(Pubblicato su Formiche)
Alle 6:40 (ora locale) di martedì mattina, il destroyer della Marina americana “USS Lassen” è entrato nell’ambito delle acque territoriali di una delle scogliere contese nel Mar Cinese Meridionale. Secondo un funzionario militare americano che ha parlato alla Reuters, la nave sarebbe stata accompagnata da aerei di sorveglianza. La missione, di monitoraggio, è durata tre ore.
Il cacciatorpediniere lanciamissili ha ricevuto l’ordine di viaggiare entro 22.2 km da Mischief e Subi, due isolotti nel reef delle Spratly, le isole al centro di una lunga contesa territoriale in cui si sfogano gli istinti nazionalisti di Cina, Vietnam e Filippine (e anche Malesia, Brunei, Taiwan), ma anche grossi interessi economici e strategici.
Pechino, attraverso il ministro della Difesa Wang Yi, ha avvisato Washington di «pensarci due volte prima di creare problemi» nell’area compiendo manovre navali vicino alle due isole artificiali, accusando che l’ingresso della nave americana in quelle acque è illegale. La Cina ne rivendica la sovranità; i funzionari cinesi hanno dichiarato di non essere stati informati dagli USA della presenza dell’imbarcazione. Dall’altra parte, gli Stati Uniti, hanno invocato il concetto di “libertà di navigazione”, mentre i cinesi hanno risposto che questo non implica azioni provocatorie.
LA LIBERTÀ DI NAVIGAZIONE
La Cina, con una grande operazione di dragaggio iniziata del 2014, ha creato a Subi e Mischief una base militare con tanto di pista di decollo/atterraggio da 3 km, cioè in grado di ospitare aerei da combattimento e cacciabombardieri. Questo è un motivo di preoccupazione americana, che vede la militarizzazione come un chiaro atto di deterrenza regionale: più volte gli Stati Uniti hanno chiesto alla Cina di bloccare questa espansione.
Tuttavia Pechino ha sempre continuato sulla propria linea, e ha anche imposto un limite alla navigazione entro 12 miglia nautiche, cioè i 22 chilometri violati dal “Lassen”, dalle coste di Subi e Mischief, ma la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare lo considera illegittimo secondo una norma che permette la “libertà di navigazione” (quella invocata dagli USA per giustificare la missione odierna) intorno ad isolotti che vanno sommersi dalle maree. I due lembi di reef corallino che ospitano la base erano infatti poco più di due scogli prima che iniziassero le opere ingegneristiche cinesi.
LE ISOLE E LA LORO IMPORTANZA
La controversia sulle Spratly (e sulle isole Paracel) è nata nel 1947, ma soltanto da pochi anni la Cina ha deciso di disporre i mezzi necessari per rivendicare con la forza la sovranità su questi territori. Il motivo per cui Pechino decide di impegnarsi in azioni muscolose per ottenere la sovranità su isolotti minuscoli posti ad oltre mille chilometri dalla Cina continentale, è di carattere geopolitico e può essere letto sotto diverse lenti. Le acque del Mar Cinese Meridionale rappresentano una linea strategica fondamentale, perché ospitano le più importanti rotte commerciali del mondo: si stima il passaggio 5 trilioni di dollari di affari ogni anno. Sui fondali, inoltre, sono presenti giacimenti di gas e petrolio: risorse sfruttabili da chi detiene i diritti sulle acque. In più, tra quelle risorse, non va dimenticata la pesca.
Ottenere la sovranità rivendicata dalla Cina, rappresenterebbe anche una vittoria di immagine a livello internazionale e soprattutto un’affermazione di forza nell’ambito regionale (e di deterrenza, visto che quelle basi sarebbero la testa di ponte in faccia ai principali “nemici” locali).
L’IMPEGNO DI WASHINGTON
Assicurare il libero flusso dei miliardi di dollari di commerci che galleggiano ogni anno su quelle vie, è il principale interesse ufficiale di Washington, ed è stato anche argomento affrontato nell’ultimo incontro tra il presidente Barack Obama e il suo omologo cinese Xi Jinping. Il tema è uno dei capitoli più complicati dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, anche perché spesso si lega a questioni di altra natura (commerci, economia, politica, diritti, etc). Simone Pieranni ha scritto tempo fa su East Journal: «Gli Usa hanno spostato la propria attenzione nel Pacifico, come dimostra il fatto che se il Tpp è ormai arrivato al termine della fase negoziale, il Ttip è ancora in alto mare».
«La Cina non deve tollerare le dilaganti violazioni degli Stati Uniti nelle acque cinesi adiacenti e nei cieli sopra quelle isole in espansione», scriveva in editoriale di una paio di settimane fa il Global Times, organo ufficiale del partito comunista. La missione del “Lassen”, a questo punto, rappresenta la sfida più grossa lanciata finora a Pechino, e un indubbio tentativo di far sentire forte la propria presenza regionale da parte degli Stati Uniti. Prima di questa, ci fu l’occasione in cui (nel 2013) Obama ordinò a due B-52 di volare attraverso l’Air Defense Identification Zone che la Cina ha istituito nel Mar Cinese Orientale, un altro territorio conteso con il Giappone (un altro degli squilibri geopolitici dell’area).
L’America si arroga il ruolo di arbitro delle contese regionali, anche nell’ottica di far valere il proprio peso e di restare il riferimento in Asia. Il bilanciamento con la Cina, ha chiaramente ripercussioni a livello globale e Washington vuole mettere un freno all’espansione cinese. È la distorsione del Pivot Asiatico, il ruolo centrale che Obama sperava di avere in Asia, che ora fa leva su una delle “dottrine presidenziali” di politica estera: il disimpegno. La decisione della Casa Bianca di utilizzare per la missione di monitoraggio una nave da guerra e non una più modesta nave per l’intelligence, indica invece che Washington è determinata a lanciare un segnale forte, impegnato, sulle controversie locali.
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martedì 27 ottobre 2015
Usa e Cina, cosa è successo nel Mar Cinese Meridionale
mercoledì 21 ottobre 2015
Che farà la cina contro l'IS?
(Pubblicato su Formiche)
Tre giorni fa, durante un intervento al sesto Xiangshan Forum di Pechino, il viceministro della Difesa russo Anatoly Antonov ha tenuto un discorso incentrato sulla necessità di collaborare nella lotta al terrorismo e ha avvisato la Cina di non essere immune dal problema e dunque di dover fare qualcosa di più concreto e coordinato. Antonov, che in questi giorni è molto impegnato a difendere il nuovo ruolo di cui il presidente Vladimir Putin s'è auto-investito, il paladino mondiale anti terrorismo, ha sostenuto che il threat per la Cina arriverebbe dall'Afghanistan, territorio da cui le istanze (e le forze) del Califfato, ma non solo, si diffondono al confinante Xinjiang.
L'uomo di Putin non ha detto niente di nuovo, perché la preoccupazione cinese per la diffusione delle tematiche del radicalismo islamico, anche se non è prioritaria, è nota (rinnovata dalla globalità del messaggio dell'IS). Pochi giorni fa, per spiegarci, è stato presentato un nuovo suv-militare cinese, un blindato agile sul genere degli italiani "Lince" (mezzi per altro visti in questi giorni in Siria guidati dalle truppe assadiste, probabile regalo russo, visto che l'Italia aveva anni fa chiuso un contratto di fornitura a Mosca). Il mezzo cinese si chiama "Warrior", in cinese Yongshi, e secondo la ditta costruttrice BAIC Gruop sarà molto utile per combattere l'IS.
Dunque la Cina deciderà definitivamente di unirsi nella lotta al Califfato ad una delle due Coalizioni (quella US-led, o quella composta da Russia, Iran, Siria, Iraq e Hezbollah)? Per il momento questa domanda non ha risposta, sebbene le attività diplomatiche di Mosca siano indirizzate anche in questo senso. Una strada che Barack Obama, il wannabe pivot asiatico, non è riuscito a percorrere: coinvolgere Pechino in chiave anti-IS.
UNA VECCHIA QUESTIONE
«Sono da trent’anni dei free rider e gli è sempre andata bene», disse poco più di un anno fa Obama in una lunga intervista con Thomas Friedman. Il tre volte Pulitzer del New York Times gli domandava quale ruolo potesse avere la Cina nelle relazioni internazionali. Erano i giorni successivi al "go!" alle operazioni militari della Coalizione americana contro lo Stato islamico, e il viceministro degli Esteri cinese, Li Baodong, partecipava "con interesse" alla conferenza parigina che sanciva la creazione di quella stessa coalizione. Il presidente Obama proseguì, con malcelata ironia: «A volte mi chiedo, scherzando, se non sarebbe meglio che gli Stati Uniti fossero come loro, dai quali non ci si aspetta nulla».
Sarà capace, dunque, Putin di scardinare il principio della non-interferenza che regola la politica estera cinese da quando Chou en Lai riunì la conferenza di Bandung nel 1955?
A guidare la politica cinese è un forte senso di pragmatismo, lo stesso che ha fatto venir meno Bandung in occasione dell'invio di soldati cinesi come Caschi blu nella crisi del Sud Sudan: i peacekeeper avevano come compito quello di difendere i pozzi di petrolio, dove Pechino ha riposto fondi e interesse. Il pensiero vale anche per l'Iraq: la Cina prende molto del petrolio iracheno, e il fatto che l'IS possa intaccare questo equilibrio diventa un pericolo da cui difendersi per la sicurezza energetica cinese. Per questo non c'è stato nessun commento al Consiglio di sicurezza sulla missione in Iraq contro i baghdadisti. Diverso sulla Siria, dove storicamente la Cina ha sempre posto il veto per un'azione anti-Assad, ma sembra più collaborativa se l'obiettivo diventa colpire il Califfato (e le varie forze radicalizzate). Anche se c'è da aspettarsi, eventualmente, più un ruolo logistico che una partecipazione diretta agli attacchi.
IL PROBLEMA INTERNO: IL TURKESTAN ORIENTALE
Tuttavia, la questione legata al radicalismo islamico che preoccupa di più la Cina è di carattere interno, e assume connotati politici più che interessi internazionali o economici. La provincia semi-autonoma del Turkestan orientale, oggi chiamata dalla Repubblica popolare cinese Xinjiang, è abitata dalla corposa minoranza etnica uiguri. Gli uiguri sono un popolo turcofono di religione musulmana composto da nove milioni di persone, che convive nell'area con la minoranza relativa cinese degli Han. La storia indipendentista della regione risale alla prima metà del Novecento con il tentativo delle repubbliche indipendenti del Turkestan e vede svariate operazioni di repressione da parte del governo centrale cinese: le derive verso il jihadismo sono state un passo breve. Diverse organizzazioni umanitarie accusano la Cina di utilizzare la scusa dei gruppi radicali per compiere attività repressive nella regione. La lotta armata di alcune organizzazioni uiguri islamiste, ha comunque colpito la Cina più volte in passato (nel 2013 gli attentati uscirono dalla regione di nord-ovest, dove gli Han sono bersagliati, e arrivarono fino a piazza Tienanmen), e si è rinfiammata dopo la predica del Califfo Baghdadi alla moschea di Mosul il luglio 2014, in cui la guida spirituale del Califfato ha invitato le popolazioni islamiche cinesi a ribellarsi alle oppressioni subite da parte del governo centrale.
Più volte uomini dal passaporto cinese sono stati catturati o uccisi al fianco dell'IS: l'inviato speciale di Pechino per il Medio Oriente Wu Sike ha stimato che ci sono un paio di centinaia di combattenti cinesi tra le file del Califfo. Molti appartengono all'East Turkestan Islamic Movement, ETIM, un gruppo jihadista sunnita classificato come "terroristico" anche dagli Stati Uniti (fu una specie di concessione che l'Amministrazione Bush fece i primi anni di "lotta la terrore" in cambio di informazioni di intelligence fornite da Pechino).
LA RADICALIZZAZIONE NON ARRIVA SOLO DALL'IS
La testa dell'ETIM si nasconde in una cintura tribale a cavallo dello stretto confine con Pakistan e Afghanistan, spesso appena fuori dal suolo cinese. Pochi giorni fa, il governo pakistano ha annunciato di aver eliminato ogni traccia del gruppo all'interno del proprio territorio, ma sembra più un richiamo mediatico in favore dell'alleato cinese (ci sono importanti accordi economici in ballo tra i due Paesi), che una realtà. In queste aree, la diffusione delle tematiche jihadiste è legata anche alla presenza dei talebani (e di al Qaeda). Le intelligence americane e dei paesi dell'Asia centrale concordano nel dire che molti talebani ormai non sono più soltanto afghani o pakistani: in mezzo ci sono uzbeki, tagiki, turkmeni, kazaki, ceceni e daghestani. Queste provenienze hanno creato preoccupazione a Mosca, che da poco ha annunciato la formazione di una task force congiunta con molte delle ex repubbliche sovietiche da cui arrivano quei combattenti. In mezzo ai "talebani esteri", ci sono anche diversi uiguri. È questo l'argomento su cui Putin prova a far leva per un più attivo impegno cinese: perché se al fascino dell'IS si unisce la nuova offensiva lanciata dai talebani per consolidare la leadership del nuovo capo Mansour, allora per Pechino diventa davvero un problema.
