana. Anche se con ogni probabilità ne è un pezzo di quel fallimento, perché è vero di più che l'elezione del Presidente della Repubblica - così come in generale la gestione degli affari importanti che reggono questa democrazia - non è Farmville. Perché il rischio può anche essere che un qualche hacker raffini le tecniche, arrivando ad acquisire una competenza in grado di permettere di non essere sorpreso dai sistemi di controllo. Che quel rischio è enorme, è talmente ovvio da non dover essere approfondito il perché.

Passando al secondo aspetto, c'è da capire una questione che riguarda il numero dei votanti. Meno di una media cittadina di provincia: 48 mila persone quelli ammessi a votare. Un club, più che un "popolo del web". I dati definitivi sono stati diffusi soltanto adesso, con perizia bolscevica per compattare bene la protesta, come se davvero quelle votazioni online fossero una voce forte e universale di tutti gli italiani. Solo 28.518 persone hanno votato. Altro problema che incombe su questo genere di cose, quindi, potrebbe essere la partecipazione. Pochi, troppo pochi per essere in grado di interpretare una necessità così grande, come quella dell'elezione del Capo dello Stato. Aspetto su cui potrei anche essere contestato questo, in quanto mi si potrebbe obiettare che allargando il suffragio - intendo permettendo a quel quaranta milioni di aventi diritto al voto analogici, di digitalizzarsi attraverso una completa riforma del sistema di voto e votazioni su cui si basa il nostro stato - sicuramente aumenterebbe il numero dei partecipanti. Probabile, ma a quale percentuale si potrebbe arrivare? Per il momento il dato è che dei circa otto milioni di elettori grillini, hanno avuto interesse a votare - cioè si sono interessati ad avere le credenziali - una percentuale misera che oscilla intorno allo 0,3%. E questo significa che, o agli elettori in fondo non interessa decidere direttamente su certe cose, oppure che la digitalizzazione delle votazioni è ancora troppo difficilmente accessibile ai più. L'elite del web, sarebbe un buon tema per un movimento populista contro la rete. In ogni caso, delle due l'una, ma è comunque un altro pezzo non propriamente positivo delle Quirinarie. C'è un tertium non datur in questo scenario: una grande percentuale dell'elettorato grillino, non è attivo nel Movimento, anzi ha espresso il proprio voto alle elezioni ma non ne segue l'iniziativa, ma questo aspetto socio-elettorale, rischierebbe di portarmi fuori tema (ci sarà modo di parlarne meglio).

Per ultimo e terzo punto, c'è il nome scelto. Milena Gabanelli è il nome che ha vinto, sebbene con poco più di 4000 mila voti, ma ha vinto. Il nome era quello, non Rodotà (do you remember?). Persona rispettabilissima, brava e competente professionista, eccellenza italiana del mondo del giornalismo. Ma c'era subito da esprimere grosse perplessità su una sua possibilità come Capo di Stato, opinione personale ma più o meno supportata da una certa quantità di dati. Dati empirici, d'accordo, perché non c'è scientificità -e nemmeno troppa originalità - nel dire che un Presidente della Repubblica deve avere virtù molto ampie, psicologiche e sociali di sicuro, di comprensione ed ascolto, di raziocinio e diplomazia: ma quelle virtù personali devono necessariamente passare dalla perfetta conoscenza e altrettanto perfetta interpretazione delle prassi istituzionali e della macchina dello Stato, nonché per una profonda credibilità internazionale. La Gabanelli questo non era (come non era Strada). Non aveva il phyisque du role. Per dire, se il ruolo da occupare fosse stato di presidente Rai, non avrei avuto nessun dubbio sull'avallare la scelta. Ma il ruolo che fu di Einaudi e Gronchi, di Saragat e Pertini, non va bene per una novizia della politica. È stata proprio la giornalista Rai a risolvere la questione, rinunciando. 

Sul nome di Rodotà, la situazione è diversa ed andata diversamente. Ed occorre che sia chiaro e detto con un certo peso: Rodotà era un nome che circolava da tempo in Sel e aree del Pd. Non è un nome che è uscito dalle Quirinarie in modo esclusivo, come dire, su quel nome non c'è un copyright del M5S. Ma d'altronde tutti i nomi credibili delle Quirinarie erano nomi del genere, non c'era niente di originale escluso appunto quelli più fantastici della Gabanelli o Strada o Fo. . 

