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venerdì 7 agosto 2015

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu vuole beccare chi lancia le bombe al cloro in Siria

(Pubblicato su Formiche)

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vota una risoluzione per punire chi in Siria sta usando le bombe al cloro. Il panel che verrà istituito, si dovrà occupare di indagare ed identificare gli individui, gli enti, i gruppi o i governi che sono responsabili come autori, organizzatori o mandanti della perpetrazione degli attacchi chimici sul suolo siriano.

È la prima volta che viene dato mandato ad un organismo dell’Onu di cercare i colpevoli di questo genere di azioni. L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, braccio operativo delle Nazioni Unite con sede all’Aja e nota come Opcw (quella che si è occupata dellosmantellamento dell’arsenale chimico del governo siriano), aveva già in precedenza segnalato più volte l’uso del cloro da parte degli attori del conflitto siriano. Ma non aveva mai dato indicazione esplicite sugli autori. Sebbene diverse organizzazioni umanitarie hanno raccolto chiare evidenze sul come sia prassi comune il lancio di barrel bomb con attaccati serbatoi di cloro da parte degli elicotteri del governo (nota: solo il governo possiede mezzi aerei, dunque sul chi sono i colpevoli di questi lanci non ci sono dubbi), ci sono state documentazioni sul possibile uso di agenti chimici come il cloro in ordigni improvvisati costruiti dai ribelli islamisti.

Il cloro, non fa parte delle sostanze proibite dalle convenzioni, in quanto è un elemento che ha diversi usi anche in ambiti civili. Tuttavia, l’utilizzo come armamento è proibito e considerato un crimine di guerra. Provoca intossicazione e gravi problematiche respiratorie (soprattutto in anziani, bambini e malati): le esplosioni di ordigni al cloro sono piuttosto distinguibili per il colore arancione del fumo prodotto.

Il raggiungimento della risoluzione del Consiglio di Sicurezza è stato possibile grazie alla collaborazione tra gli Stati Uniti, i promotori, e la Russia. I due Paesi, oltre ad avere rapporti lesi dalla crisi ucraina, hanno anche posizioni piuttosto diverse sulla questione siriana. La Russia è da sempre uno sponsor del regime del presidente Bashar al Assad ─ un rapporto storico, quello tra Mosca e Damasco, che serve ai primi per allungare la mano in Medio Oriente e ai secondi per assicurarsi l’appoggio di una delle superpotenze mondiali. La Russia è da tempo l’unico credito diplomatico della Siria ─ ora, dopo il deal sul nucleare iraniano e la riqualificazione internazionale di Teheran, anche gli ayatollah rivestono questo ruolo nei circoli diplomatici, uscendo dal sostegno sottotraccia fornito durante questi anni.

È grazie alla mediazione russa se gli Stati Uniti non hanno attaccato Damasco, dopo l’abominio dei bombardamenti al sarin di due anni fa.

In quell’occasione la diplomazia russa stese le carte per raggiungere un accordo sullo smaltimento delle armi chimiche siriane ─ l’operazione riuscì, sebbene ci sono alcune inchieste che dimostrano che una parte di materiale è stato nascosto ai controlli e non consegnato all’Opcw. Ora, sempre grazie a Mosca, si mette in piedi un altro meccanismo di indagine per scoprire gli autori di questi nuovi attacchi chimici (meno convenzionali, ma lo stesso brutali). È solo che la responsabilità del regime siriano nell’uso di barrel bomb al cloro è praticamente comprovata: e una volta attestata la colpa dall’apposito panel Onu, come si procederà? La Russia lascerà perseguire Damasco per crimini di guerra?

(È forse questo un primo passaggio per destabilizzare Assad, e iniziare un processo di detronizzazione e sostituzione del rais con il consenso di uno dei suoi principali sponsor? D’altronde l’avvio di una “soluzione diplomatica alla crisi”, con da vettore l’impegno russo, è quello che Washington ha più volte invocato).

venerdì 15 maggio 2015

Assad ci ha fregato sulle armi chimiche

(Pubblicato su Formiche)

Qualche giorno fa la Reuters ha fatto uno scoop su una questione che però tutti sospettavano (e temevano) da tempo: tracce di composti chimici ad uso militare, vietati, sono stati trovati in Siria. L’Opcw (l’Organizazzione per la proibizione delle armi chimiche), tra dicembre e gennaio, durante l’ultimo dei suoi otto viaggi siriani, ha preso dei campioni che dopo attente analisi sono risultati positivi per il contenuto di composti chimici precursori alla creazione di agenti tossici letali e proibiti.

Succede così che i funzionari anonimi che hanno rivelato i dati di laboratorio all’agenzia britannica, confermano quello che era quasi una certezza tra tutte le diplomazie occidentali e vari analisti dell’intelligence: Assad, sulle armi chimiche, ci ha fregato.

Si ricorderà che nell’agosto del 2013 il presidente siriano ordinò l’attacco al quartiere Goutha di Damasco (che fa tutt’ora da base per i gruppi nella capitale), in cui morirono centinaia di persone per gran parte civili (c’è chi dice oltre 1700). L’America di Obama si indignò, parlò di superamento delle red lines (una specie di limite oltre al quale le bestiali brutalità di questa guerra interna non potevano andare) e della necessità di un intervento armato (cioè di bombardamenti contro Assad). Poi ci fu l’antologica passeggiata di Obama nel giardino delle Rose assieme al capo di staff della Casa Bianca, Denis McDonough ─ descritto dal Wall Street Journal come uno dei principali sostenitori della necessità di non toccare Assad per non complicare la situazione ─ e il Prez ci ripensò. In mezzo, al di là della capacità persuasiva di McDonough, c’erano anche questioni importanti che fecero da leva a quella persuasione. Il mondo antiamericanista aveva reagito d’istinto (come al solito) davanti a un’altra guerra “stars&stripes”, e così una serie di ignoranti che fino a lì erano poco più che a conoscenza della presenza di una guerra civile in Siria, organizzarono manifestazioni e scioperi della fame molto partecipati, da cui si lasciò coinvolgere pure Papa Francesco ─ che ignorante non è, ma facendo di mestiere il Papa, la difesa della “Pace” è una delle sue mansioni centrali. Tutti dicevano “No!” a un nuovo Afghanistan, “No!” a un nuovo Iraq (ora è bizzarro farglielo notare, ma un “nuovo-Iraq” c’è, e forse anche per colpa del fatto che non si è intervenuti bruscamente e in tempo contro Assad). C’era pure l’affare russo: in quel momento gli Stati Uniti obamiani erano in piena paranoia unipolarista, e così la proposta di Mosca (alleata storica del regime siriano, a cui fornisce tutt’ora armi per combattere i ribelli) di procedere ad uno smantellamento delle armi chimiche siriane, fu presa per buona. Un patto che prevedeva la distruzione dell’arsenale (e quindi ne avrebbe escluso nuovi usi) in cambio della non ingerenza (che in quella situazione si traduceva brutalmente in “no bombe in testa”). Si creò perfino una sorta di caso diplomatico con la Francia, che aveva da subito accettato di buon grado l’idea iniziale americana di bombardare Assad: non solo mentre Parigi aveva predisposto tutto per l’azione, Washington aveva deciso di accettare la proposta di mediazione di Putin, ma l’amministrazione si era pure dimenticata di avvisare i francesi che lo stava facendo.

Ora siamo di nuovo al punto: il governo dittatoriale di Damasco, ha tenuto segreti alcuni precursori che gli permetterebbero con relativa rapidità di riarmare le bombe con sarin (agente nervino che produce una morte orrenda in coloro che li inalano) e con la ricina ─ composti non solo non smaltiti con le oltre 1300 tonnellate di roba analoga distrutta dalla missione Opcw-Onu, e probabilmente nemmeno mai dichiarati nelle lista di disclosure che Damasco doveva fornire ai garanti del patto.

Non bastasse, i funzionari dell’Opcw che hanno parlato con la Reuters, hanno confermato anche un’altra questione, pure questa abbondantemente nota: in Siria c’è stato un uso sistematico e ripetuto del cloro. Opcw non ha ricevuto il mandato per identificare i colpevoli a causa del veto della Russia ─ che è il più potente alleato militare del regime siriano, e fa una grossa attività per garantirne una “possibile” difesa diplomatica ─, e dunque non può sbilanciarsi ulteriormente, ma considerando che il cloro viene messo in bombole che sono attaccate ai barili esplosivi (le famigerate barrel bomb) lanciati dagli elicotteri, solo le forze governative possono essere state, visto che i ribelli non dispongono di un’aviazione ─ questa scarna dimostrazione della tesi è puramente accademica, dato che tutti sanno, ed esistono video che lo testimoniano, che sono gli elicotteri del regime a sganciare quelle bombe.