LE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI
Marco Perduca, politico italiano già senatore, rappresentante all’Onu del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, contattato da Formiche.net, ha commentato che l'eventuale scelta interventista cinese rappresenta «uno sviluppo auspicabile visto il suo crescente peso politico ed economico nel mondo» ma il rischio è che «la partecipazione di un paese non democratico, che al posto del "rule of law" impone la "rule by law" (una sorta di fine che giustifica i mezzi) in azioni che non sono ben inquadrate dal punto di vista della legalità internazionale può andare a complicare ulteriormente uno scenario dove si sovrappongono conflitti e rivalità regionali e trans-nazionali». «Se mai Pechino dovesse unirsi alle operazioni in Siria, e in particolare se decidesse di spalleggiare le truppe russe ─ aggiunge Perduca ─, occorre che si convochi una sessione speciale del Consiglio di Sicurezza [delle Nazioni Unite] per stabilire chi agisce e dove e, soprattutto, per far cosa» Questo perché, argomenta l'ex senatore italiano, le risoluzioni adottate mesi fa contro i cosiddetti "foreign fighters" non sono più sufficienti a giustificare l'uso così massiccio della forza. «Ammesso, e comunque non concesso, che il problema in Siria sia bombardare a tappeto un po' dappertutto, senza un coordinamento centrale andremo incontro a danni che, da collaterali, potrebbero fungere da detonatore di conflitti apparentemente non correlati in altre zone dell'Asia», conclude.
Tre giorni fa, durante un intervento al sesto Xiangshan Forum di Pechino, il viceministro della Difesa russo Anatoly Antonov ha tenuto un discorso incentrato sulla necessità di collaborare nella lotta al terrorismo e ha avvisato la Cina di non essere immune dal problema e dunque di dover fare qualcosa di più concreto e coordinato. Antonov, che in questi giorni è molto impegnato a difendere il nuovo ruolo di cui il presidente Vladimir Putin s'è auto-investito, il paladino mondiale anti terrorismo, ha sostenuto che il threat per la Cina arriverebbe dall'Afghanistan, territorio da cui le istanze (e le forze) del Califfato, ma non solo, si diffondono al confinante Xinjiang.
L'uomo di Putin non ha detto niente di nuovo, perché la preoccupazione cinese per la diffusione delle tematiche del radicalismo islamico, anche se non è prioritaria, è nota (rinnovata dalla globalità del messaggio dell'IS). Pochi giorni fa, per spiegarci, è stato presentato un nuovo suv-militare cinese, un blindato agile sul genere degli italiani "Lince" (mezzi per altro visti in questi giorni in Siria guidati dalle truppe assadiste, probabile regalo russo, visto che l'Italia aveva anni fa chiuso un contratto di fornitura a Mosca). Il mezzo cinese si chiama "Warrior", in cinese Yongshi, e secondo la ditta costruttrice BAIC Gruop sarà molto utile per combattere l'IS.
Dunque la Cina deciderà definitivamente di unirsi nella lotta al Califfato ad una delle due Coalizioni (quella US-led, o quella composta da Russia, Iran, Siria, Iraq e Hezbollah)? Per il momento questa domanda non ha risposta, sebbene le attività diplomatiche di Mosca siano indirizzate anche in questo senso. Una strada che Barack Obama, il wannabe pivot asiatico, non è riuscito a percorrere: coinvolgere Pechino in chiave anti-IS.
UNA VECCHIA QUESTIONE
«Sono da trent’anni dei free rider e gli è sempre andata bene», disse poco più di un anno fa Obama in una lunga intervista con Thomas Friedman. Il tre volte Pulitzer del New York Times gli domandava quale ruolo potesse avere la Cina nelle relazioni internazionali. Erano i giorni successivi al "go!" alle operazioni militari della Coalizione americana contro lo Stato islamico, e il viceministro degli Esteri cinese, Li Baodong, partecipava "con interesse" alla conferenza parigina che sanciva la creazione di quella stessa coalizione. Il presidente Obama proseguì, con malcelata ironia: «A volte mi chiedo, scherzando, se non sarebbe meglio che gli Stati Uniti fossero come loro, dai quali non ci si aspetta nulla».
Sarà capace, dunque, Putin di scardinare il principio della non-interferenza che regola la politica estera cinese da quando Chou en Lai riunì la conferenza di Bandung nel 1955?
A guidare la politica cinese è un forte senso di pragmatismo, lo stesso che ha fatto venir meno Bandung in occasione dell'invio di soldati cinesi come Caschi blu nella crisi del Sud Sudan: i peacekeeper avevano come compito quello di difendere i pozzi di petrolio, dove Pechino ha riposto fondi e interesse. Il pensiero vale anche per l'Iraq: la Cina prende molto del petrolio iracheno, e il fatto che l'IS possa intaccare questo equilibrio diventa un pericolo da cui difendersi per la sicurezza energetica cinese. Per questo non c'è stato nessun commento al Consiglio di sicurezza sulla missione in Iraq contro i baghdadisti. Diverso sulla Siria, dove storicamente la Cina ha sempre posto il veto per un'azione anti-Assad, ma sembra più collaborativa se l'obiettivo diventa colpire il Califfato (e le varie forze radicalizzate). Anche se c'è da aspettarsi, eventualmente, più un ruolo logistico che una partecipazione diretta agli attacchi.
IL PROBLEMA INTERNO: IL TURKESTAN ORIENTALE
Tuttavia, la questione legata al radicalismo islamico che preoccupa di più la Cina è di carattere interno, e assume connotati politici più che interessi internazionali o economici. La provincia semi-autonoma del Turkestan orientale, oggi chiamata dalla Repubblica popolare cinese Xinjiang, è abitata dalla corposa minoranza etnica uiguri. Gli uiguri sono un popolo turcofono di religione musulmana composto da nove milioni di persone, che convive nell'area con la minoranza relativa cinese degli Han. La storia indipendentista della regione risale alla prima metà del Novecento con il tentativo delle repubbliche indipendenti del Turkestan e vede svariate operazioni di repressione da parte del governo centrale cinese: le derive verso il jihadismo sono state un passo breve. Diverse organizzazioni umanitarie accusano la Cina di utilizzare la scusa dei gruppi radicali per compiere attività repressive nella regione. La lotta armata di alcune organizzazioni uiguri islamiste, ha comunque colpito la Cina più volte in passato (nel 2013 gli attentati uscirono dalla regione di nord-ovest, dove gli Han sono bersagliati, e arrivarono fino a piazza Tienanmen), e si è rinfiammata dopo la predica del Califfo Baghdadi alla moschea di Mosul il luglio 2014, in cui la guida spirituale del Califfato ha invitato le popolazioni islamiche cinesi a ribellarsi alle oppressioni subite da parte del governo centrale.
Più volte uomini dal passaporto cinese sono stati catturati o uccisi al fianco dell'IS: l'inviato speciale di Pechino per il Medio Oriente Wu Sike ha stimato che ci sono un paio di centinaia di combattenti cinesi tra le file del Califfo. Molti appartengono all'East Turkestan Islamic Movement, ETIM, un gruppo jihadista sunnita classificato come "terroristico" anche dagli Stati Uniti (fu una specie di concessione che l'Amministrazione Bush fece i primi anni di "lotta la terrore" in cambio di informazioni di intelligence fornite da Pechino).
LA RADICALIZZAZIONE NON ARRIVA SOLO DALL'IS
La testa dell'ETIM si nasconde in una cintura tribale a cavallo dello stretto confine con Pakistan e Afghanistan, spesso appena fuori dal suolo cinese. Pochi giorni fa, il governo pakistano ha annunciato di aver eliminato ogni traccia del gruppo all'interno del proprio territorio, ma sembra più un richiamo mediatico in favore dell'alleato cinese (ci sono importanti accordi economici in ballo tra i due Paesi), che una realtà. In queste aree, la diffusione delle tematiche jihadiste è legata anche alla presenza dei talebani (e di al Qaeda). Le intelligence americane e dei paesi dell'Asia centrale concordano nel dire che molti talebani ormai non sono più soltanto afghani o pakistani: in mezzo ci sono uzbeki, tagiki, turkmeni, kazaki, ceceni e daghestani. Queste provenienze hanno creato preoccupazione a Mosca, che da poco ha annunciato la formazione di una task force congiunta con molte delle ex repubbliche sovietiche da cui arrivano quei combattenti. In mezzo ai "talebani esteri", ci sono anche diversi uiguri. È questo l'argomento su cui Putin prova a far leva per un più attivo impegno cinese: perché se al fascino dell'IS si unisce la nuova offensiva lanciata dai talebani per consolidare la leadership del nuovo capo Mansour, allora per Pechino diventa davvero un problema.
LE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI
Marco Perduca, politico italiano già senatore, rappresentante all’Onu del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, contattato da Formiche.net, ha commentato che l'eventuale scelta interventista cinese rappresenta «uno sviluppo auspicabile visto il suo crescente peso politico ed economico nel mondo» ma il rischio è che «la partecipazione di un paese non democratico, che al posto del "rule of law" impone la "rule by law" (una sorta di fine che giustifica i mezzi) in azioni che non sono ben inquadrate dal punto di vista della legalità internazionale può andare a complicare ulteriormente uno scenario dove si sovrappongono conflitti e rivalità regionali e trans-nazionali». «Se mai Pechino dovesse unirsi alle operazioni in Siria, e in particolare se decidesse di spalleggiare le truppe russe ─ aggiunge Perduca ─, occorre che si convochi una sessione speciale del Consiglio di Sicurezza [delle Nazioni Unite] per stabilire chi agisce e dove e, soprattutto, per far cosa» Questo perché, argomenta l'ex senatore italiano, le risoluzioni adottate mesi fa contro i cosiddetti "foreign fighters" non sono più sufficienti a giustificare l'uso così massiccio della forza. «Ammesso, e comunque non concesso, che il problema in Siria sia bombardare a tappeto un po' dappertutto, senza un coordinamento centrale andremo incontro a danni che, da collaterali, potrebbero fungere da detonatore di conflitti apparentemente non correlati in altre zone dell'Asia», conclude.
mercoledì 30 luglio 2014
Cina e Giappone si litigano l’America Latina
(Pubblicato su Formiche)
Mentre la cinetica dei conflitti in Medio Oriente e Ucraina procede incessante, in queste ultime settimane un’altra guerra, più sottile e meno rumorosa, si sta giocando tra due enormi potenze mondiali: il dualismo tra Giappone e Cina, è entrato nel delicato campo dell’America Latina.
Appena tornato dal viaggio di nove giorni tra Brasile, Argentina, Venezuela e Cuba, il presidente cinese Xi Jinping si è visto dare il cambio nella staffetta centro-sud americana dal primo ministro giapponese Shinzo Abe, partito anche lui alla volta del Brasile, ma ampliando il giro a Messico, Colombia, Trinidad&Tobago e Cile.
L’America Latina è l’ultimo terreno dove la soft power delle due principali economie asiatiche, può essere applicata – dopo gli interessi già in atto in Asia centrale, Africa e sud-est asiatico. Sul tavolo ci sono accordi energetici, mercati per i beni di consumo, passaggi e alleanze geopolitiche.
Abe, a quanto pare, sarebbe riuscito a strappare una firma su un contratto tra la Banca di sviluppo del Giappone e la Pemex, la compagnia petrolifera statale – in mezzo c’è anche la Japan Oil, Gas, and Metals National Corporation. Il Giappone punterebbe anche sull’hi-tech e sulla qualità dei propri prodotti (commerci importanti sono quelli dei probiotici e spaghetti di soia precotti) e sul mondo dell’autovettura (Toyota e Honda su tutti). La Cina, invece, sarebbe vista come una concorrente diretta per i produttori locali sul mercato dell’export a basso costo – circostanza che blocca, relativamente, la forza cinese negli incontri.
Ma si sa bene, che dietro agli spostamenti asiatici, c’è molto di più degli accordi commerciali. Quello che conta, in casi come questi, è l’influenza geopolitica. La Cina stra cercando di “vendersi” in giro per il mondo come alternativa credibile alle grandi potenze già note, sulle più importanti questioni internazionali – seppur mantenendo fisso il pallino della non-ingerenza che regola storicamente la politica estera di Pechino. Il Giappone, invece, è in cerca di ogni genere di appoggio in sede Onu, per ottenere il tanto desiderato seggio nel Consiglio di Sicurezza – pallino, anche questo storico, di Tokyo.
In America Latina Abe sta cercando di sfruttare la forte influenza etnica data dai due milioni di residenti giapponesi (nel quartiere di Liberdade a San Paolo, si trova la più grande comunità giapponese al di fuori delle isole nipponiche).
Lo scontro tra i due Paesi asiatici, dunque, si sposta fuori dai confini del Mar Cinese Meridionale, dove finora eravamo abituati a relegarlo.
