Pagine

Nuova policy

Policy del blog, da qui a un tempo x

Visualizzazione post con etichetta Israele. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Israele. Mostra tutti i post

lunedì 28 dicembre 2015

Tutte le minacce nel messaggio audio del Califfo

(Pubblicato su Formiche)

«Siate fiduciosi che Allah concederà la vittoria a quanti lo pregano, e ricevete la buona notizia che il nostro Stato se la sta cavando bene. Più è intensa la guerra che gli viene mossa, più diventa puro e forte». Gli osservatori sono concordi che quello diffuso il 26 dicembre dal Califfo Abu Bakr al Baghdadi, è un audio “difensivo”, che ha come obiettivo più che altro rassicurare i proseliti che l’organizzazione è ancora in piedi, la missione apocalittica procede, le “armi degli infedeli” non stanno indebolendo lo Stato islamico. L’audio, la cui autenticità dovrebbe essere confermata, ha di per sé valore giornalistico, perché è una circostanza insolita e arriva dopo sette mesi di silenzio, soliti annunci di uccisioni e ferimenti da parte del governo iracheno e di improbabili fughe libiche del Califfo.

IL CONTESTO

Una settimana fa, un report della rivista britannica che si occupa di intelligence, Jane’s, testimoniava che i baghdadisti hanno perso il controllo soltanto del 14 per cento del proprio territorio: cioè, nonostante siano combattuti da due coalizioni, una a guida americana l’altra russa, di potenzialità numerica e militare notevolmente superiore, i soldati del Califfato non stanno perdendo. Circostanza che dà peso numerico alle parole retoriche, classiche, del messaggio diffuso da Khalifa Ibrahim. Che però arriva anche nel momento in cui lo Stato islamico sta (ormai è questione di ore, anche se la resistenza è tosta) per perdere il controllo del capoluogo dell’Anbar, Ramadi, città legata storicamente e culturalmente al gruppo jihadista fin dai tempi dei prodromi sotto Abu Musab al Zarqawi, e terra di rifugio per una grande quantità di sunniti, confessione del Califfo, vessati dal vecchio governo sciita iracheno (sunniti contro sciiti è il tema centrale sia delle predicazioni califfali, sia della forte spinta avuta dal gruppo nell’estate del 2014, quando le tribù sunnite locali, non ci pensarono troppo a concedere le proprie terre all’avanzata del Califfato).

I TEMI DELL’AUDIO

Il capo dello Stato islamico ha calcato argomenti classici, quasi didattici: su Twitter, da dove (tramite il braccio media Al Furqan) è stato diffuso inizialmente l’audio, molti osservatori hanno fatto notare che il messaggio di Baghadadi non ha avuto la forza che ci si aspettava dalle parole del leader, per altro arrivate dopo un lungo silenzio. Tra i temi principali, una lunga invettiva contro Israele: le posizioni anti-ebraiche e anti-israeliane del gruppo jihadista non sono una novità, ma di solito quando i messaggi mediatici dell’organizzazione si concentrano contro un nemico, nascondo informazioni subliminali su un prossimo, potenziale, attacco. Altro punto calcato, le minacce al regno saudita, considerato nemico perché ha ceduto alle impurezze occidentali (l’Arabia Saudita è alleata dell’Occidente): Riad è stata presa di mira anche per aver creato la coalizione militare che alcuni analisti hanno definito “la Nato islamica“, composta da vari paesi dell’area MENA (acronimo inglese per Medio Oriente e Nord Africa).

COSE NON DETTE (E NON CHIARE)

Tra inviti alla compattezza e sfida ai crociati, accusati di non avere il coraggio di scendere sul campo (tema noto: il Califfo vorrebbe uno scontro epico, magari a Dabiq, piccola città ma simbolica vicino ad Aleppo, tra le truppe del suo esercito e quelle dei “crociati”) e invettive contro gli attuali stivali dell’Occidente (e cioè le milizie arabe che combattono l’Isis in Siria e Iraq e le forze curde), a far notizia è quello che è mancato nel discorso, più di quel che c’era. E cioè, riferimenti espliciti ai grandi attentati di Parigi, alla (probabile) bomba sull’areo di linea russo caduto sul Sinai, all’attacco di San Bernardino. E mentre per quest’ultimo il link col Califfato è effettivamente debole (e forse connesso a una scelta personale, più che ad un piano specifico e comandato), gli attentati nella capitale francese hanno scoperto avere come regia un network che attingeva direttamente dal territorio siro-iracheno, e se è vera la bomba sull’Airbus russo, si sarebbe trattato di un’opera compiuta dagli uomini della provincia del Sinai, cioè da un territorio amministrativo comunque centralizzato e collegato a Raqqa. Non è chiaro, dunque, perché Baghdadi abbia deciso di non citare questi fatti e di non intestarsene la responsabilità, pur citando molti paesi dove la fazione ha ottenuto appoggi, e nonostante abbia fatto riferimento a vicende recenti (e dunque l’audio non è stato registrato in precedenza) come l’alleanza militare promossa da Riad.

domenica 20 dicembre 2015

Raid aereo uccide comandante di Hezbollah, a Damasco

(Pubblicato su Formiche)

Un attacco areo israeliano avvenuto nelle prime ore di domenica mattina, ha ucciso Samir Qantar, leader del gruppo libanese Hezbollah: l’airstrike ha letteralmente distrutto un palazzo nel quartiere Jaramana di Damasco, in Siria.