Quando Assad usa le barrel bomb al cloro, lo fa con un fine più simbolico che militare. Il cloro non fornisce all’esercito lealista particolari vantaggi tattici, è dannoso per l’organismo umano (letale sono per chi ha difficoltà respiratorie, o per i bambini molto piccoli che non hanno ancora un apparato sufficientemente sviluppato), ma non è un composto proibito, visto che ha ampio uso anche nell’industria civile. Per Assad è la leva della sfida, del simbolo di un potere (il suo) che va oltre le prescrizioni internazionali, qualcosa come “la Siria è mia e qui faccio quel che voglio” e “sono più forte dei veti”.

Sfidare gli americani sull’uso di un composto chimico come armamento, dopo la vicenda dello smaltimento imposto sull’arsenale siriano, è anche un modo per fare propaganda e per mantenere una presa sul consenso fatto di noi (cioè i lealisti) e loro (cioè i takfiri, gli empi che si ribellano, amici dell’Occidente). Tutto avviene in un momento critico per il regime, con la base politica alawita (il “noi”) che non si sente più al sicuro, e i ribelli (“loro”) che si coalizzano in massicce joint ventur sponsorizzate dai paesi arabi e dalla Turchia. A Idlib, il capoluogo del nord finito questo mese sotto il controllo dei ribelli per la prima volta dall’inizio della guerra, le organizzazioni umanitarie segnalano continui attacchi al cloro.

Nel frattempo non si hanno notizie di un gruppo di 250 soldati governativi, che è da diverse settimane intrappolato nel complesso del National Hospital di Jisr al Shughour, proprio in provincia di Idlib. L’assedio stretto dai ribelli locali, sta diventando un caso nazionale, e ci sono state fortissime pressioni verso il governo sul “fare qualcosa” per salvarli: si teme un’altra strage, un’altra “ferita identitaria” come il massacro delle reclute a Cob Speicher. I generali hanno organizzato una rescue-mission, come andrà a finire non si sa: sullo sfondo la necessità del regime di nuova autorevolezza, che potrebbe portare a una reazione spietata di Assad ─ à la Goutha, per capirci.


martedì 31 marzo 2015

Assad continua con gli attacchi chimici, e fa il bullo con l’Occidente

(Pubblicato su Formiche)

Da pochi giorni il governo siriano ha perso il controllo di Idlib, capoluogo del governatorato omino (nel nord ovest), seconda città più grande ad essere finita in mano ai ribelli, dopo Raqqah. Solo che a differenza di Raqqah ─ diventata la capitale dello Stato islamico ─, a prendere Idlib sono state le forze congiunte di diversi gruppi combattenti, guidate dal Fronte al Nusra, qaedista, e da Ahrar al Sham, storica entità salafita della guerra anti-Assad, quasi cancellata lo scorso settembre dopo un’attentato che ne aveva ucciso una cinquantina di membri della leadership. Realtà combattenti nemiche dello Stato islamico.

La perdita di Idlib, era stata preceduta da diversi attacchi chimici del governo: attacchi che in questi giorni si stanno ulteriormente intensificando. I bombardamenti sono operati con le rudimentali barrel bomb al cloro ─ ordigni scoperti lo scorso maggio, dei quali Daniele Raineri delFoglio e il Telegraph avevano mostrato per primi le prove. Si tratta dei soliti, atroci, barili riempiti di esplosivo, che i governativi da anni sganciano dagli elicotteri sulle città controllate dai ribelli: la “versione chimica”, ha agganciata al barile una bombola di gas di cloro. L’effetto chimico è relativo ─ le morti avvengono quasi esclusivamente per l’esplosione e il lancio di cluster metallici di cui i barili sono riempiti ─ sebbene il cloro sia un elemento dall’elevata tossicità, e la diffusione delle nube giallo-verdastra colpisca le vie respiratorie delle vittime provocando conseguenze anche gravi.

Differentemente all’effetto “militare”, il peso politico di questi bombardamenti è elevato. Innanzitutto perché le barrel bomb sono vietate dalle convezioni internazionali, in quanto sono un armamento improprio che non permette la discriminazione del bersaglio: infatti vengono lasciate cadere per gravità sugli obiettivi, ma molto spesso finiscono per colpire civili innocenti ─ quando i civili innocenti non sono proprio gli obiettivi. A questo si abbina l’input politico che il presidente Bashar al Assad trasmette ai suoi seguaci: “qui in Siria, nonostante quello che sentite dire, io posso permettermi di fare ancora ciò che voglio”.

Ma il principale messaggio dietro all’uso di barrel bomb al cloro, è rivolto all’Occidente, all’America, e trova nella propaganda solo la sponda. Assad sta utilizzando nuovamente le armi chimiche – anche se rudimentali e “chimicamente” meno letali di quelle più sofisticate al sarin utilizzate nel quartiere Goutha di Damasco nell’agosto 2013. Lo sta facendo, nonostante l’uso di certi armamenti aveva costituito il superamento di una delle “red lines” che Barack Obama aveva imposto sulla Siria, e che aveva portato la Casa Bianca sul punto di bombardare Damasco. Lo sta facendo, a riprova che l’accordo di smantellamento dell’arsenale chimico, non ha bloccato la sua furia vendicatrice, e a dimostrazione che nonostante quel disarmo restano altre frecce nel suo arco.

Alla generale impunità si aggiunge la beffa. Gli attacchi chimici di questi giorni e dei giorni passati, arrivano tutti dopo che John Kerry s’è lasciato sfuggire un’uscita infelice sulla riqualificazione diplomatica di Assad ─ il segretario di Stato americano aveva detto alla CBS che l’Amministrazione stava cercando di trovare modi adeguati per negoziare con Assad.

Non è un caso se gli attacchi chimici colpisco i ribelli di Idlib e non i soldati del Califfo a Raqqah. Per Assad l’IS non è altro che il comodo espediente che ne ha permesso la riqualificazione diplomatica, ripulendo le sue immondizie nella lavatrice della realpolitik, permettendogli di vendersi all’America e al mondo come un partner nella lotta al terrorismo islamico di Baghdadi.

Sempre sulla CBS, ieri, il presidente siriano rilasciava dichiarazioni da statista, dando indicazioni su come combattere adeguatamente il Califfato: «I raid aerei non bastano», ammoniva, ricordando che la sua intelligence ha dati secondo cui l’IS cresce ancora di mille combattenti al mese. Circostanza che in fondo a lui non dovrebbe dispiace: è proprio la presenza del Califfato in Siria, a permettere di passare sottotraccia, anche mediatica, alle operazioni sporche del governo di Damasco.


lunedì 22 settembre 2014

Assad: armi chimiche, bugie e ricatti

Lo scorso anno (in questi giorni), dopo gli attacchi chimici ordinati dal governo siriano contro i ribelli nel quartiere Goutha alla periferia di Damasco ─ dove rimasero uccise un paio di migliaia persone, quasi esclusivamente civili ─, Obama minacciò di bombardare la Siria. Era stata superata una delle "red lines" imposte dalla Casa Bianca (l'uso di armi chimiche, appunto) e Obama ─ controvoglia ─ si era trovato costretto a mantenere le promesse. Almeno a parole, non a fatti: l'intervento provvidenziale della Russia mediò, e permise allo storico alleato (Damasco) di uscire dalla pesante Damocle dei bombardamenti americani ─ e francesi, che avevano già dato l'ok. Ai tempi la crisi ucraina era lontana ─ anche se relativamente ─ e Washington schiacciò il "5" a Mosca, per aver tolto anche l'America dalla "noia" dell'intervento militare.

Il piano di mediazione messo in piedi da Mosca, consisteva nello smantellamento dell'arsenale chimico siriano. Assad controfirmò la sua disponibilità, e le operazioni iniziarono. Tra ritardi e rallentamenti ─ voluti dalla diplomazia di Damasco, ma anche causa della guerra in corso, è vero ─ fu stilata una lista completa delle armi chimiche, sulla base della quale iniziò il lento trasporto delle stesse verso il porto di Latakia ─ Assad aveva scelto la sua città, la base alawita, per far da base di carico dei prodotti.

La storia delle armi chimiche siriane è "lunga e travagliata": me ne sono occupato quasi passo per passo, a tratti anche approfondendo alcuni dettagli; dunque, onde evitare di rallentare la scorrevolezza di questo post, vi rimando al link sotto la tag "armi chimiche" del blog, per saperne un po' di più.

