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giovedì 4 settembre 2014

Chi fa parte della NATO

Inizia oggi 4 settembre il vertice Nato in Galles. Sul tavolo due questioni cruciali. La prima è la crisi in Ucraina, che rischiava di capitolare verso il parossismo della guerra con Mosca prima del "potenziale accordo di Minsk". L'altra, ovviamente, è la situazione siro-irachena.

Girano voci che Obama abbia pensato a coinvolgere anche la Russia (giocando una strana doppia agenda) nel combattere lo Stato Islamico.

Russia che proprio oggi è stata minacciata dal Califfato, con la promessa dell'apertura di un fronte ceceno se Mosca non toglierà il proprio sostegno al presidente siriano Assad. Dal territorio russo (principalmente da Georgia, Uzbekistan e Cecenia) arriva la maggioranza di combattenti europei dell'IS: sono stimati in un migliaio e vengono definiti con la generalizzazione "ceceni". Uno di loro, Omar al Shishani è diventato un quadro di altissimo livello: è il comandante militare dell'organizzazione e viene dalla Georgia (anche se "Shishani" sta per "ceceno"). Un altro, il cui nome non è ancora stato diffuso definitivamente, è un uzbeko a cui il Califfo in persona ha affidato l'offensiva nella regione di Raqqa contro le ultime postazioni rimaste in mano al governo di Damasco. I risultati dell'"uzbeko" sono stati ottimi: il 25 luglio ha conquistato la base della Brigata 17, il 7 agosto quella della Brigata 93, il 24 la Tabqa Air Base - successo, quest'ultimo, di grosso impatto, non solo perché ha permesso all'IS di entrare in possesso di alcuni velivoli da combattimento, ma anche perché ha creato una spaccatura nell'opinione pubblica alawita, che ha contestato la strategia del governo che ha abbandonato alla triste sorte un contingente limitatissimo restato all'interno della postazione.

Crisi siriana a parte, dal vertice emerge un mantra univoco e importante (anche se ripetuto spesso in questi mesi senza ottenere riscontri importanti): «Dobbiamo essere uniti nella condanna del comportamento della Russia e sono inaccettabili le violazioni del diritto internazionale». La Russia non è più da considerare un alleato - sì, ma poi se mettesse a disposizioni mezzi e uomini per combattere il Califfo, non ci si sputerebbe, e anzi.

Incoerenze, complicazioni. Ci sarà da capire a bocce ferme: adesso il rischio del correre dietro alle notizie, porta ad una confusione incosciente che rende le cose ancora più nebulose.

Si parte, allora, con un ripasso terra-terra della Nato. Che cos'è e da chi è composta? Qui un buona cartina fatta dall'Ansa.




mercoledì 6 novembre 2013

A la romana

Il collocamento dei Btp Italia di oggi, ha chiuso con la cifra record di 22,3 miliardi di euro. Praticamente l'1 per cento del debito pubblico nazionale.

L'emissione dei titoli quadriennali ha trovato l'interesse di 299.588 italiani: padri, nonni, zii, piccoli investitori che hanno deciso, in un moto quasi patriottico, di affidare parte dei propri risparmi al nostro Stato. Credibilità, affidabilità, futuro? O la sana tradizione italiana di dividere il conto alla pari? (Si scherza, eh!?)

Si tratta di un record storico non solo per l'Italia, ma di un «record assoluto in Europa per un collocamento diretto sul pubblico retail e record storico per contratti e controvalore in una singola giornata sul Mot», commento di Borsa Italiana.

Per fortuna, la frase di Berlusconi «i miei figli come gli ebrei sotto Hitler», è stata diffusa dopo la chiusura dell'asta: sennò addio credibilità. (Si ri-scherza, ma anche no).

sabato 2 novembre 2013

Giustappunto il nucleo del problema

Dal "Decreto scuola" sarebbero scomparsi i 41 milioni di euro previsti per gli atenei virtuosi. Non è che i soldi non c'erano, piuttosto c'è stato un problema tecnico, un cavillo, un'abiezione amministrativa, un fetore terribile di burocrazia, che non ha permesso lo stanziamento.