IL RUOLO NELLE NDF

Il partito/milizia sciita filo-iraniano Hezbollah, è una delle stampelle operative del regime siriano: combatte tra le truppe lealiste fin dall’inizio del conflitto, mobilitato da Teheran (principale sponsor di Damasco insieme alla Russia). Hezbollah è la colonna centrale delle NDF, le National Defence Force, formate nel 2012 su diretta supervisione del generale iraniano Qassem Suleimani, che ha plasmato questo organismo riservista (composto da milizie sciite eshabiha del regime) sulla base dei guerrieri Basji alle dipendenze di Teheran. Hezbollah (e i Pasdaran) hanno fornito training e consulenza alle NDF, soprattutto su ciò che riguarda i combattimenti di guerriglia urbana. Qantar, quando è stato colpito, era ospite in una delle strutture di comando delle milizie che si trova nel quartiere di Jaramana (fortemente legato al regime).

L’UCCISIONE

La conferma dell’uccisione arriva direttamente dai media di Hezbollah e da un post su Facebook del fratello (citatoda Reuters) che annunciano la martirizzazione del leader, un druso rilasciato nell’ambito di una scambio prigionieri nel 2008 proprio dalle carceri israeliane. Dal rilascio, accolto come eroe in Libano, Qantar ha mantenuto un profilo basso, ma i servizi segreti israeliani ritenevano che fose diventato un comandante militare. Qantar, o Kantar, è il primo dei senior leader di Hezbollah uccisi in territorio siriano da un attacco israeliano. Il suo nome si intreccia anche con la storia recente italiana: quando i militanti del Fronte di liberazione palestinese sequestrarono l’imbarcazione italiana nel 1985, chiesero il rilascio di diversi prigionieri incarcerati da Israele, tra i nomi c’era anche quello di Kuntar.

IL RAID ISRAELIANO

Le NDF affermano che l’uccisione è avvenuta per mano israeliana (i media di stato siriani, invece, accusano in modo imprecisato “i gruppi terroristici”, cioè io ribelli). Lo stesso fa Al Manar, la tv di Hezbollah; e pure le Tv iraniane. Non ci sono altre informazioni (ed è improbabile che ne arrivino dal governo di Tel Aviv), ma è del tutto legittimo pensare che la ricostruzione sia vera ─ tra l’altro nelle ore prima del raid aereo, era stata segnalata un’intensa attività di sorvolo al limite dei cieli libanesi da parte di velivoli israeliani. Israele mantiene operativo, nonostante la guerra civile (e anche dopo l’intervento russo), un suo programma per eliminare quelle che considera minacce per la sicurezza nazionale. Ha colpito più volte in Siria (non confermando quasi mai queste operazioni), soprattutto convogli di armi che secondo le informazioni ricevute dall’intell erano destinate ad Hezbollah. Le intelligence israeliane ritengono che l’Iran stia utilizzando il campo del conflitto siriano per passare armi tecnologiche ai libanesi, i quali avrebbero intenzione di riaprire, poi, un nuovo fronte contro Israele (l’ultimo conflitto si è chiuso nel 2006).

I precedenti. Nel mese di gennaio un attacco israeliano uccise sei iraniani e alcuni membri di Hezbollah, tra cui il figlio di un leader storico, Imad Moughniyah, capo militare del gruppo nell’area di Quneitra, cioè sull’Alture del Golan, territorio ancora conteso e che Israele tiene continuamente monitorato perché considerato un’area sensibile per il passaggio di eventuali assalitori all’interno del proprio territorio.

I primi dettagli. Alcuni osservatori su Twitter sostengono che ad essere colpita è stata una cellula di Hez interna alle NDF, che progettava azioni contro Israele. Daniel Nisman, cofondatore dell’agenzia di intelligence privata Levantine Group, ha scritto in un tweet che Israele non avrebbe mai rischiato di subire le rappresaglie di Hezbollah a seguito dell’attacco, se non avesse avuto chiara l’imminenza e la solidità della minaccia della cellula.

IL CONTESTO

Secondo un articolo pubblicato in questi giorni dal Times of Israel, circa un terzo dei militanti che l’Iran ha mobilizzato a sostegno di Damasco, sarebbe rimasto ucciso o ferito durante il conflitto siriano. Nelle ultime settimane, dopo la vicenda del jet russo abbattuto dai turchi, la Russia ha spostato in Siria le batterie missilistiche antiaeree S-400: evidentemente Israele non teme di finirne sotto il fuoco, o più probabilmente sa che non ne sarà interessato mesi fa; si era infatti parlato, di un possibile accordo di non intromissione reciproca tra Tel Aviv e Mosca, che avrebbe permesso ai russi di appoggiare Bashar el Assad e agli israeliani di perseguire i propri interessi di sicurezza interna. Pare che gli aerei israeliani (secondo i primi dettagli, due jet) non abbiano comunque violato lo spazio aereo siriano.

giovedì 12 novembre 2015

C’è stato un attacco aereo israeliano all’aeroporto di Damasco (sembra)

(Pubblicato su Formiche)

I media israeliani hanno riferito di un attacco aereo su obiettivi ufficialmente sconosciuti all’aeroporto di Damasco, avvenuto ieri intorno alle sei di sera: i report sono confermati anche dagli attivisti siriani presenti sui social network. L’israeliano Ynet ha sottolineato che anche le pagine Facebook “amiche” del regime, hanno confermato l’attacco. Prima di andare oltre, un avviso: le tre righe precedenti, sono l’unico fatto (quasi) certo dell’intero pezzo, visto che per il momento mancano informazioni ufficiali, dato che sia l’esercito sia il governo di Gerusalemme finora hanno rifiutato di commentare la notizia: in linea con la propria policy su certe questioni. (Eventuali aggiornamenti saranno riportati successivamente).