Per quello che si sta dicendo adesso, basta sapere che ufficialmente l'ultimo carico delle a.a. è partito il 24 giugno per la distruzione. L'Opcw (l'Organizzazione internazionale sulle armi chimiche) ha confermato che tutto l'arsenale dichiarato da Assad è stato prelevato e adeguatamente neutralizzato.

Salvo che, una mesata dopo, a luglio, il governo siriano ha presentato all'Opcw una mini-lista di altri tre siti di produzione di componenti chimici e biologici — siti dei quali, per capirci, non ne aveva mai parlato prima. Mentendo.

In particolare uno di questi impianti ha da subito destato preoccupazione. Si tratta di un sistema di produzione di ricina: la ricina è una proteina naturale che si ottiene dai semi di una pianta, il Ricinus Cuminis, forse più noto come Ricino. È altamente tossica, al punto che bastano 0.2 milligrammi ─ anche solo inalati se ad alte concentrazioni — per uccidere un uomo adulto.

L'Opcw ha confermato l'effettiva esistenza dei siti ─ e dunque ha certificato il governo di Assad come mentitore.

Assad ha anche comunicato che il luogo di produzione, adesso, si trova m in una zona attualmente sotto il controllo dei ribelli — per esattezza non ha specificato quali, ma sembra siano le forze dell'IS.

Che il presidente siriano sia inaffidabile, non è una novità — così come è da un po' che le agenzie di intelligence segnalano la possibilità che la Siria si sia tenuta (nascondendoli) una piccola parte dei componenti chimici.

Ora ci sono alcune considerazioni, legate a quello che fa il governo di Damasco.

1) Assad ha tenuto le armi nascoste, riservandosi la possibilità di nuovi utilizzi, se i ribelli fossero riusciti a prendere troppo spazio. In questo 1a) ha tradito l'Occidente e i suoi accordi 2a) ma, allo stesso tempo, si è mostrato forte (tanto da poter tradire gli accordi presi con la comunità internazionale) agli occhi del suoi clan – cosa che non guasta, visto i malumori interni (sotto questo'ottica si può leggere anche l'uso più che ripetuto dell barrel bomb al cloro, arma chimica di fatto, con cui sfidare gli impegni e mostrarsi "un duro" ai seguaci).

2) In questo momento Assad ha preferito "sacrificare" il deposito di ricina, nell'ottica di una strategia di ordine superiore: dare forza allo Stato Islamico e costringere gli USA e l'Occidente a farsi coinvolgere in Siria. Per certi aspetti, è la stessa strategia utilizzata con le basi intorno a Raqqah ─ esempio quello della Tabqa Air Base ─, con il governo che ha ritirato le truppe, lasciando una flebile linea di difesa davanti agli assalti del Califfo. Risultato: i soldati dello Stato Islamico sono entrati in possesso di ulteriori (e migliori) armamenti, sottratti dagli arsenali delle basi conquistate con il sangue. Effetto: il Califfato si è reso militarmente più potente, tanto da giustificare le richieste della Siria all'America&Co. di intervenire ─ in modo coordinato con Damasco, però ─ per distruggere le roccaforti instaurate sul proprio territorio dall'IS. Altra lettura a latere: dato che le forze del Califfato combattono anche le altre fazioni ribelli  tra cui, ovviamente, quelle più moderate (e sponsorizzate dagli Stati Uniti), Assad, che gioca al solito su una doppia agenda, ha favorito il rafforzamento dell'IS perché spiani i ribelli moderati, così da configurare l'insurrezione siriana come un manipolo di pericolosi terroristi ─ l'IS, appunto ─ agli occhi del mondo: questo permetterebbe al regime, di "giustificare" le atrocità commesse ─ secondo Assad, sia chiaro.

3) Succede ancora che le visioni diaboliche e ambigue di Assad, finiscono per mettere in serio pericolo un'intera regione (o forse di più?). Stavolta ha "permesso" ad un gruppo fondamentalista, fanatici quanto pericolosi, di entrare in possesso di un'arma di distruzione di massa. Come finirà questa storia non è chiaro: quello che è chiaro è che ─ non guasta ripeterlo ─ non c'è da fidarsi di Assad.


martedì 24 giugno 2014

Ultimo carico di armi chimiche siriane

Lunedì l'ultimo carico di armi chimiche siriane, è stato spostatp a bordo del cargo danese "Ark Futura" che provvederà al trasferimento dei materiali: quelli ad alta pericolosità saranno trasbordati sulla nave governativa americana "Cape Ray" al porto di Gioia Tauro per poi essere smaltiti in mare attraverso il FDHS, mentre quelli ad impatto più moderato sono diretti verso impianti industriali inglesi e finlandesi.

Ne ho parlato su The Post Internazionale.

La vicenda delle armi chimiche siriane, risale all'anno scorso: era il 21 agosto quando ci furono due attacchi in altrettanti quartieri del Rif di Damasco, che provocarono complessivamente le morte di migliaia di persone, quasi tutti civili. 

L'utilizzo delle armi chimiche rappresentava una red line non oltrepassabile secondo i moniti occidentali, guidati da Obama, tanto che qualche giorno dopo, quando ci furono le prime evidenze degli attacchi, gli Stati Uniti si trovarono a discutere della possibilità di un intervento militare. L'intervento non arrivò, sia perché Obama - debole - si trovò solo, senza l'aiuto dei principali partner dell'Occidente (a cominciare dalla Gran Bretagna), sia per l'indecisione - debole ancora di più, il presidente divenne quasi macchietta in una tiritera con il Congresso.

Da lì, la Russia si fece da mediatrice con l'alleato Assad, spostando la situazione sul tavolo delle trattative (e prendendo in mano il pallino geopolitico della situazione), tanto che ottenne il disarmo. È passato quasi un anno intero, per completare quella che doveva essere un'operazione di pochi mesi - tra ritardi fatti di doppi giochi e oggettive difficoltà.

Lunedì l'ultimo carico è arrivato al porto di Latakia e la nave danese è salpata verso Gioia Tauro: noi italiani non ci siamo fatti mancare isterismi e idiozie in merito alla decisione internazionale (dettata da Onu e Opcw che si sono occupate insieme dell'intera operazione), di utilizzare il porto calabrese per il trasbordo. Anche per questo il presidente dell'Opcw Uzmucu non ha specificato dettagli e tempistiche sul viaggio che i prodotti chimici di Assad stanno compiendo in queste ore.

La missione è conclusa, sebbene come noto, il regime di Damasco abbia operato di nuovo attacchi chimici negli ultimi mesi. Per evitare di aggravare la propria situazione e ripetere quella che sarebbe a tutti gli effetti stata una violazione intollerabile, in questi casi sono stati utilizzati prodotti industriali comuni. Tra questi, soprattutto il cloro, che combinato con le barrel bomb attraverso apposite bombole di gas di cloro (Cl2) ad innesco, si diffonde nell'aria appena dopo la deflagrazione a causa dell'alta volatilità. Il Cl2 quando si espande in atmosfera, data l'alta reattività, tende facilmente a legarsi con le componenti acquose dell'aria, formando composti acidi di vario genere e sali di cloro, nonché con i prodotti organici dando luogo ai clorurati. Ma le elevate concentrazioni che seguono le esplosioni, producono l'inalazione diretta del gas di cloro, prodotto altamente tossico che induce problematiche respiratorie anche gravi - e pure fatali.

Ovviamente l'uso di queste tecniche di bombardamento è ugualmente proibito dagli accordi internazionali e corrisponde ad un crimine di guerra, ma il cloro in sé non è una sostanza che è possibile inserire nelle liste delle armi chimiche, dato che rappresenta un elemento diretto o indiretto in numeroso produzioni industriali civili.

Assad le sta usando lo stesso, il mondo lo sa, ma a questo punto è inerme.

Tutte le cose che sono state scritte sulle armi chimiche - non solo siriane - sono rintracciabili attraverso l'etichetta "Armi chimiche", e rileggendole si ripercorre la storia di quello che è accaduto in Siria con maggiore perizia e si scoprono fatti che riguardano anche l'Italia.
  

lunedì 7 aprile 2014

Assad ha usato le armi chimiche anche il 27 marzo

Secondo un'alta fonte della sicurezza israeliana, citata dal Jerusalem Post, le forze governative dell'esercito di Assad, avrebbero fatto uso - nuovamente - delle armi chimiche. L'attacco sarebbe avvenuto il 27 marzo (e forse un altro i giorni successivi) in una zona periferica di Damasco, Harasta.

