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mercoledì 4 dicembre 2013

Corruption Perceptions Index 2013

È uscito l'annuale rapporto di Trasparency International, l'organizzazione non governativa che stila la classifica sulla trasparenza delle istituzioni politiche nei Paesi del mondo e sulla corruzione percepita.
Il Corruption Perceptions Index 2013 (CPI) - il valore che quantifica lo stato di ogni Paese basato sui livelli percepiti da esperti internazionali - serve a ricordare che «abuso di potere, accordi segreti e corruzione continuano a devastare le società mondiali», si legge nelle righe a commento dei dati.

Anche quest'anno, l'Italia occupa un posto non troppo decoroso. Nonostante i tre punti recuperati rispetto alla scorso anno, resta ferma alla posizione 69. Il punteggio raggiunto è di 43/100 - sotto la sufficienza e in coda tra i Paesi europei, a pari merito con la Romania e seguita solo da Bulgaria e Grecia. Maria Teresa Brassiolo, Presidente di Transparency International Italia, non è stupita della leggera inversione di tendenza perché «si sono compiuti molti sforzi strutturali per migliorare la trasparenza e l’integrità del settore pubblico, a partire dal decreto 150, fino alla legge anticorruzione 190 e agli ultimi decreti sulla trasparenza e l’accesso civico. Il trend positivo è maggiormente visibile dai dati del Global Corruption Barometer 2013». Il Gcb2013 è stato presentato a luglio di quest'anno, sempre da Trasparency International ed è basato su un sondaggio Doxa che ha intervistato cittadini italiani con domande suddivise in 12 settori diversi, dalla politica alla sanità, passando per i media e la giustizia: dai risultati emersi, l'Italia ha raggiunto livelli pari a quelli di Francia e Germania. «Naturalmente dobbiamo proseguire lo sforzo, ma il messaggio pare recepito. Resta l’uso disinvolto e spesso incompetente delle risorse pubbliche che creano debito, tasse e rabbia», ha precisato la presidente.

Il fatto che tra i primi posti ci siano Danimarca e Nuova Zelanda (91/100 di punteggio, prime a parimerito), con Finlandia, Svezia, Norvegia, Svizzera, Singapore e Paesi Bassi, è relativamente interessante - per lo più una conferma di una sensazione percepita un po' ovunque - così come trovare agli ultimi posti Sudan, Afghanistan, Corea del Nord e Somalia. L'aspetto preoccupante dei dati emersi, è invece relativo al gran numero di paesi fermi sotto la soglia dei 50 punti - con "0" il valore di «molto corrotto» e "100" per «molto pulito». Si tratta del 69 per cento del totale, 123 Paesi su 177 analizzati, che non raggiunge un livello sufficiente di trasparenza - tra questi c'è anche l'Italia.

Tra i settori maggiormente esposti al rischio, la politica e la corruzione connessa, i grandi appalti pubblici, i metodi di finanziamento dei partiti, le forze di polizia e controllo della sicurezza, la scarsa trasparenza nei processi decisionali degli uffici pubblici.

Huguette Labelle, presidente di Trasparency International, ha commentato lo studio invitando gli stati ad alzare il livello di controllo, cominciando dai potenti del G20: «È nella corruzione della politica, delle forze dell’ordine e del sistema giudiziario che trovano un ostacolo tutti gli sforzi per affrontare i problemi del cambiamento climatico, della crisi economica e della povertà. È ora di smetterla con chi se la cava con la corruzione. Le scappatoie legali e la mancanza di volontà politica nei governi facilitano sia la corruzione interna che transfrontaliera, e ci richiedono di intensificare gli sforzi per combattere l’impunità dei corrotti».



lunedì 18 novembre 2013

La polemica intorno a SPN

Uno studio del Center for Media and Democracy, uno "watchdog" group americano sul controllo liberale, ha svelato che dietro al State Policy Network - il network di think thanks sul libero mercato - in realtà non ci sarebbe grossa libertà. I singoli attori statali - su questo si basa il Spn, sull'autonomia di azione stato per stato, e ce ne sono 64 in tutti gli Stati Uniti - sarebbero abbastanza influenzabili dai finanziamenti di forti gruppi economici: nel 2011 secondo i dati, Spn avrebbe racimolato circa 79 milioni di dollari, contro-investiti per la promozione a livello statale delle politiche conservative. Più campagna elettorale che ricerca, insomma: più "top-down D.C. centric" di quel che si dice, dunque.

