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sabato 19 dicembre 2015

Isis, Turchia e Ucraina. Ecco parole (e minacce) di Putin

(Pubblicato su Formiche)

Oggi il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto la conferenza stampa di fine anno davanti a circa 1400 giornalisti: «State pronti per il Putin show», anticipava Bloomberg. Diversi i temi caldi, la situazione economica del Paese su tutti, ma anche un passaggio sul presidente della Fifa Sep Blatter «che dovrebbe avere il premio Nobel per la Pace» (il riferimento è allo scandalo che ha coinvolto alcuni vertici dell’organizzazione calcistica internazionale); nonché un endorsement a Donald Trump, candidato (discutibile e discusso) alle primarie repubblicane per la presidenza degli Stati Uniti. Molta dell’attenzione s’è concentrata su aspetti di politica internazionale: a partire dalle tensioni con la Turchia, leva per spingere il nazionalismo e stringere il consenso. Poi l’impegno in Siria per trovare una soluzione politica alla crisi, e l’intervento militare al fianco di Damasco, che al Cremlino definiscono “lotta al terrorismo”, ma che sul campo porta risultati relativi e finora ha colpito più che altro i ribelli “scomodi” per il regime siriano, senza abbattere effettivamente lo Stato islamico.

LA CRISI UCRAINA

Due giorni fa Putin aveva annunciato di volere sospendere dal primo gennaio prossimo l’accordo di libero scambio con l’Ucraina (un’intesa che accomuna tutte le repubbliche ex sovietiche e la Russia), a causa di «circostanze straordinarie che ledono gli interessi e la sicurezza economica» della Russia, scrive la BBC citando il presidente. E dunque ritorna centrale la questione ucraina: una crisi che, nonostante l’attenzione sia per lo più rivolta ad altri focolai, è tutt’altro che risolta. A fine novembre la Russia aveva già preso una decisione forte, che avrebbe potuto riaccendere le tensioni: Gazprom, il principale produttore russo di gas naturale, aveva annunciato la sospensione delle sue forniture a Kiev e minacciato di sospendere quelle di carbone. Decisione probabilmente strascico delle accuse con cui Mosca incolpava, pochi giorni prima, l’Ucraina di aver sabotato le linee elettriche che trasportano l’energia in Crimea, lasciando la penisola annessa lo scorso anno alla Russia al buio in un black out totale durato un paio di giorni. «Un’azione terroristica» contro i civili, aveva commentato il Cremlino.

UNA GUERRA ANCORA APERTA

«Russia e Ucraina sono ancora in guerra» è il giudizio di un editoriale del New York Times a firma di Andrew Foxall, direttore del Russia Studies Centre alla Henry Jackson Society. Per avere un’immediata controprova di questa affermazione, bisogna osservare alcuni numeri: dal 15 febbraio, quando è stato siglato l’accordo di pace denominato “Minsk II” (dopo che il primo era miseramente fallito), sono morti 400 soldati ucraini e circa 200 civili (dati riscontrabilinei vari report dell’Ufficio dell’Alto commissario della Nazioni Unite per i diritti umani). Nei primi sei mesi dall’accordo, le violazioni sono state quotidiane, secondo quanto registrato dall’Osce (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Colpi di armi leggere, di mortaio, spari dai carri armati, uccisioni, che si sono fermate a cominciare da settembre, in coincidenza con la diffusione delle prime notizie in merito all’aumento del coinvolgimento russo in Siria. Due mesi apparente calma, per poi ripartire come prima a novembre, sottolinea Foxall.

LE TRUPPE SUL CAMPO E GLI INTRALCI ALL’OSCE

Tra le dichiarazioni più riprese dalla conferenza stampa del presidente russo, c’è quella riguardante l’ammissione della presenza di forze speciali russe sul suolo ucraino: una circostanza a lungo negata da Mosca, che nelle parole del presidente si è trasformata in: «Non abbiamo mai detto che non c’erano persone lì che avevano alcuni compiti anche in campo militare» cita la Reuters. La presenza russa sul terreno è segnalata ancora come fortissima: l’Independent ha stimato che ci sono almeno 9mila truppe regolari che ancora si trovano in Ucraina; mentre da dati del Kyiv Post ci sono oltre 30mila uomini delle milizie separatiste che combattono nelle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk sotto il completo controllo russo. Entrambe le circostanze rappresentano un’altra violazione degli accordi di Minsk II, secondo cui le truppe e i relativi armamenti russi dovevano essere ritirati e le milizie dovevano smettere di combattere. L’Osce non riesce a monitorare bene la situazione (come dovrebbe fare in base all’accordo), perché a detta di molti osservatori viene completamente intralciata dai divieti imposti dai separatisti, che negano accessi alle aree di confine ai commissari europei e disturbano con apparecchiature militare i controlli GPS dei droni con cui gli ispettori vorrebbero controllare ciò che accade. I separatisti impediscono l’ingresso nelle aree controllate anche alle organizzazioni umanitarie (altra violazione dei Minsk II). Associated Press ha pubblicato un articolo a settembre, in cui stimava che ad oltre 150mila persone sono stati bloccati gli aiuti umanitari mensili. Unicef e Medici Senza Frontiere sono stati messi fuori dai territori del Donbass (la zona di guerra tra governo e separatisti, al confine con la Russia).

LA DIPLOMAZIA

L’Europa e la sanzioni. A marzo il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk aveva annunciato che le sanzioni contro la Russia sarebbero state rinnovate automaticamente finché non si sarebbe stabilizzata la situazione in Ucraina. Poi ci sono stati i fatti di Parigi, circostanza stringente che ha portato la minaccia dello Stato islamico ad un altro livello (quello di compiere importanti attacchi terroristici all’estero) e messo la Russia nell’ottica di una possibile intesa globale per combattere il sedicente Califfato. Alcuni Paesi hanno iniziato una normalizzazione dei rapporti con Mosca, vedi per esempio l’intesa militare in chiave “anti Isis” con la Francia. L’Italia, mossa anche da ragioni geopolitiche legate ai gasdotti South Stream (ufficialmente bloccato sotto sanzioni) e North Stream (lo stesso sotto sanzioni ma tutt’ora attivo grazie alle pressioni della Germania), ha proposto di rivedere il programma sanzionatorio; alcuni osservatori ritengono che si tratti di una mossa del Cremlino, che fa leva sulla volontà di ogni Paese europeo di preservare innanzitutto i propri interessi, cercando di dividere l’Unione. In un’intervista al Foglio, il segretario dell’Osce Lamberto Zannier critica l’approccio «miope» dell’Ue alla crisi ucraina: «Bruxelles tende ad avocare a sé la regia delle operazioni, non riuscendo però ad andare oltre al problema contingente, a sviluppare strategie di lungo termine». Per Zannier l’Europa non ha fatto abbastanza e ha adottato solo politiche di emergenza (il discorso del diplomatico si ampia, e comprende anche la crisi dei migranti e il delicato equilibrio nei Balcani).

Il passo del Fmi. Il Fmi ha modificato ad inizio dicembre le regole sui prestiti (erano in piedi dagli accordi di Bretton Woods del 1944), consentendo agli Stati che non onorano i debiti verso Paesi terzi di continuare a ricevere gli aiuti del Fondo. Traslato sulla crisi ucraina, significa che Kiev potrà continuare a ricevere il sostegno economico della struttura diretta da Christine Lagarde anche se non rimborserà i 3 miliardi di dollari di prestiti ricevuti dal fondo sovrano russo alla vigilia della deposizione di Viktor Yanukovich (dimessosi nel 2014 all’inizio della crisi). Il ministro delle Finanze russo,Anton Siluanov, in una lettera al Financial Times, aveva definito la decisione «non ragionevole». La decisione del Fondo allontana Kiev dal legame finanziario con Mosca, ma rischia di gettare benzina in un fuoco che ancora brucia, anche se più lentamente.

martedì 23 giugno 2015

L'odore dell'escalation al mattino

(Uscito sul Giornale dell'Umbria)

Qualche settimana fa la Reuters pubblicava un'inchiesta fatta dai suoi giornalisti in Ucraina. I reporter avevano registrato in quei giorni un intenso movimento di mezzi militari russi, che erano finiti per ammassarsi su un poligono di tiro, trasformato in base negli ultimi mesi, a soli 50 chilometri dal confine ucraino. Gli spostamenti di truppe, blindati e carri armati, sono una delle solite ingerenza russe negli affari di Kiev, che sono in una fase di tregua molto relativa (che prende il nome di accordi di "Minsk II") e la paura è che ci sia una nuova escalation di combattimenti tra governo e separatisti come la scorsa estate.

Anche se la Russia nega, ci sono prove sempre più chiare e schiaccianti sul fatto che Mosca sta avendo un ruolo di appoggio nella ribellione in Ucraina dell'Est (tanto che pare inutile parlarne). L'Atlantic Council, think tank americano, la scorsa settimana ha pubblicato un report firmato da Eliot Higgins (il blogger di “Brown Moses”, famoso a livello globale per le analisi della guerra civile siriana basate sullo studio delle condivisioni sui social network dei combattenti). Nel documento, Higgins e un altro collega, hanno dimostrato dalla georeferenziazione delle pubblicazioni sugli account di alcuni militari russi, la presenza di questi all'interno del suolo ucraino ─ circostanza sempre negata da Mosca, che si appella all'assenza di uno specifico mandato del Cremlino per il “via libera” alla missione militare, e che giustifica questi combattenti russi come “volontari”. Vice News ha fatto pure di più: partendo da un soldato russo regolarmente in servizio con cui aveva avuto contatti, il reporter Simon Ostrovsky ha georeferenziato i selfie del militare (appassionato dell'autoscatto in soggettiva) per poi recarsi di persona nei luoghi delle foto. Risultato: si vedono Ostrovsky e il militare russo fotografati nella stessa posa negli stessi posti; e molti di questi sono all'interno del territorio ucraino ─ uno in particolare, è stato scattato a pochi chilometri da Debaltseve, importante città che lega l'area di Donetsk a quella di Luhansk, in cui a febbraio, pochi giorni dopo la firma degli accordi di Minsk, i ribelli hanno lanciato l'ultima zampata per sottrarla al governo di Kiev.

Al nuovo ammassamento di truppe ai confini ucraini ─ lo scoop Reuters è stato confermato pure dalle osservazioni Nato ─, l'Alleanza Atlantica ha risposto con la decisione americana di spostare carri armati nel Baltico. Si tratta di una decisione unica: è la prima volta che mezzi militari statunitensi vengono piazzati all'interno di repubbliche che una volta facevano parte dell'URSS (cioè Lettonia, Estonia e Lituania). Una provocazione che innervosisce molto Mosca che dice di essersi sentita «in pericolo», e per questo il presidente Vladimir Putin ha fatto sapere di aver deciso di schierare 40 nuovi missili balistici nucleare nelle basi più prossime all'Europa.

D'escalation si diceva, anche se la guerra è lontana ─ e ci mancherebbe altro. Putin si difende, attaccando con altre provocazioni, ma quei carri armati sul Baltico sono vuoti: gli USA non hanno mandati i soldati per guidarli (“obamata” è la straordinaria definizione del Foglio, che raccoglie insieme il mix di apparente potenza e consistente mancanza di strategia che accompagna spesso le decisioni della Casa Bianca sulla politica estera).

***

A differenza del parcheggio sul Baltico, quello che sta succedendo in Iraq invece dovrebbe avere un fine operativo, pure se anche qui sempre sui numeri stiamo e non troppo di più, ma comunque lo stesso di escalation si tratta. Il New York Times ha scritto un editoriale con un titolo chiaro sui nuovi piani di Obama contro il Califfato: «Saranno un sollievo, ma non cambieranno la situazione in Iraq tanto presto» ─ è “chiaro” soprattutto perché chi segue i giornali internazionali sa che il NyTimes difficilmente critica la linea della Casa Bianca, e dunque quel titolo vale a dire “è un disastro”.

Per stessa ammissione della Casa Bianca, ancora «non c'è una strategia completa» (parole del Prez), e l'invio di nuovi militari ha solo una funzione «incremental», numeri insomma, e su questo si muove la critica della maggior parte degli osservatori.