Mentre la cinetica dei conflitti in Medio Oriente e Ucraina procede incessante, in queste ultime settimane un’altra guerra, più sottile e meno rumorosa, si sta giocando tra due enormi potenze mondiali: il dualismo tra Giappone e Cina, è entrato nel delicato campo dell’America Latina.
Appena tornato dal viaggio di nove giorni tra Brasile, Argentina, Venezuela e Cuba, il presidente cinese Xi Jinping si è visto dare il cambio nella staffetta centro-sud americana dal primo ministro giapponese Shinzo Abe, partito anche lui alla volta del Brasile, ma ampliando il giro a Messico, Colombia, Trinidad&Tobago e Cile.
L’America Latina è l’ultimo terreno dove la soft power delle due principali economie asiatiche, può essere applicata – dopo gli interessi già in atto in Asia centrale, Africa e sud-est asiatico. Sul tavolo ci sono accordi energetici, mercati per i beni di consumo, passaggi e alleanze geopolitiche.
Abe, a quanto pare, sarebbe riuscito a strappare una firma su un contratto tra la Banca di sviluppo del Giappone e la Pemex, la compagnia petrolifera statale – in mezzo c’è anche la Japan Oil, Gas, and Metals National Corporation. Il Giappone punterebbe anche sull’hi-tech e sulla qualità dei propri prodotti (commerci importanti sono quelli dei probiotici e spaghetti di soia precotti) e sul mondo dell’autovettura (Toyota e Honda su tutti). La Cina, invece, sarebbe vista come una concorrente diretta per i produttori locali sul mercato dell’export a basso costo – circostanza che blocca, relativamente, la forza cinese negli incontri.
Ma si sa bene, che dietro agli spostamenti asiatici, c’è molto di più degli accordi commerciali. Quello che conta, in casi come questi, è l’influenza geopolitica. La Cina stra cercando di “vendersi” in giro per il mondo come alternativa credibile alle grandi potenze già note, sulle più importanti questioni internazionali – seppur mantenendo fisso il pallino della non-ingerenza che regola storicamente la politica estera di Pechino. Il Giappone, invece, è in cerca di ogni genere di appoggio in sede Onu, per ottenere il tanto desiderato seggio nel Consiglio di Sicurezza – pallino, anche questo storico, di Tokyo.
In America Latina Abe sta cercando di sfruttare la forte influenza etnica data dai due milioni di residenti giapponesi (nel quartiere di Liberdade a San Paolo, si trova la più grande comunità giapponese al di fuori delle isole nipponiche).
Lo scontro tra i due Paesi asiatici, dunque, si sposta fuori dai confini del Mar Cinese Meridionale, dove finora eravamo abituati a relegarlo.
mercoledì 23 luglio 2014
Intanto la Cina stringe la cinghia sul comunismo
(Pubblicato su Formiche)
Il Partito Comunista cinese ha fatto sapere che intensificherà l’educazione ideologica dei propri dirigenti, per impedire la deriva verso la morale occidentale, rafforzare la fede nel comunismo e per far fronte alla corruzione – che ormai si è endemicamente diffusa nel paese.
«I cambiamenti socio-economici profondi sia in patria che all’estero, hanno portato più distrazioni per i funzionari che devono affrontare la perdita di fede e il declino morale», ha scritto l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua citando una dichiarazione del potentissimo Dipartimento Organizzazione del partito, che sovrintende sulle decisioni personali.
«I funzionari devono tenere ferma la convinzione nel marxismo, per evitare di perdersi nella richiesta di democrazia occidentale», aggiunge Xinhua citata da Reuters.
Ultimamente d’altronde, il Partito aveva più volte invitato i cinesi a non farsi fuorviare dai concetti di diritti, libertà e democrazia, diffusi dall’Occidente. Rivendicando inoltre, il diritto di rappresentare certi temi nel modo ritenuto consono a soddisfare le esigenze della Cina.
Da quando è stato nominato, uno dei pallini del presidente Xi Jinping è stato la lotta alla corruzione, diventata ormai una piaga sociale: una campagna contro “tigri e mosche”, così definì Xi coloro che intascavano soldi pubblici o conducevano uno stile di vita esagerato.
Nel marzo 2012, proprio alla vigilia del cruciale cambio che lo avrebbe portato alla presidenza, il figlio di Ling Jihua (ex capo dell’Ufficio generale del Comitato centrale del Partito, uno dei massimi quadri e fedelissimo consigliere dell’allora presidente Hu Jintao) fu trovato morto, seminudo, sul sedile di guida della sua Ferrari, con cui si era schiantato contro un muro sul quarto anello nord di Pechino – zona Wudaokou. Erano i giorni successivi all’epurazione di Bo Xilai.
L’incidente fu solo un ulteriore tassello tra quelli che hanno portato alla luce come i figli dei papaveri conducessero – e probabilmente conducono – una vita piena di lussi e privilegi. Ma a tenere impegnati gli uomini della Commissione centrale per l’Ispezione disciplinare del Partito (una sorta di agenzia anti corruzione), non sono solo i rampolli: i notabili stessi sono finiti continuamente in mezzo a losche storie di soldi e vizi. L’ultimo in ordine di tempo, Wang Qingliang, leader politico della ricchissima metropoli meridionale di Guangzhou, considerato un astro nascente della politica nazionale, sul quale però da circa un mese pende un fascicolo per “seria violazione della disciplina”, che tradotto lontano dalla censura e dai filtraggi del comunismo cinese, significa corruzione.
La decisione rivelata in questi giorni, di procedere con una rieducazione comunista, “rafforzando l’identità ideologica, politica ed emotiva, del socialismo”, dovrebbe permettere ai funzionari di essere nobili e virtuosi, e in grado di “salvaguardare l’indipendenza spirituale della nazione” tenendola lontana dalle bassezze occidentali come la corruzione. Almeno secondo Xi.
Tuttavia le stesse campagne di controllo avviate dall’attuale leader, hanno avuto diverse critiche: per esempio, l’analista politico dissidente Bao Tong, ne contestò aspramente la vera natura, ritenendole soltanto una mezzo per portare avanti un regolamento di conti all’interno del partito.
Il Partito Comunista cinese ha fatto sapere che intensificherà l’educazione ideologica dei propri dirigenti, per impedire la deriva verso la morale occidentale, rafforzare la fede nel comunismo e per far fronte alla corruzione – che ormai si è endemicamente diffusa nel paese.
«I cambiamenti socio-economici profondi sia in patria che all’estero, hanno portato più distrazioni per i funzionari che devono affrontare la perdita di fede e il declino morale», ha scritto l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua citando una dichiarazione del potentissimo Dipartimento Organizzazione del partito, che sovrintende sulle decisioni personali.
«I funzionari devono tenere ferma la convinzione nel marxismo, per evitare di perdersi nella richiesta di democrazia occidentale», aggiunge Xinhua citata da Reuters.
Ultimamente d’altronde, il Partito aveva più volte invitato i cinesi a non farsi fuorviare dai concetti di diritti, libertà e democrazia, diffusi dall’Occidente. Rivendicando inoltre, il diritto di rappresentare certi temi nel modo ritenuto consono a soddisfare le esigenze della Cina.
Da quando è stato nominato, uno dei pallini del presidente Xi Jinping è stato la lotta alla corruzione, diventata ormai una piaga sociale: una campagna contro “tigri e mosche”, così definì Xi coloro che intascavano soldi pubblici o conducevano uno stile di vita esagerato.
Nel marzo 2012, proprio alla vigilia del cruciale cambio che lo avrebbe portato alla presidenza, il figlio di Ling Jihua (ex capo dell’Ufficio generale del Comitato centrale del Partito, uno dei massimi quadri e fedelissimo consigliere dell’allora presidente Hu Jintao) fu trovato morto, seminudo, sul sedile di guida della sua Ferrari, con cui si era schiantato contro un muro sul quarto anello nord di Pechino – zona Wudaokou. Erano i giorni successivi all’epurazione di Bo Xilai.
L’incidente fu solo un ulteriore tassello tra quelli che hanno portato alla luce come i figli dei papaveri conducessero – e probabilmente conducono – una vita piena di lussi e privilegi. Ma a tenere impegnati gli uomini della Commissione centrale per l’Ispezione disciplinare del Partito (una sorta di agenzia anti corruzione), non sono solo i rampolli: i notabili stessi sono finiti continuamente in mezzo a losche storie di soldi e vizi. L’ultimo in ordine di tempo, Wang Qingliang, leader politico della ricchissima metropoli meridionale di Guangzhou, considerato un astro nascente della politica nazionale, sul quale però da circa un mese pende un fascicolo per “seria violazione della disciplina”, che tradotto lontano dalla censura e dai filtraggi del comunismo cinese, significa corruzione.
La decisione rivelata in questi giorni, di procedere con una rieducazione comunista, “rafforzando l’identità ideologica, politica ed emotiva, del socialismo”, dovrebbe permettere ai funzionari di essere nobili e virtuosi, e in grado di “salvaguardare l’indipendenza spirituale della nazione” tenendola lontana dalle bassezze occidentali come la corruzione. Almeno secondo Xi.
Tuttavia le stesse campagne di controllo avviate dall’attuale leader, hanno avuto diverse critiche: per esempio, l’analista politico dissidente Bao Tong, ne contestò aspramente la vera natura, ritenendole soltanto una mezzo per portare avanti un regolamento di conti all’interno del partito.
martedì 3 giugno 2014
I paesi che inquinano più al mondo
Il World resources institute ha pubblicato un nuovo studio sulle emissioni di anidride carbonica per ogni paese dal 1850 al 2011.
Se nel 1850 era il Regno Unito la nazione con più emissioni di anidride carbonica, nel 1888 gli Stati Uniti assunsero il primato. Nel 1991 l’Unione Sovietica nel pieno della sua crisi deteneva il record delle emissioni di CO2. In quell'anno la Cina raggiunse il secondo posto nella classifica mondiale, posizione superata nel 2005 quando proprio la Cina diventò il primo paese per emissioni di anidride carbonica.
I 12 paesi che producono più CO2 sono:
Cina
Stati Uniti
India
Russia
Giappone
Germania
Corea del Sud
Iran
Canada
Arabia Saudita
Messico
Regno Unito.
(La Cina inquina venti volte di più del Regno Unito).
Nel 1997 è stato firmato il protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ma da quel momento le emissioni di anidride carbonica sono aumentate del 40 per cento.
Nel 1997 è stato firmato il protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ma da quel momento le emissioni di anidride carbonica sono aumentate del 40 per cento.
(Via Internazionale)
lunedì 26 maggio 2014
Le risorse del Mar Cinese Meridionale
La disputa geopolitica per il controllo del Mar Cinese Meridionale, è iniziata negli anni '80 tra Filippine e Malaysia, diventata poi affare regionale con l'ingresso in campo della Cina, che ha iniziato a rivendicare diritti storici sulle acque e sugli isolotti presenti.
Perché la vicenda si è regionalizzata, arrivando a coinvolgere oltre alle tre nazioni sopra citate, anche Giappone, Vietnam, Thailandia, Indonesia e Taiwan? La risposta, in parte, si trova nella tabella sottostante, prodotta dal Dipartimento di Stato americano, in cui si racchiudo le potenzialità di massima dell'area, in termini di risorse naturali. Ma quelle acque rappresentano anche le principali rotte di questi stati asiatici verso l'Oceano Indiano, il Golfo Persico e il Mediterraneo.
Perché la vicenda si è regionalizzata, arrivando a coinvolgere oltre alle tre nazioni sopra citate, anche Giappone, Vietnam, Thailandia, Indonesia e Taiwan? La risposta, in parte, si trova nella tabella sottostante, prodotta dal Dipartimento di Stato americano, in cui si racchiudo le potenzialità di massima dell'area, in termini di risorse naturali. Ma quelle acque rappresentano anche le principali rotte di questi stati asiatici verso l'Oceano Indiano, il Golfo Persico e il Mediterraneo.
Su Formiche ho raccontato la storia di un incontro stile top gun, proprio sui cieli delle isole contese Senkaku/Diaoyu.
giovedì 15 maggio 2014
Lo spazio, tra frontiera e rischio geopolitico
(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 15/04/2014)
Che si tratti della crisi in Ucraina o della volontà della Cina di aumentare la propria influenza nel Mar cinese meridionale, è indubbio che le tensioni geopolitiche stanno aumentando. Ma se certi attriti portassero ad incidenti nello spazio, come saprebbe reagire la comunità internazionale?
Con ogni probabilità, non è pessimistico pensare che la reazione al momento sarebbe inerme, eventuali conflitti finirebbero fuori controllo: e per ragioni di scarsa confidenza geografica dello scenario di scontro, e per questioni economiche.