La presidente di Spn, Tracie Sharp, si è difesa dicendo che loro sono come «un catalogo IKEA»: ognuno degli affiliati può scegliere quello su cui lavorare e fare ricerca, indipendentemente. Nella discussione è intervenuta anche Melissa Cohlmia direttore della comunicazione aziendale di Koch Companies Public Sector LLC - azienda del conglomerato Koch Industrie Inc. che opera tra l'altro nel settore dell'energia fossile, guidata da David (e Charles) Koch, settimo uomo più ricco del mondo e attivo finanziatore del Partito Libertario degli Stati Uniti - che ha dichiarato che «Spn è una organizzazione degna, focalizzata sulla creazione di maggiori opportunità per tutti, rendendo in tal modo la vita delle persone migliori». La Koch è una delle aziende che finanzierebbe "liberamente" Spn.

Lo racconta Jane Mayer, in un post di "New Desk", il blog del New Yorker focalizzato su quel che succede a Washington.


lunedì 22 luglio 2013

Due anni dopo Utoya

Fu sconvolgente. 

Sono passati due anni da quando quel pazzo uccise 77 ragazzi, tra i due attentati di Oslo e Utoya. Sono state numerose le manifestazioni di commemorazione, iniziativi bellissime come quella di Andrea Gjestvang, - titolo "Survivors", per One Day in History del concorso Sony World Photography Awards - che ha raccontato la storia di alcuni dei ragazzi sopravvissuti con dei ritratti fotografici (qui sul Post).

Tra le varie cose, è bello riportare il discorso che il primo ministro Jens Stoltenberg ha tenuto in questi giorni ad Oslo: parlava ai giovani, soprattutto ai giovani laburisti.
Ricordare il 22 luglio 2011 è ancora doloroso.
77 persone sono state uccise. 69 di loro a Utøya.
Fa male pensare a quelli che abbiamo perso.
Fa male pensare a quelli di voi che sono rimasti feriti.
E a tutti coloro che sono stati in lutto.
Madri, padri, nonni, fratelli, sorelle, amici e fidanzati.
Loro provano il dolore più grande.
Ma due anni dopo, sappiamo che condivideremo sempre il vostro dolore.
Allo stesso tempo, passati due anni, io sono incredibilmente orgoglioso della Lega dei Giovani Lavoratori.
Un paio di settimane fa, ho incontrato molti di voi al campo estivo.
Ho scoperto qualcosa che mi ha scosso e impressionato.
Il cuore della Lega dei Giovani Lavoratori batte forte per un mondo giusto, per la diversità, proprio come faceva prima.
Come è sempre stato.
Per più di 100 anni ha rivolto il suo sguardo verso il resto del mondo.
Ma il 22 luglio 2011 è stato l’opposto.
Il mondo intero guardava alla Lega dei Giovani Lavoratori.
Ha visto il volto orribile del terrorismo di destra, ma ha visto anche qualcos’altro – qualcosa di più importante.
Ha visto una Lega dei Giovani Lavoratori che non urlava vendetta, ma che difendeva fermamente i suoi valori.
Giustizia, diversità, eguaglianza.
Ha visto una Lega dei Giovani Lavoratori che brillava come un faro.
Sono orgoglioso di questo. Dovreste esserlo anche voi.
Due anni dopo, il mio messaggio è che il percorso che avete intrapreso è ancora più importate oggi che in passato.
Dobbiamo combattere i pregiudizi con il sapere.
L’odio con validi argomenti.
Fortunatamente gli estremisti non hanno messo fine alla diversità in Norvegia.
Lo vediamo nelle nostre università.
Nei nostri posti di lavoro.
Nei palazzetti e negli stadi.
Le persone con diverse provenienze, con un diverso colore della pelle e con diverse religioni stanno arricchendo la Norvegia – in termini sia economici che culturali.
C’è una Norvegia diversa che noi difenderemo.
È così che faremo onore a coloro che non sono più con noi.
Queste persone hanno vissuto vite diverse, ma hanno condiviso un unico sogno.
Il nostro comune sogno di giustizia e pace.
In questo giorno di ricordo, ringraziamo tutti loro per quello che ci hanno dato durante la loro vita.
Le loro vite ci ispirano, e ci rafforzano – la Lega Giovanile Laburista e il Partito Laburista – nella nostra lotta per difendere i valori fondamentali.
Oggi sto chiedendo a tutti voi in Norvegia di assumersi la responsabilità.
Dobbiamo allontanarci dalle ideologie di odio e da tutte le forme di estremismo.
Dobbiamo astenerci dal diffondere la xenofobia e la diffidenza.
E dobbiamo avere il coraggio di accogliere nuovi gruppi – anche quelli che non conosciamo – nelle nostre comunità.
Siamo abbastanza forti per farlo.
Nella nostra società c’è spazio per tutti.
Tra le varie cose tristi che successero in quel giorno e nei giorni a seguire, ce ne sono alcune anche tutte italiane. Per esempio la corsa ad accusare del gesto il terrorismo islamico, con titoli in prima pagina in alcuni giornali: disattenzione, mancanza di ascolto e approfondimento, che spesso si sono fusi con i pregiudizi - e perché no, anche un po' di premeditazione.