Si è parlato anche di morti, ma senza conferme ufficiali, mentre invece sarebbero stati decine i feriti tra i combattenti ribelli. Ne ho scritto per Formiche.

venerdì 31 gennaio 2014

I ritardi sulle armi chimiche siriane

La Siria avrebbe consegnato finora meno del 5 per cento del proprio arsenale chimico. Sono fonti vicine all'Opcw (l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che si sta occupando dello smantellamento) ad averlo rivelato a Reuters.

Ho provato un po' ad analizzare la situazione, anche in relazione dei colloqui di pace "Ginevra 2" che si sono chiusi ieri con un nulla di fatto: per chi è interessato, il pezzo è su Formiche.

giovedì 16 gennaio 2014

Le armi chimiche di Gioia Tauro

Oggi all'audizione delle Commissioni congiunte di Esteri e Difesa, alla presenza di Ahmet Üzümcü - diplomatico turco, direttore generale dell'Opcw - i ministri Bonino e Lupi (Esteri e Infrastrutture) hanno annunciato che sarà Gioia Tauro il porto dove faranno scalo le armi chimiche siriane, per poi essere imbarcate a bordo della Cape Ray - la nave americana dove si procederà al Fdhs. (Ne ho scritto per The Post Internazionale: "Scelto il porto per le armi chimiche").

Si era già parlato delle preoccupazioni internazionali sulle reazioni delle nostre comunità locali, e devo dire, che non abbiamo disatteso le aspettative.

«Non mi avevano informato. Mettono a repentaglio la mia vita. Se succede qualcosa la popolazione mi viene a prendere con un forcone» è stato il commento del primo cittadino di Gioia Tauro Bellofiore subito dopo aver appreso la notizia, aggiungendo: «E' gravissimo, forse il ministro Bonino non sa cos'è la democrazia. E' la solita scelta calata dall'alto. Siamo considerati una popolazione di serie B. Tra l'altro, qui non c'è un'ospedale attrezzato». Anologhe reazioni dal sindaco di San Ferdinando – comune contiguo, in cui ricade il 75% del porto – che è arrivato a minacciare di emettere un'ordinanza di chiusura dello scalo.

lunedì 13 gennaio 2014

L'Italia e le armi chimiche siriane

Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha annunciato ieri che sarà comunicato giovedì 16 gennaio, il nome del porto italiano in cui le armi chimiche siriane saranno trasferite dal cargo danese "Ark Futura" alla nave del governo americano "MV Cape Ray" - dove con le procedure di idrolisi Fdhs verranno distrutte. Ne ho scritto per The Post Internazionale: "Armi chimiche in Italia".

Le operazione hanno subito dei ritardi - di cui si era già fatta previsione in quella lettera trapelata del segretario generale della Nazioni Unite Ban Ki Moon. La guerra è in corso e i feroci combattimenti tra Damasco e Lathakia - il porto da cui è salpata la "Ark Futura" - hanno impedito a lungo i trasferimenti.

Ma a preoccupare la comunità internazionale, ci sono altre battaglie locali: quelle italiane. I porti proposti come destinazioni per le operazioni di trasbordo sono Augusta, Taranto, Gioa Tauro, Brindisi e Cagliari. I pugliesi hanno già fatto sapere che non se ne parla - è a rischio la reputazione e l'introito turistico, a dir loro - il governatore sardo Cappellacci s'è messo sul piede di guerra, infuocando le folle al sabotaggio delle operazioni.

Della situazione s'è preso briga anche il Wall Street Journal, che ha espresso preoccupazioni sulle "guerriglie" interne ai nostri campanili, in un articolo dal titolo eloquente: "Local Opposition in Italy Risks Delaying Syrian Arsenal Destruction". La paura è che certe posizioni possano produrre ulteriori problematiche a quella che è una faccenda già di per sé complicatissima - e per altro, risolta attraverso metodi sperimentali, al primo impiego effettivo come il Fdhs.

Non è problema di inquinamento, nemmeno si può parlare di atteggiamento Nimby: qua è solo l'ignoranza che la fa da padrone, la chiusura mentale, il provincialismo, di cui noi continuiamo a macchiarci. Il populismo "made in Italy" da questo trae linfa. (E Cappellacci ha avuto buona scuola, in certe questioni).

Le operazioni di passaggio da una nave all'altra, sono sicure, almeno tanto quanto sono sicuri i vari passaggi di container - spesso contenenti sostanze altrettanto nocive per l'ambiente - che interessano i giornalmente porti della penisola. Ma purtroppo è qualcosa simile alla paura dell'ignoto, alla superstizione - mista a un po' di sano complottismo anti-america - a regolare il gioco.

Ora, questa è un'opinione personale: i fatti sono nell'articolo linkato. Ma siccome utilizzo spesso questo spazio per esprimere i miei pensieri, vado oltre, prendendomi l'onore - non concesso e non richiesto - di trovare una soluzione.

E perché "le case di vetro" servono a poco: serve che si facciano le cose giuste, è vero, ma non per forza tutti devono essere a conoscenza di tutto. Ragion per cui, catalogare le operazioni - militari - come "top sceret", avrebbe permesso di sbrigare la pratica più velocemente, senza isterismi e corse al consenso e senza correre il rischio che il mondo metta in discussione - come al solito - la nostra affidabilità.

sabato 7 dicembre 2013

Ci sono un po' di guai con le armi chimiche siriane

In una lettera scritta dal segretario generale della Nazioni Unite al Consiglio di Sicurezza, si legge la profonda preoccupazione di Ban Ki Moon sulle operazioni dello staff dell'Opcw che sta operando in Siria. La lettera, che doveva essere riservata è stata integralmente pubblicata nel sito internet del reporter Nabil Abi Saab (corrispondente dal palazzo dell'Onu per la TV americana in lingua araba al-Hurra), prima della pubblica diffusione.

Da quello che scrive Ban lo spostamento dello staff composto da 15 esperti più altre 48 persone d'appoggio, è reso complicato dal perpetrarsi del conflitto e dall'enorme emergenza umanitaria - «La situazione della sicurezza è instabile, imprevedibile e altamente pericolosa» ha scritto. E a queste condizioni, si legano le preoccupazioni per la sicurezza della Fase III dell'operazione, quando le 1.200 tonnellate di materiale dovranno essere spostate verso il porto di Latakia e trasportate via mare - probabilmente con navi cargo norvegesi e danesi - verso la Mv Cape Ray, la nave che gli Stati Uniti hanno messo a disposizione per procedere alle operazioni di neutralizzazione di composti in sito. Le strade di comunicazione, sarebbero campi di battaglia e non è ancora chiaro se aggirarle o richiedere la momentanea sospensione degli scontri.

La base di al-Safira, nella zona di Aleppo
Ma la più forte delle perplessità espresse da Ban, è collegata all'attuale Fase II delle operazioni - quella delle ispezioni dell'Opcw attualmente ancora in corso. Nella lettera, infatti, trapela che ci sarebbero dei "buchi" nei controlli. Sembrerebbe infatti che gli scontri tra ribelli e filo-governativi, avrebbero reso poco sicure le ispezioni in 3 dei 23 siti dichiarati da Assad. In due i tenici Opcw si sarebbero fatti sostituire da delegati del governo siriano, dotati di telecamere sigillate con Gps, per quanto meno filmare - e avere certezze - le reali condizioni delle basi. Dai dati satellitari e dalle registrazioni, i video forniti dai siriani sono stati comunque successivamente autenticati dall'Opcw.

Resta invece un sito non ancora ispezionato, che il governo ha dichiarato dismesso, ma che secondo alcuni analisti potrebbe trattarsi invece di quello di al-Safira (area a sud di Aleppo, nei pressi del lago Jabbul, dove ancora la battaglia è intensa), che sarebbe all'opposto uno dei più importanti - dove il gas nervino viene prodotto e caricato sui missili di "categoria 3", come quelli che hanno colpito nei due quartieri di Damasco il 21 agosto.

L'Opcw si sarebbe riservata la possibilità di intervenire quando le condizioni di sicurezza miglioreranno.


giovedì 5 dicembre 2013

Che cos'è il Field Deployable Hydrolysis System

Della possibilità di distruggere le armi chimiche siriane in mare si era già parlato - sebbene tralasciando che l'attuale Convenzione non permette più questo genere di pratiche, sbrigative quanto inquinanti. Per il mare, però, la decisione definitiva sembra passare: secondo quanto rivelato ad Associated Press da alcune fonti dell'amministrazione Obama, l'arsenale di Assad sarà distrutto a bordo di una nave nel Mediterraneo - ne ho scritto su The Post Internazionale: "Chi distruggerà l'arsenale di Assad?"