OBIETTIVI E AZIONI

Non è la prima volta che Israele colpisce target in territorio siriano, e non è nemmeno la prima volta che la Israel Air Force (IAF) si spinge fino all’area della capitale: solo che adesso le condizioni sono un po’ cambiate, visto che la zone dell’aeroporto colpita è quella trafficatissima (insieme a quella di Latakia) anche dai voli che portano materiale militare in arrivo da Russia e Iran a sostegno delle forze lealiste.

Proprio questi potrebbero essere stati l’obiettivo dei raid: non che i caccia di Gerusalemme abbiano colpito unità russe o iraniane (in quel caso saremmo già davanti ad una vera e propria guerra mondiale), ma molto probabilmente al centro del mirino sono finiti convogli di armi che andavano a rinforzare Hezbollah, la milizia libanese filo-iraniana, che sta aiutando Bashar el Assad da diversi anni. Anche in questo caso, non si tratterebbe di un episodio troppo singolare, visto che più volte Israele ha colpito i convogli d’armamenti diretti ai libanesi, perché crede che l’Iran stia utilizzando il caos prodotto dal conflitto siriano per passare tecnologie militari aggiornate al partito/milizia di Beirut: quelle armi, secondo i più accurati report di intelligence israeliani e secondo l’idea di molti osservatori, potrebbero finire per essere usate non in Siria, ma contro Israele. In molti ritengono infatti che, una volta calmate le acque della crisi siriana, Hezbollah riaprirà il fronte contro Gerusalemme (l’ultimo conflitto s’è chiuso nel 2006).

Il Times of Israel, che ha cercato invano conferme tra le fonti governative sulla vicenda, ha forse qualche notizia in più, perché suppone che potrebbe esserci stato anche un altro possibile obiettivo d’interesse israeliano. Il giornale pensa infatti che i caccia IAF possano aver colpito l’unità palestinese delle forze d’élite estere iraniane “al Quds”. Anche in questo caso, non sarebbe la prima volta: qualche mese fa Israele colpì oltre il confine siriano in risposta al lancio di razzi sul proprio territorio. Quei razzi furono lanciati proprio dall’unità palestinese delle special force dei Pasdaran, che è guidata da Saeed Izadi, vecchia conoscenza israeliana, terrorista del gruppo Jihad islamico palestinese (gruppo islamista di Gaza che ha sede a Damasco).

SUPPOSIZIONI (ALTRE)

Ci sono due note importanti da sottolineare, ma, attenzione, restiamo nel campo delle supposizioni.

La prima: pochi giorni dopo l’inizio delle operazioni militari russe in Siria, circa un mese fa, alti funzionari governativi e militari di Mosca e Teheran si sono incontrati insieme ai leader politici dei rispettivi Paesi, con lo scopo di un chiarimento sulla strategia russa. In quell’occasione si era parlato di un accordo che avrebbe permesso da Israele di conservare i suoi interessi in Siria, e cioè poter colpire quelli che ritiene potenziali pericoli per la propria sicurezza nazionale, senza chiedere il permesso a nessuno (vedi convogli di armi per Hezbollah, o palestinesi delle Quds Force). L’attacco all’aeroporto di Damasco, controllato dai sistemi aerei russi, è una possibile conferma che questo accordo è in piedi.

Seconda nota: la Russia si trova in un asse con l’Iran a sostegno di Damasco. Sia che sia stato colpito un convoglio di armi per Hez, sia la fazione palestinese delle Quds, si tratta in entrambi i casi di operazioni “via Iran”, e dunque Mosca ha permesso, in virtù di quegli accordi con Israele, di colpire “interessi militari” di un proprio alleato. Teheran non ne sarà soddisfatto, ma d’altronde da tempo si parla di un irrigidimento dei rapporti tra russi e iraniani. I primi incolpano i secondi dell’inconsistenza dimostrata sul campo, dove a parte le foto dimostrative e propagandistiche dell’onnipresente generale Qassem Suleimani (ultimamente segnalato ad Aleppo, sul fronte caldo della Kweires Air Base), gli iraniani continuano a perdere ufficiali importanti e soldati, e soprattutto continuano a gestire male le sgangherate truppe siriane: nei video postati da Youtube si vedono spesso colonne di blindati siriani messi in fila tutti insieme, sembrano un tiro a segno per gli anticarro Tow che americani e sauditi stanno fornendo ai ribelli.

lunedì 9 novembre 2015

Obama e Netanyahu, tutti i dossier militari

(Pubblicato su Formiche)

In mattinata (ora di Washington), il presidente degli Stati Uniti Barack Obama riceverà alla Casa Bianca il premier israeliano Benjamin Netanyahu: l’incontro tra i due leader alleati è il primo dopo tredici mesi di “ferri corti”, causati prevalentemente dalla chiusura, fortemente voluta da Obama, dell’accordo nucleare con l’Iran; ma non solo.

