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martedì 4 febbraio 2014

I 60 miliardi, noi e loro

È girata molto in questi giorni - il motivo non ve lo sto nemmeno a dire, ma pesca molto anche in sul giornalismo in Italia fatto per sentito dire - la notizia secondo cui la Commissione Europea avrebbe stimato che la corruzione costa allo Stato 60 miliardi l'anno. Tutti i principali (Repubblica, CorSera), e anche i meno principali, organi di informazione italiana hanno ripreso il dato, con articoli e commenti che potete immaginare.

La questione è che quel dato non è vero, e non ha una base scientifica di provenienza - a dire la verità, a quanto pare, sembrerebbe che anche la stima della Commissione Europea non esista: a pagina 4 del documento, c'è scritto che la Commissione si è limitata a riprendere un dato della Corte dei Conti italiana senza fare conteggi propri.

Nessuno di quegli organi di informazione si è chiesto, evidentemente, se ci si poteva fidare: come balene impazzite, tutti si sono spiaggiati sulla notizia (bufala) senza rifletterci troppo su. E il bello è che, come se non bastasse, era arrivata anche una specie di smentita della Commissione, diffusa dall'Ansa, ma che quasi nessuno ha - ovviamente - ripreso.

Come al solito l'unico che si è posto la domanda su come sono andate le cose è stato Davide De Luca, che ha ricostruito per il Post i contorni - a quanto pare storici - della vicenda, in due articoli: qui e qui.

Per chi fosse interessato a farla breve, riporto il passaggio fondamentale:
Il 27 febbraio 2009 il SAET [Servizio anticorruzione e trasparenza del ministero. ndEm] appena fondato consegna al parlamento un rapporto in cui parla di “stime che si fanno” (cioè stime che girano, non frutto di studi del SAET) e le definisce “opinioni” [si tratta di quei famosi 60 miliardi, una chiacchiera che gira, insomma]. Nel giugno del 2009, cioè pochi mesi dopo, il procuratore generale della Corte dei Conti Furio Pasqualucci attribuisce al SAET le stime fatte da non si sa chi e trasforma le opinioni in un’approssimazione credibile. Pasqualucci viene smentito dal SAET nella relazione 2010 (in cui addirittura definisce il dato una “bufala”), dalla stessa Corte dei Conti nel 2012 e da quasi tutti gli altri uffici della pubblica amministrazione che hanno utilizzato questa stima. Nonostante tutto questo la Commissione Europea ha deciso di utilizzare questa “stima” nel suo rapporto e di attribuirla erroneamente alla Corte dei Conti.



martedì 22 ottobre 2013

Come sta cambiando il conflitto in Siria e come cambia il modo di raccontarlo

Non si tratta soltanto della provocazione che Assad avevo consegnato alle pagine di Al-Akhbar, quotidiano libanese vicino a Hezbollah. E non si tratta nemmeno della posa mistica, all'alba, alla moschea di Damasco, in cui il presidente si è fatto riprendere in occasione delle celebrazioni dell'Eid al Adha - la festa del sacrificio islamico, lo scorso 17 ottobre.

Si tratta di forma e di sostanza, però.

La forma l'hanno data i media, che hanno - dopo l'accordo sullo smantellamento dell'arsenale chimico - cambiato i toni sulla questione siriana. Quello che era precedentemente definito in modo più o meno univoco, un "dittatore", adesso è stato riabilitato come "presidente" e il suo "regime" è tornato ad essere un "governo".

Sulla sostanza, invece, le cose stanno messe un po' diversamente. Perché se è vero che si sono letti diversi articoli sulla persecuzione degli Alawiti - la minoranza sciita a cui appartiene la famiglia Assad -, culminata con una strage consumata a Latakia da parte dei ribelli stessi, che quasi dipingevano Assad come una vittima (e nel caso, poteva anche esserlo) del conflitto; dall'altro canto c'è l'aspetto importante: quello legata ad Al Qaeda e ai fatti di quella strage e di quelle persecuzioni e, di più, di un cambiamento del senso di questa guerra. Se n'era già parlato, di come il fronte ribelle laico, stesse pian piano deviando - con volontà o per prepotenza - verso una posizione fortemente jihadista. Gruppi armati, pseudo-indipendenti, all'interno dei ribelli stessi e modificazione di parte del consenso. Il paese - i ribelli - sembra effettivamente essere sotto lo scacco del movimento qaedista.