I 550 nuovi soldati inviati in Iraq da Washington non faranno gli advisor per le truppe irachene (anche perché, come dice Daniele Raineri sul Foglio «il governo iracheno non manda più reclute ad addestrarsi, le spedisce dritte in guerra»). Il compito di questi nuovi militari sarà riallacciare i rapporti con i clan sunniti locali ─ in realtà questo incarico sarà portato avanti da una percentuale minoritaria dei nuovi soldati, gli altri faranno da logistica nella nuova base a Taqqadum (sì, pure una nuova base!) a un passo da Ramadi, lil capoluogo dell'Anbar caduto da poco in mano al Califfo. Cioè, il piano di Obama adesso è di ripercorrere in piccolo il Sunni Awakening che aveva pensato il generale David Petraus, l'uomo di Bush che guidava le operazioni in Iraq. A quei tempi, i clan sunniti iracheni furono protagonisti dell'insurrezione che passò sotto il nome di "Sawah", il "Risveglio", che soffocò ─ almeno momentaneamente ─ al Qaeda in Iraq (che oggi è diventata lo Stato islamico). Obama ha capito che senza le tribù sunnite non si può battere il Califfo, solo che finora il destino di questi si è incrociato con il settarismo sciita del governo iracheno, con l'abbandono americano, con la vendetta violenta dell'IS, per non parlare di chi è passato a combattere al fianco dell'IS (conseguenza di questo breve elenco).

Incassare il sostegno di questa fetta di popolazione, è la forma di strategia del momento (un revival o wannabe): attività complessa che richiede forte coinvolgimento sul campo. Cioè serve quello che Obama è stato sempre riluttante a fornire, almeno per quel che riguarda le idee ufficiali e mediaticamente trasmesse della sua linea politica. Perché in effetti, a conti fatti, sulla crisi irachena in questo momento ci sono già concentrati più soldati americani di quanti furono raccolti dal contingente alleato come reazione immediata agli attacchi del 9/11. A gennaio del 2002 in Afghanistan c'erano circa 5000 uomini: ora, nonostante Obama abbia vincolato buona parte della sua prima campagna elettorale al disimpegno militare e al ritiro dai fronti aperti, sull'Iraq ne operano quasi settemila. Di questi ─ alla faccia dei 200 Marines che dovevano restare a Baghdad per la sicurezza diplomatica dopo il ritiro del 2011 ─ circa 4000 sono su suolo iracheno, 1500 in Giordania, altri 1500 a Incirlik, base aerea turca.

Però differentemente dall'Afghanistan di oltre dieci anni fa, adesso la Casa Bianca fa la soft ed è molto restia a parlare di operazioni militari.


giovedì 18 giugno 2015

Il soldato russo in Ucraina e i selfie

(Pubblicato su Formiche)

Nell’ultima settimana, sia la Nato che la Russia hanno fatto registrare una specie di escalation nel rafforzamento militare ai confini. La Nato ha comunicato la decisione statunitense di inviare armi pesanti (tank e blindati) nelle repubbliche baltiche, la Russia ha risposto dicendo che si sentiva minacciata e così avrebbe predisposto una quarantina di missili balistici nucleari nella basi più vicine all’Europa.

La decisione americana di usare il Baltico come parcheggio per carri armati (semi-cit. delFoglio), nella speranza di creare deterrenza e “non” fare la guerra con Putin ─ e ci mancherebbe altro ─ è arrivata dopo nuove evidenze di movimenti russi al confine ucraino. Settimane fa i reporter della Reuters avevano visto e raccontato i movimenti di mezzi militari verso un poligono di tiro diventato base militare a soli 50 chilometri dentro la frontiera russa: un incremento di oltre due terzi della presenza. Lo scorso anno, proprio in estate i ribelli separatisti filo-russi lanciarono una sanguinosa offensiva contro Kiev.

Il governo russo opera una netta distinzione tra ciò che chiama “volontari” provenienti dalla Russia ─ e cioè combattenti con esperienza militare che non sono attualmente arruolati nelle forze armate russe, ma stanno combattendo in Ucraina per scelta ─ e i militari attivi che potrebbero essere in Ucraina soltanto dietro a un ordine chiaro e diretto dell’esercito russo, e quindi dell’esecutivo stesso. Il presidente Putin ha più volte ribadito che non ci sono combattenti di questo secondo genere.

È una distinzione fondamentale per il governo russo, perché: uno, per essere presenti i soldati russi in Ucraina, dovrebbero aver ricevuto l’approvazione del Parlamento ad una missione militare, ma non essendoci nessun documento ufficiale del genere, vuol dire ─ a detta del Cremlino ─ che non è possibile che ci siano militari russi in suolo ucraino; secondo, se Putin ammettesse l’impegno militare contro Kiev, sarebbe molto più difficile per lui giustificare la crisi economica del Paese con le “ingiuste” (a detta sua) sanzioni occidentali; se ammettesse di portare avanti una guerra di annessione non provocata verso un’altra nazione sovrana, avrebbe un possibile calo di consensi vista la situazione russa ─ da notare che la maggioranza della popolazione era a favore dell’annessione della Crimea (meno ad un’azione militare), perché vedevano quello che stava succedendo nella penisola ucraina come una legittima sollevazione popolare (contro i “nazisti” ucraini, ci si tornerà).

La verità però è che, se si tralasciano le posizioni ufficiali di Mosca (che hanno un chiaro secondo fine propagandistico), le prove della presenza militare russa all’interno dell’Ucraina sono ovunque: in primo luogo sui social network, che in questo momento danno molto spesso una visione più completa di quella che si ottiene dal campo. A fianco a queste evidenze, chi segue il conflitto(i) su Facebook o Twitter, per esempio, si è abituato a convivere con una serie di falsi e bufale: alcune volute, frutto di operazioni mediatiche e di propaganda studiate a tavolino, altre frutto della disattenzione e del cattivo processo di controllo e verifica delle informazioni. È così che “prove schiaccianti” di soldati russi in Ucraina sono rinvenibili in foto che invece sono state scattate sette anni fa in Georgia, e le facce dei “nazisti pro-Kiev” sono quelle di membri di gruppi neonazi russi ─ i “nazisti” sono uno dei grandi temi di questo conflitto: la Russia li usa e li ha usati come spauracchio storico per definire la base pro-Kiev ucraina, quelli che secondo Mosca hanno generato il caos nel Paese per prendersi il governo, e dunque vanno (per ovvie ragioni, tra cui quelle storiche, appunto) combattuti; ovvio dire che non è così, basta vedere i risultati dei partiti di estrema destra alle ultime elezioni, i due partiti più estremisti (Svodoba e Settore Destra) insieme non raggiungono il 3 per cento.

Il fatto che nel “mondo” del conflitto ucraino esistano vari generi di bufale e disinformazioni che si diffondono rapidamente in Internet, si potrebbe definire “l’epidemia del momento”. Altri nodi di quella stessa rete, però sono personaggi come Eliot Higgins, il blogger di “Brown Moses”, che indagano e verificano continuamente con estrema professionalità il materiale che entra nei social network dal campo (sono la cura a quelle malattia). Al punto che Higgins, insieme ad Aric Toler(uno che fa il suo stesso lavoro), è stato assunto dall’Atlantic Council per contribuire al report “Hiding in Plain Sight” (più o meno “nascondersi in piena vista”): foto di uomini al fronte, georeferenziazione delle posizioni, analisi degli armamenti e delle divise, tutto basato su fonti open-source (essenzialmente i principali social network), che dimostrano il coinvolgimento russo.

Il report ha suscitato polemiche in Russia, dove i media pro Cremlino lo hanno definito fazioso e frutto della linea politica dell’Atlantic Council.

Vice News ne ha però consolidato l’attendibilità tracciando il percorso di un soldato russo con cui aveva avuto contatti precedentemente. L’uomo si chiama Bato Dambaev, è un buriato, etnia siberiana al confine con la Mongolia, che è regolarmente arruolato tra i soldati russi. Dambaev aveva postato su VK (una sorta di “Facebook russo”) diverse foto che lo ritraevano in uniforme: il reporter di Vice Simon Ostrovsky ha ripreso le foto e si è recato esattamente nei posti in cui erano state scattate da Dambaev ─ così in alcune immagini si vedono affiancate le foto del soldato e quelle del giornalista. Il percorso seguito dal reporter (qui il video) ha fatto tappa sia lungo le zone di confine dove Mosca ha ammassato migliaia di soldati, sia all’interno del territorio ucraino.

Tra i vari posti, è stato ritrovato il luogo esatto di un’istantanea scattata da Dambaev ad un posto di blocco. Dambaev (con diversi altri compagni) era in mimetica senza insegne e con un bracciale bianco al braccio ─ abbigliamento tipico delle forze ribelli filorusse. «Presa da sola, la fotografia di un soldato con sembianze asiatiche, in piedi su alcuni sacchi di sabbia, in posa con un fucile in mano, non sembrerebbe indicare molto» scrive Vice. Se non che quella foto è stata scattata ad un posto di blocco a pochi chilometri da Debaltseve, una città dell’Ucraina orientale teatro a febbraio (nei giorni in cui si facevano gli accordi Minsk II) di violenti scontri che hanno visto la vittoria dei separatisti e il ritiro delle truppe governative. Una passaggio strategico conquistato dai ribelli, che collega Luhansk con Donetsk, e che senza il coinvolgimento russo, con i soldati come Dambaev, forse ancora sarebbe in mano a Kiev.


sabato 13 giugno 2015

Ucraina fai la guerra col crowdfunding

(Pubblicato su Formiche)

Sono ufficialmente travestiti da gruppi umanitari russi, ma in realtà si tratta di entità che appoggiano esplicitamente l’insurrezione armata in Ucraina e che raccolgono fondi per fornire armamenti moderni ai ribelli separatisti, da usare contro l’esercito regolare ucraino. E se ne vantano pure: Novorossiya Humanitarian Battalion, uno di questi gruppi, pubblicizza il fatto che con i fondi raccolti dal suo sito web, è stato possibile fornire a un gruppo di ribelli un paio di binocoli, fondamentali per l’individuazione e la distruzione di un blindato di Kiev.

Secondo un’inchiesta del New York Times, ce ne sarebbero almeno una dozzina di queste organizzazioni (Save The Donbass, Veche, per dirne altre due) che stanno reagendo con mutevolezza alle sanzioni, e che si muovono con l’approvazione tacita del governo russo. La pubblicità avviene prevalentemente sui social network, i soldi viaggiano anche da conti privati delle banche statali russe come Sberbank. Il sistema di terminali di pagamento utilizzato all’interno della Russia è QIWI (società russa di pagamento virtuale con sede a Cipro, negoziata al Nasdaq e affiliata a VISA dal 2012, molto usata anche per la non richiesta di identificazione nelle transazioni), mentre per i soldi che arrivano dall’estero ci sono i classici Western Union e Paypal ─ la società californiana ora di proprietà di Ebay, non è la prima volta che finisce invischiata in vicende del genere: recentemente ha pagato una sanzione di 7.7 milioni di dollari al dipartimento del Tesoro americano, perché i suoi account avevano permesso di veicolare soldi in Iran, Sudan e Cuba.