UN RAPPORTO IN CRISI

Tra i due leader c’è scarsa chimica personale da sempre, questo è noto: ma è un aspetto relativo se si devono trattare questioni di primaria importanza. Sebbene anche su queste le distanze di visioni tra i due sono ampie: durante il primo mandato c’era la questione della pace israelo-palestinese, su cui pesava la politica dei settlement spinta da Netanyahu, e che invece Obama avrebbe voluto bloccata; ora c’è l’Iran di mezzo. La vicenda che lega insieme incompatibilità personale e distanza di visioni politiche, è proprio legata al deal con Teheran. In piena campagna di lobbyng contro l’accordo con gli ayatollah, Netanyahu andò addirittura a parlare al Congresso americano, riunito in seduta comune, invitato dai Repubblicani: in quell’occasione Obama non volle incontrarlo, un gelo diplomatico che spiega molto degli attuali rapporti USA-Israele. Era inizio marzo, cioè solo otto mesi fa, poi le cose se possibile sono pure peggiorate perché l’accordo alla fine s’è chiuso tra le denunce israeliane: per questo, spiega alla Reuters David Makovsky analista del Washington Institute for Near East Policy, quello di oggi non può essere un «reset» del rapporto bilaterale. C’è un altro di quei dettagli che spiega l’analisi di Makovsky e i rapporti in generale: ha fatto molto clamore la possibilità della nomina di Ron Baratz a portavoce del primo ministro, di cui Netanyahu ha detto che si occuperà al ritorno del viaggio americano. Baratz, già consigliere di Bibi, in passato ha accusato Obama di antisemitismo e ha definito il segretario di Stato John Kerry «un uomo col cervello di un dodicenne».

INERZIA E PICCOLI AVVICINAMENTI

Un funzionario della Casa Bianca sentito dalla Reuters ha ammesso che il mandato presidenziale si chiuderà senza che la “soluzione a due Stati” della questione israelo-palestinese tornerà in discussione: «Questa è la prima volta dai tempi dell’Amministrazione Clinton che la prospettiva di un negoziato non è sul tavolo» ha detto quel funzionario. La bussola mediorientale ormai è magnetizzata dal conflitto siriano e dai suoi conseguenti hotspots (Isis, Iran, Russia, Turchia, terrorismo globale, immigrazione) e Obama sembra essersi convinto che finirà l’incarico da presidente senza aver trovato la pace a Gerusalemme, nonostante gli intensi sforzi degli anni passati; mentre Netanyahu spera di trovare dopo il 2016 qualcuno più ricettivo alle proprie istanze.

Intanto, la questione è congelata, tra timide aperture che il premier israeliano ha concesso a Washington: per esempio il blocco della costruzione nei Territori, che Obama considerava la condicio sine qua non per la pace, e «l’accordo milionario con la compagnia americana Noble Energy per lo sfruttamento del giacimento di gas Leviathan, a poche miglia dalle spiagge di Haifa», come ricorda Mattia Ferraresi sul Foglio.

GLI INTERESSI ECONOMICO-MILITARI

Resta che il motivo dell’incontro non è un chiarimento per favorire una normalizzazione dei rapporti, ma è soltanto legato al pragmatismo di interessi, sia economici che per certi aspetti strategici. Netanyahu tratterà di persona i punti chiave per un rinnovamento dell’accordo militare: non si chiuderanno contratti, ma il premier israeliano ha intenzione di uscire da Pennsylvanie Ave con in mano un protocollo di intenti, che sarà poi sviluppato dalle rispettive diplomazie, che alzerà il tetto degli “aiuti” militari americani a 5 miliardi l’anno. Sul tavolo c’è l’aumento del numero di F-35 (cinquanta per ora) che l’America venderà ad Israele, unico Paese mediorientale a cui verrà concesso l’utilizzo dei nuovi velivoli della Lockheed-Martin: molto probabilmente si discuterà anche dei V-22 Osprey, aero-elicotteri da trasporto truppe, di cui Israele sta trattando l’acquisto da diversi anni.

ISRAELE ACCERCHIATA

Gerusalemme avverte la necessità di armarsi ancora di più, perché si sente circondato da minacce sia interne che esterne. Appena al di là dei confini, si combatte il conflitto siriano, un campo di battaglia pieno di iraniani e milizie sciite asservite a Teheran che vedono Israele come nemico esistenziale; là i pasdaran, oltre che difendere Damasco, stanno, secondo continue informazioni di intelligence israeliana, fornendo armamenti tecnologici ad Hezbollah, il gruppo militare libanese che tutti credono pronto a una nuova guerra contro Israele. Il pericolo interno è invece connesso all’infiltrazione di queste e altre spurie del conflitto siriano, nei datati problemi con i gruppi combattenti palestinesi. La cosiddetta “Intifada dei coltelli” ha alzato il livello dell’emergenza per la Sicurezza nazionale (domenica, ancora, sei israeliani, in tre separati attacchi nel West Bank, sono stati feriti, mentre un attentatore è stato ucciso). E ai gruppi di Gaza e Cisgiordania si aggiunge la predicazione che arriva propria dal territorio califfale siro-iracheno: “uccideteli tutti”, “macellateli”, proclamano i leader baghdadisti in filmati in cui invitano i palestinesi ad abbandonare le organizzazioni politiche locali e a virare verso lo Stato islamico, tralasciando il nazionalismo e pensando all’entità sovranazionale del Califfato.

Il capo della Wilayah del Sinai dello Stato islamico, Abu Osama al Masri, il giorno successivo del disastro aereo dell’Airbus russo precipitato sulla penisola egiziana, per cui si pensa ad una attentato opera proprio degli jihadisti del Sinai, “andava online” con un video in cui invitava i musulmani che vivono in Israele a continuare gli attacchi con i coltelli.