La MV Cape Ray nel porto di Portsmouth
La nave scelta, secondo quanto dice AP, sarebbe una di quelle di proprietà del governo, e per l'esattezza la MV Cape Ray: costruita dalla Kawasaki Heavy Industries Ltd, in Giappone, fu consegnata nel 1977 alla Saudi Arabia National Ship Co. con il nome di "MV Seaspeed" e poi successivamente rinominata "Arabia Makkah". Nel 1993 fu acquistata dall'Amministrazione marittima statunitense - Dipartimento dei Trasporti - riconvertita per uso militare e rinominata "Cape Ray" (T-AKR 9679). Assegnata nel 1994 alla Ready Reserve Force è in stato di funzionamento ridotto nel porto di Portsmouth (vicino alla base di Norfolk, in Virgina). Dotata di due motori diesel, è lunga 197.5 metri e larga 32, con una stazza di 35.350 tonnellate a pieno carico. I tempi di operatività sono di 5 giorni.

La Cape Ray non è dotata di nessun genere di armamento, ragion per cui al momento delle operazioni sarà previsto un contingente di scorta: d'altronde già diverse elementi della marina americana si trovano in missione nel Mediterraneo. Le operazioni saranno sotto il controllo del Military Sealift Command del dipartimento della Difesa, ma l'equipaggio sarebbe composto da civili. 

L'amministrazione Obama ha usato spesso le acque internazionali in situazione delicate, quando le opzioni sulla terraferma non erano praticabili: per esempio la marina Usa ha seppellito in mare Osama bin Laden, leader di al-Qaeda ucciso nel raid di Abbottabad di maggio del 2011 per evitare che la sua tomba diventasse un mausoleo. Ma soprattutto le navi in mare aperto, sono state spesso utilizzate dall'intelligence come luogo d'interrogatorio per diversi sospetti terroristi - da quando la Cia ha chiuso le prigioni segrete oltreoceano e Obama si è opposto all'invio di altri detenuti nel carcere cubane di Guantanamo. In una nave nel Mediterraneo, fu interrogato ultimamente Abu Anas al Liby, affiliato libico di al Qaeda considerato tra i responsabili degli attentati alle ambasciate americane nel 1998, catturato i primi d'ottobre.

Field Deployable Hydrolysis Systems
Per il via all'operazione di smantellamento, manca soltanto la ratifica degli ultimi dettagli - si dovrebbe procedere a breve, entro fine anno. La tecnica utilizzata sarà quella di recentissimo sviluppo (giugno 2013) del Field Deployable Hydrolysis System, sistema studiato dalla Defense Threat Reduction Agency - braccio di supporto del Pentagono nel contrasto alle armi di distruzione di massa - in partnership con l'Edgewood Chemical Biological Center (Ecbc) dell'esercito statunitense, che però non è stato ancora mai utilizzato in fase operativa diretta (oltretutto è stato pensato per operare a terra e non all'interno di uno scafo).

Il Dipartimento della Difesa, sostiene che l'apparecchiatura trasportabile, può essere operativa in poco più di una settimana ed è in grado di distruggere dalle 5 alle 25 tonnellate di composti chimici al giorno.

Come funziona? CBARR News (pubblicazione del Chemical Biological Application and Reduction Risk business unit dell'Ecbc) ha pubblicato nel numero di agosto di quest'anno una spiegazione illustrata (qui il .pdf) dove vengono descritte le varie componenti del macchinario - quello per uso a terra - e i loro funzionamenti. 

La neutralizzazione dei composti avviene per idrolisi all'interno di un reattore chimico di titanio. L'idrolisi è il processo attraverso il quale le molecole di un determinato composto vengono scisse in due o più parti utilizzando l'acqua. Nel caso specifico, per ottenere la scissione verranno utilizzati dei composti catalizzatori: si tratta una base forte come l'idrossido di sodio (NaOH), oppure del sale di sodio dell'acido ipoclorso, l'ipoclorito di sodio (NaClO), da tutti conosciuto come "candeggina". La catalizzazione della reazione d'idrolisi avverrà anche attraverso l'innalzamento della temperatura della soluzione. La ventilazione viene gestita da appositi filtri, che forniscono ricambio d'aria - e ossigeno - e bloccano eventuali emissioni pericolose. 

Nella struttura opereranno 15 elementi, che procederanno al riconoscimento in laboratorio - connesso al Fdhs e dotato di apparecchiature per la cromatografia-spettrometria di massa - delle sostanze, prima dell'inizio dell'idrolisi. Infatti le sostanze chimiche da armamenti si dividono in due categorie:  il gruppo G-type, che comprende gli agenti nervini, Sarin, Soman, Tabun e VX, e le tipologie degli agenti vescicanti e gas mostarda. Il preventivo riconoscimento è una parte fondamentale per definire le reazioni da applicare: per esempio, i gas mostarda richiedono acqua a 90° per la neutralizzazione, gli agenti nervini no. Nel sistema è compresa anche una camera di detonazione T-30, che può essere utilizzata in combinazione con Fdhs, ed è prevista una stazione di decontaminazione del personale.

L'efficienza dichiarata è del 99.9 per cento: i composti dopo il trattamento, saranno resi neutri. Il processo di neutralizzazione Fdhs genera rifiuti in volumi da 5 a 14 volte il volume di materiale trattato. Ben cinque contenitori per rifiuti, classificati per temperature, vengono utilizzati per lo stoccaggio provvisorio dei reflui, che sarà pompato dai contenitori intermedi dopo che si è raffreddato. Questi rifiuti pericolosi potranno quindi essere commercialmente smaltiti: la circostanza che non è ancora chiara, è chi se ne occuperà e dove, sebbene già 35 società specializzate sembrerebbe che abbiano già presentato un'offerta per il trattamento.


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mercoledì 20 novembre 2013

Le armi chimiche siriane potrebbero essere buttate in mare

Fonti anonime - provenienti dall'ambito della discussione sullo smaltimento dell'arsenale di Assad - hanno rivelato a Reuters che le armi chimiche siriane potrebbero essere smaltite in mare. La possibilità è stata confermata da un funzionario Opcw che ha commentato «L'unica cosa che sappiamo in questo momento è che la pratica è tecnicamente possibile», senza però accennare a quanto tale probabilità sia palpabile.

La tecnica, che sembrerebbe in completo controsenso con ogni buona pratica ambientale, sarebbe stata già utilizzata dal Giappone e ripetuta dagli Stati Uniti in un atollo del Pacifico, intorno agli anni '90.



mercoledì 6 novembre 2013

In Siria ci risiamo, più o meno

L'inviato delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi, ha detto che ancora «si sta vedendo se sarà possibile programmare la conferenza di pace entro l'anno». I negoziati non procederebbero come dovuto, e nonostante Assad si sia dimostrato disponibile e collaborativo per quel che riguarda lo smantellamento delle armi chimiche in suo possesso, si sarebbe detto non pronto per negoziare le pace e consegnare il potere.

Dall'altra parte, comunque, l'opposizione vive una serie intricata di problemi e contraddizioni, essenzialmente legati alla possibilità e necessità di costruire un fronte unito, e alla presenza - come si diceva - di infiltrazioni qaediste all'interno dei gruppi degli insorti.

Proprio su questo si espresso Jarba, uno dei leder degli oppositori, che si è dichiarata disposto a partecipare alla conferenza di pace di Ginevra, solo come parte di un fronte unito e solo se i colloqui dovessero avvenire all'interno di un "cessate il fuoco".

giovedì 3 ottobre 2013

Armi chimiche in Italia e nel mondo

È arrivato in Siria il team di 19 esperti dell'Opcw, accompagnati da altri 14 dell'Onu, per effettuare il sopralluogo preliminare. Il compito sarà quello di individuare la localizzazione esatta dell'arsenale chimico di Assad e cominciare a organizzare le operazioni - mentre lo smantellamento vero e proprio dovrebbe iniziare la prossima settimana, quando arrivernno un'altra ventina di tecnici Opcw (avranno tempo fino a metà dl 2014).

Per ammissione dello stesso ministro degli Esteri siriano, Walid Moallem, intervenuto all'Assemblea generale dell'Onu, sette dei 19 siti indicati da Damasco si troverebbero in zone di guerra. Questa sarebbe la prima volta dalla costituzione dell'Organizzazione, che le squadre dell'Opcw opereranno in teatri di guerra.