Di qui, la considerazione. Si torna a toccare un aspetto che sto battendo molto da un po': la formazione del consenso. Rapida, superficiale, istintiva, schizofrenica. I media ammorbidiscono le posizioni su Assad, come se il passaggio della "pace" - che poi pace non è - fosse stata una sua scelta, una maturazione, una decisione di presa coscienza. Così sappiamo che non è andata, almeno non fino in fondo. Sulla via di Damasco, il presidente non ha trovato la folgorazione, ma i missili statunitensi da un lato e la risoluzione della comunità internazionale dall'altro - con l'alleata storica, amica fraterna, Russia, che se ne faceva da garante.

Le azioni delle forze di sicurezza nazionale, legate ad Assad, continuano e continuano con la violenza di prima. Perché continua la guerra civile e continua la disperazione di un popolo. Tutto aggravato, ma già da un po', di un terzo player: Al Qaeda, che aspettava da tempo l'occasione per un inserimento profondo e definitivo nel conflitto.

Il conflitto sta cambiando, è vero (ma molti analisti lo avevano già letto) - e chissà se forse non è da una lettura di questo genere, che derivi anche parte della decisione di Assad, più che da un convincimento profondo. Questo però nulla toglie a quello che Assad è stato e ha rappresentato in tutto questo tempo, da anni ormai. Forse, quello che è meno vero o giustificabile, è dunque il cambiamento del modo di raccontarlo.

Per capire questo comportamento dei media, riporto un estratto da un articolo di Lettera 43 che ha ricostruito molto bene, il comportamento della stampa nella settimana appena trascorsa tra l'11 e il 18 ottobre.


1. Human Right Watch: Anche gli alawiti sono perseguitati



L'11 ottobre scorso, le agenzie di stampa hanno battuto la notizia del rapporto della Ong Human rights watch (Hrw), che "dopo attente verifiche e indagini sul terreno", ha documentato il massacro dei "jihadisti" contro i civili, nella comunità alawita dei villaggi a Est della città di Latakia.
La regione costiera nel Nord è abitata dai siriani della "confessione religiosa della famiglia presidenziale di Assad". E, in un dossier di 100 pagine, l'Ong ha raccolto le generalità dei 190 civili uccisi (tra i quali 57 donne, 18 bambini e 14 anziani), tra il 4 e il 5 agosto, in un massacro compiuto dai "miliziani fondamentalisti".La notizia è stata ripresa nel giro di pochi minuti da tutti i media internazionali.

2. Guardian: I ribelli uccidono centinaia di civili siriani



Prima dei negoziati sulle armi chimiche, i governatorati di Latakia e Tartus (Stato autonomo alawita tra il 1922 e il 1944) erano "roccaforti lealiste" della "setta sciita degli Assad". La notizia della rappresaglia contro "oltre 100 civili siriani, della stessa comunità della famiglia presidenziale" era stata data alla fine di agosto dall'Ansa, come notizia verificata da fonti anonime super partes. Ma non aveva avuto grande eco internazionale.
Stretto l'accordo sulle armi chimiche, al contrario, il massacro è stato rilanciato sull'homepage del quotidiano britannico Guardian. Il cui titolo ha puntato il dito non contro i jihadisti, cioè le frange di estremisti islamici sempre più presenti. Ma genericamente contro i "ribelli siriani", quasi a renderli tutti terroristi. 