Secondo quanto dichiarato nei messaggi dei gruppi stessi, e riportato dal NyTimes, l’intera rete avrebbe ottenuto fondi per diversi milioni di euro. I nodi di questa rete sono rappresentati da un ex ufficiale dell’intelligence russa, noto con il nome di battaglia Igor Strelkov, uomo che ha avuto un ruolo centrale nell’insurrezione ucraina, ma adesso sta concentrando le sue energie in un’iniziativa ultra-nazionalista contro il Cremlino. Secondo il Guardian sono proprio i nazionalisti, ancor più dei liberali, la vera minaccia al potere del presidente Validmir Putin: «Strelkov sa che ci sarà una crisi di governo e in quella inevitabile guerra civile vuole guidare le forze patriottiche e diventare dittatore di quello che rimarrà della Russia», ha detto al Guardian Alexander Borodai, leader russo dei ribelli Donbass più “filo-governativo”. Tra questi, con un ruolo nel fundraising pro-ribelli, c’è pure il personaggio simbolo dell’opposizione nazionalista (“moderata”) a Mosca: Eduard Limonov (nella foto mentre partecipa la funerale di un separatista a Debaltseve). LImonov guida il Partito nazional-bolscevico (NBP), che teorizza l’idea di uno stato che raccolga Europa, Russia e Asia Centrale sotto il dominio russo, «i cui seguaci neo-nazionalisti hanno sostenuto l’espansione territoriale in regioni etnicamente russe con molto più vigore del Cremlino di Putin» scrive il Nyt. Altro ruolo importante nell’organizzazione e nella gestione dei fondi raccolti ce l’ha l’ex “ministro degli Esteri” dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, Yekaterina Gubareva, e suo marito, Pavel ─ ucraino di etnia russa, è uno dei leader separatisti più importanti nell’area. La coppia sarebbe dietro al Novorossiya Humanitarian Battalion, che a maggio dello scorso anno aveva fatto sapere di aver raccolto oltre 200 mila dollari, e che ha indicato ai donatori l’esatta unità combattente a cui i soldi stanno andando: si tratta di una batteria di mortaio dei separatisti che prende il nome di “Buratino” (una specie di Pinocchio russo ─ quella dei binocoli, ed evidentemente di varie altre forniture.

L’idea che accomuna questi personaggi, è l’istituzione di una regione fedele alla Russia ─ che si chiami Donbass o Novorossiya, sarà una questione successiva. Il governo di Putin, che disciplina in modo ferreo le organizzazioni non governative per tenere sempre sotto controllo l’opposizione politica, stavolta ha fatto ben poco per fermare la raccolta di fondi ─ e ha pragmaticamente sfruttato la situazione. In una recente dichiarazione, il capo del Servizio federale russo per il monitoraggio finanziario, Yuri A. Chikhanchin, ha detto che la sua agenzia aveva «congelato 3.500 conti bancari sospettati di sostenere le organizzazioni terroristiche». Il punto è che i combattenti in Ucraina orientale, non sono tra i gruppi che la Russia ha designato come terroristici.

Le sanzioni occidentali, efficaci in altri settori, non sono riuscite a tenere il passo con la rapida mutevolezza di questi gruppi. Novorossiya Movement, guidato da Strelkov, da quando è stato inserito nelle liste nere europee, ha chiesto esplicitamente di dirottare i fondi a un altro gruppo affiliato, che non era oggetto (ancora) di provvedimenti, ma che è stato successivamente sanzionato. Di rimando in rimando verso altri gruppi, finché, decisione diffusa nel corso di questo mese, le informazioni sui trasferimenti di fondi verranno fornite in privato via mail direttamente ai donatori.


mercoledì 10 giugno 2015

Tra il Papa e Putin c’è sempre Assad

(Pubblicato su Formiche)

C’è una ricostruzione laterale e un po’ zoppicante della storia recente, che vede nella giornata di digiuno e preghiera proclamata da Papa Francesco il 7 settembre del 2013 e nel contemporaneo intervento russo per mediare con il regime siriano, un passaggio fondamentale per la stabilità globale. In quei giorni di quasi due anni fa, gli americani stavano concretamente pensando a un intervento armato punitivo per colpire le infrastrutture militari di Damasco, dopo l’abominio di appena due settimane prima: l’attacco chimico con cui il presidente Bashar al Assad (è stato lui, al netto degli schiantati. NdA) aveva ucciso centinaia di civili innocenti nel quartiere capitolino di Goutha ─ quello che a tutt’oggi fa ancora da luogo di concentrazione delle forze ribelli. Ai tempi l’Isis non era “mainstream” (accezione relativa, s’intende) e c’era una chiara separazione tra i buoni, i ribelli che volevano libertà e democrazia, e i cattivi, il regime. La Casa Bianca traccheggiò, mentre il mondo si indignava “per una nuova guerra americana”, avallato dall’entrata a gamba tesa del Papa: «Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale?» furono le parole del Pontefice sulla possibilità di un intervento militare americano ─ il Vaticano aveva un rapporto funzionale con il regime siriano, che era considerato un protettore delle minoranze e la cui caduta per mano dei ribelli islamisti poteva creare ripercussioni anche nel vicino Libano (anche se gli islamisti non rappresentano l’intera rivoluzione siriana, soprattutto due anni fa).

Fu così Vladimir Putin colse l’opportunità per accreditarsi il ruolo di beniamino di quella Pace nel mondo: e la storia prese una via diversa. Anziché beccarsi le bombe americane (e francesi, che avevano subito dato l’ok a partecipare ai raid), Assad fu inquadrato come interlocutore, e con lui si negoziò lo smantellamento dell’intero arsenale di armi chimiche ─ come se un giudice dicesse a uno che ha commesso un omicidio con una pistola, “non preoccuparti per il morto, l’importante è che adesso l’arma me la dai a me, che poi la butto via”.

A parte il fatto che anche il disarmo sembra che abbia avuto delle piccole lacune che potrebbero permettere ad Assad di ricostruire l’arsenale, e tralasciando che il regime siriano ha continuato a sfidare tutti utilizzando armi chimiche non convenzionali come le barrel bomb al cloro, a quelli che due anni fa pensavano alla pace nel mondo, manca un pezzo grosso della storia: il non intervento americano, non ha risolto niente ─ anzi, ora in Siria s’è perso il senso di quello che sta succedendo, e c’è pure lo Stato islamico che s’è mangiato un terzo del territorio del Paese.

Nel pomeriggio di oggi, Putin sarà in Italia e con una forzatura alla sua agenda ha chiesto di incontrare di nuovo Papa Francesco, richiesta che la diplomazia della Santa sede ha immediatamente accettato infilando l’appuntamento nell’altrettanto fitta agenda del pontefice. Il Vaticano è un crocevia diplomatico di primaria importanza ─ lo sblocco tra Cuba e Usa, la disputa tra Cile e Bolivia, la questione interna del Venezuela, i rapporti con l’Iran per il nucleare, la causa palestinese, sono alcuni dei dossier benedetti da Francesco. Le sanzioni internazionali non hanno bloccato il Papa, che aveva già dimostrato con l’incontro dello scorso anno di non partecipare al cordone d’isolamento creato dall’Occidente intorno alla Russia. Dall’altra parte, Putin s’è offerto di rappresentare il difensore dei cristiani in Medio Oriente ─ linea sottolineate dall’agenzia russa Interfax, che dice che l’incontro avrà questo come argomento centrale. È una visione neo-zarista quella della protezione dei cristiani d’Oriente, ma anche una strategia di riqualificazione diplomatica.

La crisi ucraina e la situazione russa, sono state al centro del G7 che si è chiuso due giorni fa ad Elmau, in Germania ─ si ricorda che si parla di “G7″ e non più di “G8″, proprio perché le sette grandi potenze del mondo hanno chiuso la partecipazione al meeting all’ottava, la Russia appunto, per le responsabilità nella vicenda ucraina. Il presidente americano Barack Obama ha detto dal vertice bavarese che è arrivato il momento per Putin di prendere una decisione, o continuare a rovinare il suo Paese nel tentavo di ricreare glorie imperialiste passate, oppure «riconoscere che la grandezza della Russia non dipende dalla violazione dell’integrità territoriale e della sovranità di altri Paesi». La durezza di Obama nell’affrontare il dossier Russia, si è tradotta in pratica nella conferma delle sanzioni internazionali ─ che sarebbero scadute a luglio ─ da parte di tutti i partecipanti (la Cancelliere tedesca Angela Merkel ha detto che la fine delle sanzioni dipende soltanto dalla Russia).

La tensione resta alta, dunque, al netto della linea vaticana. Le continue provocazioni russe, con voli che violano gli spazi aerei nel Nord Europa, si abbinano ai fatti ben più gravi che arrivano dall’Ucraina. In realtà il conflitto non si è mai interrotto, e le violazioni alla tregua imposta dagli accordi “Minsk II” (già i “Minsk I” non avevano funzionato) sono quotidiane e ci sono testimonianze su un nuovo assembramento di unità militari russe verso i confini ucraini.

Il giorno prima dell’inizio del G7, il ministro della Difesa inglese, intervistato dalla BBC, aveva parlato della possibilità che sul suolo britannico venissero reintrodotte testate nucleari americane a medio raggio ─ ufficialmente, l’apparato atomico britannico consta solo del programma sottomarino Trident. Lunedì il sito specialistico The Aviationist segnalava l’arrivo di due bombardieri strategici americani B-2 Spirit alla base militare RAF di Fairford: una scelta abbastanza inusuale, infatti i B2 non si muovono quasi mai dalla Air Force Base di Whiteman, in Missouri, da dove normalmente partono e si addestrano per missioni transoceaniche (come in Libia nel 2011 o in Jugoslavia negli anni Novanta). A fianco al 509° Bomb Wing inglese di Fairford, la scorsa settimana erano già arrivati tre B-52 Stratofortress per partecipare alle esercitazioni multinazionali “Baltops 15″ e “Saber Strike 15″. I bombardieri multiruolo schierati dal Comando Strategico americano (STRATCOM) resteranno pochi giorni, ma hanno un duplice scopo: creare fiducia nei confronti degli alleati, come dire “noi ci siamo, siamo pronti in qualsiasi momento, con il massimo del fuoco disponibile”; e contemporaneamente trasmettere un analogo messaggio di deterrenza alla Russia. Sotto la stessa ottica circa trecento paracadutisti della 173° Brigata aviotrasportata americana (che ha base alla caserma Ederle di Vicenza) hanno iniziato ad aprile il training di 700 elementi delle forze militari ucraine: i due eserciti avevano già fatto esercitazioni insieme, ma quello che si sta svolgendo al campo di Yavoriv, a centinaia di chilometri dal confine russo, è il primo caso di formazione diretta.

Il G7 di Elmau, che ha confermato in generale la fermezza con cui l’Occidente si sta opponendo alla prepotenza russa, allo stesso tempo però potrebbe aver segnato anche un passaggio di apertura. Ancora una volta la Russia potrebbe essere riqualificata attraverso un ruolo di mediazione: secondo le fonti dell’Independent, Mosca potrebbe lavorare in accordo con i partner occidentali per far leva su un possibile esilio del presidente siriano Assad, con il fine di permettere un aumento dell’intervento militare contro lo Stato islamico su suolo siriano. Sembra che la cena domenicale tra i leader al resort Schloss, sia stata turbata dall’analisi della deleteria situazione sul campo in Iraq e Siria e si è arrivati al punto di far di necessità virtù.

Washington e Mosca sul piano della lotta allo Stato islamico, concordano da tempo (almeno formalmente) che la soluzione migliore sarebbe un cambio di governo a Damasco ─ garantendo la possibilità di esilio ad Assad e a vari notabili del regime. E così il cambio della leadership potrebbe permettere alla Coalizione internazionale di fornire ufficialmente appoggio e collaborazione nella lotta al Califfato.

E chissà che non si parli anche di questo, oggi in Vaticano?


mercoledì 3 giugno 2015

“I russi stanno arrivando di nuovo”

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 03/06/2015)

La scorsa settimana è uscita la relazione annuale della Banca d’Italia. Un’importante curiosità degli osservatori era verificare l’effetto sull’economia italiana delle sanzioni internazionali applicate contro la Russia per le responsabilità nella crisi ucraina. Contrariamente a quanti sostenevano che la “guida della nostra politica estera dovesse essere dettata dall’export del Parmigiano”, nel report di Palazzo Koch si legge che le misure internazionali non hanno creato nessun effetto sull’economia italiana e pure le ripercussioni sul nostro sistema bancario sono state impercettibili. Al contrario, invece, Mosca soffre, e complice il calo sostanzioso del prezzo del petrolio (su cui i russi agganciano un’ampia percentuale del bilancio statale), sono state proprio le sanzioni a creare il clima d’incertezza sul futuro dell’economia russa.