Su Rodotà, però, c'è stato un colpo di genio di Grillo, che di tutto si può accusare, meno che di non saper interpretare la realtà che lo circonda. Grillo ha capito che i primi due erano non spendibili e ha da subito - io me lo ricordo bene - iniziato a sponsorizzare il nome del giurista calabrese (una cosa del genere aveva cominciato a farla con Prodi, figura su cui aveva lasciato un'apertura, prima delle Quirinarie ed in attesa del loro esito e su cui credeva di anticipare l'opinione dei suoi elettori e le mosse del Pd). Poi c'è stata la rinuncia e il gioco è stato presto fatto. Buon per lui, perché se uno dei due avesse accettato, si sarebbe trovato con la credibilità sotto i piedi, incastrato in un terribile cul de sac (e qui non voglio cercare scenari complottisti, secondo cui ai primi due sarebbe stata imposta quella rinuncia: io sto ai fatti). Ro-do-tà invece, era un nome famigliare alla sinistra. Praticamente Grillo ha fatto quello che doveva fare il Pd, nei tempi e nei modi: infatti è uscito vincitore - dal punto di vista della consolidazione dell'elettorato, pure - dalla pessima vicenda consumata a Montecitorio nei giorni passati.

Ma questo non può distogliere dal merito delle cose: le Quirinarie appunto, in un suo bilancio complessivo, che si deve basare sulla valutazione acquisita ai punti precedenti. Sicurezza del metodo, partecipazione, risultato. E se si vuole applicare una pratica quasi scientifica, non c'è una di quelle voci, in cui sono andate veramente bene, almeno dal mio punto di vista analitico. 
Dunque la domanda ultima è: quanto sono state valide le Quirinarie secondo voi? Quanto possono essere utili in futuro?  

lunedì 22 aprile 2013

When in trouble go big (ovvero perché il Pd doveva scegliere Prodi)

When in trouble go big, è un modo di dire anglosassone che significa più o meno, "quando sei in difficoltà, vai forte". Il blog di Francesco Costa, che è un bravo giornalista de IlPost, prende questo nome e dà la descrizione migliore: "quando ci si trova in difficoltà i mediocri minimizzano, si avvitano, vanno sul sicuro, cercano scappatoie e formule di circostanza, mentre i bravi vanno all’attacco e ribaltano la situazione". La questione si chiuderebbe qui, perché poi non servono altre cose: ognuno è in grado di capire le associazioni. Ma provo ad argomentare, cercando di non sottovalutare un paio di aspetti importanti.

La frase del titolo è il motivo per cui penso che il Pd avrebbe dovuto scegliere da subito - il tempo di quando farlo l'ho già tirato in ballo almeno dieci volte - Romano Prodi come nome da sostenere per la presidenza della repubblica. Un nome simbolo del Partito Democratico, un nome che non necessita di bigliettini da visita per essere identificato né in Italia né all'estero, l'ultimo nome vincente che la sinistra è riuscita a produrre. Oltre tutto, l'ultimo vincente prima di lui, era sempre lui. E pensare che Prodi non sia stato un buon leader perché non è stato capace di reggere quelle schegge impazzite che si trovava all'interno del governo, è quanto meno riduttivo e superficiale. Prodi è un leader: con Prodi il Pd è nato, con gli altri ha rischiato di sfasciarsi, fino ad oggi.

L'aspetto politico della questione, riguarda sicuramente che futuro avrebbe potuto avere il Pd se avesse veramente scelto Prodi. Mi riferisco alle possibili alleanze con cui costruire un governo. Ovvio pensare che Pdl e Lega si sarebbero chiamati fuori, lo avevano detto da subito. Ma, per primo, non si sarebbe perso l'alleato di programma, Sel. E in più si sarebbe guadagnato l'appoggio di Sc, con Monti che su Prodi - anche per questioni di rapporti personali - non avrebbe mai potuto far mancare il consenso. M5S non si sa, ma forse avrebbe lasciato passare qualche voto, stile Grasso-Boldrini. 

E il governo che poi sarebbe venuto fuori? Se doveva essere governo di larghe intese, perché Prodi non avrebbe potuto rappresentare quel che Napolitano rappresenta? Sarebbe stato lo stesso e sul piano della responsabilità  - su cui in questo momento Berlusconi sta giocando la sua continua campagna elettorale - sicuramente il Pdl non si sarebbe potuto sfilare facilmente, anche se da qui a dire che poi avrebbe fatto lo stesso il governo e evitando di cedere alla tentazione di urlare al golpe comunista, il passo è lungo. Ma tanto qualcuno che grida al golpe, in Italia c'è sempre. 