3.Economist: reportage sulle atrocità degli insorti



Il 13 ottobre anche l'autorevole Economist, a favore di un intervento militare contro Damasco prima dell'intesa russo-americana, titolava "Guerra in Siria, le atrocità dei ribelli".
Con pathos, il magazine inglese ha narrato, oltre due mesi dopo l'accaduto, le scene di panico e orrore nelle case rastrellate durante le "esecuzioni e sparatorie indiscriminate" di "bande dell'opposizione" penetrate nell'"area dei dieci villaggi alawiti", il 4 e il 5 agosto 2013.
Il giornale ha descritto l'assalto dei ribelli "guidato da affiliati di al Qaeda" specificando che Human Right Watch ritiene "possa essere annoverato tra i crimini contro l'umanità".

4. Washington Post: Siria islamizzata da al Qaeda



Anche la stampa americana ha cambiato registro. In un reportage del 13 ottobre, il WaPo ha descritto la Siria messa a ferro e a fuoco dai "gruppi legati ad al Qaeda, rivali tra loro". Il quotidiano, noto per il suo giornalismo di inchiesta e di qualità, ha dipinto un Paese dall'islamizzazione sanguinosa e forsennata, frutto di un "mix di pragmatismo e militanza". "Prima di uccidere 14 bambini sciiti in un attacco-bomba a una scuola, al Qaeda in Iraq ha inviato guerriglieri nei villaggi del nord della Siria", ha scritto il Washington Post, "riaprendo le classi sunnite e distribuendo libri di testo religiosi".
"Questo movimento e gli estremisti di al Nusra, legati separatamente alla rete terroristica di Osama bin Laden, spaventano l'Occidente", è stata la conclusione. Si teme dunque che "l'influenza jihadista tra i ribelli siriani stia crescendo".

5. Stampa locale Usa: ribelli violano diritti inviolabili



La questione dei "ribelli siriani e dei diritti umani" è improvvisamente diventata centrale anche per la stampa locale degli Usa. Un commento del quotidiano americano popolare Las Vegas Guardian Express, per esempio, all'indomani della notizia della strage di Latakia ricordava come gli "esseri umani siano nati con diritti innati sull'eguaglianza, senza discriminazioni di origini etniche, sesso, linguaggio e religione". Diritti umani alla base della Dichiarazione universale del 1948, "assoluti e inderogabili", eppure violati "vicino alla città siriana di Latakia", dove i "ribelli dell'opposizione hanno ucciso quasi 200 civili".

6. die Zeit: il Nord della Siria controllato da terroristi



La Siria come "terra di jihadisti" e "organizzazioni terroristiche" è stata narrata anche dal settimanale tedesco die Zeit. Sensibile alle notizie che interessano la grande comunità turca in Germania, il 17 ottobre il magazine d'approfondimento ha scritto come, lungo la frontiera con la Siria, l'esercito di Ankara sia ormai impegnato in scontri a fuoco contro i miliziani di al Qaeda in Iraq e del Levante (Isil) - (si era già detto qua ndEm). Il giornale tedesco ha raccontato che a settentrione di Aleppo gli attacchi dei qaedisti sono sempre più diffusi. "Nel Nord e nell'Est della Siria le organizzazioni terroristiche islamiste e i movimenti a loro collegati si sono allargati, assumendo via via il controllo delle regioni al confine con la Turchia e l'Iraq".

7. Reuters: L'ascesa di al Qaeda a Nord



Da Istanbul, il 17 ottobre anche l'agenzia Reuters ha riferito come "l'ascesa di al Qaeda nel nord della Siria" rappresenti un "dilemma per la Turchia". Esplose le rivolte, Ankara ha accolto i primi campi d'addestramento delle brigate ribelle, ma presto questa strategia interventista si è rivelata un boomerang. "La minaccia per la sicurezza lungo i confini già vulnerabili dei turchi solleva interrogativi sul sostegno del governo agli insorti in guerra contro Assad: un errore tattico", hanno commentato ufficiali dell'esercito che hanno chiesto di restare anonimi. "Mercenari, per lo più finanziati dagli Stati del Golfo, all'inizio erano benvoluti tra i ribelli siriani, perché avevano maggiore esperienza in battaglia".