LE RAGIONI STRATEGICHE AMERICANE

Allo stesso tempo, anche gli Stati Uniti sanno che questi aiuti militari e quelle relazioni con Israele devono essere tenute in piedi per ragioni strategiche: sotto questo punto di vista va letto il primo viaggio del capo delle Forze Armate americane Joseph Dunford, che ha visitato Israele a metà ottobre come primo viaggio all’estero, fresco di incarico. È un tentativo di ricucire, col pragmatismo degli accordi militari e per quel che è possibile, i rapporti (al resto penseranno i successori): sempre nell’ottica, pragmatica anche questa, dell’importanza strategica che Gerusalemme ha per gli Stati Uniti nell’area.

Un esempio arriva proprio dal caso del volo KGL9268 russo precipitato sul Sinai, un altro di quei dettagli che spiegano le situazioni. Sembra infatti che la sicurezza con cui l’Amministrazione americana tratta il caso, esponendosi fino a definirsi sicura «al 90%» che si sia trattato di una bomba a bordo, arrivi da intercettazioni telefoniche fornite ai funzionari statunitensi (e britannici) dall’intelligence israeliana, come ha rivelato la CNN. Israele ha particolare interesse all’area del Sinai, perché ritiene che attraverso i tunnel che sono stati scavati nella zona di confine, arrivino a Gaza molte delle forniture militari di cui dispone Hamas. Gli israeliani hanno collaborato con le operazioni militari di anti-terrorismo disposte dal governo egiziano nella zona nordorientale della penisola.


sabato 24 ottobre 2015

Iran, tutte le tensioni (e le spiate) tra Usa e Israele

(Pubblicato su Formiche)

Aerei israeliani sarebbero entrati e usciti dallo spazio aereo iraniano nel 2012 per compiere un volo di prova per un possibile attacco all’impianto nucleare di Fordow. L’ha scritto il Wall Street Journal, in un articolo in cui ha analizzato la crisi di fiducia che si è sviluppata nel corso degli ultimi anni tra gli Stati Uniti e Israele: l’inchiesta giornalistica è corroborata da decine di testimonianze di funzionari sia americani sia israeliani, che hanno parlato in anonimato del logorarsi delle relazioni e fatto cenno alla vicenda del test di attacco, un “dry-run” come si definisce in termine militare (in Italia la storia è stata raccontata sul Corriere della Sera da Guido Olimpio).

UN INIZIO TRABALLANTE

I rapporti tra i due alleati, una tempo molto cordiali e collaborativi, si sono cominciati a raffreddare già dal 2009, al primo incontro nello Studio Ovale tra Benjamin Netanyahu e Barack Obama: l’antipatia personale tra i due, non è un segreto. Ma all’aspetto personale si abbinarono subito visioni e prospettive diverse: l’israeliano aveva (ed ha) l’Iran come nemico esistenziale (sentimento ricambiato da Teheran), mentre Obama cercava già una via diplomatica alla “questione iraniana”. In base a queste premesse, secondo quello scritto dal WSJ, è facile capire come mai sia Washington sia Gerusalemme scelsero di portare avanti i propri piani in segreto, invece di comunicare reciprocamente. Mentre Obama avviava un background channel per intavolare la trattativa sul nucleare con gli ayatollah, Netanyahu pensava ad una missione militare per distruggere i reattori.

MOLTI SEGRETI

I funzionari americani hanno raccontato di non essere stati mai avvisati in anticipo di operazioni in incognito, come quelle condotte dal Mossad, il servizio segreto estero israeliano, per assassinare alcuni scienziati nucleari iraniani. Altra storia è quella del virus informatico Stuxnet, studiato da Israele e Stati Uniti per lanciare attacchi cibernetici contro le centrifughe delle centrali iraniane. Stuxnet non serviva semplicemente per introdursi in un sistema e copiarne i dati, “ma era in grado di distruggere fisicamente apparecchiature controllate dai computer” ha scritto Kim Zetter sul Daily Beast. Netanyahu voleva utilizzarlo a tutti i costi, ma Obama temeva le possibili implicazioni della diffusione. Era il 2010, da lì in poi Israele cominciò a studiare seriamente una missione militare in Iran.

UNA MISSIONE SUICIDA

Gli analisti della Difesa americana esaminarono la situazione, giungendo alla conclusione che Israele non aveva le potenzialità necessarie per distruggere gli impianti iraniani attraverso normali attacchi aerei. Gerusalemme, recepita l’informazione, elaborò un’altra strategia: aerei cargo avrebbero scaricato squadre di commando sul posto (un’area impervia, Fordow è costruito dentro una montagna) i quali avrebbero sfondato le fortificazioni e fatto saltare l’impianto dall’interno. I funzionari americani hanno ammesso al WSJ di aver pensato subito che sarebbe stata una missione suicida. Washington chiese comunque di essere avvisata prima dell’eventuale via libera alla missione, ma pare che gli israeliani non s’impegnarono a riguardo. “Se questo era tutto uno sforzo per cercare di fare pressione su Obama, o se Israele si stava davvero avvicinando a una decisione, non è chiaro”, ha dichiarato al WSJ Michèle Flournoy, che all’epoca era Under Secretary of Defense for Policy, uno dei più alti ruoli del Pentagono.

LE INTESE ATTIVITÀ DI SPIONAGGIO

Alla linea dura di Netanyahu, Obama rispondeva con richieste di de-escalation: era il 2011, quando incaricò John Kerry, che ai tempi era ancora soltanto senatore e non ancora Segretario di Stato, di sondare il terreno sulla disponibilità dell’Oman per fare da mediatore con Teheran.