A mio avviso poi, fare un governo con il Pdl è il più grosso degli errori - elettoralmente parlando - che il Pd potrebbe commettere. L'inciucio, così in giro chiamano le "grandi intese", mi sembra che non sia molto ben visto generalmente dall'elettorato e non sarà la costituency del Pd a cambiare quest'opinione diffusa. L'ho già detto che il Pd dovrebbe tentare di fare un governo da solo (che vuol dire con Sel) e poi cercare di essere condiviso (per esempio da M5S e Sc) su questioni importanti (tipo gli 8 punti famosi) e risolvere la pratica in fretta. Poi scioglimento delle Camere e votazioni, rapidamente. Se no, scioglimento e votazioni subito.

Chiudo il cerchio, comunque continuando a pensare - al di là di quello che sarebbe successo dopo - che indicare Prodi e cercare consenso su di lui, sarebbe stato un gesto di autodeterminazione per il Pd. Che avrebbe potuto mostrare per una volta da quel 25 febbraio, di avere le idee chiare su quel che vuole e su come lo vuole.
Che quando sei il partito più partito degli altri, non fa mai male.  

Una cosa importante

Matteo Orfini, uno dei giovani turchi del Pd - al quale e ai quali non mi sento particolarmente vicino -, ieri sera ha avuto il gran merito di provare a dare una spiegazione su quello che è successo per le elezioni del Presidente della Repubblica.
Il feedback è stato assoluto:in questo momento in cui scrivo ha avuto più di 3 mila condivisioni su Facebook, quasi 300 su Twitter ed oltre 300 commenti. Perché in fondo gli elettori del Partito Democratico, era anche questo che volevano.
Una spiegazione sul perché le cose sono andate in quel modo.

Orfini dice due cose interessanti, su una mi trovo d'accordo e sull'altra no.
Quella su cui sono d'accordo, è l'analisi sul ruolo che deve avere un dirigente e di quello che è successo con la storia dei social network (su questo ho scritto anch'io, poi metterò il link). Dice Orfini:
Intanto una premessa: molti mi chiedono perché sono stato così tanto in tv in questi giorni. La risposta è semplice, non ci voleva andare quasi nessuno. Non era una situazione semplice, e a metterci la faccia non si diventava certo popolari. Ma nascondermi non mi pareva giusto. Io credo che il ruolo di un dirigente sia quello di difendere ciò in cui crede, anche se impopolare. Dovrebbe essere ovvio, ma non lo è. In queste ore molti hanno deciso cosa sostenere guardando a dove tirava il vento. Capisco il ragionamento, ma secondo me è un errore. Il dovere di un dirigente non è quello di fare ciò che in quel momento è popolare tra i suoi elettori, ma ciò che ritiene giusto. E’ il principio della democrazia rappresentativa. Se a fine mandato, e il mio mandato è finito dato che come tutta la segreteria del Pd mi sono dimesso, gli elettori del Pd non mi rinnoveranno la fiducia, non sarò più un dirigente del Pd. Ma tra una elezione e l’altra ciò che deve guidare l’azione di ognuno di noi non sono i commenti su facebook o i sondaggi, ma le proprie convinzioni e la loro corrispondenza a un progetto deciso insieme.  Naturalmente questo non significa sottrarsi al confronto, e credo di non averlo mai fatto.
Quello su cui non sono d'accordo, invece, riguarda la spiegazione del motivo per cui non si è votato Rodotà. E la ragione per cui sono in disaccordo, riguarda non tanto il merito del discorso di Orfini che si riferisce alle fasi della votazione - a quel punto c'era il rischio di spaccatura, perché una parte del partito non lo avrebbe votato (come se per gli altri nomi prima si fosse andati oplitici) e poi c'era anche un po' di superficiale e puerile sentimento di non votare il candidato di uno che vuole distruggere i partiti (salvo poi che con quello ci si pensava ad un governo insieme). Il mio disaccordo riguarda il metodo, soprattutto in quella parte che compete al tempo.

Perché, e lo ripeto fino allo sfinimento, se il Pd avesse detto subito e d'anticipo - la settimana prima di votare - Rodotà, su quel nome non c'era niente di eccepibile.

domenica 21 aprile 2013

Tanto per chiarire

Questo è un post ad uso interno, cioè ha come target i lettori abituali di questo blog, e che mi hanno ascoltato scrivere in questi giorni appena trascorsi, diverse cose sulle elezioni del Presidente dell Repubblica. Non significa comunque, che chi non ha seguito la questione debba mollarla qui, anzi, sotto può trovare i link per ricostruire la vicenda. Diciamo che è un chiarimento, per certi versi una sintesi, perciò abbiate pazienza se su certe cose mi ripeterò.