8. Le Monde: Siria terra di jihad e sequestri



Anche il quotidiano d'Oltralpe ha descritto il "nord della Siria come terra di jihad e rapimenti". "L'industria del sequestri" che serve a finanziare gruppi estremisti e, più in generale, i ribelli anti-Assad, tiene prigionieri centinaia di ostaggi, hanno ricordato i cronisti francesi. Tra questi, quattro giornalisti e fotografi francesi (Didier François, Edouard Elias, Nicolas Hénin Pierre Torres). Ma anche, ricorda il giornale, il gesuita italiano, padre Paolo Dall'Oglio, scomparso da Raqqa - cittadina proclamata emirato islamico - nel luglio scorso.

9. Le Point: Opposizione siriana screditata


Un altro giornale francese, Le Point, si è dimostrato molto critico verso l'opposizione siriana, riconosciuta dalla comunità internazionale come legittimo rappresentate del popolo siriano. "La coalizione nazionale degli insorti è stata nuovamente screditata", ha titolato il settimanale il 16 ottobre scorso, raccontando le lotte interne che ormai dilaniano l'organizzazione di coordinamento: "Decine di gruppi ribelli hanno respinto l'autorità del principale organo d'opposizione, decretandone il fallimento. Nel Sud, quasi 70 gruppi hanno disertato", aggiungendosi ai 10 movimenti di combattenti fuoriusciti a settembre.

10. The raw story: Asma, la first lady siriana



Se i ribelli sono riconosciuti e descritti sulla stampa come corresponsabili della deriva siriana, i vertici del governo sono tornati interlocutori dell'Occidente. Sempre meno si parla di regime e dittatura. La moglie di Bashar al Assad è tornata a essere la "first lady siriana", al fianco del marito in un momento molto difficile per il Paese. Come altri giornali, il 15 ottobre il sito d'informazione americano The Raw Story ha raccontato come "Asma, cresciuta ed educata in Gran Bretagna, era apparsa raramente in pubblico dall'inizio del conflitto siriano". Ma nella festa del sacrificio, ha riportato il magazine progressista, la first lady siriana ha dichiarato in tivù di voler restare sempre accanto ad Assad. Mai citata, nel testo, la parola "propaganda".


In tutto, come spesso accade, avete visto titoli di media italiani? No, per noi, più o meno, tutto è finito. Notizia scaduta - sempre per quella storia dell'immediatezza.



lunedì 24 giugno 2013

Ci mancherebbe altro

Ho parlato con insistenza del caso che ha coinvolto l'Nsa e Prism, degli scoop del Guardian e del Washington Post e di quello che certe questioni potevano significare. Ne ho parlato direttamente in questo post ed indirettamente in quest'altro, aggiornando a più riprese i link a tutto quello che ritenevo fosse interessante leggere sull'argomento (poi i miei buoni propositi sono un po' scemati e invece di lì, ho finito per condividerli direttamente su Twitter).

Si è scritto veramente tanto, soprattutto nella prima settimana, poi la notizia è andata un po' scadendo. Le motivazioni della perdita d'interesse sono due.

dal The New Yorker
Per prima, e viva Dio, il fatto che in realtà da quelle "osservazioni" non sono arrivate azioni di destabilizzazione democratica; nel senso che nonostante tutto - e cioè che il "servizio" è attivo dal 2007 - non ci sono state limitazioni delle libertà civili di nessuno (non ci sono state restrizioni della libertà d'espressione, di parola, di associazione; e soprattutto l'amministrazione Usa non ha utilizzato quei dati per propri interessi, diversi dalla sicurezza). Questo punto, è l'aspetto ovvio - ovvietà della buona fede nel fine dell'uso di Prism - della questione, ma è l'aspetto di profonda ed imprescindibile importanza. Ed è esattamente quello che, tutti davanti a situazioni del genere, temevano. Diciamo che, se fossero andate contrariamente le cose, rappresentava la deriva che questi procedimenti - insieme di strumenti e comportamenti - avrebbero potuto prendere. Viva Dio che non è così. Almeno è quel che sembra fin qui (e francamente, a mio avviso, è quel che è in realtà).