Nei mesi successivi, mentre Obama dichiarava di “non bluffare” nel tentativo di arrivare all’accordo sul nucleare iraniano, l’intelligence americana aumentava la sua attività di spionaggio. Non c’è da stupirsi, tutti spiano tutti, sia alleati che nemici. Erano i primi mesi del 2012, quando i servizi di Washington cominciarono ad osservare Netanyahu impegnato in numerosi incontri con i vertici militari. Dalle intercettazioni risultò che si parlava della missione in Iran: gli israeliani volevano muoversi nelle notti senza luna, e sembrava che l’attacco si stesse concretizzando. I Servizi Usa cominciarono a monitorare costantemente l’IAF (Israeli Air Force) e riuscirono anche a tracciare la formazione che sorvolò l’Iran in perlustrazione (ma in assetto da combattimento). Quando Israele iniziò a sondare la possibilità di acquisto dagli Stati Uniti delle Massive Ordnance Penetrator, bombe da 30 mila libbre progettate proprio per distruggere bunker nucleari, l’America gliene negò la fornitura (il piano che riguardava il blitz delle forze speciali si rivelava via via un bluf, visto che quando gli Usa proposero la vendita degli Osprey, aerei a decollo variabile che sarebbero stati indispensabili per trasportare i commando, Israele rifiutò per carenza di fondi).

I COLLOQUI SEGRETI E LA LINEA DIPLOMATICA

Nel frattempo, la Casa Bianca teneva il premier israeliano all’oscuro delle trattative avviate con l’Iran, per paura che Gerusalemme potesse sabotarle. Secondo i funzionari americani intervistati, Netanyahu sarebbe stato informato soltanto quando il negoziato avrebbe preso carattere ufficiale. A settembre 2013 diplomatici israeliani rivelarono agli omologhi americani che i propri Servizi avevano identificato i numeri di coda dei voli che trasportavano i negoziatori a Muscat, in Oman, dove avvenivano gli incontri segreti con gli iraniani. Il 30 settembre, durante un incontro con il premier Netanyahu, Obama ammise l’esistenza dei colloqui segreti con l’Iran. A novembre di quello stesso anno fu annunciato l’avvio dell’iter diplomatico che avrebbe portato poi, dopo due anni e una lunga serie di deadline non rispettate, all’attuale accordo, dal cui tavolo Israele è stato tenuto fuori. Già nel 2014, le agenzie di intelligence americane avvertirono i funzionari incaricati a trattare con l’Iran, che gli israeliani stavano spiando gli incontri. Il resto è, praticamente, storia di questi giorni.

L’IRAN RIQUALIFICATO: LA VITTORIA DI OBAMA

Tra le pressioni israeliane (e quelle di diversi Paesi arabi) l’Iran è riuscito a chiudere un accordo che però, man mano che passano i giorni, scopre sempre più lati deboli. Il deal ha permesso a Teheran non solo di lasciare intatte le centrali, congelando alcune di quelle centrifughe che gli israeliani volevano distrutte, ma anche di ottenere una riqualificazione internazionale. Hassan Rouhani, il presidente che per semplificazione consideriamo moderato anche perché è messo in relazione alla follia oltranzista del suo predecessore Mahmoud Ahmadinejad, sarà in visita ufficiale in Italia (la prima in Unione europea dall’elezione). Incontrerà il presidente del Consiglio Matteo Renzi e quello della Repubblica Sergio Mattarella, poi andrà da Papa Francesco, secondo quanto rivelato all’agenzia Reutersda una fonte interna a Teheran. Qualche giorno fa, sempre il Wall Street Journal raccontava del via vai che c’è nella capitale iraniana: è piena di uomini d’affari occidentali pronti a chiudere per primi il primo contratto dopo il sollevamento delle sanzioni (processo già avviato da Usa e Ue). La leadership iraniana sta godendo un momento di splendore, grazie alla volontà di dialogo dimostrata nel corso degli anni dal presidente Obama, che ha affidato all’accordo con l’Iran il grosso della sua legacy in politica estera. I piani israeliani, invece, non sembrano troppo cambiati: pochi mesi fa si è tornato a parlare della possibilità di un’azione militare di Gerusalemme contro l’Iran. Secondo alcune rivelazioni, uno special team sarebbe stato creato dai vertici della Difesa, per studiare un altro possibile piano di attacco.

mercoledì 21 ottobre 2015

Israele-Palestina, c’è la mano dell’Isis dietro all’Intifada dei Coltelli?

(Pubblicato su Formiche)

La Palestina, per il leader dell’Isis al-Baghdadi, non è altro che una landa amministrativa: non c’è nessun interesse a Raqqa, credono diversi osservatori, di creare uno Stato palestinese, di alzare la bandiera a quattro colori, di avere un’indipendenza nazionale. Sotto il sedicente Califfato, non solo non esistono elezioni, non esistono nemmeno nazioni: lo Stato è unico, i territori sono province amministrate dai vari waliy. La rivolta palestinese serve a schiacciare il nemico esistenziale ebreo, Israele.

I FILMATI

È sotto quest’ottica che vanno letti i vari filmati di incitamento prodotti da diversi dipartimenti dell’Isis in questi giorni: non come un interessamento nei fatti che accompagnano “l’identità palestinese”. Da notare che questi video sono una rarità, perché di solito lo Stato islamico non si espone sulla questione israelo-palestinese, se non condannando Israele, incitando all’odio contro gli ebrei e dichiarando tra gli obiettivi ultimi la conquista di Gerusalemme (la stessa cosa fatta più volte per Roma).