"Così moriamo di cavilli" è stato il commento del rettore dell'Università di Bergamo Stefano Paleari, presidente della Conferenza dei rettori, che ha aggiunto "Così puniamo le nostre eccellenze, solo in Italia l’università non è considerata un pilastro".

Si puniamo le nostre eccellenze, non solo con la scarsa lungimiranza del non investire in un pilastro della società come l'Istruzione: no, peggio ancora. Lo facciamo con i soldi in tasca, incartati in una terribile prassi stantia, irrancidita dal passato, come quello dell'arzigogolo giuridico.

Un terribile passato, ancora davanti a noi.

E poi ci si chiede, come mai siamo così in basso in certe classifiche come quella di Times Higher Education.

"Bureaucracy, bureaucracy, bureaucracy".



martedì 24 settembre 2013

Harvey Cheyne e gli amichetti

Il Consiglio di amministrazione di Air France-Klm riunito il 23 settembre è stato informato della situazione di Alitalia per come è percepita dalla direzione generale del gruppo. Il Consiglio ha considerato indispensabile ricevere le informazioni che dovrebbero essere fornite dalla direzione generale di Alitalia, in occasione della riunione del prossimo consiglio di amministrazione della compagnia italiana.
Siamo qui, comunicato della Air France-Klm, da aggiornare giovedì. Ma a quel che si dice, alla fine se la dovrebbero prendere - Alitalia.

Se la portano via, sarebbe da dire, "con niente" - come quando quelli del mercato svendono la frutta a fine giornata, un po' sciupata dal sole e dalle mani della gente che ha già scelto e allora pur di non farla marcire la si vende per poco. 150 milioni - più altrettanti da dare alle banche subito - per farla ancora funzionare, niente di più: Bale ne è costato 109, per dire. Quasi quasi se la può comprare il Real Madrid.

E pensare che nel 2008 ne avevano offerti parecchi di più: 3 - tre - miliardi di euro. Ma quella volta Berlusconi aveva vinto le elezioni da poco, conti da regolare con amici e elettori e non volle come un padre un po' padrone.

L'italianità si diceva - nuovo grido del Piave - per non far passare lo straniero, sia mai. Il populismo anche di questo è fatto, c'era da starsi vicini - l'uno con l'altro - sentirsi un popolo unito, e che facciamo svendiamo la compagnia di bandiera? La bandiera.

E poi c'erano gli amici - parecchi finiti male, ormai - a cui si doveva concedere qualcosa, pagamento, ma con cautela che già la gente cominciava a indignarsi: "Capitani coraggiosi" allora. Così l'avevamo chiamati, come nel romanzo di Kipling. Quelli là - capitani di industria - che sacrificavano un po' dei loro benefici per l'Italia. La patria, il coraggio, remember?

Che poi alla fine, la frutta se l'erano scelta ben bene, e quel che cominciava  a sciuparsi con tutto il resto del marcio l'avevano lasciata al collegio. Loro, per i loro Harvey(s) avevano scelto il meglio - uno, cresciuto a bocconcini prelibati era anche finito da una parte un po' insolita.

E siamo qua, a sperare che la prendano i francesi - gli odiati cugini, e dov'è finita l'italianità? - al prezzo di un'ala sinistra. Che a saperlo, noi ci tenevamo Maldini, magari a bagnomaria nella piscina di Cocoon.

Occhio però, perché il Whe're here sta arrivando ed è pieno Disko Troop.


mercoledì 14 agosto 2013

Avvisate quelli al bar

Il New York Times ha momentaneamente il sito fuori uso, questa è la comunicazione ufficiale.


Per capire come procede il mondo del giornalismo e dei media e sul come un certo atteggiamento "ingessato" e arroccato sia parecchio scaduto - sia per gli editori, quanto per i lettori -, invece c'è quest'altro tweet


Il Nyt sta infatti continuando il suo lavoro u Facebook e Twitter: questo per esempio, è un pezzo firmato da David Kirkpatrick e Alan Cowell su quel che succede in Egitto, pubblicato in Fb. 

mercoledì 31 luglio 2013

Terra e polvere che tira vento

C'è in queste ore un'intervista di Aldo Cazzullo a Francesco De Gregori, pubblicata dal CorSera, che sta facendo molto discutere nel Pd.