Per secondo, c'è poi l'aspetto giornalistico in sé: i due pezzi restano e resteranno degli scoop, perché hanno permesso di portare alla luce quei procedimenti, che nonostante fossero sulla bocca di tutti da tempo, nessuno conosceva. Il fatto però, è che quei procedimenti - il Prism, per essere chiaro, o le registrazione dei dati telefonici - sono del tutto legali. E la legalità è il problema dietro al quale si blocca l'interesse, anche quello giornalistico. Perché se tutto fosse stato davvero così illecito, allora magari. E invece, dato che così non è, e che tutto è veramente questione di sicurezza, l'interesse dietro a quel tutto, automaticamente è andato scemando.

Resta ancora da seguire, quel che c'è dietro la fuga di Edward Snowden - il whistleblower che aveva rivelato tutto - perché sembra configurarsi una specie di "questione geopolitica" sulla quale magari val la pena di tornare a parte.

Per il resto, in effetti, la notizia sembra quasi essere scaduta del tutto. Di questo, parla un po' Luca Sofri su un post nel suo blog (richiamando un bel editoriale di Hendrik Hertzberg del The New Yorker che avevo letto anch'io). Sofri ha ragione a dire che o si è corso troppo prima, o si va troppo lenti adesso: delle due, una, perché il comportamento sul caso sembra assolutamente bipolare.
Proprio su quell'editoriale c'è quel che conta adesso, e cioè quelle che Hertzberg chiama le difficult questions alle quali Obama dovrà trovare risposte.
I programmi sono veramente efficaci? Offrono un ulteriore margine di sicurezza sufficiente per giustificare le risorse versate in loro, per non parlare delle ansie nazionali e internazionali che inevitabilmente provocano? È saggio affidare così molte delle loro attività ai dipendenti delle aziende private, che sono in ultima analisi responsabili non per gli Stati Uniti e la sua Costituzione, ma agli azionisti aziendali? 
(Che poi sono anche un po' le cose su cui avevo scritto, al di là dei fatti)


Update del 13/11/13: ça va sans dire, la notizia non è scaduta per niente. Ma anzi!!



lunedì 13 maggio 2013

Perché la Corea del Nord ha rinunciato all'attacco atomico

La notizia era stata data un sera intorno alle 22.00. Stavo guardando in Tv una partita di Champions (mi sembra fosse Real - Galatasarray, ma potrei sbagliarmi, ho la memoria non troppo allenata in questo periodo, magari erano altre due squadre: ma posso essere sicuro che una delle due non era l'Inter).

Da Twitter i primi avvisi: la Corea del Nord aveva diffuso un comunicato in cui si dichiarava disposta - e propensa - ad un attacco missilistico nucleare verso gli Stati Uniti. Roba da fare il giro del mondo in pochi secondi.

Da noi è stata un'escalation di entusiasmati e preoccupati titoli (che avevano suscitato un po' di polemica tra i puristi del giornalismo, ma che in fin dei conti per i profani e i meno affettati potevano anche essere nella media). C'erano state le solite battute e c'era stato anche qualcuno non proprio ferrato di geografia, che temeva che i missili potessero "cadere" in Italia - non era nemmeno troppo ferrato di ingegneria aerospaziale, ma questo mi sembra meno grave rispetto all'assenza di buon senso.

Poi qualche giorno di retorica dura e minacciosa da parte di Kim Jong Un, gli Usa che non se la sono presa poi tanto, ancora qualche apertura per i telegiornali e un buon spazio sui media in genere, e più niente. La notizia è scaduta. Perché?

Ci sono diverse ragioni, che sono raccolte bene in questo articolo della CNN. Adesso, piano piano, per quel che posso, provo a renderla un po' più chiare: anche perché mi sembra brutto che si sia rimasti così a bocca asciutta, senza nessuno (o quasi) che spiegasse anche qui da noi, almeno un po', il come mai non ci risveglieremo dopo domani con uno scenario da Codice Genesi davanti agli occhi.