LA SCELTA DELL’ISIS

Quello che succede in questi giorni è diverso: in quei filmati di incitamento a quella definita l’Intifada dei coltelli, l’Isis s’attribuisce la paternità degli attacchi e invita il popolo palestinese a lasciar perdere i leader dei partiti locali (Hamas e Fatah, ma anche gruppi come il Jihad palestinese) e a combattere solo in nome dell’Islam. Ci sono immagini in cui manifestazioni di protesta con le bandiere palestinesi alzate vengono coperte da una croce rossa, come a dire “non va bene”. È questo il segnale che il sedicente Califfato vuole trasmettere: la vostra battaglia va avanti da anni nel modo sbagliato, è troppo politica, troppo nazionalistica, troppo legata a quei partiti, a quella bandiera che per la prima volta meno di un mese fa ha sventolato tra le altre al Palazzo di Vetro. Abu Mazen e Benjamin Netanyahu sono inquinati dall’Occidente, i gruppi di Gaza e del West Bank dall’Iran, sciita e dunque nemico contaminante tanto quanto l’America o l’Europa. Voi, dicono i media del Califfo rivolgendosi ai palestinesi, dovete mirare ad altro: una volta mollati i partitini palestinesi e presa la via della lotta in nome di Maometto e Allah, distruggerete Israele e poi creerete una provincia dello Stato islamico.

LA DIFFUSIONE MEDIATICA

È una campagna organizzata dai “baghdadisti”, che sta portando buoni risultati. Ora siamo nella fase di diffusione mediatica, ma da diversi mesi Hamas e i gruppi palestinesi si trovano in posizione di difesa, costretti ad arginare l’attecchimento interno delle istanze del Califfato. Ci sono gruppi interni particolarmente radicali e filo Isis che non hanno ancora lo spessore di ufficialità raggiunto in altre parti del mondo, solo perché sono sottoposti ad una dura campagna di repressione e arresti da parte proprio della polizia di Hamas. Lo Stato islamico (come prima faceva al Qaeda) considera l’organizzazione di Gaza composta da “mollaccioni poco radicali”, perché accettano le elezioni, cioè un potere sugli uomini diverso da quello di Allah (tra l’altro, come più volte ribadito, l’Isis non si capacita di come i palestinesi possano vivere così vicini agli ebrei e avere fasi di pace e tregua nella lotta armata).

LA COMPETIZIONE

C’è un tentativo di mettere un cappello sull’attuale situazione da parte dei partiti locali. Però è difficile mettersi in concorrenza con il Califfo. L’hashtag che circola di più su internet è #sgozzagliebrei ed è “made in Raqqa”. Lo Stato islamico “punta a una rieducazione” del jihad palestinese secondo i propri precetti, ha scritto Daniele Raineri sul Foglio, utilizzando una forte campagna mediatica iniziata sommessamente tra i cittadini mesi fa e ora esternata con i video. Sostituire il pugno alzato trionfante dei guerriglieri di Fatah con il dito verso il cielo della tashahud (unico gesto consentito dal radicalismo califfale, perché indica l’unicità di Dio) sarà una missione complicata, perché quei partiti hanno una radicazione storica nei Territori, ma in questo momento niente sembra impossibile al jihad globale dell’Isis.

FASE DIPLOMATICA

Oggi è giornata di incontri diplomatici. Il segretario di Stato americano John Kerry incontrerà a Berlino il premier israeliano Netanyahu, mentre a Tel Aviv il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon si vedrà con il capo dell’Autorità palestinese Abu Mazen. Il tema di entrambi i vertici (al netto delle ultime uscite di Bibi) sarà di cercare un modo per bloccare le violenze. E chissà se l’argomento verrà affrontato tenendo conto della nuova realtà fomentata dall’Isis.


martedì 20 ottobre 2015

Quello che penso su questa che non è un'Intifada (per adesso)

La penso così. Quella che si sta raccontando come un'Intifada, una nuova fase della rivolta palestinese, è tutt'altro. Si tratta di azioni terroristiche puntuali fomentate dal diffondersi del verbo radicalizzante, molto legato agli exploit dell'IS. Davanti a questi le teste vuote palestinesi non sono altro che proxy, utili per colpire Israele (nemico esistenziale dei baghdadisti).

Adesso i gruppi locali, che finora non rivendicano azioni organizzate ma si sbrigano a rivendicare l'appartenenza a un gruppo o a un altro del kamikaze di turno, cercano di metterci il cappello. Perché sono trascinati da un'azione popolare inaspettata (Hamas deve riprendersi dall'ultima guerra, e sa di non avere la forza militare per sostenerne un'altra).

Hamas, che adesso chiama alla distruzione di Israele, in realtà sta solo cercando di accreditarsi successi altrui, vedendo che la linea più dura è e più rende: perché è l'odio profondo a tracciarla. Lo stesso Mazen, l'uomo senza un piano, il dittatore che abbiamo deciso di assolvere, scende al compromesso del consenso: Fatah è stato il primo a rivendicare l'appartenenza al gruppo di due attentatori (quelli che uccidendo due coniugi davanti ai propri figli, hanno dato il via informale al macello). 

È una lettura, poi magari mi sbaglio e sarà lieto di correggermi.

giovedì 15 ottobre 2015

Cosa succede davvero in Israele



Gli attacchi sono continuati in parti di Gerusalemme nonostante le forze di sicurezza israeliane (IDF) abbiano lanciato una grande operazione nelle zone arabe della città. Anche ieri nella città vecchia c’è stato un nuovo tentativo di accoltellamento, mentre due coloni israeliani hanno ferito due palestinesi.