Micah Zenko, analista per la sicurezza nazionale del Council on foreign relations americano, ha delineato questo genere di preoccupazioni in un rapporto fornito al governo statunitense, che si focalizza sulla crescente minaccia di incidenti spaziali. Zenko ha paragonato il problema a quello della sicurezza informatica, altra realtà relativamente nuova che sta attirando l’attenzione dei leader mondiali, ma secondo Zenko, mentre sulle questioni informatiche si sta lavorando con estrema concentrazione, quelle spaziali sono affrontate ancora con una certa distanza.
Sarebbe del tutto realistico pensare alla possibilità di azioni di interferenza spaziale, durante fasi di crisi internazionali: è l’attività di alcuni paesi, che fa da indicatore (strategico e tattico) e mette in allarme. La Cina per esempio, ha da tempo intrapreso un ampio programma spaziale, correlato da almeno sei test Asat, missili anti-satellite, avviati senza preavviso dal 2005.
Principalmente, infatti, questo genere di ostilità si lega all'attacco ai satelliti: sia sotto la forma del cyber-warfare (jamming, hacking, spoofing), sia sotto quella dei sistemi Asat a salita verticale, molto meno realisticamente, per il momento, si può parlare di attacchi elettromagnetici direttamente nello spazio. E, per dire, se la Cina decidesse di esercitare così, attaccando satelliti sensibili, le proprie ragioni sulle dispute legate a Taiwan, o al controllo del Mar cinese?
Oppure la Corea del Nord: Kim non è nuovo a comportamenti militari provocatori. Nel 2012 è riuscito a mettere in orbita il suo primo satellite, trasportato da un missile Taepodong-2 modificato, lo stesso che, a quanto pare, vorrebbe utilizzare per scopi Asat, così come potrebbero essere messi a punto i nuovi missili balistici Hwasong-13 (ancora non testati definitivamente).
O, ancora, l’Iran. Le forze dei Guardiani della Rivoluzione sono state in questi anni piuttosto attive in azioni di disturbo, provocazione e attacco, nel Golfo e diverse volte caccia iraniani hanno provato ad abbattere i droni Predator americani; e se l’Iran, che nel giugno 2013 ha fatto sapere di voler spingere sensibilmente il progetto spaziale, avviasse azioni del genere contro alcuni satelliti?
Negli ultimi anni la dipendenza dai sistemi satellitari è diventata enorme. Dalle televisioni alla rete cellulare o internet, fino ad arrivare ai sistemi di sicurezza, la gran parte delle moderne utilities tecnologiche passa dai corpi orbitanti ultrasofisticati distribuiti per lo più nella fascia Leo (Lower earth orbit, orbita d’altitudine 160 km).
Quanto sarebbe pericoloso, dunque, se lo spazio diventasse luogo di evoluzioni delle crisi, di contrattazione, di ulteriore militarizzazione? Al di là che la parità d'accesso allo spazio, attualmente garantita dal controllo del Joint space operations center statunitense (Jspoc), verrebbe meno, il problema sarebbero le ripercussioni terrestri: all’interferenza su un satellite, si potrebbe rispondere con un attacco aereo a terra, per capirci.
Nella zona Leo, in più, negli ultimi anni si è registrato un consistente aumento della quantità di detriti spaziali, frutto anche di test condotti senza scrupoli e criterio, nel 2007, per dirne uno, un test Asat cinese contro il defunto satellite meteo Fegyug 1-C ha prodotto un aumento del 40 per cento dei detriti. Centinaia di migliaia di oggetti dalle dimensioni centimetriche che viaggiano a 18mila miglia orarie, in grado di distruggere tutto ciò che incontrano (ricordate il film “Gravity”? Non era troppo fantascienza, insomma), ancora continuamente monitorati dal Jspoc. E se qualche detrito sconsideratamente prodotto da un test, colpisse un satellite di un altro paese, possiamo essere certi che non si creerebbero rappresaglie anche in questo caso?
Come nelle varie sfide di governance globale legate alla tecnologia, il caso della sicurezza informatica, si diceva, più si ritardano gli sforzi preventivi nel plasmare regole stringenti, più si rischia il Far West. Ovvio, che chi deve muoversi per primo sono gli Stati Uniti, che rappresentano il 75 per cento della spesa spaziale globale, per poi portarsi dietro gli alleati e trasmettere la condivisione delle regole anche ai paesi più ostili e problematici, pena, la sicurezza spaziale, che non è poco.
Difficile, certamente, in un mondo dove i motori dei razzi spaziali americani sono prodotti dalla Russia e rischiano di finire sotto sanzioni; ma lassù la collaborazione nella stazione orbitante russo-americana è estremamente lontana dai fatti nell’Est ucraino, per ora.
Che si tratti della crisi in Ucraina o della volontà della Cina di aumentare la propria influenza nel Mar cinese meridionale, è indubbio che le tensioni geopolitiche stanno aumentando. Ma se certi attriti portassero ad incidenti nello spazio, come saprebbe reagire la comunità internazionale?
Con ogni probabilità, non è pessimistico pensare che la reazione al momento sarebbe inerme, eventuali conflitti finirebbero fuori controllo: e per ragioni di scarsa confidenza geografica dello scenario di scontro, e per questioni economiche.
Micah Zenko, analista per la sicurezza nazionale del Council on foreign relations americano, ha delineato questo genere di preoccupazioni in un rapporto fornito al governo statunitense, che si focalizza sulla crescente minaccia di incidenti spaziali. Zenko ha paragonato il problema a quello della sicurezza informatica, altra realtà relativamente nuova che sta attirando l’attenzione dei leader mondiali, ma secondo Zenko, mentre sulle questioni informatiche si sta lavorando con estrema concentrazione, quelle spaziali sono affrontate ancora con una certa distanza.
Sarebbe del tutto realistico pensare alla possibilità di azioni di interferenza spaziale, durante fasi di crisi internazionali: è l’attività di alcuni paesi, che fa da indicatore (strategico e tattico) e mette in allarme. La Cina per esempio, ha da tempo intrapreso un ampio programma spaziale, correlato da almeno sei test Asat, missili anti-satellite, avviati senza preavviso dal 2005.
Principalmente, infatti, questo genere di ostilità si lega all'attacco ai satelliti: sia sotto la forma del cyber-warfare (jamming, hacking, spoofing), sia sotto quella dei sistemi Asat a salita verticale, molto meno realisticamente, per il momento, si può parlare di attacchi elettromagnetici direttamente nello spazio. E, per dire, se la Cina decidesse di esercitare così, attaccando satelliti sensibili, le proprie ragioni sulle dispute legate a Taiwan, o al controllo del Mar cinese?
Oppure la Corea del Nord: Kim non è nuovo a comportamenti militari provocatori. Nel 2012 è riuscito a mettere in orbita il suo primo satellite, trasportato da un missile Taepodong-2 modificato, lo stesso che, a quanto pare, vorrebbe utilizzare per scopi Asat, così come potrebbero essere messi a punto i nuovi missili balistici Hwasong-13 (ancora non testati definitivamente).
O, ancora, l’Iran. Le forze dei Guardiani della Rivoluzione sono state in questi anni piuttosto attive in azioni di disturbo, provocazione e attacco, nel Golfo e diverse volte caccia iraniani hanno provato ad abbattere i droni Predator americani; e se l’Iran, che nel giugno 2013 ha fatto sapere di voler spingere sensibilmente il progetto spaziale, avviasse azioni del genere contro alcuni satelliti?
Negli ultimi anni la dipendenza dai sistemi satellitari è diventata enorme. Dalle televisioni alla rete cellulare o internet, fino ad arrivare ai sistemi di sicurezza, la gran parte delle moderne utilities tecnologiche passa dai corpi orbitanti ultrasofisticati distribuiti per lo più nella fascia Leo (Lower earth orbit, orbita d’altitudine 160 km).
Quanto sarebbe pericoloso, dunque, se lo spazio diventasse luogo di evoluzioni delle crisi, di contrattazione, di ulteriore militarizzazione? Al di là che la parità d'accesso allo spazio, attualmente garantita dal controllo del Joint space operations center statunitense (Jspoc), verrebbe meno, il problema sarebbero le ripercussioni terrestri: all’interferenza su un satellite, si potrebbe rispondere con un attacco aereo a terra, per capirci.
Nella zona Leo, in più, negli ultimi anni si è registrato un consistente aumento della quantità di detriti spaziali, frutto anche di test condotti senza scrupoli e criterio, nel 2007, per dirne uno, un test Asat cinese contro il defunto satellite meteo Fegyug 1-C ha prodotto un aumento del 40 per cento dei detriti. Centinaia di migliaia di oggetti dalle dimensioni centimetriche che viaggiano a 18mila miglia orarie, in grado di distruggere tutto ciò che incontrano (ricordate il film “Gravity”? Non era troppo fantascienza, insomma), ancora continuamente monitorati dal Jspoc. E se qualche detrito sconsideratamente prodotto da un test, colpisse un satellite di un altro paese, possiamo essere certi che non si creerebbero rappresaglie anche in questo caso?
Come nelle varie sfide di governance globale legate alla tecnologia, il caso della sicurezza informatica, si diceva, più si ritardano gli sforzi preventivi nel plasmare regole stringenti, più si rischia il Far West. Ovvio, che chi deve muoversi per primo sono gli Stati Uniti, che rappresentano il 75 per cento della spesa spaziale globale, per poi portarsi dietro gli alleati e trasmettere la condivisione delle regole anche ai paesi più ostili e problematici, pena, la sicurezza spaziale, che non è poco.
Difficile, certamente, in un mondo dove i motori dei razzi spaziali americani sono prodotti dalla Russia e rischiano di finire sotto sanzioni; ma lassù la collaborazione nella stazione orbitante russo-americana è estremamente lontana dai fatti nell’Est ucraino, per ora.
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domenica 30 marzo 2014
Che cosa significa per l'Ucraina la perdita della Crimea
Il Washington Post ha fatto un'infografica interessante, su cosa l'annessione russa della Crimea, può significare per l'Ucraina.
Intanto non ci sono sostanziali aggiornamenti di quella che a tutti gli effetti continua ad essere una delle più grosse crisi internazionali degli ultimi tempi (ancora in atto, per altro). Si continua a trattare per trovare un accordo: dopo la telefonata tra Putin e Obama venerdì, oggi a Parigi John Kerry incontrerà l'omologo russo Lavrov (aggiornamenti via Twitter). Secondo quello che scrive Reuters l'idea di Mosca sarebbe di fare dell'Ucraina (non solo la Crimea sul tavolo), un paese federato e lontano dall'allineamento Nato. Gli Stati Uniti chiedono però, come contropartita immediata il rientro dei soldati nella basi di competenza i circa 40mila soldati russi ammassati al confine orientale dell'Ucraina - sebbene Lavrov abbia ribadito in Tv che la Russia non ha nessuna intenzione (almeno per il momento) di compiere «l'attraversamento della frontiera», cioè invadere.
Di parere opposto sull'argomento il segretario uscente della Nato Anders Fogh Rasmussen, che in un'intervista al magazine tedesco Focus ha dichiarato di essere «estremamente preoccupato»: «Noi lo consideriamo come una minaccia concreta per l'Ucraina - ha aggiunto - e vediamo il potenziale per ulteriori interventi. Temo che non sia ancora sufficiente per lui [Putin]. Sono preoccupato di non aver a che fare con il pensiero razionale quanto con le emozioni: il desiderio di ricostruire la vecchia sfera d'influenza della Russia nelle sue immediate vicinanze».
Nel frattempo si consuma una specie di legge del contrappasso: arriva dalla città storica, capitale ancestrale, dei tatari, Bakhchisaray (sud della penisola, a metà strada tra Sebastopoli e Simferopoli) la richiesta di autonomia etnica e territoriale in Crimea. I tatari costituiscono il 15 per cento della popolazione della penisola - circa 300mila persona - e il leader del gruppo di rappresentanza ha dichiarato che «nella vita di ogni nazione arriva un momento in cui si deve prendere decisioni che determineranno il futuro»; davanti a circa 200 delegati ha chiesto di approvare l'avvio delle procedure legali e politiche volte a creare l'autonomia del loro territorio.
Tra gli aggiornamenti interessanti, c'è da leggere quello che ha scritto il Daily Beast a proposito dei cecchini che hanno sparato nei giorni delle proteste di febbraio (se n'era parlato anche qui). Durante la telefonata di venerdì, tra le altre cose Putin si sarebbe lamentato con Obama della «furia degli estremisti che stanno commettendo impunemente atti di intimidazione nei confronti di residenti pacifici, le autorità governative e le forze dell'ordine in varie regioni e a Kiev». Quasi a richiamare la narrazione dei cecchini pagati dalle opposizioni. Dietro ai grilletti del 20 febbraio, però, stando al materiale raccolto dal Daily Beast (90 gigabytes di file), ci sarebbero stati gli uomini della squadra d'élite Alpha dell'SBU (l'agenzia d'intelligence ucraina, che ha da sempre coltivato strettissimi rapporti con gli omologhi russi dell'FSB, che si sono anche occupati della formazione dei vari operativi), comandati da Yanucovich.
