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giovedì 13 giugno 2013

Profetissimo me

Era il 10 ottobre del 2007. Campagna elettorale agli sgoccioli per la fondazione del Pd. Ero Coordinatore del Comitato Promotore di Bastia Umbra. Scrivevo questo, per un incontro in un Centro Sociale del comprensorio locale.
Dire che si possono riconoscere dei tratti simili a quelli che coinvolgono il dibattito politico dem di questi giorni, è assolutamente un eufemismo. Poi, come al solito, non chiediamoci il perché.
Era questo di cui scrivevo su qdRmagazine di questa settimana.
"Non è facile, al termine di una giornata di lavoro avere ancora voglia di concedersi alla politica. Soprattutto in questo periodo, in cui l’ampio spazio dato dai mass media a Beppe Grillo e alle sue varie iniziative satellite, stanno cercando di fomentare un sentimento tanto antipolitico, quanto progrillista. Guardate signori che non è un caso che tutto sia venuto sotto i riflettori a pochi giorni dalle votazioni costituenti del PD: il blog di Grillo è un po'che recita le stesse cose, ma non c’è mai stato momento più adatto per pubblicizzarlo: è per questo che credo che tutto sia accelerato da una strumentalizzazione faziosa e mirata ad ottenere un certo genere di consenso.

Non voglio sicuramente negare, che alcune battaglie sono giuste: in Italia occorre abbattere i costi della politica, ma occorre altresì farlo con processi regolari e credibili . Non basta un comico ad eleggersi paladino del popolo.

Stiamo qui, però per parlare di noi, e non degli altri. Di noi DEMOCRATICI e del nostro partito, il PARTITO DEMOCRATICO, che avrà inizio la sua storia domenica 14 ottobre quando si voterà per l’elezione del segretario Nazionale e Regionale. Come ha detto Veltroni, nella sua dichiarazioni d’intenti “fare un’Italia nuova: è questa la missione, la ragione, il senso del partito democratico.”
Per questo nasce il Partito democratico. Che si chiamerà così. A indicare un'identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all'irrinunciabile tensione all'uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.

Ciò di cui l'Italia ha bisogno è un partito del nuovo millennio. Una forza del cambiamento, libera da ideologismi, libera dall'obbligo di apparire di volta in volta, moderata o estremista per legittimare o cancellare la propria storia. Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo. Il Partito democratico è un partito aperto, che si propone, perché vuole e ne ha bisogno, di affascinare quei milioni di italiani che credono nei valori dell'innovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità, dell'equità e dell'interclassismo e del riformismo. Quei milioni di italiani che nelle imprese, negli uffici e nelle fabbriche dove lavorano, nelle scuole dove insegnano, sentono di voler fare qualcosa per il loro Paese, per i loro figli. Quei milioni di italiani che si impegnano nel volontariato, che fanno vivere esperienze quotidiane e concrete di solidarietà. Quei milioni di italiani che trovano la politica chiusa, e che se provano ad avvicinarsi ad essa è più facile che si imbattano nella richiesta di aderire ad una corrente o ad un gruppo di potere, piuttosto che a un'idea, ad un progetto.

Il Partito Democratico, ognuno lo intende, serve anche a "fissare" i riformisti al principio del bipolarismo e della alternanza. Quel principio che in varie forme, e con vari modelli elettorali, vive in ogni paese europeo. Bipolarismo, in alcuni casi bipartitismo, appaiono il modo in cui, per virtù politiche e istituzionali, si succedono al governo forze diverse, in un clima di stabilità e di rappresentanza non frammentata. È forte il senso di responsabilità delle forze politiche: non è più possibile che un governo di destra o di sinistra, debba sottostare a squilibrati personalismi.