Una “punizione” funzionale, dunque, che non ha nemmeno innescato il temuto effetto boomerang sugli stati che avevano promosso quelle restrizioni; se non fosse che a quanto pare Vladimir Putin, almeno in parte, se ne frega e continua le sue attività di interferenza in Ucraina.

Poco più di una settimana fa, il presidente ucraino Petro Poroshenko intervistato dalla BBC, diceva che il suo stato era apertamente in guerra con la Russia: «Posso essere assolutamente chiaro con voi, non si tratta di una lotta con i separatisti Russia-backed, si tratta di una vera e propria guerra con la Russia», le sue parole, a cui ha aggiunto di temere una nuova importante offensiva in estate. Dalla pace di febbraio, il governo ucraino denuncia la morte di 83 dei suoi soldati ─ il bilancio totale della guerra ha sforato i seimila, mentre la Russia dice di aver accolto oltre un milione di profughi.

Un paio di giorni prima dell’intervista, le forze di sicurezza del governo ucraino avevano catturato a Shchastya (Ucraina orientale, a 30 chilometri dal confine russo), due soldati feriti probabilmente appartenenti al GRU ─ Direttorato principale per l’informazione, il servizio segreto militare di Mosca. Vitaly Naida, capo della sicurezza ucraina, ha detto in Tv che era assolutamente chiaro chi fossero i due uomini: «Hanno uniformi e fucili d’assalto che si producono solo in Russia e destinati unicamente alle forze speciali». Mosca ha coperto l’imbarazzo per il palese ritrovamento dicendo che i due erano sì militari, ma in congedo: cioè avevano liberamente scelto di andare a combattere in Ucraina come volontari. Ora sono entrambi sotto accusa per “terrorismo”.

Il titolo di questo articolo, è rubato dal Wall Street Journal, che due giorni fa scriveva della possibilità «concreta» che in Ucraina si rompa il cessate il fuoco, che si regge sugli accordi denominati “Minsk II” ─ siglati a febbraio tra Putin e Poroshenko tramite la mediazione del francese Francois Hollande e della Cancelliera tedesca.

I reporter di Reuters raccontano di aver assistito personalmente al continuo arrivo di centinaia di mezzi militari russi (compresi carri armati e lanciarazzi multipli) nei giorni intorno al 20 maggio, che sarebbero stati posizionati in una base improvvisata in un poligono di tiro a soli 50 km dal confine ucraino ─ nella stessa area, a marzo, c’era un terzo delle unità ammassate negli ultimi giorni e ora i mezzi non hanno targa e i militari non hanno insegne, resi anonimi secondo una prassi nota dall’invasione della Crimea dello scorso anno, e rispondo alle domande dei giornalisti inglesi allo stesso modo del marzo scorso, cioè “no comment”.

Il lungo fronte che parte da Luhansk, passa per Donetsk e arriva alla regione costiera fin quasi a Mariupol, è più o meno totalmente sotto il controllo dei separatisti filorussi. Da lì, stante alle parole di un consigliere del ministero della Difesa ucraino, partirebbero «più di cinquanta violazioni della tregua al giorno» ─ si tratta di colpi d’arma da fuoco e di mortaio, o di infiltrazioni come nel caso dei due militari arrestati a metà maggio di cui si parlava sopra.

Giovedì scorso, l’Atlantic Council ha pubblicato un dossier che prova la presenza di truppe russe in Ucraina: è stato compilato attraverso informazioni pubbliche, reperite da osservazioni satellitari, ma anche da immagini caricate dai soldati russi sui social network. Poca prudenza nel gestire la “copertura” della missione. Lo stesso giorno Putin ha approvato un decreto atto a coprire con il segreto di stato le morti dei soldati russi avvenute durante operazioni speciali, anche in tempo di pace (come in tempo di guerra). Un portavoce del dipartimento di Stato americano, Jeff Rathke, ha fatto uno più uno come lo faremmo tutti noi: Putin sta cercando di nascondere l’evidenzia, e cioè che ci sono soldati russi che muoiono durante operazioni militari in Ucraina.


venerdì 17 aprile 2015

Putin provoca sull'Iran e continua la guerra [in Ucraina]

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 17/04/15)

Ogni volta che c'è una crisi, il presidente russo Validmir Putin si mette in mezzo e prova a piegarla e manipolarla a suo piacere. Ultima prova dei fatti, è la decisione di riaprire la vendita dei sistemi missilistici S-300 all'Iran.

Un ordine esecutivo del presidente a inizio settimana, ha annullato il divieto sulla vendita dei sofisticati apparati ─ divieto che la Russia si era autoimposta nel 2010, periodo di stasi che aveva fatto sognare a Obama il “mondo unipolarizzato”. Il ministro degli Esteri russo ha provato a spiegare a un seccatissimo John Kerry (la sua portavoce Marie Harf ha detto che non era il momento per certe mosse) che non c'è di che preoccuparsi, perché gli S-300 sono soltanto armamenti difensivi, e che, dopo l'accordo di Losanna sul nucleare, le ragioni dell'embargo sono ormai venute mene de facto ─ e i tempi tecnici che allungheranno la consegna fino a giugno, permetteranno la copertura de iure (sempre cara al Cremlino) dell'affare.

E il punto è proprio qua: la grande preoccupazione a Washington è che i missili possano rappresentare la scusante che potrebbe permettere all'Iran di svicolare dall'accordo, garantendosi la possibilità di difendere l'operato delle proprie centrali con queste unità anti-aereo (anche se non è chiaro quanto potrebbero essere efficaci). Sull'accordo nucleare l'Iran ha avuto posizioni controverse, propagandando la propria vittoria nelle trattative (che avrebbero permesso l'eliminazione delle sanzioni e la ripresa economica, anche a detta dei falchi dei Pasdaran e dei Baji); e la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei non si è ancora espressa né contro né a favore, sottolineando però che «l'Iran non è vincolato» nell'accordo.

È vero, Russia e Iran avevano un contratto sospeso su questi armamenti, con gli ayatollah che non hanno chiesto il risarcimento della penale solo perché ritengono l'affare davvero importante ─ si erano accontentati della restituzione dei cento milioni di dollari di anticipo già pagato. Ma il punto non sono i passaggi contrattuali: Putin si rimette in ballo al tavolo nucleare, dal quale era stato escluso, rappresentando colui che può decidere o meno (in realtà ha già deciso, ma potrebbe bloccare tutto di nuovo) se fornire all'Iran il sistema per difendersi dalle minacce israeliane (e meno apertamente da quelle occidentali) dall'intimidazione dei raid aerei sulla centrali.

L'ennesima provocazione strategica di Putin: azione che lo riporta al centro del dibattito, mentre in Ucraina è tornata la guerra. Il cessate il fuoco siglato il 12 febbraio a Minsk è caduto definitivamente domenica, con accuse tra governo e separatisti su chi fosse stato il primo a sparare. Scontri nei villaggi attorno all'aeroporto di Donetsk e a sud verso il mare, a Shyrokyne, linea di difesa ucraina prima di Mariupol: bilancio, sei soldati uccisi e un ribelle filorusso. Si parlava da tempo che il ritiro dei mezzi pesanti da parte dei separatisti (ma anche dell'esercito), era soltanto formale, d'immagine: quei mezzi sarebbero stati soltanto nascosti, per essere tirati fuori al momento opportuno. Questo, evidentemente.

La riapertura degli scontri, arriva nel momento in cui l'Ucraina deve cercare (entro giugno) un accordo con i creditori, perché il Fondo monetario internazionale procederà alla revisione degli aiuti. La ripresa degli scontri, svincola la Russia da un eventuale sostegno economico a Kiev (ma erano soltanto parole di un paio di mesi fa); anzi, il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha detto che Kiev dovrà restituire a Mosca i 3 miliardi degli Eurobond acquistati nel 2013 (ai tempi Putin voleva ammaliare e controllare il deposto presidente Viktor Yanucovich), altrimenti la Russia si rivolgerà ai tribunali internazionali ─ una vittoria più potabile per Mosca, rispetto a quella sul campo del Donbass.

«Lo scenario auspicato da Putin in Ucraina è quello di orchestrare un tracollo finanziario e politico che destabilizzi il Paese e del quale può negare la responsabilità, anziché una vittoria militare che gli lasci il possesso, e la responsabilità, di parte dell’Ucraina: lo ha già dimostrato due volte facendo passare una vittoria militare per un cessate il fuoco» ha scritto il finanziere e filantropo George Soros per Project Syndicate (ripreso anche dal Sole 24 Ore). Se così dovesse essere, l'UE perderebbe definitivamente l'Ucraina, che ─ senza dimenticare le incoerenze e le storture dell'attuale governo di Kiev ─ sta combattendo per difendere gli stessi principi su cui si fonda l'Europa.

L'Ucraina finirebbe vittima della guerra ibrida e diplomatica di Putin, la stessa che sta che sta mascherando da interessi commerciali l'affare dei missili con l'Iran: una guerra fatta di mosse e provocazioni. Pochi giorni fa, di nuovo, tre caccia Typhoon si sono alzati da una base scozzese della Raf per scortare fuori dallo spazio aereo britannico due bombardieri russi: è l'ennesimo troll del genere.


mercoledì 18 febbraio 2015

Le truppe ucraine lasciano Debaltseve

(Pubblicato su Formiche)

Il presidente ucraino Petro Poroshenko, ha confermato che le truppe di Kiev si stanno ritirando («Una ritirata organizzata» ha detto) dalla città nevralgica di Debaltseve, polo ferroviario finora in mano al governo centrale, che unisce Donetsk a Lugansk ─ le due roccaforti del territorio controllato dai ribelli filorussi.

Nelle ultime ore, i combattimenti sono stati violenti e hanno permesso ai separatisti di prendere ampie fasce di territorio intorno alla città. Da ieri girano immagini di mezzi dell’esercito di Kiev abbandonati lungo le strade e soldati feriti e tremanti per il freddo, fatti prigionieri dai ribelli. Se qualcuno sta pensando alla tregua decisa mercoledì scorso dopo il vertice con Francia e Germania ed effettivamente entrata in vigore dalla mezzanotte di domenica, si metta l’anima in pace: a Debaltseve non è mai stata rispettata. In realtà è una guerra di nervi, e la tenuta generale del cessate il fuoco sembra molto precaria (ci sono stati spari anche a Mariupol nel frattempo). Però, sebbene l‘intesa di Minsk (la seconda, la prima si è visto che fine ha fatto) tra Francia Germania, Ucraina e Russia, sia un patto a voce, senza una firma su carta, in diverse altre aree, per il momento (che è una ovvia sottolineatura), sta funzionando.

Secondo il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che ha plaudito alla concessione da parte dei ribelli di cibo e riparo ai militari ucraini catturati, l’azione dei separatisti a Debaltseve non ha violato l’accordo della scorsa settimana. In fondo, secondo Lavrov, la città era già praticamente in mano ai filorussi al momento dell’intesa e loro non hanno fatto altro che finire di prendersela ─ costatazione che la dice lunga sulle forze che possono destabilizzare il patto di Minsk. In precedenza, Putin aveva esortato i militari ucraini ad arrendersi ─ sì, il presidente di uno paese che esorta alla resa i militari di un altro, per favorire una formazione ribelle dalla quale però ha sempre preso le distanze (sembra l’inizio di un paradosso).

Un altro pezzo di quell’accordo, la Germania, ha fatto sapere che la vicenda di Debaltseve è una chiara violazione dei patti, ma che è presto per dire che l’intesa di Minsk è fallita (sì, sembra l’inizio di un altro paradosso).

Visto come stanno le cose, viene da chiedersi se è così come l’ufficio stampa della Cancelliera Merkel sostiene, oppure se la “questione Debaltseve” era stata esclusa dall’accordo ─ e si tratta di dichiarazioni “dovute”. Ma se fosse la seconda delle ipotesi, allora quali altre “questioni” sono state lasciate fuori?