Secondo alcuni analisti (tra cui Michael Green, Victor Cha e Christopher Johnson del “Center for International Strategic Studies”) le ragioni principali sarebbero individuabili nel viaggio di metà aprile di John Kerry in Cina , in quel che è successo e in quel che ha detto.

Kerry, Segretario di Stato statunitense, interloquendo con il governo cinese, ha aperto alla disponibilità di ridurre il proprio sistema missilistico di difesa locale , in cambio della rinuncia di Pyongyang al programma nucleare. Il ruolo dei cinesi, storici alleati nordcoreani, sarebbe di fare operazioni di pressing anti-atomico su Kim Jong Un. E i cinesi alla questione missili-Usa ci tengono, perché vedono con preoccupazione l'intensificarsi della presenza militare americana nella loro area. Gli studiosi di politica estera, la chiamano "sindrome d'accerchiamento".

Patologia - la sindrome - che era stata aggravata da quelle due navi dotate di sistema Aegis inviate nei primi d'aprile e dalla decisione di incrementare le difese terrestri nell'Isola di Guam.

Perciò, stante i fatti, la Cina potrebbe avere tutto l'interesse a smorzare gli animi della Corea del Nord. E la Cina, inoltre è l'unica leva possibile per farlo, visto la storica influenza che gode nei confronti di Pyongyang, anche e soprattutto dal punto di vista economico. Negli ultimi anni, infatti, dai rapporti sugli interscambi commerciali tra i due paesi, i valori sono cresciti di più del 50%.

Valori che tuttavia sono in calo per i primi periodi del 2013, anche e perché la Corea del Nord ha deciso di non "ascoltare i consigli" cinesi sul test nucleare di febbraio e il lancio spaziale di un paio di mesi prima. La Cina, per questa uscita dal controllo, aveva deciso allora, di rallentare momentaneamente le esportazioni e sostenere le sanzioni ONU. Dimostrazione della dipendenza di Pyongyang da Pechino.

Dunque la Cina aveva già iniziato a cambiare atteggiamento, infastidita dalla pericolosa iperattività nordcoreana, e incalzata su questo dal comportamento degli Stati Uniti - e la visita di Kerry è la spinta sull'acceleratore. La Corea del Nord risente e risentirà sempre di più di questo cambio di visione cinese e potrebbe addirittura non reggere il colpo se venisse definitivamente mollata dalla Cina. Anche l'opinione dei media e dei cittadini cinesi sta cambiando: su Sina Weibo il leader nordcoreano è stato oggetto di ampia critica, anche satirica (lo hanno definito Fatty Kim)

Lo scenario economico, è dunque il più accreditabile, sul raffreddamento dei bollori guerreschi di Un. Ma ci sono anche altre questioni per cui si poteva pensare che erano un po', come dire, "tutte chiacchiere" che poi piano piano hanno abbassato i decibel.

Per prima cosa c'era la necessità di Kim Jong di doversi affermare come leader forte, soprattutto agli occhi dell'apparato militare e di gettare un po' di fumo in quei occhi con una sparata ad effetto, poco praticabile ma di sicuro appeal nazionale, come la guerra agli americani. Infatti, le minacce erano arrivate alla fine delle esercitazioni congiunte Usa-CoreadelSud, che avevano creato tensioni e preoccupazioni nell'esercito del Nord. Poi c'è la questione di Kaesong, che era un complesso industriale fortemente produttivo, al momento bloccato e sul quale gravitavano interessi anche di Seul (partner statunitense), che in futuro per un'idea malsana di Un potrebbe essere utilizzato a scopo militare. Occorreva quindi, appoggiare quella decisione ad uno scenario internazionale, diciamo così, di necessità. C'è da dire che anche questo progetto di Kim Jong Un è attualmente congelato.

Ancora, sembra che ci sia una ragione al limite del grottesco: a causa delle grandi difficoltà economiche del paese, in genere ogni anno in primavera i militari nordcoreani tornano nei campi per la semina, lavorando come agricoltori e braccianti. Dunque, non si potrebbe fare una guerra, perché quelli che la devono portare avanti avrebbero altro - e di più impellente - da fare.