Per non farci mancare niente, poi ci pensò Borghezio, definendo le posizioni di Breivik "condivisibili", aggiungendo che erano "buone alcune delle idee" - di Breivik. Provocando reazioni sdegnate in giro per il mondo, soprattutto in Norvegia - che te lo dico affa'!

Poi Vittorio Feltri, non contento di aver toppato clamorosamente qualche giorno prima sull'attribuzione degli attentati - uno di quei titoli era proprio il suo -, scrisse anche un editoriale in cui quasi dava colpa a quei ragazzi che non erano stati in grado di respingere l'assassino attentatore, ma avevano soltanto pensato a scappare. Ché l'uomo era mosso da "egoismo e egotismo" disse. Teoria, quella dell'assalto in massa all'attentatore - che al di là del "vacci tu, no?" -, fu prontamente smentito da un esperto di sicurezza.

Non ci eravamo fatti mancare, sempre made in Italy, un risvolto complottista, secondo cui dietro agli attacchi c'era il Nuovo Ordine Mondiale, il complotto giudaico massonico, gli Ufo e qualche altra cosa che non ho nemmeno voglia di ricordare.

Insomma continuiamo a sperare, che certe cose - tutte! - non accadono più.

Link:
- scrissi anche di un certo tipo di Fondamentalismo Cristiano

giovedì 11 aprile 2013

A Canicatti!