Non voglio passare per grillini, ma indubbiamente ci sono domande giuste da porci. Perché se i parlamentari eletti direttamente sono 577 in Francia, 646 in Gran Bretagna, 614 in Germania e 435 negli Stati Uniti, in Italia ci devono essere mille tra deputati e senatori?
Perché una legge deve passare, per essere approvata, una o due volte in due rami del Parlamento?
Perché il governo non può vedere approvate o respinte le sue proposte di legge in un tempo certo?
Perché non ridurre, a tutti i livelli, la numerosità degli organismi elettivi?
Perché, una volta sviluppato tutto il necessario confronto nelle Commissioni, non approvare la legge finanziaria senza lo stillicidio degli emendamenti in Aula?
Perché in Italia si è per troppo tempo preferito una politica invadente ed una democrazia debole. Occorre un Democrazia che decide. Democrazia è ascolto, è condivisione, ma alla fine è decisione. E perché non potrebbe essere proprio il garante massimo di quella democrazia, il Capo dello Stato, ad essere eletto direttamente dal popolo?

Questa non è antipolitica alla Grillo, questo è riformismo: questo è volere il bene dell’Italia e il Partito Democratico segue questo faro. L’Italia per crescere ha bisogno di stabilità, di serenità: rilassare il clima politico e lavorare nell’interesse dei cittadini. E questo anche a Bastia.

Si tratta soltanto  di alcuni spunti di dialogo, il PD si propone di aprirne molti altri. Noi stessi, comitato promotore, abbiamo intenzione, dopo il 14 ottobre di proporre tavoli di lavoro specifici sulle necessità di Bastia. Dove parteciperanno tecnici, e cittadini comuni; dove gli amministratori dopo aver ascoltato la voce del popolo potranno formalizzare una proposta realmente condivisa. Perché il partito democratico punta realmente sulla PARTECIPAZIONE, a cominciare da domenica e per tutte le tappe importanti del suo futuro. Non stiamo cercando voti, stiamo cercando idee e lavoratori per condividere questo progetto. Fassino all’ultimo congresso DS ha definito così il PD:
"Diamo vita al Partito Democratico non per un'esigenza dei DS o della Margherita o di un ceto politico. No. Il Partito Democratico è una necessità del Paese, serve all'Italia. Vogliamo dare vita ad un soggetto politico non moderato o centrista, bensì progressista, riformista e riformatore. Un partito che faccia incontrare i valori storici per cui la sinistra è nata e vive – libertà, democrazia, giustizia, uguaglianza, solidarietà, lavoro – con l’alfabeto del nuovo secolo: cittadinanza, diritti, laicità, innovazione, integrazione, merito, multiculturalità, pari opportunità, sicurezza, sostenibilità, sopranazionalità. E per questo dovrà essere un partito del lavoro, dello sviluppo sostenibile, della cittadinanza e dei diritti, dell'innovazione e del merito, del sapere e della conoscenza, della persona e della laicità, della democrazia e dell'autogoverno locale, dell'Europa e dell'integrazione sopranazionale, della pace e della sicurezza"

Ripeto, era il 10 ottobre del 2007. Per dire.

martedì 19 marzo 2013

Bias

C'è un certo modo di perpetrare un certo tipo di cose nel Pd. Serve da esempio, uno dei tanti, la nomina dei capogruppo a Camera e Senato.
Prendi uno di qua e l'altro di là. Uno de La Margherita e l'altro dei Ds - e lo so bene che non esistono più! Prima in un modo con Franceschini e Finocchiaro,  di cui si diceva "vecchio" della "vecchia legislatura": adesso evidentemente è bastato invertirli e - puff! - ecco il cambiamento. 
È questa l'ineluttabile capacità dei dem di leggere la realtà, di cavalcare l'onda, di essere effige del rinnovamento? Per è l'ennesima forma di confirmation bias,
E dici: "ma tu pensi sempre male, però!". Sarà... 