Intanto non ci sono sostanziali aggiornamenti di quella che a tutti gli effetti continua ad essere una delle più grosse crisi internazionali degli ultimi tempi (ancora in atto, per altro). Si continua a trattare per trovare un accordo: dopo la telefonata tra Putin e Obama venerdì, oggi a Parigi John Kerry incontrerà l'omologo russo Lavrov (aggiornamenti via Twitter). Secondo quello che scrive Reuters l'idea di Mosca sarebbe di fare dell'Ucraina (non solo la Crimea sul tavolo), un paese federato e lontano dall'allineamento Nato. Gli Stati Uniti chiedono però, come contropartita immediata il rientro dei soldati nella basi di competenza i circa 40mila soldati russi ammassati al confine orientale dell'Ucraina - sebbene Lavrov abbia ribadito in Tv che la Russia non ha nessuna intenzione (almeno per il momento) di compiere «l'attraversamento della frontiera», cioè invadere.
Di parere opposto sull'argomento il segretario uscente della Nato Anders Fogh Rasmussen, che in un'intervista al magazine tedesco Focus ha dichiarato di essere «estremamente preoccupato»: «Noi lo consideriamo come una minaccia concreta per l'Ucraina - ha aggiunto - e vediamo il potenziale per ulteriori interventi. Temo che non sia ancora sufficiente per lui [Putin]. Sono preoccupato di non aver a che fare con il pensiero razionale quanto con le emozioni: il desiderio di ricostruire la vecchia sfera d'influenza della Russia nelle sue immediate vicinanze».
Nel frattempo si consuma una specie di legge del contrappasso: arriva dalla città storica, capitale ancestrale, dei tatari, Bakhchisaray (sud della penisola, a metà strada tra Sebastopoli e Simferopoli) la richiesta di autonomia etnica e territoriale in Crimea. I tatari costituiscono il 15 per cento della popolazione della penisola - circa 300mila persona - e il leader del gruppo di rappresentanza ha dichiarato che «nella vita di ogni nazione arriva un momento in cui si deve prendere decisioni che determineranno il futuro»; davanti a circa 200 delegati ha chiesto di approvare l'avvio delle procedure legali e politiche volte a creare l'autonomia del loro territorio.
Tra gli aggiornamenti interessanti, c'è da leggere quello che ha scritto il Daily Beast a proposito dei cecchini che hanno sparato nei giorni delle proteste di febbraio (se n'era parlato anche qui). Durante la telefonata di venerdì, tra le altre cose Putin si sarebbe lamentato con Obama della «furia degli estremisti che stanno commettendo impunemente atti di intimidazione nei confronti di residenti pacifici, le autorità governative e le forze dell'ordine in varie regioni e a Kiev». Quasi a richiamare la narrazione dei cecchini pagati dalle opposizioni. Dietro ai grilletti del 20 febbraio, però, stando al materiale raccolto dal Daily Beast (90 gigabytes di file), ci sarebbero stati gli uomini della squadra d'élite Alpha dell'SBU (l'agenzia d'intelligence ucraina, che ha da sempre coltivato strettissimi rapporti con gli omologhi russi dell'FSB, che si sono anche occupati della formazione dei vari operativi), comandati da Yanucovich.
martedì 4 marzo 2014
E la Cina sull'Ucraina che dice?
France Press ha chiesto un'opinione sulla posizione cinese nei confronti della questione ucraina, a Niu Jun, esperto di politica internazionale dell'Università di Pechino, e la risposta è sta che in fondo alla Cina non è piaciuta granché l'azione di forza esercitata da Putin in Crimea: ma ha anche aggiunto che le dichiarazioni fin qui rilasciate, sono «comunicati che nessuno capisce».
E infatti è così: ieri l'ambasciatore cinese all'Onu Liu Jieye affermava che «la Cina è ferma nel rispetto del principio di non interferenza nelle vicende interne agli altri Paesi e nel rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità dell’Ucraina» pur chiedendo tuttavia che i diritti di tutte le etnie ucraine siano salvaguardati. Dichiarazioni che trovano sponda negli interessi nazionali delle controversie con Taiwan e con la questione tibetana e uigura. La Cina non interferisce e gradisce che gli altri non interferiscono quando si trova Lei dentro la mischia.
Ma le parole riprese dal ministro degli Esteri russo Lavrov, frutto di un contatto telefonico con il suo omologo cinese, farebbero pensare il contrario: secondo Lavrov la visione di Cina e Russia sulla situazione sarebbe sovrapponibile.
Nessuna smentita, ma soltanto una replica fatta in un'insalata di dichiarazioni dal capo della diplomazia cinese Qin Gang, che ha sottolineato che sulla vicenda il Paese mantiene i cardini diplomatici che lo rappresentano e che comunque «nel frattempo, stiamo anche prendendo in considerazione i fattori storici e contemporanei della questione Ucraina». Come dire che «esistono determinate ragioni se la situazione è come si presenta oggi», così si legge in una nota dell'agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Che scrive anche che deve essere superato comunque il "clima da guerra fredda", metodo con cui ci si riferisce quasi come un epiteto, alla gestione dei rapporti con la Cina da parte degli Stati Uniti.
È del tutto pensabile che la Cina possa spostare il proprio asse di interessi e di visioni, verso la Russia piuttosto che verso Occidente. Sia per la naturalità storica dei rapporti, sia per aspetti di carattere strategico e economico. L'incontro avvenuto per l'inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali di Sochi, tra Putin e Xi Jinping, è servito a rinnovare e rivedere i contratti di fornitura di gas. Ragion per cui, ad affari appena conclusi, la Cina non vorrà mettersi di mezzo.
Ma c'è dell'altro. Perché se è vero che la Russia è un fidato partner energetico (e strategico), Kiev riveste un ruolo analogo almeno in altri due campi. Per primo quello militare: negli ultimi due anni, l'Ucraina è diventato il quarto esportatore di armi. Non solo, la prima gloriosa portaerei dell'Esercito di liberazione, la Liaoning, arriva proprio dall'Ucraina. La costruzione della nave iniziò nel 1985 nei cantieri di Nikolaev, città situata tra Odessa e la Crimea, che accede al Mar Nero grazie alla navigabilità del Southern Buh (o Pivdennyi). Successivamente, alla caduta dell'Unione Sovietica, la nave (che ai tempi aveva il nome di "Varjag", prima ancora "Riga") era ancora in fase di costruzione - mancava la complessa apparecchiatura elettronica - e fu deciso di cederla all'Ucraina. Visto la mancanza di fondi per portare a termine i lavori, il governo di Kiev decise nel 1998 di venderla ad una società cinese, la Chong Lot Travel Agency per 20 milioni di dollari, che apparentemente avrebbe voluto convertirla in albergo (come già fatto per altre unità Classe Kiev), ma in realtà fu subito chiara l'intenzione di creare la prima portaerei della marina cinese. Dopo un viaggio problematico durato 16 mesi (dovuto ai rapporti diplomatici con i turchi, che si erano messi di traverso per impedire l'attraversamento dello Stretto dei Dardanelli), arrivò al cantiere di Dailan. Da lì in pieno stile cinese, mentre i lavori procedevano, si continuava a dichiarare che sarebbe diventata un centro d'intrattenimento, fino al 2012, anno in cui fu varata in settembre e consegnata alla Marina dell'Esercito di Liberazione Popolare Cinese (PLA-NAVY).
Il secondo campo in cui i rapporti tra Kiev e Pechino sono strettissimi, e ancora più indispensabili, è quello alimentare. Nel mesi di ottobre 2013, l'ex presidente Yanucovich aveva stretto accordi con la Cina concedendo in affitto 3 milioni di ettari (praticamente il 5 per cento del territorio nazionale, il 9 se si considerano soltanto i terreni agricoli) nella provincia orientale dello Dnipropetrovsk. La controversa operazione di landgrabbing è passata tra smentite delle parti e modifiche legislative, ma è ormai data per assodata. Tutto è stato condotto dalla Bingtuan, organizzazione economica (e semi-militare) governativa della provincia autonoma dello Xinjiang Uyghur. In cambio dell'affitto, sarebbero entrate nelle verdi casse ucraine 3 miliardi dollari concessi dalla China's Import-Export Bank. Nell'accordo la Cina aveva anche incluso semi e attrezzature agricole, e la costruzione di un impianto per la produzione di fertilizzante – all'Ucraina serve, visto che ne importa circa 1 miliardo ogni anno – e un altro per produrre sostanze di protezione per le colture. In più erano previsti anche aiuti per il miglioramento delle vie di comunicazioni con la Crimea e un ponte sullo stretto di Kerch, importante distretto commerciale sul Mar Nero. Della costruzione di un ponte a Kerch, lo stesso Putin è tornato a parlare in questi giorni, promettendolo alla Crimea.
La necessità di far fronte al fabbisogno alimentare - la cosiddetta "indipendenza alimentare nazionale" - è un mantra cinese. Non a caso in questi giorni, la più grande impresa alimentare, la COFCO Corp, sarebbe in trattative per l'acquisizione dell braccio alimentare del Noble Group - conglomerato industriale con sede ad Hong Kong che gestisce catene di approvvigionamento globale, che vanno dall'agricoltura al settore energetico e minerario. Per COFCO, sostenuta dalla Stato, si tratterebbe della seconda grossa acquisizione nelle ultime due settimane: pochi giorni fa infatti, ha preso il controllo di un pacchetto azionario equivalente al 51 per cento della Nidera, azienda olandese che si occupa del trading di cereali.
La gestione cinese della crisi ucraina passa soprattutto attraverso questi due - pragmatici - aspetti. Sebbene non ne va sottovalutato un terzo. Le proteste di piazza che hanno portato al rovesciamento del regime in cui si era trasformata la presidenza di Yanucovich, passano per la Russia e si avvicinano geograficamente al territorio nazionale: l'obiettivo, sarà anche quello di tenere le manifestazioni e le rivolte, lontane dalle teste e dai cuori dei propri cittadini. Il rischio, la paura, è che qualcuno si alzi la mattina e inizi a pensare che il governo centrale possa essere destituito - e in qui, di sicuro, i cinesi e i russi si troveranno visioni molto condivise.
E infatti è così: ieri l'ambasciatore cinese all'Onu Liu Jieye affermava che «la Cina è ferma nel rispetto del principio di non interferenza nelle vicende interne agli altri Paesi e nel rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità dell’Ucraina» pur chiedendo tuttavia che i diritti di tutte le etnie ucraine siano salvaguardati. Dichiarazioni che trovano sponda negli interessi nazionali delle controversie con Taiwan e con la questione tibetana e uigura. La Cina non interferisce e gradisce che gli altri non interferiscono quando si trova Lei dentro la mischia.
Ma le parole riprese dal ministro degli Esteri russo Lavrov, frutto di un contatto telefonico con il suo omologo cinese, farebbero pensare il contrario: secondo Lavrov la visione di Cina e Russia sulla situazione sarebbe sovrapponibile.
Nessuna smentita, ma soltanto una replica fatta in un'insalata di dichiarazioni dal capo della diplomazia cinese Qin Gang, che ha sottolineato che sulla vicenda il Paese mantiene i cardini diplomatici che lo rappresentano e che comunque «nel frattempo, stiamo anche prendendo in considerazione i fattori storici e contemporanei della questione Ucraina». Come dire che «esistono determinate ragioni se la situazione è come si presenta oggi», così si legge in una nota dell'agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Che scrive anche che deve essere superato comunque il "clima da guerra fredda", metodo con cui ci si riferisce quasi come un epiteto, alla gestione dei rapporti con la Cina da parte degli Stati Uniti.
È del tutto pensabile che la Cina possa spostare il proprio asse di interessi e di visioni, verso la Russia piuttosto che verso Occidente. Sia per la naturalità storica dei rapporti, sia per aspetti di carattere strategico e economico. L'incontro avvenuto per l'inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali di Sochi, tra Putin e Xi Jinping, è servito a rinnovare e rivedere i contratti di fornitura di gas. Ragion per cui, ad affari appena conclusi, la Cina non vorrà mettersi di mezzo.
Ma c'è dell'altro. Perché se è vero che la Russia è un fidato partner energetico (e strategico), Kiev riveste un ruolo analogo almeno in altri due campi. Per primo quello militare: negli ultimi due anni, l'Ucraina è diventato il quarto esportatore di armi. Non solo, la prima gloriosa portaerei dell'Esercito di liberazione, la Liaoning, arriva proprio dall'Ucraina. La costruzione della nave iniziò nel 1985 nei cantieri di Nikolaev, città situata tra Odessa e la Crimea, che accede al Mar Nero grazie alla navigabilità del Southern Buh (o Pivdennyi). Successivamente, alla caduta dell'Unione Sovietica, la nave (che ai tempi aveva il nome di "Varjag", prima ancora "Riga") era ancora in fase di costruzione - mancava la complessa apparecchiatura elettronica - e fu deciso di cederla all'Ucraina. Visto la mancanza di fondi per portare a termine i lavori, il governo di Kiev decise nel 1998 di venderla ad una società cinese, la Chong Lot Travel Agency per 20 milioni di dollari, che apparentemente avrebbe voluto convertirla in albergo (come già fatto per altre unità Classe Kiev), ma in realtà fu subito chiara l'intenzione di creare la prima portaerei della marina cinese. Dopo un viaggio problematico durato 16 mesi (dovuto ai rapporti diplomatici con i turchi, che si erano messi di traverso per impedire l'attraversamento dello Stretto dei Dardanelli), arrivò al cantiere di Dailan. Da lì in pieno stile cinese, mentre i lavori procedevano, si continuava a dichiarare che sarebbe diventata un centro d'intrattenimento, fino al 2012, anno in cui fu varata in settembre e consegnata alla Marina dell'Esercito di Liberazione Popolare Cinese (PLA-NAVY).