La questione dello smantellamento dei deterrenti chimici, infatti nasce da prima dell'attacco chimico di un mese fa ai quartieri orientali di Damasco - Douma, Jobar, Zamalka, Arbeen e Ein Tarma. La struttura internazionale - indipendente dall'Onu ma in accordo di collaborazione - è nata nel 1997 per dare il via operativo alla Convenzione sulle armi chimiche (Cac), firmata nel 1993 dalla gran parte dei Paesi del mondo (non l'hanno ancora ratificata soltanto Siria, Israele, Egitto, Myanmar, Sudan del Sud, Corea del Nord e Angola). L'intento è "ripulire" gli eserciti mondiali da queste tipologie di armamenti, processo che fa parte del percorso di disarmo e degli accordi di non proliferazione delle armi di distruzione di massa. La sede è all'Aia in un palazzo realizzato dall'architetto americano Kallman; attualmente è guidata dal turco Uzumcu. 

Secondo la convenzione - che ha il compito di recepire le dichiarazioni degli stati aderenti e di avviare ispezioni, anche per controllare la produzione e l'utilizzo di sostanze chimiche di largo consumo, ma potenzialmente pericolose e utilizzabili per produrre armi chimiche (sono stati individuati 5426 siti di questo genere) - doveva essere avviato un percorso condiviso, in quattro fasi, per arrivare alla completa distruzione dell'arsenale mondiale. 
Fasi previste (fonte Wikipedia)
Fase% RiduzioneData previstaNote
I1%Aprile 2000
II20%Aprile 2002Completa distruzione di munizioni vuote, precursori chimici,
sistemi di riempimento, attrezzature e armi.
III45%Aprile 2004
IV100%Aprile 2007
Nessuno dei paesi ha rispettato gli obiettivi, così che si sono rese necessarie le proroghe - comunque disposte già nell'accordo come possibilità, vista la complessità delle operazioni. Attualmente, secondo i dati riportati da BBC, la situazione delle due superpotenze Usa e Russia - che avrebbero i maggiori quantitativi -, sarebbe quella riportata nell'immagine. 
Lo smantellamento delle armi chimiche 
sovietiche e statunitensi,
e il confronto con quelle siriane e libiche 
Grosse quantità sarebbero in possesso anche di Israele, Cina e Giappone, ma anche di , Germania, Francia, Regno Unito, e poi Albania, Algeria, Argentina, Australia, Brasile, Bulgaria, Burma (Myanmar), Canada, Egitto, India, Iran, Libia, Messico, Olanda, Nord Korea, Pakistan, Polonia, Romania, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa Sud Korea, Svezia, Taiwan, Ucraina (sotto ogni paese, è riportato il link al programma di smantellamento delle armi di distruzione di massa).

E la situazione italiana?

Si sa che l'Italia utilizzò iprite (la senape di zolfo) in bombe aeree sganciate in Etiopia nel 1936, e che successivamente ne continuò la produzione. Ma ancora oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945, anche perché gran parte dei dati sono coperti dal segreto militare. Il piano varato da Mussolini prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30 mila tonnellate di gas ogni anno: iprite, fosgene e composti dell'arsenico. A queste si abbinerebbero quelle dislocate da americani ed inglesi nelle fasi di intervento in guerra: il premio Pulitzer e saggista Rick Atkinson ha stimato che l'esercito statunitense stoccò circa 200 mila bombe chimiche negli aeroporti del Sud - per fronteggiare quelli posizionati al nord dai nazisti. Si racconta dell'affondamento di una nave da trasporto nei pressi del porto di Bari: ne parla anche uno studio del 2001 dell'Icram, l'attuale Ispra. Si trattava della Uss John Hervey, contenente bombe da aereo (del tipo M47 A1 e M70, secondo "Disaster at Bari" di Infield Glenn B., The Mcmillian Company, 1971): probabilmente fu affondata da un'incursione della Luftwaffe, che procurò il versamento in acqua di tutto il suo carico di iprite (fatto che, sempre a quel che si dice, sarebbe stato messo a tacere da Churchill in persona).

Il punto più preciso sulla situazione è stato fatto lo scorso anno (febbraio 2012) da Legambiente, con il dossier "Armi chimiche: un'eredità ancora pericolosa"; studio condotto in collaborazione con il Coordinamento Nazionale 
fonte Legambiente
Bonifica Armi Chimiche. Sarebbero 30 mila gli ordigni inesplosi inabissati nell'Adriatico: di questi 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari; ammonta a 13mila proiettili e 438 barili contenenti pericolose sostanze tossiche il numero di quelli stimati invece nel golfo di Napoli; e 4300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Inoltre ci sono i laboratori e i depositi di armi chimiche della Chemical City in provincia di Viterbo e l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro. Per finire ci sarebbero migliaia di bomblets, i piccoli ordigni derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo, sganciati dagli aerei Nato nel 1999 sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra in Kosovo.

"Si tratta di cimiteri chimici che rilasciano sostanze killer dannosissime come arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina" ha spiegato in occasione delle presentazione del dossier 2012 Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente. "L’obiettivo – aggiunge - è di promuovere azioni per la difesa dell’ambiente e la protezione contro i rischi derivanti dall’esposizione a sostanze tossiche provenienti dalle armi chimiche e dalla mancata bonifica dei siti civili e militari a terra, nei laghi, nei fiumi e nel mare, in cui queste armi sono state fabbricate o abbandonate. Su questo ci aspettiamo un cambio di passo e un segnale di protagonismo e trasparenza da parte delle istituzioni, a partire dal Ministero della Difesa e dal Parlamento".

Lo smantellamento dell'arsenale italiano è stato affidato già dal 1993 a un impianto ad hoc costruito a Civitavecchia, che imprigiona le scorie velenose in appositi silos. La fabbrica lavora senza sosta e continuerà a farlo. "Lì i cilindri di cemento all'arsenico, custodi testamentari del delirio chimico, continuano ad aumentare" scrive Gianluca De Feo. Il giornalista dell'Espresso, autore di un'inchiesta sulle cui basi il settimanale ha ricostruito una cartina interattiva dei punti sensibili in tutta la Penisola, e di un libro sull'argomento: "Veleni di Stato" (Bur, 2010). 

Secondo quanto risposto ad un'interrogazione parlamentare del 2009 dall'allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, la data prevista di "fine lavori" dovrebbe essere il 2022 - l'Italia non sarebbe l'unico a sforare i tempi della Cac, come detto - e sarebbe previsto uno stanziamento annuo di 1,2 milioni fino al 2023. Dai dati riportati dall'ex Ministro, sembrerebbe che sebbene il ritmo di smantellamento sia di 1500 unità annuali, resterebbero ancora 20000 ordigni da neutralizzare. Anche se resta comunque aperta, la questione della bonifica dei mari e dei luoghi di passata produzione.

Il centro tecnico logistico interforze di Civitavecchia (costituito l'1 aprile 2003 in esito all'accorpamento dello stabilimento militare materiali difesa NBC di Civitavecchia con il centro tecnico chimico, fisico, biologico) è un impianto di eccellenza, tanto che il suo nominativo è girato nei giorni passati tra quelli papabili per lo smantellamento dell'arsenale di Assad, qualora si dovesse decidere il trasporto degli armamenti all'esterno della Siria.




venerdì 27 settembre 2013

Ma se la Siria non rispetta l'accordo?

Ieri, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si è raggiunto l'accordo sulla bozza di risoluzione per la questione siriana. L'accordo praticamente ricalca la bozza d'intesa del 14 settembre, e la Russia - rappresentata dal Ministro Lavrov - ha dato il via libera.

La decisione sarà votata alle ore 20 di oggi, venerdì, a New York dove il Consiglio ha sede - le 2 di mattina, ora Italiana. Si tratterebbe della prima risoluzione, "vincolante ed esecutiva", adottata dall'Onu dall'inizio del conflitto. Finora la Russia era sempre stata contraria e dunque non si era mai arrivati ad una decisione. Infatti la Russia è uno dei cinque paesi - insieme a Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna e Francia - ad avere il diritto di veto sulle questioni del Consiglio, e sulla Siria (storico alleato sovietico) lo aveva sempre esercitato.

Il Consiglio di Sicurezza - un organo delle Nazioni Unite che delibera sulle violazioni e minacce della pace - è composto da 10 membri più i cinque permanenti. I membri non permanenti vengono votati cinque alla volta ogni due anni (periodo dell'incarico): adesso sono Azerbaigian, Guatemala, Marocco, Pakistan e Togo (con il presidente momentaneo Menan) in scadenza a fine 2013, e i nuovi eletti Argentina, Australia, Lussemburgo, Corea del Sud e Ruanda. Tutte le decisioni su questioni sostanziali (non procedurali) richiedono il voto favorevole di almeno nove membri dei quindici totali. Ma c'è il diritto di veto: e cioè, se uno dei paesi membri permanenti - il ruolo è storico, dovuto alla fondazione dell'Onu, proprio da questi paesi vittoriosi durante la Seconda guerra mondiale - pone il proprio veto, la decisione è bloccata. Così ha fatto la Russia fin qui, sulla Siria.