Ecco, questo per dire il come mai siamo ancora tutti qui, e nessun bombardamento atomico ci ha spazzato via dalla faccia della Terra. Ma sai com'è: per il mainstream era più importante parlare delle diarie dei grillini!







giovedì 4 aprile 2013

Nella media

La notizia di ieri sera (più o meno a quest'ora), è che la Corea del Nord avrebbe ratificato la possibilità di un attacco nucleare verso gli Stati Uniti. Al di là del merito del fatto, tutto incentrato indubbiamente su quanto sia fattibile la cosa (la Corea non avrebbe le tecnologie sufficienti, gli USA invece hanno tecnologie che permettono la copertura live, satellitare, di ogni minimo spostamento e dunque preverrebbero quell'attacco, e infine il leader coreano Kim Jong Un sembra in calo di consensi e avrebbe avuto necessità di alzare i toni per riprendere il bandolo della matassa), pongo l'attenzione sull'aspetto formale della questione. E in particolar modo su quel che riguarda la gestione della notizia da parte dei siti italiani ed internazionali.
La discussione, che è andata a sfiorare il bizantinismo didattico ma che comunque è stata molto interessante, si è svolta tra Luca Sofri (anima, direttore e fondatore de IlPost) e Stefano Montefiori (corrispondente parigino del CorSera), con interventi vari di altri esponenti del mondo del giornalismo nostrano. Piattaforma Twitter, orario intorno alle 22:00 di ieri sera.
Il primo calcava la mano sul fatto che solo in Italia si era dato così tanto spazio alla notizia, mentre nel resto del mondo non era così. Montefiori difendeva l'operato dei media italiani.
Non voglio dire chi ha o non ha ragione, perché in fondo non lo so. Parto, però, considerando il background dei media italiani, spesso e volentieri pieni di sensazionalismo e piacinismi (mi piace definire così quei titoloni che attirano click, anche se le notizie sono poca roba). Aggiungo però, che è anche vero, che erano le dieci di sera passate, non succedeva granché intorno e l'annuncio di un possibile attacco atomico da parte di un pazzo dittatore alla guida di uno stato che già aveva avuto problemi con l'equilibrio internazionale, poteva essere interessante. Senza allarmismi, sia chiaro, solo come notizia: perché no, comunque, da prima pagina. Sulla questione della battuta internazionale, invece, non è poi così vero - bisogna darne atto - in quanto molto siti (la notizia è stata data da Reuters) di livello la metteva in rilievo nell'home page.
Poi, oggi è successo di peggio: decine di giornalisti assaltavano Ruby che leggeva un comunicato scritto da chissà chi. Che francamente, credo che come valore, la notizia ha una portata leggermente inferiore di una minaccia nucleare.

Link
- Lo Storify
- Le prime pagine di ieri sera
  

lunedì 18 marzo 2013

Se telefonando

Eh, poi però hanno ragione loro...


Update: Per rigore di informazione, va detto che già ieri sera verso le 23.11 Vendola aveva smentito di aver parlato con questo Campanella, che, secondo il leader Sel, potrebbe essere caduto vittima di uno scherzo. In attesa del chiarimento di Campanella (che invece non ha smentito niente), Vendola minaccia querela. (Tom me l'aveva detto subito, ma io dormivo già).

Update2: avevo dimenticato di aggiornare che era uno scherzo. Il programma radiofonico La Zanzara, ha reso noto ieri sera, che il senatore grillista Campanella, è stato vittima di uno scherzo da parte di un "finto Nichi Vendola". Poi Campanella s'è scusato. Dunque il punto è: se sei un Senatore della Repubblica Italiana, non è meglio che prima di scrivere un post - anche e soprattutto importante come questo - sul tuo account Fb, rifletti, ti fermi, ti informi, ti guardi intorno? E non venitemi a dire che Facebook è un diario privato: nel 2013 Fb, come qualsiasi altro social network, diventa per un personaggio pubblico, la propria agenzia stampa personale. Da usare responsabilmente.