domenica 17 marzo 2013

Due cose che non ho detto su Pd, sinistra e Berlusconi

Scrivo questo post, mentre aspetto l'esito del Ballottaggio all'elezione del Presidente del Senato. Ma non lo pubblicherò adesso, ma domani (che poi sarebbe oggi per chi legge), perché tanto il risultato non cambierà le sorti di quel che sto per dire.
Durante questa settimana, sono successe due cose importanti, forse un po' sottovalutate, perché l'attenzione era focalizzata altrove - vedi Conclave e insediamento neoparlamento. Due cose sulle quali avevo pensato di scrivere relativi post, ma poi ho mollato l'idea, perché avevo visto in giro che qualcuno l'aveva già fatto. Sia chiaro, non è che pretendo l'esclusività delle opinioni, ma evitare la ridondanza è coscienza propria.
Poi, ho deciso che comunque valeva la pena, perché sono in linea con un filone di critiche che sto muovendo - in questo periodo - al Pd (ed alla sinistra italiana in genere): l'antiberlusconismo anacronistico, che ho provato a delineare in modo soft già in qualche altro post (per gli interessati, qui e qui, per esempio).
La prima cosa, riguarda la lettera spedita da Napolitano a Repubblica, in merito all'articolo di Giannini. C'è un passaggio sul quale Francesco Costa ha scritto un post e sul quale anch'io avevo fissato la mia attenzione. Dice Napolitano, con riferimento implicito all'antiberlusconismo (di maniera):
"...tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti intende colpire..."
Che è tutto quello che serve per raccontare vent'anni di sinistra italiana - atteggiamento al quale anch'io spesso ho ceduto - e per capire quanto scarso è stato il frutto e che "adesso" è il momento di smetterla. E non vedo la necessità di aggiungere altre spiegazioni.

Seconda cosa (ci ha scritto un post Peppino Caldarola), riguarda quell'assurda uscita di Migliavacca (portavoce di Bersani), che mi ha fatto andare di traverso il pranzo (forse era la cena? ndEm) e che poi senza smentite autorevoli è automaticamente diventata posizione ufficiale, non personale - quindi non di un singolo ma del partito - sui processi di Berlusconi. Essere favorevoli a votare la richiesta d'arresto di Berlusconi, ancor prima che la magistratura la abbia avanzata, ancor prima di leggere le carte processuali, è assurdo. Ed è anche stupido. E fa il gioco del Pdl. E a me crea anche un po' d'inquietudine, perché gli arresti degli avversari politici richiamano sempre alla memoria climi molto meno democratici - e mi si passi la considerazione iperbolica, perché so bene che non è questo il caso.

C'è ancora un'assurda metodologia che si fonda sul continuare a battere contro berlusconi - antiberlusconismo di maniera è una buona definizione - che non solo non ha portato a niente (guardare i risultati elettorali), ma che non porterà a niente in futuro. E che a tutti gli effetti, può rientrare nei casi di confirmation bias del Pd. 
Mi rincuora solo sapere che Renzi la pensa come me, e anche da tempo.
  

lunedì 11 marzo 2013

Cinguettii di Colombe

Arrivo subito al punto: un sacerdote cattolico umbro, Angelo Maria Fanucci, è arrivato a dire che forse le dimissioni del Papa, potrebbero essere responsabilità di Twitter
Fermi tutti: non affrettatevi a pensare la battuta migliore da tuittare, perché la cosa merita almeno un ragionamento. Soprattutto da parte nostra, che usiamo Twitter.
E ri-fermi tutti: a scanso di equivoci e di vuoti anticlericalismi, Padre Fanucci non critica il o i social network.
Adesso, al di là del merito delle dimissioni su cui non voglio entrare (come la penso), voglio dire, la cosa, se fosse, non è mica da poco. Premetto anche, che credo che "non fosse", almeno non in modo così determinante.
Sicuramente i messaggi ricevuti dal Papa, sono stati eterogenei - è la libertà di Twitter, il poter dire quel che vuoi a chi vuoi - e saranno stati pieni di plausi, preghiere ed insulti. Twitter non è più né meno della realtà. Ma allora - se davvero il fattore scatenante fossero stati commenti su Twitter - quella realtà, è possibile da percepire. Ferale notizia da dare anche a quelli del Pd, ma non voglio imbastardire il ragionamento. 
Quindi la tesi, andrebbe a dire in ultimo, che uno dei mali da cui la Chiesa è secolarmente afflitta - e cioè l'aver perso il contatto con la vita reale - non sarebbe poi così vero. Nel senso: un Papa - che è già cosciente della presenza di problematiche importanti ed incoerenze difficili da risolvere - sbarca su Twitter, si pone in contatto diretto con il mondo (fedeli e non), ascolta, e decide che è ora di cambiare aria. Di ritirarsi, di rinnovare: detto così, sembra una cosa qualsiasi, ma la decisione ha dietro milioni di anni di storia e aspetti di trascendenza non trascurabilissimi, ai quali però è meglio non accedere. 
A taglio vivo, dunque, facendo finta che ci sia un bel pezzo di vero - e ripeto dubito che sia così - si potrebbero trarre le seguenti conclusioni:
1. Benedetto XVI sarebbe il più illuminato dei personaggi che stanno cavalcando questi secoli.
2. La confirmation bias, di cui è possibile additare la Chiesa, sta venendo meno.
3. Twitter è uno strumento straordinario.
4. La comunicazione globale è una frontiera antropologicamente raggiunta.