Dunque: io non ho espresso nessuna preferenza su un qualche nome. Non perché non ne avevo uno, ma perché avrei preferito evitare di schierarmi da un lato o da un altro, di quella faida interna che consumava il Pd. In realtà poi, non ci sono riuscito, perché la distanza personale da certi tipi di comportamenti, ha giocato un ruolo sulla mia oggettività intellettuale.

Il mio nome, era Romano Prodi (magari per approfondire sul perché, mi prendo una altro spazio). Ma il punto, non è tanto il "chi" che mi interessava: ma è il processo con cui quel "chi" (che mi piace chiamare merito) si sarebbe dovuto integrare con il come, e più ancora con il quando. Cioè  il metodo con cui il Pd avrebbe dovuto sostenere, e ancor prima avanzare, la propria scelta. In quest'ottica, anche nomi come Rodotà e Bonino (al limite anche Cancellieri), erano per me più o meno buoni - e credo lo sarebbero stati anche per il paese. Finocchiaro, Marini, Chiamparino, Napolitano, non sono invece nomi buoni. Se è brutalmente di nomi che si vuol dire. 

Ma i nomi, dicevo, contano in parte. Il metodo è quel che conta di più e il metodo è l'insieme intraconesso del modo, del merito e del tempo ("come", "chi", "quando"): e non è che ci sia dietro un percorso di logica così tanto approfondito. Nel metodo, tagliando a vivo, il Pd avrebbe semplicemente dovuto guardar fuori dalle finestre del Nazareno - e poi guardarsi in faccia - e scegliere subito una figura su cui si poteva trovare l'optimum. In questo forse, Rodotà e Bonino erano di sicuro davanti a Prodi, e ripeto buoni allo stesso modo. 

Anche Prodi, comunque, avrebbe potuto rappresentare una scelta percorribile, ma a patto che al modo e a quel merito, si fosse dato un tempo giusto, appunto. 
Il tempo giusto, semplice da intuire, era la scorsa settimana - per essere puntuali, intorno a mercoledì o giovedì scorso, prima delle Quirinarie. 
E attenzione: in questo il tempo si svincola dal modo e dal merito, perché è presupposto universale, valido comunque e per qualunque figura. Il tempo giusto, per un metodo buono, era giocare d'anticipo. 

Certo è che nel merito, cioè i nomi, uno non valeva l'altro in termini assoluti. Scegliere Rodotà - sempre a quel tempo -, significava anticipare Grillo ed aprire a M5S su un candidato (vedi le sensibilità verso il mondo della rete) inappuntabile per il Movimento, e poi forse anche per il Pdl. Scegliere Bonino significava un passo verso una qualche modernità comunque condivisa con tutte le altre forze politiche, magari creando qualche problema (nemmeno troppo profondo) per il mondo (ultra)cattolico. Scegliere Prodi, era andare big: il nome del partito, lo stemma del partito, che si sapeva non piaceva al Pdl, ma sul quale alla fine sarebbero potuti convergere sia M5S che Sc. In fondo, i nomi erano figli di un futuro - che sarebbe dovuto essere (e con ogni probabilità è stato) presupposto al metodo - chiaro verso cui doveva inclinarsi la vergenza del Pd. Due, massimo tre, le strade possibili, ma qui non mi interessa affrontarle. 

Il modo era il più banale: unitario. Senza necessità di accoltellamenti, il Pd compattato già dalla scorsa settimana, avrebbe marciato unito verso la data delle elezioni - avendo anche il tempo per sedimentare qualche dissapore - dando finalmente l'immagine di una partito granitico. Poi per tutto il resto, c'era il congresso, necessario come non mai.

Dunque concludendo, il punto è nel decidere la destinazione, poi la rotta, ma prima di tutto occorre che queste decisioni siano prese prima della partenza, perché altrimenti si corre il rischio di finire in balia delle onde e del vento. Ma per far questo, serve un capitano che guidi la nave: e Bersani al timone, era il peggior comandante possibile.
Vedremo se questo tragico e sanguinolento passaggio, sarà utile per il Governo prossimo.