***

Quello che è sicuro, è che Poroshenko è stato fortemente indebolito dagli accordi di Minsk. La necessaria mediazione franco-tedesca, ha fatto capire al mondo che il presidente ucraino non è in grado di badare al suo popolo in modo indipendente dall’aiuto esterno ─ in realtà ne è uscita indebolita anche l’Europa, visto che Germania e Francia hanno agito in modo personale, segno evidente che una politica estera europea comune è ancora un’utopia (e pure la nostra Lady Pesc Mogherini, non è che ne esca rafforzata dall’iniziativa di Hollande e Merkel).

Se la pace reggerà (anche se il pluricitato “modello-Balcani” sembra molto una gufata che la porterà giù nel giro di pochi giorni), la Rada, il parlamento ucraino, dovrà approvare una risoluzione per indire elezioni speciali a Donetsk e Lugansk, che avranno una sorta di autonomia molto vicina al federalismo. Cosa secondo Poroshenko «inaccettabile» ─ più che altro inutile, perché, di fatto, non serve l’applicazione di una legge speciale in quei territori, visto che già adesso quelle aree sono completamente fuori dal controllo di Kiev e amministrate dai ribelli armati. Inoltre Kiev dovrà sbloccare i sussidi centralizzati verso queste zone e definire una ripartizione delle tasse. Solo allora potrà riavere il controllo del confine con la Russia (che ora come ora è il principale asset dei filorussi, che così riescono a ricevere i rifornimenti da Mosca, quelli che Putin continua a negare).

Poroshenko può pure non starci a parole («Inaccettabile»), ma ormai è chiaro che per rimettere in sesto il Paese, dovrà cedere su diverse cose. Almeno per adesso, almeno per salvare l’Ucraina: e intanto dal Fondo monetario internazionale, stanno arrivando 17 miliardi per evitare la bancarotta, perché a Kiev il problema “Est” è solo un pezzo ─ consistente, eh ─ del disastro. Il titolo di un articolo dell Foglio di qualche giorno fa (la firma è del bravissimo Daniele Raineri), spiega molto bene la situazione: “Kiev pigola e pare Kabul”. Ribelli separatisti, corruzione endemica, sistema politico debole, aiuti e interessi dall’esterno, ricordano molto l’Afghanistan. In mattinata un alto funzionario dell’esercito ucraino ha accusato i comandanti del 40° Battaglione (unità combattente molto impegnata nel conflitto), di aver compiuto una ritirata non autorizzata e di aver così prodotto il collasso del fronte da Debaltseve: altro pezzo à la Kabul, ci sono purequestioni interne all’esercito.

martedì 10 febbraio 2015

Ucraina, prendere Debaltseve (e poi...)

(Pubblicato su Formiche)

Debaltseve è una cittadina che si trova esattamente tra Lugansk, a nord, e Donetsk a sud-ovest, ed è (come si vede in mappa) un’appendice di territorio attualmente non controllato dei ribelli filorussi che stanno combattendo nell’est dell’Ucraina.

Nelle ultime ore, i separatisti hanno annunciato di aver circondato la città e quindi di esserne prossimi alla presa, ma i portavoce dell’esercito regolare di Kiev hanno smentito la dichiarazione, affermando che sono ancora in corso dei duri combattimenti intorno alla città ─ e, anzi, i soldati ucraini avrebbero il controllo di una delle vie di approvvigionamento e dunque i ribelli sarebbero più o meno “nel sacco”.

C’è molta propaganda attorno alle dichiarazioni dei due schieramenti, dunque soltanto l’evoluzione dei fatti saprà realmente raccontare la verità.

La città non è grande, conta poco più di ventimila abitanti in larghissima parte di lingua russa, ma ha una centralità strategica non di secondo piano, che è legata soprattutto al suo scalo ferroviario ─ e, adesso, alla possibilità di garantire ai ribelli la continuità territoriale del loro controllo.

Da mesi si combatte a Debaltseve, una piccola Kobane del conflitto ucraino. A metà aprile 2014 fu conquistata dai separatisti, insieme ad altre città dell’Oblast di Donetsk. Intorno alla fine di luglio dello scorso anno, dopo pesanti combattimenti, l’esercito ucraino ne ha ripreso il controllo. Fino a gennaio 2015, quando una serie di bombardamenti dei guerriglieri del Donbass (parte di un’offensiva su più fronti che ha coinvolto anche l’aeroporto di Donetsk), ha maciullato la città e fatto sì che la popolazione fosse quasi completamente evacuata ─ gli sfollati sono una delle grandi questioni anche in questa guerra, secondo le stime avrebbero raggiunto il milione e mezzo).

Da domenica gli scontri hanno provocato l’uccisione di almeno nove soldati e sette civili, che si sommano ai circa 5300 morti dall’inizio del conflitto.

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Mercoledì è in programma un meeting a Minsk (in Bielorussia), a cui parteciperanno ─ o almeno dovrebbero farlo ─ delegati sia di Kiev che di Mosca, insieme a Francia e Germania (le due nazioni che nel fine settimana scorso, hanno cercato di ottenere qualche apertura sulla pace da parte del presidente russo Putin).

Mediazione complessa. Perché se da un lato Barack Obama sta pensando di fornire armamenti all’esercito ucraino per fronteggiare il gap tecnico con i separatisti (che si considerano armati dalla Russia) e ha dichiarato alla fine del vertice di lunedì con Angela Merkel che «la Russia ha violato praticamente ogni singolo impegno che aveva preso»; dall’altro Putin non resta certo fermo.

Il presidente russo è volato in Egitto, dove si è fatto intervistare da al Ahram e ha dichiarato che combattere l’IS è legittimo e doveroso, anche se le colpe di tutto sono dell’Occidente e della sua «violenta ingerenza» negli affari di Siria e Iraq. Tesi utilizzata come vettore per ribadire quella nota sulle vicende in Ucraina: la colpa, sostiene Putin e degli «Usa e dei loro alleati occidentali che si sono considerati i vincitori della Guerra fredda e hanno voluto imporre ovunque la loro volontà».

Secondo diversi analisti, non ci sono i presupposti perché a Minsk si possa parlare di fine delle ostilità, semmai di una tregua ─ necessariamente a tempo determinato e probabilmente sul calco dei vecchi accordi di Minsk, magari garantendo ai separatisti il controllo anche dei nuovi territori conquistati.

Qualche giorno fa Alexander Zakharchenko, il leader dei separatisti ucraini, ha lanciato un appello per chiamare a combattere «100 mila uomini». Dichiarazione che la dice lunga sul clima e sulle possibilità di pace. Certo, sembra una sparata, un numero esagerato, considerato che la Repubblica popolare di Donetsk copre un territorio abitato da non più di due milioni di persone, gran parte sfollati per la guerra. A meno che non ci pensi la Russia a spedire «qualche militare in vacanza», come scrive Anna Zafesova sulla Stampa. Non sarebbe troppo irrealistico, dato che, fa notare Zafesova, è stato Frederick Hodges, comandante delle truppe americane in Europa, a dire al Wall Street Journal «che nel Donbass i russi hanno spedito le armi più moderne, sistemi di anti-aerea, jammers, strumenti di guerra elettronica, “un potenziale che supera di gran lunga tutto quello di cui ha mai disposto qualunque guerriglia”». Dunque potrebbero mandare anche rinforzi di altri uomini senza grosse remore.

Cento mila combattenti, significherebbe che sarebbero più del totale delle forze in armi dell’esercito ucraino ─ che, a sua volta, aveva annunciato a metà gennaio che tutti gli uomini tra i 25 e i 60 anni, e pure le donne tra i 25 e i 50, “potrebbero essere reclutati” per raggiungere la quota di 78 mila soldati. Settantotto mila, a fronte di una mobilitazione forzata d’emergenza, resta comunque un numero inferiore ai 100 mila chiamati da Zakharchenko.

***

Tra le proposte di pacificazione sul tavolo, c’è la possibilità dell’invio di Caschi blu dell’Onu e della creazione di una fascia di demilitarizzazione. Ma su questa opzione pesa il veto al Consiglio di Sicurezza della Russia: Mosca difficilmente accetterebbe la presenza di truppe occidentali ai propri confini ─ piena com’è della retorica della “patria accerchiata dai nemici” e dell’accuse all’Occidente di non aver rispettato gli accordi sul non inserire nella Nato Paesi ex sovietici (notare che questi accordi, in realtà, sembra che non esistano).

D’altra parte, se quei caschi blu dovessero essere invece indossati da militari russi (o al massimo bielorussi), la questione diventerebbe inaccettabile per Kiev. Si avrebbe, come sostiene il presidente dell’Azerbaigian lkham Aliev una «congelamento del conflitto» analogo a quello che c’è da 25 anni in Nagorno-Karabakh ─ o in Transinistria o Abkhazia, dove quei territori appartengono solo formalmente ad Azerbaijan, Moldavia e Georgia, ma sono di fatto un protettorato russo.

Congelare il conflitto su questa linea, è forse la volontà di Putin, perché creerebbe grosse problematiche all’ingresso in UE dell’Ucraina, che si troverebbe a dover esercitare l’amministrazione del Donbass, senza avere l’effettivo controllo di quella regione di ribelli separatisti, che in qualsiasi momento possono essere riattivati da Mosca.



venerdì 6 febbraio 2015

Cioè: dovremmo far la guerra in Ucraina?

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 06/02/2015)

Otto pagine. Tanto è lungo il rapporto “Preserving Ukraine’s Independence, Resisting Russian Aggression: What the United States and Nato Must Do".

In breve, in quelle otto pagine si raccomanda di dare (noi Nato) all'Ucraina tre miliardi di dollari in armamenti, anche "letali" – distinzione importante, perché si tratta di fornire non semplicemente kit di primo soccorso o elmetti, ma proprio armi, missili, fucili. Un miliardo dovrebbe essere inviato subito, per far fronte all'emergenza; gli altri due dilazionati nei prossimi due anni. L'arma più necessaria da spedire in Ucraina, secondo il paper, sono i missili anticarro: la Nato dovrebbe farlo in fretta, perché la Russia sta utilizzando contro l'esercito ucraino i carri armati, e i sistemi di difesa delle forze di Kiev sono troppo obsoleti per farne fronte. Ma – sempre stando al report – dovrebbero essere inviati pure sistemi radar sofisticati, perché «oltre il 70 per cento dei morti tra gli ucraini», arriva da un mix letale di droni e colpi di artiglieria. I russi (o i ribelli filorussi, ma non si fa molta distinzione) osservano il campo con i droni, scovano le posizioni dei soldati ucraini, e artiglieria e lanciarazzi multipli (moderne versione dei Katiuscia) li colpiscono. Radar adeguati potrebbero rapidamente individuare da dove arrivano i colpi, e poi servirebbero congegni per la guerra tecnologica: cose tipo le radio criptate, perché altrimenti con i sistemi di comunicazione che ha adesso l'esercito ucraino, è come giocare a carte scoperte: e anche apparecchi per disturbare la trasmissione dei droni russi alle basi di attacco. I droni, pure quelli: perché secondo il rapporto sarebbero molto necessari, almeno per missioni di osservazione (cioè senza inviarne di armati), almeno per ripetere lo schema d'azione russo.

Anche senza queste raccomandazioni, si sapeva già che esiste un gap d'intelligence nell'est ucraino. Così come, al di là delle righe scritte in quelle pagine, si può dare abbastanza per assodato che Putin e la Russia siano dietro ai separatisti del Donbass. È altrettanto palese, infine, come le forze armate ucraine non siano più in grado di contenere l'avanzata dei separatisti.

L'uscita di questo documento, combacia con un non-troppo-velato cambio di linea dell'Amministrazione Obama sulla questione ucraina. Già, perché se il generale USA Philiph Breedlove, comandante militare della Nato, era da tempo dell'idea di mandare armi ai ribelli, e con lui il capo di Stato maggiore Patrick Dempsey e l'ex capo del Pentagono Chuck Hagel, sulla stessa posizione si stanno mettendo altri notabili della Casa Bianca. A cominciare, per esempio, dal consigliere per la Sicurezza nazionale Susan Rice, che, secondo fonti sentite dai media americani, si sarebbe dichiarata «pronta a considerare la cosa» – notare che prima da quelle parti era tutta una serie secca e ripetuta di “no”.