Il secondo campo in cui i rapporti tra Kiev e Pechino sono strettissimi, e ancora più indispensabili, è quello alimentare. Nel mesi di ottobre 2013, l'ex presidente Yanucovich aveva stretto accordi con la Cina concedendo in affitto 3 milioni di ettari (praticamente il 5 per cento del territorio nazionale, il 9 se si considerano soltanto i terreni agricoli) nella provincia orientale dello Dnipropetrovsk. La controversa operazione di landgrabbing è passata tra smentite delle parti e modifiche legislative, ma è ormai data per assodata. Tutto è stato condotto dalla Bingtuan, organizzazione economica (e semi-militare) governativa della provincia autonoma dello Xinjiang Uyghur. In cambio dell'affitto, sarebbero entrate nelle verdi casse ucraine 3 miliardi dollari concessi dalla China's Import-Export Bank. Nell'accordo la Cina aveva anche incluso semi e attrezzature agricole, e la costruzione di un impianto per la produzione di fertilizzante – all'Ucraina serve, visto che ne importa circa 1 miliardo ogni anno – e un altro per produrre sostanze di protezione per le colture. In più erano previsti anche aiuti per il miglioramento delle vie di comunicazioni con la Crimea e un ponte sullo stretto di Kerch, importante distretto commerciale sul Mar Nero. Della costruzione di un ponte a Kerch, lo stesso Putin è tornato a parlare in questi giorni, promettendolo alla Crimea.
La necessità di far fronte al fabbisogno alimentare - la cosiddetta "indipendenza alimentare nazionale" - è un mantra cinese. Non a caso in questi giorni, la più grande impresa alimentare, la COFCO Corp, sarebbe in trattative per l'acquisizione dell braccio alimentare del Noble Group - conglomerato industriale con sede ad Hong Kong che gestisce catene di approvvigionamento globale, che vanno dall'agricoltura al settore energetico e minerario. Per COFCO, sostenuta dalla Stato, si tratterebbe della seconda grossa acquisizione nelle ultime due settimane: pochi giorni fa infatti, ha preso il controllo di un pacchetto azionario equivalente al 51 per cento della Nidera, azienda olandese che si occupa del trading di cereali.
La gestione cinese della crisi ucraina passa soprattutto attraverso questi due - pragmatici - aspetti. Sebbene non ne va sottovalutato un terzo. Le proteste di piazza che hanno portato al rovesciamento del regime in cui si era trasformata la presidenza di Yanucovich, passano per la Russia e si avvicinano geograficamente al territorio nazionale: l'obiettivo, sarà anche quello di tenere le manifestazioni e le rivolte, lontane dalle teste e dai cuori dei propri cittadini. Il rischio, la paura, è che qualcuno si alzi la mattina e inizi a pensare che il governo centrale possa essere destituito - e in qui, di sicuro, i cinesi e i russi si troveranno visioni molto condivise.
martedì 18 febbraio 2014
Esportare il cambiamento climatico
Il Sec of State americano Kerry, in visita ufficiale in Indonesia ha detto che negare il cambiamento climatico è come insistere che la Terra è piatta. Nel discorso, molto retorico a quanto pare, ha parlato dei catastrofici eventi naturali che stanno continuamente colpendo il pianeta e ha incolpato di questo le emissioni in atmosfera, individuate da Kerry come responsabili del global warming. Ha battuto molto su petrolio e carbone, come principali colpevoli.
L'indipendenza energetica è vicina, e la forza degli Stati Uniti in questo momento si misurerà anche sul far passare certe argomentazioni, contro i Paesi in via di sviluppo - come l'Indonesia, appunto - e contro i produttori di petrolio. La scommessa climatica di Obama, lanciata con quel discorso alla Georgetown University - molto criticato, a dire il vero anche troppo - non è solo un'aspetto del "Tikkum Olam" del presidente, ma è un piano di rafforzamento strategico della propria potenza mondiale. Mentre intorno a lui, tutti sono ancora in ritardo e la Convenzione quadro dell'Onu si è rivelata un fiasco, rimandando ancora le decisioni, alla riunione di Parigi nel 2015.
L'indipendenza energetica è vicina, e la forza degli Stati Uniti in questo momento si misurerà anche sul far passare certe argomentazioni, contro i Paesi in via di sviluppo - come l'Indonesia, appunto - e contro i produttori di petrolio. La scommessa climatica di Obama, lanciata con quel discorso alla Georgetown University - molto criticato, a dire il vero anche troppo - non è solo un'aspetto del "Tikkum Olam" del presidente, ma è un piano di rafforzamento strategico della propria potenza mondiale. Mentre intorno a lui, tutti sono ancora in ritardo e la Convenzione quadro dell'Onu si è rivelata un fiasco, rimandando ancora le decisioni, alla riunione di Parigi nel 2015.
DanEm Code:
Cina,
Obama,
soffortillamericani,
Usa
martedì 11 febbraio 2014
Un anno fa di questi tempi, andava di moda Malachia
Lo scorso anno, questi erano tempi di "dimissioni" di un Papa. Evento raro, straordinario davvero, quasi unico. In quei periodo, al di sotto di tutte le considerazioni teologiche e antropologiche, rimbalzava da una parte all'altra degli scatoloni informativi, una voce, mistica e misteriosa, un racconto, una predizione - cosa che a tutti gli effetti l'ha resa ben più interessante di tutto il resto. Si trattava di una profezia che metteva insieme come spesso accade, il destino del Papa, della Chiesa, e quello del mondo: era la Profezia di Malachia.
Ne scrissi, con lo scetticismo con cui affronto certe questioni, per raccontare di cosa si trattava: riporto il post di seguito. (Pubblicato in Le discontinuità di Lehmann, il 12 febbraio 2013).
mercoledì 22 gennaio 2014
Chinaleaks
Grande scoop del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij), pubblicato poi da Guardian, BBC, El Pais, Süddeutsche Zeitung, Asahi Shimbun e l'Espresso: si parla di Cina e di 20mila titolari di società nei paradisi fiscali off-shore, tra questi diversi leader cinesi (e figli), magnati, dirigenti di grandi società. Secondo le stime, dal 2000 sarebbero usciti dalla Repubblica Popolare qualcosa come mille miliardi di dollari, ma potrebbero arrivare a quattro mila. Tra i nomi quelli dei figli dell'ex premier Wen Jiabao (se n'era già occupato giorni fa il New York Times) e quelli del cognato del presidente Xi Jinping, come pure quello di Fu Liang, figlio di Peng Zhen, uno degli Otto immortali delle rivoluzione comunista - in mezzo ci sono finiti anche Huang Guangyu, già uomo più ricco della Cina, fondatore della catena di negozi per elettrodomestici Gome (in galere per insider trading dal 2010) e Ma Huateng, cofondatore del colosso internet Tencent.
La propaganda del governo ha dato disposizioni agli organi di stampa locale di non citare i nomi finiti al centro dell'inchiesta, mentre il sito del Guardian è stato oscurato.
Tutto mentre oggi inizia il processo all'attivista anticorruzione Xu Zhiyong, che ha rifiutato di difendersi da solo e ha accusato la corte di iniquità.
La propaganda del governo ha dato disposizioni agli organi di stampa locale di non citare i nomi finiti al centro dell'inchiesta, mentre il sito del Guardian è stato oscurato.
Tutto mentre oggi inizia il processo all'attivista anticorruzione Xu Zhiyong, che ha rifiutato di difendersi da solo e ha accusato la corte di iniquità.
giovedì 16 gennaio 2014
"Mantenevamo rapporti di amicizia con un Paese straniero"
Il Chief of staff dell'US Air Force, il generale Mark A. Welsh III, ha raccontato a The Avionist che nel marzo scorso un drone MQ-1 americano, in volo nello spazio aereo internazionale fuori l'Iran, stava per essere intercettato da un F-4 Phnatom iraniano.
Il Phantom si era avvicinato fino a 16 miglia, in assetto da combattimento, evidentemente con l'intenzione di abbattere l'Uav. Ma il volo del drone era accompagnato - High Value Air Asset Escort - da un F-22 Raptor: il veivolo stealth americano prima si sarebbe posizionato sotto l'F-4 iraniano senza essere visto, avrebbe controllato gli armamenti, per poi dopo sbucargli sul lato sinistro. A quel punto avrebbe aperto la comunicazione aerea dicendo al caccia di Teheran: «you really ought to go home!».
(Chissà se ha anche scattato una foto con la sua Polaroid)
Il Phantom si era avvicinato fino a 16 miglia, in assetto da combattimento, evidentemente con l'intenzione di abbattere l'Uav. Ma il volo del drone era accompagnato - High Value Air Asset Escort - da un F-22 Raptor: il veivolo stealth americano prima si sarebbe posizionato sotto l'F-4 iraniano senza essere visto, avrebbe controllato gli armamenti, per poi dopo sbucargli sul lato sinistro. A quel punto avrebbe aperto la comunicazione aerea dicendo al caccia di Teheran: «you really ought to go home!».
(Chissà se ha anche scattato una foto con la sua Polaroid)
lunedì 30 dicembre 2013
I Paesi che hanno avuto un governo comunista (marxista-leninista)
Il 30 dicembre del 1922 venne ufficialmente costituita l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Oltre all'ex Urss ci sono stati diversi paesi del mondo che hanno avuto un governo comunista (inteso come Stato Socialista, d'ispirazione marxista-leninista), molti in Europa e in Asia, tre soltanto nel continente americano, diversi in Africa. Sono riportati nella mappa.
| Stati Socialisti nella storia |
Più specificatamente, gli Stati Socialisti nella storia del mondo sono stati l'Albania, la Russia, la Finlandia meridionale (ex Urss), la Cecoslovacchia, l'Ungheria, la Cina, la Polonia, la Jugoslavia, la Bulgaria, la Repubblica democratica tedesca, la Romania, il Congo, la Somalia, la Guyana, l'Etiopia, il Benin, l'Angola, il Mozambico, l'Afghanistan, lo Yemen, la Persia, la Cambogia (Kampuchea democratica), la Birmania, il Laos, la Corea del Nord, Grenada, Cuba e il Nicaragua.
Attualmente invece gli stati in cui si è istituito un totalitarismo marxista-leninista (Stato Socialista) sono soltanto cinque:
- Repubblica Popolare Cinese (dal 1949); Partito Comunista Cinese
- Repubblica di Cuba (Rivoluzione cubana nel 1959, stato socialista dichiarato nel 1961); il Partito Comunista di Cuba ha il compito di difendere la rivoluzione, ma non presenta candidati in parlamento
- Repubblica Democratica Popolare Laotiana (dal 1975); Partito Popolare Rivoluzionario Laotiano
- Repubblica Democratica Popolare di Corea (dal 1948); Partito dei Lavoratori di Corea
- Repubblica Socialista del Vietnam (dal 1976); Partito Comunista del Vietnam
In più ci sono alcuni Paesi, dove sebbene non sia in essere uno Stato Socialista, i governi sono retti da partiti comunisti (Nicaragua, Bielorussia e Bolivia) e altri in cui i partiti comunisti fanno parte della coalizione di governo (tra i principali, Brasile, Argentina, Sud Africa, Siria) ed altri ancora in cui sebbene inserita in un sistema capitalistico, la costituzione fa diretto riferimento al socialismo (per esempio il Portogallo).
- Repubblica Democratica Popolare Laotiana (dal 1975); Partito Popolare Rivoluzionario Laotiano
- Repubblica Democratica Popolare di Corea (dal 1948); Partito dei Lavoratori di Corea
- Repubblica Socialista del Vietnam (dal 1976); Partito Comunista del Vietnam
In più ci sono alcuni Paesi, dove sebbene non sia in essere uno Stato Socialista, i governi sono retti da partiti comunisti (Nicaragua, Bielorussia e Bolivia) e altri in cui i partiti comunisti fanno parte della coalizione di governo (tra i principali, Brasile, Argentina, Sud Africa, Siria) ed altri ancora in cui sebbene inserita in un sistema capitalistico, la costituzione fa diretto riferimento al socialismo (per esempio il Portogallo).
mercoledì 27 novembre 2013
Soft power: chi decade e chi sale
L'immagine evocativa è quella di un catalogo di Cucinelli, o di un renzianissimo Cucinelli stesso, magari un po' troppo radicalizzata nel personaggio, ma rende l'idea della classifica che la rivista - molto hipster - Monocle ha stilato qualche giorno fa.