Il motivo della discussione è che De Gregori dice quello che molti elettori dem pensano a proposito della sinistra. Dice, cioè, che il Pd è finito aggrovigliato nelle proprie visioni e nelle proprie posizioni. 

E poi dice che alla Camera ha votato Monti: che praticamente è quello che hanno fatto molti del Pd - quelli che appartengo ad un certo modo di vedere il Pd ed erano esausti di quel cocciuto processo di spostamento troppo in là degli equilibri interni. 

Roba che detta da me, accusato di liberismo ogni tre per due può anche essere, ma detto da quello che cantava "Viva l'Italia, l'Italia che resiste" suona come una botta pazzesca a Giovani Turchi, vecchi baffini, pseudonuovi giaguari e via dicendo.

Detto ciò, l'intervista è interessante, De Gregori è una voce autorevole del pantheon - una volta si usava questa parole, ricordate? - della sinistra italiana, ma è un cantante, non è Rosa Luxemburg e nemmeno J. Stuart Mill. 

Dunque calma con la solita incontinenza, prendiamo l'intervista per quel che è, accettando e riflettendo sulle critiche - che sia chiaro, condivido pienamente, tanto che mi sembra quasi inutile sottolinearlo. 

Ma non facciamola passare come la palingenesi - accezione geologica - del Partito Democratico. 

martedì 11 giugno 2013

E rieccoci qua

Il Movimento 5 Stelle ha vinto due dei tre comuni in cui era al ballottaggio. Ha vinto ad Assemini (comune periferico di Cagliari con 27mila cittadini) e a Pomezia (che non mi sembra sia Washington).

La reazione è perfettamente in linea con il "tutto bene sor padro' " solito, e cioè non si ammette la sconfitta, anzi la debacle elettorale. Perché di quello si tratta: su una media italiana si è perso più o meno il 20% di consensi. Ed è vero che le amministrative sono diverse dalle politiche, ma il dato è forte. Resta comunque che nessuno ammette, tranne casi isolati come per esempio la Senatrice Gambaro (che evidentemente ama il rischio, in momenti come questi poi), anzi si dice che in fondo si sono conquistati altri due comuni e che il "processo" - che più o meno dovrebbe essere la cinquestellizzazione dell'Italia intera, forse - sta procedendo. Con lentezza, ma sta procedendo.

E non mi è facile capire con quale tropo Lausberg avrebbe definito queste affermazioni, se si tratta di ironia o catacresi interna al movimento (non si è ancora trovato il termine per definire la sconfitta, magari) o si tratta di un'allegoria a chissà quale significato. Fatto sta che probabilmente questa sconfitta è dovuta proprio a quel "processo" e a quello che si lega dietro: il voler governare da solito (previo raggiungimento del 51% o addirittura del cento) e il dire sempre no. Per mia lettura, il voto al M5S è mancato da quella parte di elettorato di sinistra, che non perdona a Grillo il non essersi identificato come alleanza per un governo condiviso col Pd ed alternativo a questo con Berlùsconi.

Intanto sono attesi il post livido sul blog, il taglio di qualche testa dissidente, la minimizzazione di quel che è successo. Come al solito, perché ormai il M5S è un libro letto e riletto. Roba già vecchia, soprattutto nei comportamenti. E la colpa è indubbiamente di quello che ancora chissà per quanto resterà il leader.


Update: siccome ho scritto questo post all'ora di pranzo, ma non ho potuto pubblicarlo causa non funzionamento del collegamento internet, il post livido e l'altra roba della minimizzazione sono arrivati. Titolo chiaro: Le vittorie di Pirro.
Update 2: è arrivato anche il taglio di teste, anche se con minor acredine del solito, mettendo proprio la senatrice Gambaro alla mercé del Movimento.

martedì 28 maggio 2013

Se il Movimento è fermo

Per descrivere come il Movimento 5 Stelle stia affrontando i risultati del turno di amministrative appena celebrato, non c'è miglior strumento che le parole del candidato sindaco a Roma, Marcello De Vito.

Un primo passaggio da partito novecentesco: "Non è un calo vistoso come abbiamo sentito dire". 

E poi, sulla falsariga "Abbiamo pagato l’assenza nei talk show e lo scollamento delle persone alla politica".  