C'è un timore molto forte dietro a tutto questo: Nato, Europa e America, hanno paura che a furia di perdere terreno, l'inadeguatezza di Kiev permetterà ai separatisti di raccordare i territori dell'est con la Crimea. Non è follia, se si considera che l'anno scorso, di questi tempi, nessuno avrebbe mai immaginato che la Russia si sarebbe spinta fino alla conquista militare di una porzione consistente di un altro stato sovrano.

Un'altra cosa importante dietro a questo rapporto, sta nei nomi che lo hanno redatto. C'è la firma di Jim Stavridis, ex comandante della Nato, quella di Ivo Daalder, ex ambasciatore di Obama alla Nato, e soprattutto quella di Michèle Flournoy – fondatrice nel 2007 di un think tank piccolo ma molto influente, il Center for a New American Security, considerata una delle massime esperte di sicurezza nazionale in America (è stata la donna più alto in grado mai vista al Pentagono, prima di dimettersi nel 2012, e il suo nome circolava in cima alla lista per il dopo Hagel, ma poi, con un'intervista su Politico, si è fatta da parte). Scrive Paola Peduzzi sul Foglio, che il paper è pragmatico come lo è lei, per questo gode ancora della fiducia del presidente (anche se non è nella sua cerchia ristretta) e può permettersi di andare dritta al punto, pure pesantemente – sul documento, c'è proprio scritto che Washington deve smettere di sottovalutare la situazione in Ucraina.

Flournoy si è sempre opposta al taglio di budget all'esercito e ha sempre difeso il ruolo "morale" dell'America in questioni come quella ucraina (una volta, intervistata da Mattia Ferraresi sul Foglio, era il 2012, disse che «il pragmatismo non è senza principi»).

Ora Flournoy potrebbe rappresentare il futuro americano, magari prendendosi quel ruolo di capo del Pentagono per cui era sempre la "miglior opzione in successione di", senza arrivare mai alla fine. Potrebbe, per dire, diventare la prima donna segretario alla Difesa, magari al fianco di Hillary Clinton, se dovesse essere la presidente democratica alle elezioni del 2016. (Tanto per ricordarci, pure la Clinton, quando era segretario di Stato, faceva parte di quel gruppo del vecchio inner circle presidenziale, che voleva fornire armi ai ribelli siriani contro Assad. Le armi non arrivarono, tra i ribelli "i più motivati" si sono trasformati in mostri – vedi alla voce Isis –, e quelli di quel "cerchio" sono stati tutti scaricati dal Obama).

Ora sta per cambiare l'inquilino della Casa Bianca, Obama è una lame duck, e le cose stanno già prendendo altre direzioni: tra i dem si serrano i ranghi e ci si arrocca sulle postazioni. Per questo il report sulla necessità di fornire armi ai ribelli ucraini, diventa ancora più importante. Perché assume un serio peso politico.


mercoledì 28 gennaio 2015

Sì, l’Ucraina è ancora un disastro

(Pubblicato su Formiche)

Lunedì l’agenzia internazionale Standard & Poor’s, ha comunicato l’abbassamento del rating della Russia a livello spazzatura ─ si tratta del primo dei BRICS a perdere lo status di “investment grade” e a finire nel baratro del “BB+”, gradino oltre il quale gli investimenti nel paese vengono considerati speculazione.

D’accordo, la soggettività delle “Big three” (S&P, Moody’s e Ficth, le tre grandi agenzie di rating, spesso sotto accusa perché non proprio arbitri imparziali) può pure essere messa in discussione: è chiaro che le posizioni, e le sanzioni, occidentali pesino sul giudizio. Ma oggettivamente, i dati dell’economia russa non sono confortanti; il valore del rublo viaggia ai minimi, il calo dei prezzi del petrolio ha dato un duro colpo a Mosca, che sul greggio (e su altre materie prime) ha vincolato il proprio sostentamento.

Negli ultimi giorni, come se non bastasse, UE e Stati Uniti hanno minacciato un irrigidimento delle sanzioni a causa del ritorno della guerra in Ucraina. E poco conta se la nuova Atene di Tsipras prenda posizioni ambigue sull’argomento ─ il neo premier si è lamentato con l’Europa di non essere stato avvisato sulla possibilità di ulteriori sanzioni, uscita forse dettata anche dal fatto che il primo incontro ufficiale, ce l’ha avuto proprio con l’ambasciatore russo.

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Sabato, la strage di Mariupol ─ città industriale di 500 mila abitanti, affacciata sul Mare di Azov, e ultimo baluardo ucraino nella regione di Donestk, non ancora in mano ai separatisti filorussi. Uno dei quartieri orientale è stato colpito da una pioggia di razzi Grad che ha provocato la morte di 30 persone (compreso un bambino di 5 anni e altri sette minorenni) e il ferimento di un altro centinaio ─ le foto che sono circolate mostravano cadaveri abbandonati nelle strade, coperti “alla meglio”, con la gente costretta a passargli vicino come se niente fosse, tornando con le buste della spesa.

L’Ucraina accusa i filorussi e, sottintende responsabilità di Mosca. Inizialmente i separatisti avevano negato ogni responsabilità sull’accaduto, ma poi si sono scoperti (ammettendone implicitamente la paternità) quando il presidente dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, Aleksandr Zakharcenko, ha dichiarato l’inizio dell’offensiva su Mariupol. Una città nevralgica, collocata lungo l’arteria strategica che collega le regioni orientali (in mano ai ribelli) con la Crimea, ponte di collegamento con gli “aiuti” russi (e viceversa).

Qualche giorno fa, nonostante la tregua accettata dal governo ucraino il 5 settembre scorso ─ proprio davanti ad altri scontri sanguinosi a Mariupol ─, l’esercito regolare aveva dovuto abbandonare l’inutile assedio all’aeroporto di Donetsk (cominciato quest’estate) pressato dall’azione dei separatisti. Giovedì 22 gennaio, un scarica di colpi di mortaio ha colpito una fermata del tram nel quartiere Leninski di Donetsk uccidendo 13 persone: i separatisti accusano gli ucraini, che avrebbero bombardato il block, come più volte successo, alla cieca, perché centro di comando dei filorussi.

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Intanto la Rada, il parlamento ucraino, ha dichiarato la Russia “stato aggressore” e le autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugnask “organizzazioni terroristiche”, chiedendo ai partner dell’Ucraina di non lasciare impuniti i colpevoli, dunque di essere più severi con la Russia. Ma la strategia adottata da Kiev fa acqua da tutte le parti.

Il presidente Petro Poroshenko è in cerca di una legittimazione internazionale, e in fondo in fondo di un appoggio militare. È volato a Davos la scorsa settimana per incontrare l’élite mondiale, poi è andato a Riad alle esequie di re Abdullah, altro luogo di incontri importanti ─ per capirci sull’importanza diplomatica dei funerali del sovrano saudita, basta sapere che Obama si era portato dietro il segretario di Stato Kerry, il capo della Cia e il comandante in capo di CENTCOM. Ma niente: passi per la legittimazione, a parole, ma a fatti, cioè l’appoggio militare, per il momento Poroshenko non potrà di certo contarci.

Anzi, visti i risultati disastrosi della guerra lanciata verso le zone orientali, alcuni analisti ritengono che la sua credibilità tout court sia a rischio, e qualcuno inizia a pensare che non sarà lui a portare l’Ucraina fuori dalla crisi.

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In tutto la Russia continua a bombardare anche diplomaticamente questo flebile equilibrio ucraino. Putin, parlando a un gruppo di studenti due giorni fa, ha detto: «Non c’è più un esercito ucraino, in realtà c’è una legione straniera, in questo caso agli ordini della Nato, e ha obiettivi diversi dall’interesse nazionale dell’Ucraina». Poi, ieri, ha definito l’Occidente “nazisti” e l’Ucraina Auschwitz: notare l’eleganza, visto che proprio ieri era la giornata della memoria per le vittime dell’olocausto nazista.

Sparate a parte, è vero che l’avventurismo militare di Poroshenko, rischia addirittura di favorire Putin ─ forse una delle poche buone notizie che coinvolgono la Russia in questo momento. Kiev non potrà mai risolvere i problemi dell’Est con la forza, visto il legame tra i separatisti e Mosca (che, se fosse necessario, potrebbe pure aumentare l’appoggio). Il rischio di questa guerra lanciata senza troppo programmazione, è che le vittime civili aumentino sempre di più, le truppe si imbastardiscano, e nell’eventuale perdita del discernimento, Mosca guadagni qualche punto di legittimità.

Le forze ucraine sono mal preparate, mal comandate e mal rifornite. L’assedio, fallito, all’aeroporto di Donetsk è un paradigma del conflitto. I Cyborg (questo il nome dato a quelle truppe) hanno combattuto per mesi coraggiosamente, ma si sapeva che la sconfitta era solo questione di tempo, tra errori tattici dei comandanti e scarsi rifornimenti. Poroshenko aveva lanciato l’offensiva allo scalo come se fosse una battaglia in un punto esistenziale per questa guerra, quando invece si tratta di poco più di un mucchio di macerie. La retorica del presidente ─ “terremo l’aeroporto a ogni costo” ─ presagiva uno sforzo totale, ma così non è andata. E i morti sul terreno, alla fine, sono stati tanti.

Non è un caso che, come evidenziato da un reportage del Foglio, tra i soldati ucraini del Donbass, serpeggi un malumore pericoloso, che mette l’odio contro Putin al pari del malcontento verso il governo di Kiev. Buono per la Russia, male per tutto il resto.


venerdì 8 agosto 2014

Insieme, contro Mosca

(Uscito il 7/8/2014 sul Giornale dell'Umbria)

«È responsabile e pagherà», così ha detto il segretario di Stato John Kerry, intervistato dalla Stampa, a proposito di Vladimir Putin e della crisi in Ucraina.

Le parole di Kerry sono arrivate dopo le immagini satellitari Nato a testimonianza del nuovo dispiegamento di truppe russe al confine ucraino: 20 mila soldati in assetto da battaglia, appartenenti ali reparti più aggiornati dell'esercito russo - secondo quanto rivelato dal Financial Times.

Vero che in aprile, al momento peggiore della crisi, ce n'erano 40 mila, ma mai si erano avvicinati così tanto alle recinzioni di frontiera. Kiev ha già invitato Mosca a fermarsi, vedendo in quegli uomini posizionati a meno di 50 chilometri dal limite tra i due stati, la possibilità di un'invasione in difesa dei ribelli; circostanza che vanificherebbe i progressi fatti dall'esercito nelle ultime settimane per sedare l'insurrezione - e che aprirebbe uno scenario enorme, dal quale è meglio distogliere il pensiero.

Ci sono altri due aspetti che spaventano il governo ucraino. Per primo, la possibilità che le truppe ammassate fungano da seconde linee per i ribelli, passando uomini infiltrati e armamenti per rafforzare la resistenza. La seconda è l'effetto deterrenza, che assume una doppia dimensione: sia nelle truppe di Kiev, che potrebbero essere spaventate dalla possibilità dello “scontro-finale” con l'esercito moscovita, sia nei separatisti, che, all'opposto, potrebbero trovare nuova linfa e energia (anche) emotiva nella presenza dei militari di Mosca. Durante gli scontri di lunedì, nell'area di Donetsk, 3/400 soldati di Kiev avrebbero sconfinato in Russia: sembra si sia trattato di un azzardo tattico per aggirare la pressione dei ribelli, tuttavia secondo Mosca sarebbe stata una diserzione, con i militari ucraini entrati per chiedere asilo politico. Prigionieri o rifugiati che siano, la storia rende chiaro il concetto.

Gli scontri continuano: il quartiere Petrovsky di Donetsk (città da un milione di persone) è diventato il centro dell'offensiva, con accuse rimbalzate tra governo e filorussi sui metodi grossolani utilizzati nei combattimenti, che hanno portato alla morte di 1500 persone tra civili e combattenti e alla distruzione di ampie infrastrutture sociali (martedì è stato colpito un punto nevralgico della rete di distribuzione elettrica, lasciando al buio un ampio distretto abitato).