Si parla di "soft power". E cioè quei mezzi non convenzionali con cui le nazioni, alcune non tutte - "bisogna saperci fare", come dicono quelli -, vendono la propria influenza politica e forza diplomatica in giro per il mondo. Non solo potere militare ed economico, dunque: ci sono anche Paesi che usano arte e cultura, tradizioni, valori, paesaggi e poesia, per rappresentare il proprio brand internazionale.
Secondo l'analisi di Monocle, noi siamo tra questi, e come dargli torto - anche perché qualcosa dovrà pur restarci. La rivista di Tyler Brulé - giornalista imprenditore canadese, columnist del Financial Times, la mano sinistra quasi persa in un attacco al suo fuori strada mentre era inviato in Afghanistan per la BBC - ci ha inserito nella top ten, facendoci guadagnare quattro posizioni rispetto allo scorso anno. L'Italia è «l'unico Paese che può sfidare la Francia quando si tratta del triumvirato di cibo, arte e cultura», dicono di noi.
Il motivo del salto in su nella lista ha un nome e cognome: e non pensiamo al già citato Cucinelli e il suo «nuovo umanesimo nel capitalismo»; e nemmeno ai produttori dei nove vini italiani che l'autorevolissimo Wine Spectator ha inserito in un'altra classifica, quella dei primi cento al mondo; non dobbiamo neanche ricorre a ringraziare chi, dell'altrettanto indiscutibile Times, ha scelto gli Uffizi come primo tra i 20 musei più belli del mondo - conferma, se ce ne fosse bisogno, della passione degli inglesi per il Rinascimento italiano - e poco dietro (12) ha messo anche Galleria Borghese a Roma.
Il nome che stiamo cercando è quello che ha accompagnato la nostra storia contemporanea per questi ultimi venti anni: Silvio Berlusconi. Esattamente. Lasciando da parte gli enormi dubbi sulla nostra economia, il terribile debito pubblico e la continuazione di questa fragile coalizione di governo, Monocle commenta così il nostro miglioramento: «Libera da Silvio Berlusconi, l’Italia ha lo spirito e la cultura per diventare una soft-superpotenza».
E della stessa opinione è anche l'Independent: «Non [era] sufficiente per un Paese vantare la migliore cucina del mondo, un clima incredibile, una straordinaria bellezza naturale e bassi tassi di criminalità violenta: per andare avanti nei tanto decantati "soft power" globali ha bisogno anche di un leader che non sia uno zimbello internazionale».
Pensare, se avessero fatto la classifica domani, saremmo finiti sul podio. E lasciamo questo, come ricordo di una giornata importante per la storia del nostro Paese. Una giornata in cui il potere politico di un uomo, diventato "soft", permette a una nazione di essere guardata dalle altre con occhi diversi. Una giornata in cui molti apriranno bottiglie, altri avvieranno battaglie: incastrati ancora in quel sentimento che quello stesso uomo è riuscito a lasciare nell'animo di una nazione.
Noi sappiamo bene che per salire veramente in alto nelle classifiche mondiali, e non semplicemente in quelle di una rivista di lifestyle - forse definita troppo severamente dallo stesso Independent, «la rivista che leggono quelli che non capiscono l'Economist, ma che non voglio essere visti leggere pubblicazioni di basso profilo» -, più che l'uomo occorre eliminare il sentimento. E per eliminarlo, forse, è anche ora di allentare un po' la presa, lasciar scorrere - anche perché, diciamocelo apertamente, la "giornata della decadenza" alla fine non è stata così scoppiettante come immaginavamo. Anzi.
Si parla di "soft power". E cioè quei mezzi non convenzionali con cui le nazioni, alcune non tutte - "bisogna saperci fare", come dicono quelli -, vendono la propria influenza politica e forza diplomatica in giro per il mondo. Non solo potere militare ed economico, dunque: ci sono anche Paesi che usano arte e cultura, tradizioni, valori, paesaggi e poesia, per rappresentare il proprio brand internazionale.
Secondo l'analisi di Monocle, noi siamo tra questi, e come dargli torto - anche perché qualcosa dovrà pur restarci. La rivista di Tyler Brulé - giornalista imprenditore canadese, columnist del Financial Times, la mano sinistra quasi persa in un attacco al suo fuori strada mentre era inviato in Afghanistan per la BBC - ci ha inserito nella top ten, facendoci guadagnare quattro posizioni rispetto allo scorso anno. L'Italia è «l'unico Paese che può sfidare la Francia quando si tratta del triumvirato di cibo, arte e cultura», dicono di noi.
Il motivo del salto in su nella lista ha un nome e cognome: e non pensiamo al già citato Cucinelli e il suo «nuovo umanesimo nel capitalismo»; e nemmeno ai produttori dei nove vini italiani che l'autorevolissimo Wine Spectator ha inserito in un'altra classifica, quella dei primi cento al mondo; non dobbiamo neanche ricorre a ringraziare chi, dell'altrettanto indiscutibile Times, ha scelto gli Uffizi come primo tra i 20 musei più belli del mondo - conferma, se ce ne fosse bisogno, della passione degli inglesi per il Rinascimento italiano - e poco dietro (12) ha messo anche Galleria Borghese a Roma.
Il nome che stiamo cercando è quello che ha accompagnato la nostra storia contemporanea per questi ultimi venti anni: Silvio Berlusconi. Esattamente. Lasciando da parte gli enormi dubbi sulla nostra economia, il terribile debito pubblico e la continuazione di questa fragile coalizione di governo, Monocle commenta così il nostro miglioramento: «Libera da Silvio Berlusconi, l’Italia ha lo spirito e la cultura per diventare una soft-superpotenza».
E della stessa opinione è anche l'Independent: «Non [era] sufficiente per un Paese vantare la migliore cucina del mondo, un clima incredibile, una straordinaria bellezza naturale e bassi tassi di criminalità violenta: per andare avanti nei tanto decantati "soft power" globali ha bisogno anche di un leader che non sia uno zimbello internazionale».
Pensare, se avessero fatto la classifica domani, saremmo finiti sul podio. E lasciamo questo, come ricordo di una giornata importante per la storia del nostro Paese. Una giornata in cui il potere politico di un uomo, diventato "soft", permette a una nazione di essere guardata dalle altre con occhi diversi. Una giornata in cui molti apriranno bottiglie, altri avvieranno battaglie: incastrati ancora in quel sentimento che quello stesso uomo è riuscito a lasciare nell'animo di una nazione.
Noi sappiamo bene che per salire veramente in alto nelle classifiche mondiali, e non semplicemente in quelle di una rivista di lifestyle - forse definita troppo severamente dallo stesso Independent, «la rivista che leggono quelli che non capiscono l'Economist, ma che non voglio essere visti leggere pubblicazioni di basso profilo» -, più che l'uomo occorre eliminare il sentimento. E per eliminarlo, forse, è anche ora di allentare un po' la presa, lasciar scorrere - anche perché, diciamocelo apertamente, la "giornata della decadenza" alla fine non è stata così scoppiettante come immaginavamo. Anzi.
sabato 16 novembre 2013
Bloomberg "autocensura" un pezzo sulla Cina
Il New York Times ha rivelato che l'agenzia Bloomberg – di proprietà dell'ex sindaco di New York – avrebbe deciso di non pubblicare un articolo "fastidioso" per la leadership di Pechino.
Si trattava di un'inchiesta giornalistica che andava avanti da mesi e che avrebbe permesso di svelare le strette connessioni tra il governo e un miliardario locale. Prima dell'uscita ufficiale, gli autori del pezzo Michael Forsythe e Shai Oster, nonstante il via libera dell'ufficio legale dell'agenzia, hanno però avuto lo stop da parte del direttore Matthew Winkler. Winkler ha spiegato la decisione editoriale, come una scelta quasi forzata, per evitare il rischio di espulsione dei propri inviati dalla Repubblica popolare. È di questi giorni, infatti, la notizia che al reporter Reuters Paul Mooney è stato ritirato il visto per Pechino dopo 18 anni di lavoro nel Paese. Circostanze analoghe erano toccate per altro, ad alcuni corrispondenti del New York Times, mentre Al Jazeera si era trovata costretta a chiudere il proprio ufficio nella capitale.
La questione è però controversa, perché se da un lato è vero che il governo cinese sta diventando sempre più severo nei confronti di chi lo critica, d'altra parte sembrerebbe che la decisione di Winkler possa essere collegata agli interessi di Bloomberg nel Paese. Secondo quanto scrive il Nyt, non si tratterebbe soltanto di una decisione unicamente giornalistica – Winkler ha detto di aver studiato il comportamento dei media durante il regime nazista e di voler adottare una strategia simile per "sopravvivvere" in Cina. Ma la scelta di non pubblicare il pezzo, potrebbe essere anche un modo per evitare di danneggiare gli interessi dell'azienda nel Paese. Il business di Bloomberg è infatti molto più ampio di quello dell'agenzia di notizie in sé: il core è rappresentato dalla vendita dei terminal finanziari – computer che vengono forniti ai clienti dell’azienda per accedere ai servizi forniti, come l’analisi e il monitoraggio in tempo reale dei dati finanziari, la compravendita di titoli, flussi di notizie e altre operazioni finanziarie.
In questo l'esperienza avrebbe giocato un ruolo importante: nel 2012 un'inchiesta con al centro diverse famiglie potenti di Pechino (tra cui anche quella del presidente Xi Jinping), condotta dagli stessi Forsythe e Oster, aveva prodotto non solo la censura interna dei pezzi, ma la riduzione degli ordinativi dei terminal.
Nonostante il piano di riforme varato dal plenum del Partito comunista in questi giorni, e che coinvolgerà la Repubblica popolare per i prossimi dieci anni, la Cina resta comunque un paese controverso, in cui la libertà è limitata e labile. E non bastano l'abolizione della discussa "legge del figlio unico" e dei "campi di lavoro" - ai quali la polizia poteva spedire chiunque veniva arresta, senza la necessità di un processo - specchietti tornasole di un mondo che in realtà resta e resterà lo stesso, forse.
La vicenda di Bloomberg è emblematica per due ragioni: la prima - presa in buona fede se fosse una scelta unicamente giornalistica - racconterebbe di un paese illiberale, dove la stampa deve allinearsi, nascondersi, non essere scomoda, per sopravvivere: in questo, la direbbe lunga e chiara, il paragone di Winkler con la Germania di Hitler. Ma se anche ci fosse qualcosa di più dietro - l'interesse economico del principale degli assets aziendali, quel mercato dei terminali finanziari, che potrebbe, con le nuove riforme avere addirittura un incremento - si tratterebbe comunque di una storia che racconta di come pure le attività economiche, per non essere ostacolate, debbano simpatizzare il governo, evitare mosse scomode, non procurare troppi fastidi e non muovere troppo pensiero.
E poi si parla di apertura al "mercato"?!
La questione è però controversa, perché se da un lato è vero che il governo cinese sta diventando sempre più severo nei confronti di chi lo critica, d'altra parte sembrerebbe che la decisione di Winkler possa essere collegata agli interessi di Bloomberg nel Paese. Secondo quanto scrive il Nyt, non si tratterebbe soltanto di una decisione unicamente giornalistica – Winkler ha detto di aver studiato il comportamento dei media durante il regime nazista e di voler adottare una strategia simile per "sopravvivvere" in Cina. Ma la scelta di non pubblicare il pezzo, potrebbe essere anche un modo per evitare di danneggiare gli interessi dell'azienda nel Paese. Il business di Bloomberg è infatti molto più ampio di quello dell'agenzia di notizie in sé: il core è rappresentato dalla vendita dei terminal finanziari – computer che vengono forniti ai clienti dell’azienda per accedere ai servizi forniti, come l’analisi e il monitoraggio in tempo reale dei dati finanziari, la compravendita di titoli, flussi di notizie e altre operazioni finanziarie.
In questo l'esperienza avrebbe giocato un ruolo importante: nel 2012 un'inchiesta con al centro diverse famiglie potenti di Pechino (tra cui anche quella del presidente Xi Jinping), condotta dagli stessi Forsythe e Oster, aveva prodotto non solo la censura interna dei pezzi, ma la riduzione degli ordinativi dei terminal.
Nonostante il piano di riforme varato dal plenum del Partito comunista in questi giorni, e che coinvolgerà la Repubblica popolare per i prossimi dieci anni, la Cina resta comunque un paese controverso, in cui la libertà è limitata e labile. E non bastano l'abolizione della discussa "legge del figlio unico" e dei "campi di lavoro" - ai quali la polizia poteva spedire chiunque veniva arresta, senza la necessità di un processo - specchietti tornasole di un mondo che in realtà resta e resterà lo stesso, forse.