Per concludere con un tocco di complottismo anarco-capitalista 2.0, la colpa è della "forza economica e mediatica degli altri partiti" e ancora nello specifico dei media "oltre al poco spazio sui giornali, anche le tv hanno contribuito a descrivere la nostra attività in una certa maniera".

Sulla media nazionale, il M5S viaggia adesso intorno al 10% (risultato che doveva essere anche alle politiche, e invece) contro il 25% del dato nazionale di febbraio. Tanto il "- 15%". Tantissimo, un'enormità. Se è segno di un'implosione ancora non si sa, si vedrà in futuro. Così caldo, dico che di sicuro non si può stancamente dare la colpa solo all'astensionismo. Perché allora, se il Movimento perde punti perché la gente non va a votarlo, e la gente non va a votare perché non si sente rappresentata - per protesta - allora significherebbe ammettere quello che colui che scrive questo blog sostiene da sempre, e cioè che Grillo raccoglie quasi esclusivamente i "voti di protesta" che stavolta non si sono mossi o si sono assopiti. Altrimenti, sarebbe da dire che l'offerta messa sul piatto dai 5 Stelle non è valida, non ha appeal, non è degna di fiducia. Che significherebbe altrettanto, che anche il Movimento, è stato inquinato dai passaggi istituzionali, dal potere e dalla politica praticata, ed è diventato un partito come gli altri: oggetto, come sarebbe, dello scontento dell'elettorato.

Delle due una in assoluto non è. Più probabile forse un'insalata ben condita: nel senso che quel voto preso alle politiche, era un voto di protesta, segno dello scontento e di una fiducia investita pro tempore nel segno del "il meno peggio". A questo si unisce il tradimento di quella fiducia, l'immobilismo del Movimento in sede parlamentare, che trasforma il Movimento stesso in un pezzo di quel sistema che non va. Almeno così è quello che passerebbe, o è passato, nell'elettorato.

Questo è: non la metterei su più complicata. La gente ha votato Grillo a febbraio, perché credeva che fosse migliore di quello che è. Fiducia, e speranza, appunto. Con altrettanta semplicità, visto l'andamento di questi tre mesi, la stessa gente (a Viterbo, per dirne una, M5S passa dal 31,8% al 5,8%) ha deciso di non votarlo e di votare qualcun altro o di non votare proprio. S'è scoperta la contraddizioni in termini: se ti chiami "movimento" non puoi essere immobile. Fermo, incastrato, sui tanti e continui no, sulle contraddizioni interne, su manieristiche e manualistiche discussioni di quotidianità, di cui non interessa niente a nessuno, per primi agli elettori . Fatto salvo quello sparuto gruppetto, che infuoca i forum (strumento d'antan) e che rappresenta si e no l'1% di quegli altri - un club, quello delle Quirinarie, che fino a qualche tempo fa volevano farci passare per "gli italiani".

Analisi più raffinate, flussi elettorali e motivazioni profonde, le lascio - casomai - a freddo. 

venerdì 19 aprile 2013

Gente che non finisce mai di non stupirti

Nemmeno Prodi è passato.Non tanto per il nome, ma per il metodo. Adesso per dire, ma era quel che dicevo in fondo. Frutto di una tempistica sbagliata: perché deve essere detto chiaramente, che Prodi era un buon nome come Presidente candidato dal Pd.
Un metodo assolutamente non potabile per nessuno, però l'ha bruciato. Perché al di là della fanta-politica delle possibilità, tutti gli altri schieramenti si sono comportati da partiti. Tutti hanno preso una decisione, più o meno condivisa ed hanno agito di conseguenza. E il peccato è che, in linea teorica e sulla base di un'oggettiva valutazione storico-ideologica, il Pd dovrebbe essere il partito più partito di tutti gli altri. Uno scatolone eterogeneo, d'accordo, ma che quando fa una scelta la difende con compattezza. Prodi era il candidato della compattezza: il Pd ha bocciato Prodi, perché non è compatto. Anzi.
A questo punto, forse anche un po' in ritardo, le dimissioni di Bersani sono un atto dovuto. E forse la colpa principale del segretario, oltre a non aver saputo spegnere i fuochi delle divisioni, sta nell'aver cercato continuamente alleanze, vane quanto improbabili. Testimonianza è Grillo che esulta in serata per la debacle Pd e Berlusconi che in campagna elettorale spara a zero contro la sinistra. E di aver vincolato a quelle possibili alleanze la propria sorte.