Quella dell'Ucraina orientale sta diventando un'emergenza umanitaria. Secondo le Nazioni Unite 117 mila persone hanno dovuto lasciare le proprie case a causa degli scontri in quei territori. Dall'inizio dell'anno 730 mila ucraini si sono rifugiati in Russia, e solo ad agosto 168 mila hanno chiesto asilo oltre confine.

Mosca avrebbe invocato una riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per parlare della crisi, con in mente la proposta dell'invio di truppe (magari Caschi Blu russi) sul campo - secondo fonti ucraine, però, si tratterebbe di un sottile escamotage per permettere ai militari russi di piantare gli stivali sul suolo ucraino senza ricorrere a un'invasione. Mosca ha anche accusato il governo di Kiev, di non ammettere le reali dimensioni di ciò che sta accadendo, definendolo «irresponsabile» nel non riconoscere i problemi nel sud-est del paese.

Ma la “diplomazia” russa non si affida solo all'iniziativa umanitaria. Ai contatti con il Comitato internazionale della Croce Rossa per il coordinamento dell'azione di sostegno, abbina una risposta severa alle nuove sanzioni imposte da USA-UE. Il primo ministro Dmitry Medvedev ha messo a vedere una possibile vendetta alla decisione occidentale di lasciare a terra la low-cost Dobrolyot, "filiale" della compagnia aerea di bandiera Aeroflot. La ritorsione, secondo le fonti anonime appartenenti al ministero degli Esteri e a quello dei Trasporti di Mosca citate dal quotidiano economico locale Vedomisti (stesso editore di Financial Times e Wall Street journal), potrebbe portare la Russia a limitare o addirittura vietare i voli sopra la Siberia per le rotte asiatiche da occidente. Decisione che comporterebbe un appesantimento del percorso sia in termini di tempo, sia in quelli economici – e che riporterebbe le lancette indietro ai periodi della Guerra Fredda, quando gli aerei occidentali erano costretti a viaggiare sopra il Golfo o per le rotte polari per raggiungere l'Asia. Costi enormi, basta pensare che Lufthansa opera circa 180 voli settimanali su quelle tratte: per la compagna tedesca, insieme a British Airways e Air France, significherebbe un costo complessivo intorno al miliardo di euro nell'arco di tre mesi.

Putin, come al solito, sa dove colpire l'Occidente in questa guerra di nervi – e non solo. Martedì la Borsa americana è caduta, guidata dalla vendita e svalutazione delle azioni del comparto energetico, dopo che Bloomberg nel pomeriggio aveva diffuso un report in cui citava il ministro degli Esteri polacco, sensibilmente preoccupato dal nuovo dispiegamento di truppe russe.

Nonstante le ritorsioni russe, dirette o indirette, anche il Giappone si è unito al coro dei sanzionatori, non foss'altro per mostrare vicinanza alla linea americana – necessaria in un momento critico con la Cina, per le vicende dei territori contesi nel Mar Cinese.

Kerry, dal canto suo, sempre in quell'intervista al quotidiano piemontese, ha chiesto all'Europa di resistere e «essere compatta contro Mosca».

Ed è tutto nella parola "contro" che si giocherà il prossimo futuro di questa crisi. «Putin vive in un altro mondo», come disse la Cancelliera Merkel ai tempi dell'annessione della Crimea. Ormai l'Occidente lo ha capito e ha deciso di riconoscerlo, più o meno univocamente, come nemico: adesso però occorre capire cosa farne. Ridurre Putin, leader di una democrazia illiberale che tende verso la dittatura, a più miti consigli? Costringerlo a redimersi? Contenerlo? Lavorare per un regime change bruciandogli la terra sotto i piedi?
Come ha scritto il politologo Stanislav Belovsky, Putin è «un ciclista costretto a pedalare sempre più velocemente» per tenere insieme i pezzi del proprio totalitarismo. Ragion per cui le soluzioni ai problemi che quelle domande pongono, difficilmente porteranno a un lieto fine.

«Le probabilità di un lieto fine sono state abbattute insieme al volo Mh17» (Anna Zafesova sul Foglio).

mercoledì 30 luglio 2014

I pezzi del volo MH17 (e il giornalismo fatto in maniera eccezionale)

Il Wall Street Journal ha ricostruito sul campo, dove si trovano tutti i pezzi più importanti del Boeing 777 della Malaysia Airlines giovedì 17 luglio a Grabovo, confine orientale dell'Ucraina (a pochi passi dalla Russia, dove i ribelli separatisti combattono da mesi).

Oltre a rappresentare un set di dati molto interessanti, sui quali si sta certamente basando la ricostruzione dei fatti da parte degli investigatori internazionali, il pezzo è un esempio di giornalismo d'inchiesta del 2014. Un grande lavoro, fatto da un grande giornale.




venerdì 25 luglio 2014

Tutta colpa di Putin, forse

(Articolo uscito il 25/07/2014 sul Giornale dell'Umbria)

«Sei diventato un assassino comune, un delinquente comune». Adam Michnik, uno dei leader storici dell'anticomunismo polacco, ricorda sul New Republic che Alexander Herzen commentò così in una lettera scritta allo zar Alessandro II, la sanguinosa repressione con cui soffocò una manifestazione patriottica a Varsavia. Era il 1861. Secondo Michnik, Herzen si rivolgerebbe allo stesso modo, oggi, nel 2014, a Vladimir Putin.
La questione di fondo, è l'abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines sui cieli di Grabovo, Oblast di Donetsk, al confine tra Ucraina orientale e Russia, dove i ribelli contendo i territorio al governo regolare di Kiev.
Il terribile incidente in cui hanno perso la vita 298 civili innocenti, è con ogni probabilità la conseguenza della scelta incosciente del presidente russo di armare – e sostenere, guidare, finanziare – le forze separatiste (quinta colonna del Cremlino).
Putin non molla l'Ucraina, anzi, la considera indispensabile nella ricostituzione di uno pseudo impero, se non formalmente riconosciuto, quanto meno rappresentato in una solida sfera di influenza, più ampia possibile – dove influenza è un eufemismo che sta per “controllo totale”. Le prove, per esempio, sono i conflitti etnici istigati in Lettonia e Estonia, lo smembramento della Moldavia, il piede sopra all'autoproclamata repubblica di Nagorno Karabakh.
In Ucraina orientale, nel corso di questi mesi di crisi, è arrivato ogni genere di fanatico, più a sostegno dell'idea di una sorta di Grande Russia, che dei ribelli stessi: monarchici sentimentalisti, nazional-bolscevichi, fascisti ortodossi, cosacchi, e via dicendo. L'enorme responsabilità, su cui il mondo intero sta richiamando il presidente russo, è l'aver fornito armamenti e appoggio a certa gente. Personaggi come Igor Bezler, soprannominato “Bes”, “demonio”, l'uomo che secondo lo Sbu (l'intelligence ucraina) avrebbe guidato il reparto che ha sparato il missile; anni passati tra l'esercito russo e le agenzie di sicurezza private, prima di finire tra le file dei reparti utilizzati dal Cremlino per operazioni tutt'altro che ufficiali. Oppure come l'autoproclamato premier della repubblica di Dontesk Alexander Borodai, cittadino russo di casa nella Mosca dei palazzi, che ha prima fornito informazioni confuse sui fatti, poi guidato le attività di depistaggio delle indagini e, infine, in una specie di legittimazione internazionale della sua figura, ha passato di persona le scatole nere del volo al primo ministro malese. Oppure ancora, gli onnipresenti – in momenti e zone di crisi – uomini del battaglione Vostok, creatura del Gru (il servizio segreto militare russo guidato dal generale Igor Sergun, accusato di essere il regista di tutta “l'operazione Ucraina”). Sarebbero stati proprio i fedelissimi del Vostok a spostare il lanciatore Buk lontano dalle zone del reato.
L'intelligence americana, nella notte di martedì, ha rilanciato le accuse contro i ribelli pro Mosca per l'abbattimento, ma è stata molto cauta nel coinvolgere direttamente i russi – a dire il vero, la ricostruzione presentata ai media è sembrata molto preliminare.
Il governo ucraino, invece, sostiene di essere a conoscenza del passaggio, tra giugno e luglio, di almeno tre apparati missilistici come quello sospettato, dalla Russia alle aeree di Snizhne e Torez (proprio dove è avvenuto l'abbattimento). Mezzi accompagnati da almeno tre ufficiali russi, esperti lanciatori. Se così fosse, nell'immenso calderone delle responsabilità su quello che è accaduto, andrebbe aggiunta l'Ucraina: se i servizi sapevano della presenza di quei lanciamissili, allora avrebbero dovuto allertare le compagnie aeree.
Di tutto ciò – delle ricostruzioni possibili, dei fatti fin qui noti e confermati dai vari satelliti che osservavano l'area, dell'inquinamento dell'area delle indagini, e (soprattutto) del fatto che la Russia possa essere in qualche modo responsabile della vicenda – a Mosca non se ne parla.
Le Tv, quasi tutte controllate dal Cremlino, sorvolano l'accaduto o forniscono propri scenari, proprie verità. Un caccia ucraino in zona, o la volontà di abbattere l'aereo su cui viaggiava Putin da parte di Kiev, sono le ricostruzioni più gettonate. Ma non ne mancano di più bizzarre, che arrivano a teorizzare che tutto sia l'effetto di un complotto, ordito dall'Occidente per incolpare Mosca, con il fine di poter dichiarare alla Russia una guerra apocalittica.
In Russia l'assenza di dibattito e di libertà nei mezzi d'informazione, fa sì che la popolazione creda realmente a queste tesi. D'altronde il popolo è bloccato verso l'esterno, spaventato, e vede in Putin l'unica via di protezione – circostanza frutto di una costruzione retorica che dura da anni, di una narrazione a tappeto che ha relegato nell'angolo ogni sorta di opposizione. La metrica dei media, che in questo caso seguiva lo stesso ritmo delle azioni dei ribelli ucraini, aveva innescato un loop paranoico nel popolo russo – che andava anche, per certi versi, a dissetare (e infiammare) la richiesta di nazionalismo di un popolo massicciamente traumatizzato dal XX secolo. Quello che Floriana Fossato, studiosa dei media russi, definisce «una sorta di sindrome post traumatica unita a una sindrome di Stoccolma collettiva».
Ora però con ogni probabilità il segno è stato oltrepassato. Putin rischia di diventare prigioniero dei ribelli filo-russi, usciti fuori controllo mentre stavano facendo il lavoro sporco per il suo piano geopolitico. E automaticamente schiavo della sua stessa propaganda.
Una situazione con cui Putin per primo dovrà fare inevitabilmente i conti, se non altro agli occhi del mondo.
Dall'inizio della campagna propagandistica, della guerra giocata sull'informazione, e l'altra guerra, quella giocata per procura, concepita, organizzata, spinta, in Ucraina, è passato molto tempo. Ora tra i campi di girasoli di Grabovo, ci sono ancora i segni di quei trecento cadaveri: quale sarà asdesso la prossima mossa di Putin?

martedì 22 luglio 2014

La guerra di propaganda russa sul volo MH17

(Articolo pubblicato su Formiche)

Ormai le guerre sono grosse questioni di propaganda: probabilmente in parte è sempre stato così, ma ora, con lo sviluppo degli spazi digitali (Internet e il mondo dei social network) e l’immediata circolazione dell’informazione, tutto è diventato più rapido. Esempio emblematico, è ciò che esce da uno dei fronti più caldi in questo momento: l’Ucraina dell’est.

Nell’Oblast di Donetsk si trova Grabovo, piccolo paese sperduto al confine con la Russia, che tristemente riempe le pagine di cronaca internazionali dopo l’abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines. Lunga storia, ancora piena di misteri e piste coperte. Mosca ci ha messo del suo, da subito, per velare i fatti il più possibile: d’altronde l’esperienza propagandistica non manca e si consolida ulteriormente con la potenza dei nuovi mezzi – chi osserva l’andamento della crisi ucraina da mesi, ne sa qualcosa.