Link in ordine temporale:

sabato 20 aprile 2013

Molto sotto al pavimento dove poggiava il barile

Giorgio Napolitano 14 aprile 2013:
Mia rielezione sarebbe al limite del ridicolo

(h/t @mircomion)

Fascismo in tempo di pace

In Italia si torna ciclicamente a parlare di fascismo, con buona frequenza, sempre dopo qualche dichiarazione sghemba di un qualche personaggio pubblico, membro della classe dirigente, del nostro paese. Succede sempre così: quando c'è qualcosa di importante nell'aria, quando fioccano comunicati, parole e prese di posizione, c'è altrettanto qualcuno che ci (ri)casca. Qualcuno che commette il peccato originale, di autoassolvimento dalla vergogna del fascismo. E qualcun altro che su questo ci specula.

L'occasione per parlarne - era da un po' che volevo farlo -, viene oggi dalla decisione di Grillo di presenziare per protesta Piazza Montecitorio. Il gioco dei giornalisti, semplice e pigro, è stato quello di definire l'iniziativa del M5S come una nuova "marcia su Roma" – Grillo in questi minuti si sta recando proprio a Roma, in camper. La distorsione giornalistica è ovvia, nonostante quel che si possa dire del Movimento e qualche scivolone di qualche componente (anche di spicco come quella volta che tutti ricordano), l'accusa di apologia di fascismo è da altre parti che va ricercata.

[update: quel che c'è scritto di seguito, ha valore universale, ed è per questo che vi ho invitato a leggerlo anche il 25 aprile, perché è una di quelle occasioni in cui si tira in mezzo il fascismo come se la festa della liberazione valesse sol per una parte degli italiani. E come al solito con il mood con cui si affronta una derby. Nel caso, c'è un post di Grillo, che è stato utilizzato nel solito modo ignorante da la solita gente ignorante, travisandone il senso: che non condivido, ma il cui senso nulla ha a che fare con il fascismo, appunto.]

L'indulgenza italiana nei confronti del Duce e del suo periodo, parte da una questione semantica. Si accede a frasi e avvenimenti, a parole e gesti, con facilità e agilità, senza soppesare bene lo scenario che possono evocare. I giornalisti, in questo sono maestri. Ma a voler essere seri e a spostando il ragionamento su qualcosa di diverso dalla ricerca di titoli da prima pagina, va detto che il fatto si inquadra in un insieme più ampio, per lo più basato su un errore storico, o forse meglio sarebbe dire storiografico, diviso su due campi.

Il primo, la raffigurazione del Duce come un buon padre di famiglia, un passionale latin lover, un grande statista, un esempio da seguire. Ideatore di un preostorico made in italy (lasciatemi passare la licenza, per definire l'autoarchia), un tutore e riqualificatore ambientale (chissà perché quando si parla delle "cose buone" fatte dal regime, si cita sempre la bonifica dell'Agro Pontino, sia che si abiti ad Aosta che a Catania), l'oracolo dei valori sacri al nostro mondo: famiglia, patria, onore.

Il secondo campo in cui si coltiva quest'indulgenza, è quello del pre '38, si potrebbe definire così: si lascia passare con generosità, che se non fosse stato per quell'alleanza con Hitler, Mussolini le avrebbe azzeccate tutte . E qui ruota un punto importante: l'imputare al nazismo (ai tedeschi che ci volevano rubare il Mondiale, ma noi tié!) la tragedia del genocidio e le colpe della seconda guerra mondiale.

Il guaio storiografico dietro a questa bonaria interpretazione, sta nel non considerare che già prima di quel fatidico '38, Mussolini aveva provocato, più o meno direttamente, la morte dei suoi oppositori: da Matteotti a Gobetti, da Gramsci ai fratelli Rosselli, da Amendola a don Minzoni. E per altri c'erano state punizioni corpolari e persecuzione. Il potere preso con la violenza, le leggi liberticide già in atto da una decina d'anni, i brogli e la distruzione della democrazia. E poi le leggi raziali fasciste, per confutare definitvamente quella volontà di pulizia dell'anima sullo sterminio ebraico che arrivarono proprio in quel '38.

Tralasciando l'intima psicoanalisi personale, sulla volontà tutta nostrana di far passare quel pezzo di buono che può esserci in mezzo ad un male infinito come la panacea di quel male stesso, occorre riflettere anche che visti dall'esterno siamo davvero ridicoli. Ridicoli, non trovo migliori definizioni. L'Italia è l'unico paese in cui destra rima ancora con fascismo. I conservatori italiani, non sono emblema di legalità, merito, responsabilità, nazione: complice anche il personaggio che ha condotto i giochi su questa sponda politica in questi ultimi, lunghi, anni. Ma la questione è più ampia, Berlusconi è solo un complice, non privo di colpe sia chiaro. I saluti romani alle manifestazioni del PdL sono solo il sintomo di questo male. Un male che si fonda su un'ignoranza, su un errore interpretativo (storiografico appunto), su un conseguente falso mito e soprattutto su un'aberrante superficialità e un lassismo schiacciante.