L'accordo raggiunto è stato già in buona parte criticato dagli analisti che hanno letto la bozza: il problema è legato al come procedere se Assad non rispetta gli intenti. Sarebbe infatti prevista la procedura del Capitolo VII della Carta Onu, che prevede l'imposizioni di sanzioni (embarghi eccetera) oppure l'intervento militare. Tuttavia, a quanto pare, non c'è nessun richiamo effettivo ed esplicito a questi due extrema ratio, che quindi, nell'eventualità, dovrebbero essere rivotati dal Consiglio di Sicurezza: dove ovviamente, la Russia potrebbe porre di nuovo il veto.

Nel testo in approvazione, si parla anche di processare i responsabili della violazione della Cac (Convenzione sulle armi chimiche), ma non è previsto nessun meccanismo per processare questi responsabili. Infatti il riferimento al Tribunale Penale Internazionale - la corte per crimini internazionali che ha sede all’Aia, nei Paesi Bassi, - è stato tolto dal testo per volontà della Russia.

Atto che indebolisce l’intero sistema sanzionatorio della risoluzione e pone la grossa problematica se Assad "facesse il furbo". Non un gran risultato per gli Stati Uniti, che tuttavia hanno commentato la risoluzione con un entusiastico "storica e senza precedenti".

La votazione di stasera, sarà comunque vincolata dal piano tecnico che l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) - con sede anch'essa all'Aia - dovrà redigere entro oggi. Si parla di come distruggerle.

Secondo quel che scrive il Washington Post oggi, la situazione - la fonte è un funzionario del Dipartimento di Stato - del rapporto presentato da Damasco alla Opcw, non reso ancora pubblico, sarebbe migliore del previsto. Dalle prime stime - confermate anche da un'analisi del governo russo, che è stato per anni partner militare siriano - si sa che la Siria possiede più o meno 1000 tonnellate di materiale chimico da guerra. 300 sono di iprite, la senape di zolfo - gas vescicante dal tipico odore di senape, usato già nella prima guerra mondiale e che gli italiani usarono in Etiopia. (Non è chiaro ancora invece, se in questa quantità siano conteggiate anche le mostarde azotate, agenti simili ma meno tossiche). L'iprite sarebbe sia in forma liquida che gassosa.

Una parte degli agenti chimici sarebbe in condizioni bifasiche: si tratta di materiali che vengono mantenuti separatamente e poi mescolati al momento dell'armamento delle bombe - su questi Ahzmet Uzumucu, direttore del Opcw, ha dichiarato ad Euronews che sarebbero addirittura più comodi da smaltire.  Tra questi ci sarebbe il restante dell'armamento:  gli agenti nervini, tra cui il famigerato Sarin, utilizzato nell'attacco del 21 agosto e di cui i soldati americani avevano detto di aver osservato proprio la preparazione via satellite nei tre giorni precedenti.

Molti degli agenti chimici siriani sarebbero comunque "unweaponized", cioè non armati. (Ne avevo già parlato su The Post Int su come fosse migliore la gestione in questi casi). Secondo Michael Kulhman - scienziato a capo della divisione di sicurezza nazionale di Battelle, società che ha smaltito parecchie armi americane post guerra fredda - i processi di neutralizzazione (per idrolisi) o di incenerimento sarebbero ben gestibili.

Il problema resta comunque l'impossibilità di trasferire i composti negli Stati Uniti, visto che esiste una legge che ne proibisce il traffico. E le difficoltà di posizionare in Siria le unità mobili, visto la guerra civile in corso - stesso dicasi per la costruzione dei nuovi, a cui si abbina la questione tempo. La Russia, a tal proposito si sarebbe proposta nuovamente da garante,  offrendo l'invio di un contingente militare (formato anche da soldati dell'Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, la Russian-led Collective Security Treaty Organisation) da mettere a presidio e difesa dei siti in cui gli ispettori dell'Onu e le squadre di distruzione opereranno. "Crediamo che l'arsenale debba essere smantellato in territorio siriano" ha detto Ryabkov, vice ministro degli Esteri al Guardian.

(Su tutto il silenzio di Obama).


Il disegnino del WaPo









giovedì 26 settembre 2013

Come distruggere le armi chimiche

Unità Explosive Destruction System (Eds)
La situazione in Siria non migliora, anzi.
Intanto che gli ispettori Onu sono tornati nel paese per approfondimenti ed ulteriori indagini, sembra sempre più profondo lo spacco all'interno dei ribelli. Ci sarebbero, secondo la Stampa, 13 gruppi che rifiuterebbero l'autorità della Coalizione nazionale siriana - sostenuta dall'Occidente e da Arabia Saudita e Qatar -. Tra i gruppi dissidenti - il formale fronte islamista, più o meno - anche al-Nusra, legato ad al-Qaeda.

Ho scritto su The Post Internazionale un articolo che parla di quali sono i metodi per distruggere le armi chimiche.

Anche la soluzione tecnica a questo gran pasticcio è molto complicata e si divide a seconda che si tratti di composti in sé o armamenti già caricati, ma anche tempi e luoghi giocano un ruolo importante.

Sul sito della BBC c'è un bel disegnino di come sono fatte e come funzionano le unità mobili Eds dell'esercito americano - tecnica abbastanza in uso e tra le più papabili - che non ho messo sull'articolo e approfitto per metterlo qui.


Rocket with chemical warhead is loaded into a steel cradle
with an explosive charge attached

Cradle containing rocket loaded into steel drum and explosive is detonated to release toxic contents.
Chemicals are added and drum is rotated to mix and neutralise contents.

lunedì 2 settembre 2013

La questione #Siria per chi non segue la questione #Siria

In Siria si sta svolgendo da tempo - e con tempo intendo anni - una guerra civile di spaventose dimensioni: si contano, ad oggi, qualcosa come 100.000 morti.

È legittimo, non troppo lecito, di sicuro non giusto, che qualcuno non abbia seguito la questione con interesse. Anzi, che non l'abbia seguita proprio. Ognuno davanti ad una così ampia distribuzione e diffusione dell'informazione, può scegliersi le proprie notizie, crearsi la propria personale rassegna. E sempre per ragioni legate al momento - non proprio roseo che la nostra società italiana sta vivendo - è possibile anche che qualcuno decida di non mettere altra benzina su un fuoco che brucia di crisi economica, lavoro che non c'è, governi che vacillano, politica e politiche che latitano. È legittimo, non giusto.

Ciò detto come premessa necessaria, affinché si regga in piedi la base portante di questo post, che prevede che chi legge, abbia un approfondimento molto relativo su quello che succede in Siria e su quello che soprattutto sta succedendo in queste ultime ore. Da qui - da questo blog - non c'è la pretesa di chiarire o rendere corposo quell'approfondimento: l''obiettivo semmai è creare una ricostruzione rapida, a cui abbinare adeguati link. Ragion per cui le parole blu saranno parecchie in modo tale che chi vuole, può prendere queste righe come spunto, o appunto, per ulteriori passi.

La questione è importante. Ci potrebbe essere di mezzo molto del nostro futuro - e non solo la vita di milioni di persone che stanno affrontando la disperazione della guerra. E ci potrebbe essere di mezzo anche quel lavoro, quell'economia che non riparte, quei governi che si intoppano e quella politica che non funziona. Ci siamo di mezzo noi, tutti, per questo vale la pena saperne almeno qualcosa.

Dunque, parto dal motivo della guerra: è ben spiegato con una pagina dedicata di Wikipedia, ma in soldoni è tutto dovuto al fatto che nel 2011 iniziarono manifestazioni di piazza per chiedere al presidente Bashar al-Assad di avviare il processo di riforme, necessario per trasformare la Siria in uno stato democratico (la motivazione vera, era la liberazione di alcuni prigionieri politici). Il governo accusò i manifestanti in protesta di mirare a creare uno stato islamico radicale, e così iniziò a sedare le rivolte. I metodi furono molto forti, con scontri tra polizia e manifestanti, che finirono nel sangue.