Non ho mai conosciuto mio nonno paterno, è morto che mio padre era un ragazzo. Ma i ricordi, spesi da mia nonna più che da altri, contribuiscono a tenerlo vivo. O perlomeno a tener viva l'idea che ho di lui.
Mio nonno era un militare: Maresciallo dei Bersaglieri. Dentro l'armadio di quella moglie devota che era mia nonna, si conserva ancora il ciuffo del fez e la sciabola dell'alta uniforme. Obbediente come ogni soldato di qualsiasi rango, poco convinto come molti all'epoca, aveva fatto la Guerra d'Africa. In Abissinia era stato, tra l'altro. Ma negli ultimi periodi della sua carriera e della sua vita stava al distretto militare di Perugia. Un compito tranquillo, ma di responsabilità, il suo, portato avanti con rigore e serietà (due delle sue caratteristiche più tramandate): era addetto al reclutamento e alla destinazione.
E' da quei ricordi che so che a mio padre, che all'epoca non era proprio uno stinco di santo, lo minacciava sempre dicendogli che se non si fosse dato una calmata, l'avrebbe spedito a fare la naja a Canicatti. Che era il posto più remoto  dalle morbide e conturbanti tagliatelle di casa.
E ho pensato subito al nonno, quando ho saputo che il CSM aveva deciso per Ingroia, o Aosta o niente. Che, sebbene l'inversione di polarità, Aosta da Palermo (dove voleva andare) disti più di Canicatti da Perugia, non serve di aver avuto bei voti in geografia per capirlo. Così come che tutto - seppur legittimato dalla questione dei collegi di candidatura - puzzi un po' di punizione tipo quella di mio nonno, è altrettanto supponibile. Non credo che là in procura tra le valli incantate delle Alpi, ci sia grande spazio per esprimere il proprio talento investigativo.
Quello che invece sarebbe un bene dire in modo sottolineato, è che il CSM percorre la scelta giusta.
Vado oltre - con ogni probabilità - ai principi applicati da Palazzo dei Marescialli., principi giuridici attuali: mentre i miei sarebbero semmai dei riferimenti legislativi futuri.
La mia felicitazione per questo àut àut, riguarda un pensiero personale che porto avanti da un po': ritengo che sia inverosimile in un paese civile che un magistrato si candidi alle elezioni, appena aver concluso la conduzione - con breve parentesi guatemalteca del caso - o addirittura in corso di conduzione, di indagini delicate anche su ambiti politici avversari e istituzioni democratiche. Ed è ancora più inverosimile se possibile, che appena celebrate l'elezioni, quello stesso magistrato uscito sconfitto, possa decidere di tornare placidamente e immediatamente al proprio mestiere  (o ad occupare posizioni di guida in enti politici, non per meriti tecnici acquisiti, che nel caso possono anche profumare di contentino, ma questo è un altro discorso e lascio perdere).
Il problema riguarda gli equilibri dei poteri democratici, che si intrecciano al limite della contaminazione e quindi il problema riguarda in toto questa Repubblica. Perché nessuno può garantire come quel magistrato - con ogni beneficio e buon pensiero - possa usare alcune delle informazioni che ha ottenuto indagando e come potrebbe gestire la propria influenza politica in quelle (o in altre) indagini.
E non significa impedire ai magistrati di fare politica. Molto più semplicemente credo che sarebbe ben fatto richiedere, in casi sensibili che riguardano soprattutto magistrati di un certo tipo, di fare una scelta decisa e univoca. Di campo, come si suol dire. Senza entrare e uscire dalle porte posteriori delle istituzioni. Come dire: "se vuoi fare il politico, scegli e da adesso in avanti fai il politico". Non si tratta di limitare la libertà di nessuno, si tratta semplicemente di acquisire completa consapevolezza di quella libertà a scanso d'interessi del momento, e di preservare questo Stato - e il sistema democratico che lo regge- dalle incontrollabili debolezze umane. Ripeto, con il rispetto sull'integrità etica e morale di tutti. Non è questione di sfiducia, anche se ci sarebbe un certo empirismo che potrebbe darmi ragione. La cosa riguarda la chiarezza, uno degli appigli certi che deve essere fornito alla società. Chi decide di fare politica, soprattutto ad un certo livello, matura una scelta con determinatezza e sceglie di passare al livello massimo della rappresentanza civile. Simile a quello della Magistratura, ed è per questo che va fatta la scelta.
In attesa di una normazione legislativa che forse mai arriverà, comunque sarebbe veramente una rivoluzione civile, se Ingroia decidesse di rinunciare alla toga e poi di continuare con la politica: ritagliandosi uno spazio proprio, identitario e, quello sì, assolutamente legittimo.