E intanto gli altri ci guardano e ci inquadrano per quel che siamo: qualche giorno fa, David Miliband si è dimesso dal ruolo di direttore non esecutivo nel consiglio del Sunderland (squadra di calcio del Tyne and Wear, Inghilterra del nord, che milita in Premier League) dopo la decisione del club di affidare l'incarico di tecnico a Paolo Di Canio. Le ragioni: incompatibilità con le posizioni e le passate affermazioni poltiche dell'ex calciatore, ora allenatore, italiano, troppo filo-fasciste.

La ridicolezza della nostra posizione, sta nel fatto che non solo siamo miti e comprensivi con qualcosa di mostruoso e sbagliato, fino al punto di elevarlo ad esempio in parte positivo: non solo, noi continuiamo ad essere attaccati a quel periodo con un senso affettivo che pesca nei ricordi, patriottismo starato, e morbidamente protetto, per essere un pezzo della nostra storia.

L'antifascimo è un valore: un valore da coltivare e tramandare, un valore da insegnare e somministrare, un valore che dovrebbe sponsorizzarci al di fuori dei nostri confini, un valore sul quale dovrebbero poggiare i primi passi i nostri figli. Un valore che una volta affermato, sarebbe l'unica soluzione di discontinuità, con quel nostro terribile passato, nemmeno troppo remoto.
E comunque sarebbe già bene, che per preservare questo valore, si preservnoi anche i termini che lo contraddistinguono da usi impropri e strumentali.

Poi certo, definire "colpo di stato" la scelta di un candidato diverso dal proprio, rientra in quelle starature semantiche simili a quelle che definiscono una protesta "marcia su Roma".

That's enough


(che poi il tweet risale a prima del Titanic prodiano)

venerdì 19 aprile 2013

Gente che non finisce mai di non stupirti

Nemmeno Prodi è passato.Non tanto per il nome, ma per il metodo. Adesso per dire, ma era quel che dicevo in fondo. Frutto di una tempistica sbagliata: perché deve essere detto chiaramente, che Prodi era un buon nome come Presidente candidato dal Pd.
Un metodo assolutamente non potabile per nessuno, però l'ha bruciato. Perché al di là della fanta-politica delle possibilità, tutti gli altri schieramenti si sono comportati da partiti. Tutti hanno preso una decisione, più o meno condivisa ed hanno agito di conseguenza. E il peccato è che, in linea teorica e sulla base di un'oggettiva valutazione storico-ideologica, il Pd dovrebbe essere il partito più partito di tutti gli altri. Uno scatolone eterogeneo, d'accordo, ma che quando fa una scelta la difende con compattezza. Prodi era il candidato della compattezza: il Pd ha bocciato Prodi, perché non è compatto. Anzi.
A questo punto, forse anche un po' in ritardo, le dimissioni di Bersani sono un atto dovuto. E forse la colpa principale del segretario, oltre a non aver saputo spegnere i fuochi delle divisioni, sta nell'aver cercato continuamente alleanze, vane quanto improbabili. Testimonianza è Grillo che esulta in serata per la debacle Pd e Berlusconi che in campagna elettorale spara a zero contro la sinistra. E di aver vincolato a quelle possibili alleanze la propria sorte.



Fermi tutti

Il pd dopo il flop di Marini ha deciso di candidare Prodi alla presidenza della repubblica.
Prodi non vale Marini, è sicuramente una scelta migliore.
Se si devono cercare i motivi, si deve andare a vedere in :

1. Prodi è il candidato del Pd, e non quello del Pd che piace a Berlusconi. E non è per fare un dispetto al Pdl, che poi chi se ne frega, ma è per affermare un qualche indirizzo dem. Una scelta, vera, insomma.

2. Prodi ha un curriculm migliore rispetto a Marini, soprattutto su quel che concerne la credibilità e la diffusione della sua immagine a livello internazionale. Tutto il mondo sa chi è Romano Prodi (vedi incarico Onu e presidenza del consiglio europeo, per dirne un paio).