domenica 17 marzo 2013

Due cose che non ho detto su Pd, sinistra e Berlusconi

Scrivo questo post, mentre aspetto l'esito del Ballottaggio all'elezione del Presidente del Senato. Ma non lo pubblicherò adesso, ma domani (che poi sarebbe oggi per chi legge), perché tanto il risultato non cambierà le sorti di quel che sto per dire.
Durante questa settimana, sono successe due cose importanti, forse un po' sottovalutate, perché l'attenzione era focalizzata altrove - vedi Conclave e insediamento neoparlamento. Due cose sulle quali avevo pensato di scrivere relativi post, ma poi ho mollato l'idea, perché avevo visto in giro che qualcuno l'aveva già fatto. Sia chiaro, non è che pretendo l'esclusività delle opinioni, ma evitare la ridondanza è coscienza propria.
Poi, ho deciso che comunque valeva la pena, perché sono in linea con un filone di critiche che sto muovendo - in questo periodo - al Pd (ed alla sinistra italiana in genere): l'antiberlusconismo anacronistico, che ho provato a delineare in modo soft già in qualche altro post (per gli interessati, qui e qui, per esempio).
La prima cosa, riguarda la lettera spedita da Napolitano a Repubblica, in merito all'articolo di Giannini. C'è un passaggio sul quale Francesco Costa ha scritto un post e sul quale anch'io avevo fissato la mia attenzione. Dice Napolitano, con riferimento implicito all'antiberlusconismo (di maniera):
"...tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti intende colpire..."
Che è tutto quello che serve per raccontare vent'anni di sinistra italiana - atteggiamento al quale anch'io spesso ho ceduto - e per capire quanto scarso è stato il frutto e che "adesso" è il momento di smetterla. E non vedo la necessità di aggiungere altre spiegazioni.

Seconda cosa (ci ha scritto un post Peppino Caldarola), riguarda quell'assurda uscita di Migliavacca (portavoce di Bersani), che mi ha fatto andare di traverso il pranzo (forse era la cena? ndEm) e che poi senza smentite autorevoli è automaticamente diventata posizione ufficiale, non personale - quindi non di un singolo ma del partito - sui processi di Berlusconi. Essere favorevoli a votare la richiesta d'arresto di Berlusconi, ancor prima che la magistratura la abbia avanzata, ancor prima di leggere le carte processuali, è assurdo. Ed è anche stupido. E fa il gioco del Pdl. E a me crea anche un po' d'inquietudine, perché gli arresti degli avversari politici richiamano sempre alla memoria climi molto meno democratici - e mi si passi la considerazione iperbolica, perché so bene che non è questo il caso.

C'è ancora un'assurda metodologia che si fonda sul continuare a battere contro berlusconi - antiberlusconismo di maniera è una buona definizione - che non solo non ha portato a niente (guardare i risultati elettorali), ma che non porterà a niente in futuro. E che a tutti gli effetti, può rientrare nei casi di confirmation bias del Pd. 
Mi rincuora solo sapere che Renzi la pensa come me, e anche da tempo.
  

sabato 16 marzo 2013

È andata grassa

Avevo già scritto un coccodrillo sull'elezione di Schifani e la morte del Pd.
Non lo pubblico perché hanno eletto Grasso, ma la questione girava intorno a quanto sia stato giusto - e non legittimo o costituzionale - prendersi la presidenza di entrambe le Camere, in una situazione in equilibrio così instabile. 
A mio avviso, è stata una prova di forza e di prepotenza esagerata, che non credo porti sviluppi futuri. E all'opposto della candidatura della Boldrini - che trovo giusta, intelligente ed ineccepibile, sia lei come persona che come scelta - nel caso del Senato mi sembra essere fine a se stessa, a meno che la spaccatura sul voto di M5S non sia solo momentanea ma apra scenari diversi  (nel movimento, intendo).
Vedremo, ma non festeggerei come fosse una grossa vittoria, e non è per essere ipercritico. In fondo sono contento, se l'alternativa era Schifani, poi...