Di queste almeno due sono vere. 


giovedì 7 marzo 2013

La confirmation bias del Pd

Non sarò stato l'unico, ma confesso che quando ieri Bersani ha detto che non c'era nessun "Piano B", lì per lì non volevo crederci. Cioè, loro hanno fatto 8 ore di riunione, di confronto, di analisi e di approfondimento, per poi concludere che siamo al punto di partenza. Non esistono alternative cavalcabili. 
Poi, ho cominciato a pensare che può anche starci, e va bene. La situazione è quella che è. Ma quello che stento ancora a credere, e stenterò a farlo fino a contrordine, è l'esegetica della sconfitta.
Dunque, premesso che la colpa non è di Bersani ma del partito (e già l'avevo detto), la conclusione a cui si è arrivati dopo tanta speculazione di tante sottili menti (con rispetto di tutto) è la seguente.

Abbiamo lavorato negli ultimi 4-5 anni, per allontanare il Partito dal liberalismo. Abbiamo voluto che il Pd fosse più socialdemocratico. Più socialista che liberale. 
Apro parentesi: questione legittima, discutibile a mio avviso, ma legittima. E non è detto che sia sbagliata, badate bene. Tra l'altro vige un po' la regola del "con la roba nostra facciam quel che vogliamo",  che è ineccepibilmente vera. Chiudo parentesi. 
Dunque dicevamo che questo Pd, secondo la dirigenza (che interpreterebbe i sentimenti dell'elettorato) doveva diventare più di sinistra, taglio con l'accetta ma in fondo è così, come è diventato. Si va alle urne, si perdono 2.5 milioni di voti e l'analisi conclusiva qual è? Che la sconfitta è colpa del non essere stati abbastanza di sinistra, abbastanza socialdemocratici. Geniale.

Provo a spiegarmi: facciamo finta che il Pd, invece di perdere il sette e rotti percento rispetto alle ultime elezioni, lo avesse guadagnato e avrebbe raggiunto più o meno il 40%. Vittoria schiacciante, ottenuta grazie al sacrificio delle visioni più liberali (liberiste?) sull'altare del socialismo. Sarebbe stato meno bello per me, ma avrebbero avuto ragione. Ma invece, non è andata così: quel 7% è venuto meno, racimolando un 25.42% (con meno 2.5milioni di elettori, ricordo). Ed il Pd come analizza la questione? Siamo stati troppo liberali, dovevamo essere più socialisti. 
Ora, ditemi voi: uno che deve pensare di questi qua?
C'è un modo per definire queste situazioni: si chiama confirmation bias
James Reason la individua "come la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando evidenze successive contraddicono quell’idea iniziale".
Il tutto si mescola ad un'autoreferenzialità patologica e sistemica, nel convincersi che quel che si fa è giusto e sono gli altri che sbagliano: nel caso specifico sono gli elettori ad aver sbagliato a non essere socialdemocratici, e non loro ad aver una clamorosa incapacità di confronto con la realtà.