3. Prodi è un candidato che può mettere d'accordo tutte le anime del Pd. Lo stesso Renzi, che è stato molto critico sugli altri - tutti gli altri. E poi era - sottolineo era - anche ben visto da Grillo.

Ora la questione è di tempistica. Scegliere Prodi, adesso, significa scegliere politicamente. Il Pdl non ci sta, dunque la condivisione non ci sarà, anche se aree di Scelta Civica potrebbero anche convergere alla fine (molto difficile visto la minaccia di dimissioni di Monti, se non passano i voti della Cancellieri). Grillo? Non è escludibile la possibilità che M5S voti per il professore, anche se adesso come adesso abbandonare la scelta di Rodotà non è facile. Anzi, praticamente è fantapolitica..

Politicamente comunque, il dato c'è: il Pd ha deciso cosa fare (e di farlo). Una scelta, finalmente: non dico sia buona o meno. Ora la questione come dicevo è di tempo però (forse è nel come farlo): perché - come era valido per Rodotà - il Pd ha sbagliato il momento della decisione. Decisione che sia chiaro, per il verso che hanno preso le cose, era inevitabile ed inevitabilmente era diventato questo anche il "quando" doveva essere presa.
Per quel che riguarda la cosa giusta da fare (il come, appunto), invece, sarebbe stato meglio scegliere direttamente Prodi come candidato da difendere, senza se e senza ma e senza cercare possibili accordicchi: il che significava autodeterminarsi davvero, con coraggio, senza paura e facendo la parte dei trascinatori, uscendo dal vuoto comfort, ma senza scomodarsi nemmeno troppo.
Ma tutto questo, un partito forte, l'avrebbe fatto qualche giorno fa. Non oggi.

Ci tengo a  far notare, che il ragionamento viaggia al di là del nome. Prodi o Rodotà, nelle loro differenze sono elementi altrettanto validi. Non ho espresso pareri di sorta, perché avrei indistintamente avallato qualsiasi delle due scelte, ma se fosse stata fatta con un senso (che poi significa anche un tempo giusto). Qua si parla del comportamento del Pd, del metodo della scelta e non del merito o del nome di quella scelta. Sebbene è pure vero che, fosse stato scelto Rodotà, c'era sicuramente più spazio per una condivisione e dunque il contenuto della scelta avrebbe avuto un senso un po' diverso. Sottolineo anche, che quando intendo condivisione su Rodotà, non parlo soltanto di M5S: perché se il Pd avesse fatto quel nome la scorsa settimana, era molto probabile che anche SC e Pdl avrebbero dato il via libera. Allo stesso modo, se il Pd avesse fatto a quello stesso tempo, il nome di Prodi, M5S e SC avrebbero detto ok.

La politica è questione di tempi. E il Pd non li capisce mai. E questa non è un'opinione, ma è un dato confermato dalla realtà dei fatti. Che continua a perpetrarsi in un modo spiazzante, quasi a pensare che ci sia premeditazione, ingegno, progetto, nel fare le cose sempre male.
Adesso bisognerà vedere se Prodi ce la farà.

Il paese reale

Non credo che Twitter sia il paese reale. Non lo credo perché comunque, nonostante un'ampia diffusione, rappresenta ancora una nicchia di popolazione. E azzardo a dire, che il paese reale - con le sue medie e mediane - è più facilmente rappresentabile da Facebook. Sia per numero che per tipo di utenti. 
Non c'è vergogna a dirlo, o non credo debba esserci: si tratta di un'analisi più o meno obiettiva della realtà - che si porta dietro le ovvie singolarità che la statistica spesso trascura. Facebook è gattini e cene, Twitter informazione: l'Italia come paese-reale è più gattini e cene tra amici, rispetto a letture sul New Yorker. Datemi torto, se volete.

Il tema attuale è se prima della diffusione dei social network, sarebbe stata possibile la bocciatura di un Presidente della Repubblica condiviso da due terzi, più una, delle principali forze politiche del nostro parlamento. La risposta è no. Con ogni probabilità, senza lo sharing dell'indignazione e del dissenso popolare in tempo reale attraverso i social network, tutto sarebbe stato sopito nella non condivisione personale o da bar. Tutto si sarebbe svolto tra le segrete dei partiti e delle aule e ci sarebbe stato restituito come dato compiuto.  Di sicuro qualche politico in disaccordo avrebbe fatto sentire la sua voce, ma nemmeno troppo urlata, qua o là in Tv o su un giornale.