Secondo informazioni trasferite dallo Sbu (il servizio segreto ucraino), quello che gli ispettori Osce stanno trovando nei campi di girasoli che circondano il punto d’impatto del Boeing 777, con ogni probabilità è stato già filtrato accuratamente da uomini scelti russi (o filo-russi). Tutto ciò che poteva essere scottante, sarebbe stato rimosso; e i depistaggi coinvolgono (ovvio) anche la possibile “arma del delitto”, quel lanciatore Buk – il sistema missilistico che con ogni probabilità ha lanciato il missile che ha colpito il velivolo – che gli uomini del battaglione Vostok, gli addetti ai lavori sporchi di Mosca dai tempi della Cecenia, hanno accuratamente allontanato dalle zone dell’incidente.

Ma il filtraggio e il depistaggio, in Russia interessa anche le notizie diffuse dagli organi di informazione. Le televisioni, gran parte controllate dal Cremlino, stanno compiendo un intorbidimento delle acque, che fondamentalmente gira tutto intorno a un punto: i ribelli filo-russi, che abbiamo sostenuto finora, non avrebbero mai potuto fare una cosa del genere – sottinteso: “se li abbiamo sostenuti noi, sono gente per bene, mica assassini di civili”.

E allora via a talk show con esperti che raccontano, documenti alla mano, come sia impossibile che un SA-11 (definizione Nato del Buk) sia arrivato così in alto, e come sia altrettanto impossibile che i separatisti avessero le competenze per lanciarlo. Poco importa se i dati tecnici della postazione lanciamissili sconfessino la tesi. O, ancora, se girano da tempo notizie sull’addestramento ricevuto da alcuni uomini filo-russi, sull’uso delle armi antiaeree direttamente oltreconfine – addestramento per altro ha portato i suoi frutti, visto il numero di velivoli dell’aviazione ucraina, abbattuti in quelle zone dai ribelli (o chi per loro).

La storia va raccontata per manipolare il consenso – è così da sempre.

Lunedì il presidente russo Vladimir Putin, rispondendo alle responsabilità che la comunità internazionale gli affibbia per la deriva presa dai ribelli ucraini, ha fatto sapere che le sue fonti di intelligence sono a conoscenza della verità: quale sia non è chiaro, fatto sta che ha paventano la presenza di un caccia ucraino in zona, come possibile responsabile.
Ma le televisioni del Cremlino vanno oltre e, in un paese dove le Tv (di Stato) e gli angoli più inventivi di Internet sono diventati una sorta di feedback simbiotico tra nazionalismo e teorie del complotto, esce di tutto. La più bizzarra, al limite del paranoico, racconta che in realtà il volo caduto a Grabovo non era altro che l’MH370 – l’aereo, dello stesso modello e della stessa compagnia, disperso a marzo nell’Oceano Indiano. Secondo alcuni siti ben direzionati, molto seguiti in Russia e mai sconfessati da nessuno in patria (anzi!), l’aereo partito da Kuala Lumpur con direzione Pechino e di cui si persero le tracce l’8 marzo, in realtà sarebbe stato dirottato verso la base americana di Diego Garcia (isole Cargos, pieno Indiano), dove tutti i passeggeri sarebbero stati uccisi. Da lì sarebbe stato rimesso in volo (pieno di morti) il 17 luglio sulla rotta da Amsterdam, fino a farlo precipitare nelle zone contese dell’Ucraina orientale – con i piloti che stando alla ricostruzione erano esperti militari, visti da testimoni oculari eiettarsi con il paracadute prima dell’impatto. Dietro, ci sarebbe un grande piano del Mondo per far ricadere le colpe sulla Russia; il fine, quello di trovare un casus belli per un attacco militare contro Mosca.

Paranoia, appunto, ma ben costruita: a contorno della teoria dell’aero-cadavere, ci sarebbero le diffusioni dei notiziari russi, che parlano di passaporti nuovi di zecca ritrovati sul luogo del disastro, o delle pagine Facebook dei viaggiatori create ad uopo il giorno prima del crash – tutto smentito dai media occidentali, ovviamente, ma la televisione russa s’è vista bene di farlo sapere ai propri telespettatori.

Altra teoria abbastanza superata dai fatti, ma molto in voga in Russia, è quella che racconta che il missile lanciato contro il Boeing Malaysia in realtà fosse diretto verso l’aereo presidenziale: tesi anche questa molto poco credibile, che però sta ancora in piedi per l’indubbio merito di accrescere l’epica eroica intorno a Putin.

Noi possiamo coscientemente e razionalmente considerare tutte queste ricostruzioni come “improbabili”, soltanto perché abbiamo avuto accesso, attraverso i nostri liberi sistemi mediatici, ad un ampio set di informazioni: ma in Russia non è così.

Le acque intorbidite dalla propaganda, hanno costruito nell’immaginario della popolazione russa, circostanze in cui nella migliore delle ipotesi l’aereo è precipitato per un tragico incidente di cui sono responsabili gli ucraini – che lo hanno abbattuto per sbaglio, magari con un caccia, inconsapevoli che fosse un obiettivo civile. Mentre nella peggiore, i cittadini, da Mosca a Bering, stanno pensando ad una cospirazione mondiale per trascinare la Russia in una guerra apocalittica contro l’Occidente.

Dopo giorni che la tragedia riempe gli spazi nei media internazionali, sono pochi i russi ad avere percezione che il proprio governo è in qualche modo responsabile di quello che è successo. Un uso massiccio della propaganda – “traditori”, “fascisti”, “quinte colonne” – che porta in superficie i demoni psicologici di una società fortemente traumatizzata dal XX secolo: una situazione che Floriana Fossato (studiosa di media russi da molti anni) ha definito tempo fa sul New Republic «la somma di una sorta di sindrome post traumatica e di sindrome di Stoccolma collettiva».

venerdì 6 giugno 2014

Putin sta vincendo la guerra di propaganda

(Pubblicato sul Giornale dell'Umbria)

All’ottavo piano di un elegante edificio di Postdamer Platz, vista sul Reichstag, c’è uno dei centri di controllo (e di potere) internazionali del Cremlino. Sulla targhetta fuori della porta c’è solo un nome, nessuna insegna istituzionale, tuttavia tutti conoscono il vero ruolo di Ivan Rodionov. È suo quel nome.
Il gabinetto berlinese di Mosca - dategli qualsiasi delle due accezioni - è un avamposto di propaganda: dietro al quarantanovenne giornalista, a capo della news agency Ruptly, c’è un mondo. La diffusione delle gesta putiniane, le critiche all’Occidente, la difesa della legittimità alla reazione del popolo ucraino contro la “rivolta nazifascista” - sì, è pura narrazione, dunque inversione dei ruoli. Sembra un portavoce del Cremlino, Rodionov. Invece dirige un team di 110 persone provenienti da Spagna, Gran Bretagna, Polonia e Russia, che coprono la redazione giorno e notte: da lì, poi, partono le agenzie syndicated dai media internazionali. Non a caso, insieme alle narrazioni sulla potenza dell’Orso, non mancano video su Nick Griffin, radicale di destra inglese, o il suo omologo tedesco Olaf Rose (ideologo del Partito nazionale democratico), che sputano sull’Europa.
Mosca, inutile dirlo, sovvenziona Rodionov. La battaglia ucraina, la Russia la sta vincendo più che sull’infiltrazione di spie e forze speciali, sulla diffusione mediatica delle vicende. «Una guerra di propaganda implacabile», l’ha definita Andrew Weiss, vice presidente del centro studi presso il Carnegie Endowment for International Peace.
La Russia guarda al lungo termine, sfuggendo alle circostanze presenti: 100 milioni di euro investiti ogni anno in media russi all'estero, raccontano la chiara strategia di porsi alternativa all'Occidente. Dimostrazioni della tesi arrivano da Rt (Russia Today), proprietaria di Ruptly, che a nove anni dalla sua creazione è seconda solo alla Bbc per visualizzazioni di video su Youtube (1,2 miliardi), 2500 dipendenti, trasmissioni in inglese, spagnolo e arabo.
Ma c’è altro oltre a Ruptly e RT; altro che passa molto meno dentro l’obiettivo delle telecamere, ma che arriva ad essere quasi più potente. Dagli invitati ai talk show, ai commenti sui social network o sotto alle notizie sulle pagine dei quotidiani online, tutto rientra in un ampio piano di propaganda reso particolarmente esplicito dall’evolversi della crisi ucraina: non c'è giornalista che si occupa della questione, che non abbia ricevuto almeno una mail con “notizie esclusive” che testimoniano il ruolo dei nazisti dietro le proteste.
Non basta? Allora ci mettono le mani direttamente i servizi segreti, facendosi fonte per i giornalisti filo-russi: dal “Fuck the Eu” della Nuland alle parole del ministro degli Esteri estone sui cecchini di Kiev, ogni frase intercettata (e sono tante!), può essere utile per servire gli interessi russi. Per capirci, sono state le agenzie russe a diffondere la notizia della visita del capo della Cia Brennan a Kiev, un paio di mesi fa.
Il gioco è semplice: sposare il sentimento anti-americano, declinato in anti-occidentale, che serpeggia in vari scenari europei, sostenendo per esempio che mercenari mandati da Washington stanno spingendo le proteste nelle aree orientali dell’Ucraina. Da notare che tutto è detto senza la minima prova, contrariamente a quelle più volte dimostrate della presenza di uomini connessi con il Cremlino (gli ultimi, avvistati questa settimana, quelli del “Vostok Battalion”, ceceni dalla pessima nomina, fedeli a Putin).
L'attività in fondo funziona: in varie manifestazioni, europee e non, si cominciano a vedere cartelli con su scritto “Stop ai nazisti in Ucraina”, segno evidente che la narrativa di Mosca si sta diffondendo.
Ma lo scopo di questa incessante propaganda, non è semplicemente quello di trasformare europei e americani in fan di Putin: l’obiettivo principale è rendere la sua presidenza inossidabile in patria. Il grande successo della macchina costruita dal Cremlino, sta nel fatto che attualmente la stragrande maggioranza dei russi crede che dietro alla crisi in Ucraina ci siano i nazisti: l'evocazione degli spettri della Seconda Guerra Mondiale, ha funzionato al punto che in terra russa, la popolarità di Putin è schizzata alle stelle. Un aiuto, poi, è arrivato anche dall'atteggiamento nei confronti di Internet: blog pubblicati ad hoc, attacchi anonimi ai critici, controllo sui social network e sulle pubblicazioni online.
In un Paese dove il 94% della popolazione acquisisce informazioni dalle tv di Stato, diventa ancora più facile veicolari il consenso. Qualche giorno fa, durante il tg della sera è stato trasmesso un video forte, d’impatto: si trattava della presumibile uccisione di un filo-russo per mano dei nazionalisti ucraini, ma in realtà le immagini risalivano ad un anno e mezzo fa, e riprendevano combattenti nel Caucaso del Nord.
Levada, agenzia di sondaggi indipendente russa - in piedi solo perché ancora il Cremlino non ha deciso di chiuderla con qualche espediente - racconta di come l’opinione pubblica sulla crisi ucraina è cambiata nel corso degli ultimi mesi. Allo scoppio delle protese dell'autunno scorso, solo il 30% dei russi credeva che la volontà del presidente Yanucovich di firmare accordi commerciali con l'Ue, potesse rappresentare un “tradimento dell'unità slava”. A febbraio - il culmine delle rivolte a Maidan - il 73% definiva la situazione come una “questione interna” all’Ucraina. Adesso, dopo pochi mesi, il 58% dei russi sarebbe favorevole all’annessione (“con le buone o con le cattive”) delle regioni di Donestk e Lugansk.
A distanza di qualche mese, lo strambo piano del presidente russo sull'annessione della Crimea comincia a concretizzarsi: unire il suo popolo in un grande sentimento collettivo “russo”, altroché le rotte del gas. Nel novembre del 2103 il 53% dei russi non lo avrebbero rieletto, adesso l’86% è disposto a votarlo nuovamente - e sempre più - in Europa e nel mondo, flirtano con le sue visioni, rappresentandolo come esempio di leader da seguire.