La vicenda di Bloomberg è emblematica per due ragioni: la prima - presa in buona fede se fosse una scelta unicamente giornalistica - racconterebbe di un paese illiberale, dove la stampa deve allinearsi, nascondersi, non essere scomoda, per sopravvivere: in questo, la direbbe lunga e chiara, il paragone di Winkler con la Germania di Hitler. Ma se anche ci fosse qualcosa di più dietro - l'interesse economico del principale degli assets aziendali, quel mercato dei terminali finanziari, che potrebbe, con le nuove riforme avere addirittura un incremento - si tratterebbe comunque di una storia che racconta di come pure le attività economiche, per non essere ostacolate, debbano simpatizzare il governo, evitare mosse scomode, non procurare troppi fastidi e non muovere troppo pensiero.
E poi si parla di apertura al "mercato"?!
martedì 12 novembre 2013
Hépíng
Nel giorno in cui il partito comunista cinese, ha annunciato un piano decennale di riforme che secondo le decisioni del Comitato Centrale - in seduta plenaria da quattro giorni - prevede di conferire al mercato un «ruolo decisivo», secondo quello scritto nel comunicato diffuso dai media di Stato; David Cameron ha annunciato di guidare una delegazione britannica in viaggio in Cina ai primi di dicembre.
Secondo i commentatori più severi, la decisione di presenziare del pm inglese, più che per ragioni commerciali e di partnership economica, sarebbe dovuta alla volontà di Cameron di acquietare gli animi cinesi dopo un altro annuncio: la volontà di incontrare, in maggio, il Dalai Lama - esiliato dalla Cina per la questione tibetana.
A tal proposito, il Financial Times, ha fatto una sorta di endorsement indiretto al futuro incontro, una sorta di prequel, o uno spot pubblicitario - fate voi -: ha infatti pubblicato un lunga - e molto bella - intervista esclusiva proprio al Dalai Lama.
domenica 6 ottobre 2013
Land grabbing: la Cina coltiverà il 5% dell'Ucraina (ma gli ucraini negano)
La Cina avrebbe firmato un accordo, della durata di circa mezzo secolo, per la coltivazione di tre milioni di ettari di terreni ucraini: si tratta del 5 per cento della superficie terriera totale, il 9 se si considerano i terreni agricoli. L'operazione è stata condotta dalla Xinjiang Productions and Construction Corps (XPCC) – conosciuta anche come Bingtuan, organizzazione economica e semi-militare governativa della provincia autonoma dello Xinjiang Uyghur. Il lancio del progetto, prevederà l'utilizzo iniziale di cento mila ettari, per poi ampliarsi fino a tre milioni nel corso del tempo.
Xpcc con un comunicato stampa, ha diffuso la notizia nei giorni scorsi, anche se l'accordo risalirebbe a giugno: il partner locale sarebbe la KSG Agro, la principale azienda azienda agricola dell'Ucraina, che invece ha poi rilasciato uno statement in cui negava, e deviava, i fatti. La notizia è stata ripresa da diversi media, partendo dal quotidiano di Honk Kong "South China Morning Post" per poi arrivare sulle pagine di Reuters e di "Quartz".
Xpcc con un comunicato stampa, ha diffuso la notizia nei giorni scorsi, anche se l'accordo risalirebbe a giugno: il partner locale sarebbe la KSG Agro, la principale azienda azienda agricola dell'Ucraina, che invece ha poi rilasciato uno statement in cui negava, e deviava, i fatti. La notizia è stata ripresa da diversi media, partendo dal quotidiano di Honk Kong "South China Morning Post" per poi arrivare sulle pagine di Reuters e di "Quartz".
Anche in Italia alcuni media se ne sono occupati (non i mainstream), ma a differenza di quelli stranieri, Quartz per esempio, che hanno aggiornato i pezzi con la nota stampa degli ucraini - che apparentemente negavano l'intera operazione e dunque la notizia stessa - l'hanno data per buona senza tornarci su.
Per personale inciso metodologico - e per dire che certe volte un tesserino non può far la differenza, anche se poi sembra che - racconto che anche io, appena uscito l'annuncio cinese, ci avevo scritto su. Il pezzo era già stato inviato a The Post Internazionale, salvo poi, per scrupolo e chissà quale sensazione, tornare a controllare un po' le fonti - sì, ci sono le fonti anche se si scrive dalla remota provincia umbra di cose molto ma molto più grosse del mio pianerottolo, non sono fonti di quelle con cui si prende un caffè nel peggior bar del peggior quartiere, come nel migliore degli immaginari sul giornalismo freelance, ma sempre fonti sono (nel caso, i siti delle controparti), e vanno verificate. Insomma, tornato indietro a controllare di nuovo i dati, a pezzo già inviato, mi sono accorto della nota di KSG e così ho bloccato tutto. Meglio non dare una notizia, piuttosto che darla sbagliata. Poi successivamente, si può trovare comunque di raccontare la storia.
Per personale inciso metodologico - e per dire che certe volte un tesserino non può far la differenza, anche se poi sembra che - racconto che anche io, appena uscito l'annuncio cinese, ci avevo scritto su. Il pezzo era già stato inviato a The Post Internazionale, salvo poi, per scrupolo e chissà quale sensazione, tornare a controllare un po' le fonti - sì, ci sono le fonti anche se si scrive dalla remota provincia umbra di cose molto ma molto più grosse del mio pianerottolo, non sono fonti di quelle con cui si prende un caffè nel peggior bar del peggior quartiere, come nel migliore degli immaginari sul giornalismo freelance, ma sempre fonti sono (nel caso, i siti delle controparti), e vanno verificate. Insomma, tornato indietro a controllare di nuovo i dati, a pezzo già inviato, mi sono accorto della nota di KSG e così ho bloccato tutto. Meglio non dare una notizia, piuttosto che darla sbagliata. Poi successivamente, si può trovare comunque di raccontare la storia.
Ed ecco, appunto che siamo qui: il fatto è che tutto è restato come una decina di giorni fa. Alla smentita ucraina non ha avuto seguito un chiarimento cinese. Ma l'accordo sembra esserci stato comunque. Ci sono pochi dati certi, ma a quanto sembra i prodotti derivanti dai terreni interessati, nella provincia orientale dello Dnipropetrovsk, saranno venduti con tariffe preferenziali a due aziende agricole statali cinesi.
Per chiudere la trattativa, a quanto sembra, la società ucraina avrebbe dovuto "aggirare" una legge che impediva agli stranieri investimenti in terreni nazionali e forse anche per questo da ul. Rognedinskaya (a Kiev, sede della direzione aziendale di KSG) sono restii a svelarne i dettagli. Come contropartita, la China's Import-Export Bank concederebbe un prestito di tre miliardi di dollari che il governo di Kiev utilizzerà per lo sviluppo agricolo. Inoltre la Cina avrebbe aggiunto al piatto, i semi e attrezzature e la costruzione di un impianto per la produzione di fertilizzante – l'Ucraina infatti, ne importa circa 1 miliardo ogni anno – e un altro per produrre sostanze di protezione per le colture. Dell'accordo fanno parte anche aiuti per il miglioramento delle vie di comunicazioni con la Crimea e un ponte sullo stretto di Kerch, sul Mar Nero - importante distretto economico commerciale.
Per chiudere la trattativa, a quanto sembra, la società ucraina avrebbe dovuto "aggirare" una legge che impediva agli stranieri investimenti in terreni nazionali e forse anche per questo da ul. Rognedinskaya (a Kiev, sede della direzione aziendale di KSG) sono restii a svelarne i dettagli. Come contropartita, la China's Import-Export Bank concederebbe un prestito di tre miliardi di dollari che il governo di Kiev utilizzerà per lo sviluppo agricolo. Inoltre la Cina avrebbe aggiunto al piatto, i semi e attrezzature e la costruzione di un impianto per la produzione di fertilizzante – l'Ucraina infatti, ne importa circa 1 miliardo ogni anno – e un altro per produrre sostanze di protezione per le colture. Dell'accordo fanno parte anche aiuti per il miglioramento delle vie di comunicazioni con la Crimea e un ponte sullo stretto di Kerch, sul Mar Nero - importante distretto economico commerciale.
L'iniziativa è stata ripresa in modo critico da numerosi analisti, in quanto è considerata da inserire tra le operazioni di land grabbing - altro importante motivo del ricalcitramento ucraino.
Il land grabbing è la pratica con cui governi stranieri, multinazionali, fondi di investimento, si impossessano di ampie quantità di terreno di Paesi in via di sviluppo per la produzione e utilizzo delle colture. I prodotti vengono poi trasferiti verso la nazione coltivante e niente resta agli "affittuari". Aumentata con il picco dei prezzi del grano del 2007-2008, oltre a permettere sostegno per la sicurezza alimentare nazionale dei paesi "grabber" viene utilizzata anche per produrre biocombustibili a fini speculativi: sul fronte si starebbero muovendo oltre alla Cina, Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto, Israele, India e Corea del Sud.
La direzione principale sono i terreni vicini a fonti d'acqua dolce e dotati di falde idriche corpose dell'Africa (poi America Latina e Asia). Secondo uno studio pubblicato a novembre dello scorso anno sul Proceedings of National Academies of Sciences (Pnas) la percentuale di terreno soggetto a "grabbing" sarebbe compresa tra lo 0,7 e l'1,75 della superficie mondiale, un'area più o meno corrispondente a quella di Francia e Germania.
La direzione principale sono i terreni vicini a fonti d'acqua dolce e dotati di falde idriche corpose dell'Africa (poi America Latina e Asia). Secondo uno studio pubblicato a novembre dello scorso anno sul Proceedings of National Academies of Sciences (Pnas) la percentuale di terreno soggetto a "grabbing" sarebbe compresa tra lo 0,7 e l'1,75 della superficie mondiale, un'area più o meno corrispondente a quella di Francia e Germania.
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| Flussi del land grabbing (fonte: Washington Post) |
In astratto questo genere di transazioni potrebbero non essere un problema, garantendo anzi alle popolazioni locali una migliore efficacia di coltivazione, e diventare economicamente vantaggiose. Ma così non è, perché come facilmente accade in questi casi si tratta di qualcosa di più simile allo sfruttamento che al commercio, a cui si abbinano spesso i trasferimenti forzati delle popolazioni dei villaggi oggetto di acquisizioni.
Paolo D'Odorico, del Dipartimento di scienze ambientali dell'università della Virgina - che ha condotto lo studio del Pnas con altri due ricercatori del Politecnico di Milano (Maria Cristina Rulli e Antonio Saviori) - fece notare tempo fa sul Washington Post quanto il processo fosse incoerente. Con riferimento al caso della Tanzania, dove una popolazione dipendente dagli aiuti internazionali, vede molte delle fasce di terreno più fertili, coltivate da investitori stranieri con trasferimento dei prodotti. Condizione analoga in Sudan, dove l'unica fascia fertile del territorio, quella intorno al Nilo Blu, è oggetto di coltivazioni straniere per esportazione di cibo, con le popolazioni autoctone costrette a vivere nelle zone più aride.
Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto relativo a quello che è successo il gennaio scorso in Etiopia, dove il governo ha forzatamente trasferito decine di migliaia di persone per liberare terreni oggetto di investimenti cinesi e degli stati del Golfo. Al di là dei metodi spesso repressivi utilizzati e del non rispetto della storia e delle tradizioni degli abitanti indigeni, i nuovi villaggi predisposti, mancavano di acqua, strutture sanitarie e assistenziali in genere, così che si crearono numerosi casi di fame endemica.
Lo scrittore di saggi scientifici Fred Pearce (autore del libro "The Land Grabbers") intervistato dal Guardian il maggio scorso, ha dichiarato che il land grabbing "sta avendo un impatto sulla vita delle persone povere, più forte del riscaldamento climatico" mettendo in allarme sull'evoluzione del processo.
A tal proposito le previsioni di Pearce sull'ampliamento delle dimensione della pratica, sarebbero estremamente corrette: l'operazione cinese in Ucraina, infatti, rappresenterebbe il più grande investimento fin qui realizzato.
La Cina per far fronte al fabbisogno interno, starebbe aumentando l'aggressività delle proprie azioni, avviate nel 2007 e proseguite con l'acquisizione di diversi terreni agricoli in Sud America, sud est asiatico e Africa. Negli ultimi anni l’azienda cinese Beidahuang ha comprato 234.000 ettari per coltivare la soia in Argentina e Chongqing Grain ha investito 375 milioni di dollari in piantagioni di soia in Brasile e 1,2 miliardi di dollari in terreni agricoli in Argentina, destinati alla coltivazione di soia, cotone e mais. Il consumo alimentare cinese, infatti, equivale a circa un quinto del totale mondiale, a fronte soltanto di un 9 per cento dei terreni coltivabili. Nel 2012 la Cina ha importato circa 14 milioni di tonnellate di cereali e farine, con un aumento del 150 per cento rispetto al 2011. Acquisire terreni coltivabili, sarebbe una delle soluzioni adottate dal governo di Pechino per abbassare i costi dei propri beni alimentari.
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