Per questo aspetto, si è segnato un punto. I social network sono diventati centrali per le sorti di questa nazione. Se questo significa un bene o un male, è difficile dirlo. Di sicuro le persone comuni stanno utilizzando certi strumenti per raggiungere argomenti e tematiche prima accessibili con più difficoltà - che è un bene. Ed è il cambiamento.

Che i social network siano comunque ancora rappresentativi di una cerchia di persone, che si sta allargando è vero, è altrettanto un dato. Che questo sta allontanando per il momento dalla democrazia digitale, è un altro dato. Le Quirinarie sono un esempio (poi dirò perché).   

Link (messi già in Twitter)
  

giovedì 18 aprile 2013

Un nome di sinistra

Oggi durante un'intervista Elisa Bulgarelli, vice presidente dei Senatori M5S, e il suo parigrado alla Camera, Riccardo Nutti, hanno dichiarato che sostengono la candidatura di Rodotà alla Presidenza della Repubblica anche se non lo conoscono. Che non conoscere personalmente Rodotà, è anche accettabile e possibile, ma loro hanno proprio detto che non lo conoscono nemmeno per fama: si fidano della rete. La rete ha detto Rodotà, la rete ha visto giusto sicuro, la rete ha ragione.
Atteggiamento un po' pericoloso, ma comunque. Poi, sia chiaro: Rodotà è un'ottima candidatura. Tra le più spendibili e tra le più rispettabili.
Rodotà è un uomo di sinistra, da sempre (o quasi, salvo la parentesi iniziale con i radicali). 
E scegliere di sostenere Rodotà, in qualsiasi modo, è un dato politico forte. Il Movimento ha scelto la parte in cui collocarsi. E quel nome è la conferma. Segnale che va interpretato con calma, ma è indiscutibile.
Il Pd invece ha perso una grossa occasione. L'occasione di rigiocare la carta Grasso-Boldrini, anticipando il passo. Perché quel nome - Rodotà - sono diversi giorni che gira (da Vendola e da aree del Pd stesso) prima di finire, o forse è per questo che c'è finito, nella lista delle Quirinarie. E poi, a Quirinarie concluse, Grillo stesso aveva lasciato intendere che i primi due arrivati (Gabanelli e Strada) sarebbero stati bypassabili verso il terzo, Rodotà appunto. 
E allora cosa avrebbe dovuto fare il Pd? Avrebbe dovuto leggere la realtà, capire la partita e mettere dentro il Massaro che sblocca il risultato e ti fa portare a casa la vittoria.
Il Pd, cioè, avrebbe dovuto lanciare a metà settimana passata il nome proprio di Rodotà. Anticipando tutto e tutti, con una personalità inappellabile, di sinistra oltretutto,  con un curriculum di eccellenza internazionale, su cui sarebbe stato possibile far convergere con facilità anche i voti del PdL e SC.  E sarebbe oltretutto, sceso su un terreno assolutamente praticabile da M5S, senza compromessi: anzi sarebbe stato proprio il Pd a condurre le danze.
Così non è andata, per la solita incapacità di comprendere quel che circonda il partito e poi per la perpetrata prassi di regolare i conti interni sotto i riflettori e per l'incapacità di accettare la convivenza di anime diverse che lavorano per uno stesso gruppo.
E adesso siamo qua, scartato Marini, ad aspettare l'elezione di un certo Bianca.

martedì 16 aprile 2013

La polemica più goffa della storia

Credo che sulla questione-Quirinale, Matteo Renzi stia portando avanti la polemica più goffa di tutto questo periodo. Il Renzi che stronca le candidature di vari esponenti del suo stesso partito, scende sul livello degli altri: quegli altri criticati da Renzi stesso, dai renziani e dal buonsenso, ché vivono le realtà interne come competizioni vitali.
La pigrizia con cui porta avanti il merito di queste bocciature, fa il paio con il metodo sbagliato. Se proprio polemica si vuol fare, non dalla bocca del Sindaco di Firenze (teorico leader in pectore) deve uscire: per questo ci sono parlamentari ed esponenti vari della sua area. Semmai, e ridico semmai, (ma non se ne sente il bisogno): perché anche la forma ha un suo valore.
Renzi impigrito nella polemica, sembra addirittura quasi spaventato dalla possibilità che dal Colle passi il suo futuro nel partito e che sia lì che si debbano regolare i conti. Questione correntizia di prassi nella DC (di cui Menichini parlava in modo lungimirante su Europa già la scorsa settimana). 
Questione ingolfata e malfunzionante, quella sì tutta da rottamare.