Da lì tutto prese dimensioni superiori, Assad schierò anche l'esercito che non esitò ad aprire il fuoco sui civili; la popolazione in rivolta rispose con la formazione dell'Esercito siriano libero. Da scontri in manifestazioni, si passò alla guerra civile. In mezzo una serie complicata di cose, con i servizi segreti - anche occidentali - che hanno lavorato al solito, un areo turco abbattuto e una serie di colpi di mortaio sparati verso la Turchia dai lealisti siriani - la Turchia era stata invitata a non intervenire nel conflitto, ma a muovere iniziative diplomatiche da parte degli Stati Uniti: andò il capo della Cia David Petraeus in persona a parlare con il presidente Gal - e il complicarsi della situazione geopolitica, con la Russia che si è dichiarata con sempre maggior convinzione "amica" di Assad. Tutto questo su quella pagine del link, c'è meglio che qui.

C'è anche una pagina di giornalismo - che si potrebbe a buon diritto definire gonzo - molto interessante legata al conflitto. Si tratta di un articolo di Francesca Borri, freelance proprio in Siria, che ha raccontato la sua vita: le trincee e gli oscuri incontri con le fonti, le difficoltà di vendere i pezzi alle redazioni, e soprattutto la guerra. Se n'è parlato molto, anche estrapolando il tema centrale della guerra, e quindi val la pena leggerlo. Tra l'altro è un buono specchio di quello che succede laggiù: certo, l'aspetto emotivo la fa da padrone, ma d'altronde si parla di persone - e di gonzo si diceva. È stato pubblicata dalla Columbia Journalism Review e poi in italiano da molte altre testate, per primo però è stato il Post: il link è questo.

Per chi ha veramente piacere, sempre sul Post c'è da seguire il tag "Siria", con una ricostruzione completa dal 2010 - anno in cui non c'erano ancora le rivolte, ma il pentolone siriano cominciava già bollire - fino ad oggi.

In questi ultimi giorni c'è stato un precipitarsi dei fatti, poiché dai report degli ispettori Onu e da dati a disposizione del Dipartimento di Stato americano, si confermerebbero le voci di un attacco con gas Sarin - un tipo di micidiale gas nervino - avvenuto nei sobborghi di Damasco ad opera degli uomini di Assad che avrebbe provocato la morte di 1300 civili. Repubblica (in collaborazione con Die Ziet) racconta quello che è successo in quelle ore, dalla voce via Skype dei sopravvissuti. Anche se non ci sarebbe la certezza che l'attacco sia stato deciso da Assad: un agente di sicurezza statunitense ha parlato con Reuters. Ma il Dipartimento di Stato ha diffuso un'assessment ufficiale in cui si spiega dell'uso di armi chimiche.

A tal proposito sono girate in internet molte immagini di persone morte - molte particolarmente toccanti, riprendevano corpi di bambini - su cui i soliti complottisti avevano detto la loro. Quelli che vedono sempre l'ombra di un qualche Belfagor dietro le quinte, a 'sto giro avevano detto che quelle immagini, in particolare i video di Youtube, erano manipolati perché le date non corrispondevano a quelle del presunto attacco - erano di un giorno prima. Il New York Times ha chiarito la confusione - alla quale ovviamente parecchi giornalisti, manco a dirlo che di italiani ce n'erano diversi, hanno corso dietro e anche il Ministro degli Esteri russo c'era cascato - contattando Youtube direttamente, che ha spiegato che le date di pubblicazione sono riferite al server centrale in California. E tra la California e la Siria c'è un bel mazzo di fusi orari - tanto da far sballare un giorno. Il fatto l'ha spiegato per filo e per segno Luca Sofri.

Lo sviluppo degli eventi, e soprattutto l'attacco con armi chimiche - al di fuori delle convenzioni internazionali e in piena violazione dei diritti umani - ha portato gli Stati Uniti a rinnovare, e con maggiore forza, la volontà di intervenire militarmente per risolvere la situazione. Sembrava che l'attacco fosse imminente, addirittura si parlava del weekend appena trascorso, ma lo stop avuto da Cameron dal Parlamento inglese e un'opinione pubblica non proprio allineata e felice - nonché i possibili sviluppi geopolitici  - hanno portano ad un rallentamento (si starebbe trattando addirittura con Putin).

A proposito di Cameron, sarebbe la prima volta da anni, che gli Usa intervengono senza l'appoggio degli inglesi: niente più special relationship? Il Times ha titolato "Cameron umiliato", e di umiliazione ha parlato (paywall) anche il Financial Times  aggiungendo un riferimento al ridimensionamento della nazione. Analisi interessante quella di Filippo Sensi su Europa, a proposito dell'Inghilterra e della dottrina Blair e dell'interventismo democratico.

A proposito invece delle questioni geopolitiche collegate, oltre al problema Russia - molto vicina alla Siria anche per rapporti commerciali militari - ci sarebbe anche da valutare la posizione dell'Iran. Teheran si è detta pronta a difendere Damasco (ne parla il Sole).

Ma l'attacco sembra comunque fattibile a breve: con ogni probabilità sarà la Francia a coprire le spalle ad Obama, come dice il Wall Street Journal. Anche se con il il discorso di sabato sera, tenuto nel giardino della Casa Bianca, Obama ha rinviato tutto alla decisione del Congresso. Sebbene sarebbe nei poteri del Presidente, deliberare l'attacco indipendentemente dal passaggio in parlamento, Obama avrebbe deciso la via politica per evitare problemi con quell'opinione pubblica non proprio accondiscendente sulle questioni di guerra. E avrebbe, però, avviato un'intensa attività di lobbyng pro-blitz.

Sull'intervento è interessante anche leggere l'articolo del comitato redazionale - cartaceo - dell'Economist che si è schierato a favore: "Hit him hard" titola l'editoriale, con una foto di Assad che somiglia ad Hitler. È interessante che su argomenti di interesse così elevato, sia prassi comune dei principali giornali internazionali, prendere posizioni chiare, nette, decise: in Italia, il CorSera o Repubblica non si comportano altrimenti, lasciando sempre un po' di dubbio sul da farsi e su quel che loro vorrebbero fosse fatto.
a proposito di paragoni con Hitler
questa viene da Columbus Circle, NY.

Il paragone con Hitler l'ha usato proprio oggi - stanotte - Kerry, che ha ricordato il potere di attaccare anche senza Congresso (ne parla il Guardian). In queste ultime ore, dice Reuters che a favore dell'attacco ci sarebbero anche gli stati arabi - compresa l'Arabia Saudita.

E Assad? Che dice Assad? Dalla Siria arrivano risposte alle minacce. Il Presidente ha detto che sarà in grado di resistere e rispondere all'attacco, mentre il vice premier Qadri Jamil deride l'atteggiamento degli Usa, dice che sono "diventati oggetto di sarcasmo da parte di tutti" e rincalza che il regime siriano "resta con il dito sul grilletto".

La decisione di Obama nello speech di sabato, ha lasciato in effetti molto interdetti gli analisti internazionali - tanto che sarebbe il caso di dedicargli un discorso a parte. Deluso e tradito, si è detto anche il fronte dei rivoltosi, che vedono il passo indietro come un "ci lascia da soli" (se ne parla sul Washington Post). Tanto che lo stesso Kerry è dovuto intervenire per rassicurarli.

Dal punto di vista tecnico e tattico, l'attacco non prevederà l'intervento da terra: ci saranno bombardamenti aerei e lancio di missili Cruise dalle navi nel mediterraneo. Washington ha già chiesto alla Grecia di concedere le basi alla marina Usa e agli aerei il transito nello spazio aereo, nonché il permesso di utilizzare in via operativa la base americana di Souda Bay (Creta) e di quella dell'aviazione ellenica di Kalamata (Peloponneso). I comandanti delle Forze Armate greche, hanno comunque escluso il possibile conivolgimento diretto della Grecia nelle operazioni di guerra (racconta Ekhathimerini). Le specifiche dell'attacco sono su Foreign Policy, con una mappa multimediale a corredo dell'ottimo approfondimento.

Ad oggi, nonostante le esultanza di Damasco, che parlano di "Stati Uniti ridicolizzati", l'attacco sembra certo: come ha detto Obama sabato il giorno non è ancora deciso, potrebbe essere "domani, tra una settimana o tra un mese". Quello che secondo le voci è più probabile, è che la decisione di procedere sarà presa durante questa settimana.

Il Congresso deciderà entro il 9 settembre, ma in fondo a me che me ne dovrebbe fregare: io per il 9 settembre, o giù di lì, devo consegnare un lavoro per il Comune di Bastia, e chissenefrega delle bombe e dei siriani.

Salvo poi, che se scoppia un gran casino - chiamiamolo Terza Guerra Mondiale - il lavoro può anch'essere che non faccio in tempo a consegnarlo, o a finirlo, o a godermi la parcella.

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- tutto degli ultimi giorni, è ben spiegato dal CorSera