I FATTI

Il governo israeliano mercoledì ha reso operativa la decisione di bloccare l’accesso ad alcune aree della città santa, inviando circa 300 soldati da affiancare alle forze di polizia: l’incremento sostanziale delle unità di sicurezza dovrebbe poter permettere di fermare gli attacchi che dall’inizio di ottobre hanno provocato la morte di sette israeliani colpiti da attentati e di una trentina di palestinesi (dati del Ministero della Salute palestinese), tra cui gli assalitori, oltre che alcuni bambini e dimostranti, durante vari scontri che hanno coinvolto diverse parti del paese.

Martedì è stato il giorno peggiore, finora: il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha scritto che alcuni gruppi palestinesi lo hanno definito “il giorno della rabbia”. Due attentatori palestinesi saliti a bordo di un autobus a Gerusalemme hanno accoltellato e sparato sui viaggiatori, poco distante alcuni ebrei sono stati investiti ad un bus-stop (il guidatore è poi sceso dal veicolo e ha continuato con un coltello l’attacco) e altri due attacchi ci sono stati a nord di Tel Aviv e vicino Haifa. Il bilancio conclusivo è di tre morti e trenta feriti in un solo giorno.

Il governo israeliano ha anche deciso che agli attentatori sarà revocato il diritto di residenza a Gerusalemme, le loro case saranno distrutte, e non saranno celebrati per loro i funerali (è un modo per impedire che le esequie vengano trasformate in una trionfante cerimonia in onore ai martirizzati).

COMMENTI POLITICI E PROPAGANDA

Questa escalation di violenze, iniziata il primo ottobre con un attentato in un’area che collega due insediamenti nel West Bank, quando due uomini appartenenti ad una fazione combattente riconducibile ad al Fatah (il partito che guida l’Autorità Palestinese) hanno ucciso due coniugi davanti ai loro figli, è da alcuni osservatori considerata l’inizio di una nuova Intifada, anche se finora non è stata esplicitamente dichiarata. “Intifada” significa “sussulto”, “rivoluzione”, ed è il termine con cui storicamente sono state definite le due rivolte armate contro Israele giustificate dalle autorità palestinesi (risalenti alla fine degli Ottanta e inizi del Duemila). Ogni volta che un ciclo di violenze si sussegue in Cisgiordania o Israele sui giornali si parla di “nuova Intifada”.

Human Rights Watch ha dichiarato che la decisione del governo israeliano di isolare quelle aree di Gerusalemme può essere rischiosa e aumentare gli scontri, perché viola la libertà di movimento di tutti i palestinesi, mentre invece si dovrebbero adottare «misure mirate ad una specifica preoccupazione», ma non ha specificato quali.

lI segretario di Stato americano John Kerry ha commentato che la politica degli insediamenti portata avanti da Israele, è parte della colpa sulla situazione di tensione del Paese: parole successivamente minimizzate dal portavoce John Kirby in un’intervista al Jerusalem Post. Ma possono rappresentare bene il pensiero dominante dell’Amministrazione Obama (e di un ampia fetta di opinione pubblica mondiale: leggere, a proposito, il commento di Umberto Minopoli suFormiche.net). Su questo “sentimento” si basa Abu Mazen, presidente dell’Autorità Palestinese, che parlando per la prima volta dopo l’innescarsi della nuova ondata di violenza di cui è co-partecipe anche il suo partito, Fatah, ha detto che le azioni di Israele «minacciano di innescare un conflitto religioso», anche se sembra piuttosto che sia proprio l’odio religioso islamista che sta alimentando le vicende attuali. «Stanno uccidendo i nostri figli a sangue freddo» ha aggiunto, riferendosi al caso di un tredicenne colpito da IDF dopo che insieme ad un altro ragazzo, di quindici anni, avevano accoltellato due giovani israeliani che giravano in bici lunedì. Uscita replicata dall’ufficio del primo ministro israeliano, che su Twitter ha fatto sapere che in realtà quel ragazzo è vivo in ospedale, e ha accusato Mazen di «incitamento e bugie». Il gesto dei due adolescenti palestinesi era stato invece elogiato dal portavoce dell’Autorità palestinese Nabil Abu Rudeineh.

IL JIHAD E LE LAME

Ricorda Giulio Meotti sul Foglio, che il jihad palestinese ha un detto evocativo che richiama l’uso dei coltelli, aspetto dominante in questa che è stata giornalisticamente definita “l’Intifada dei coltelli”, proprio per via della tecnica di attacco più comune in questi giorni, l’accoltellamento (c’è un recente video di Hamas, in cui si vedono combattenti affilare le lame mentre incitano alla “Rivoluzione dei coltelli”). “Quando vi sgozzeremo, vi sgozzeremo per Netanya”, recita quel detto, e spiega Meotti che fa riferimento al «confine più stretto e fragile dello stato ebraico, i cinque chilometri che separano Netanya dalla città palestinese di Tulkarem. E’ la gola più sottile e più esposta di Israele». Forse non è casuale la scelta del coltello. Ha una base storica: è la vicenda di Khayabar, quando Maometto nel 627 partecipò allo sgozzamento di ottocento ebrei della tribù di Banu Qurayza, e la circostanza, come raccontato dal Wall Street Journal, è stata ricordata pochi giorni fa durante un sermone di un iman di Gaza, sermone recitato brandendo un coltello, appunto.

DIETRO A QUESTE VIOLENZE C’È ANcHE ALTRO

“Itbach al Yahud”, macellate gli ebrei, è un grido del jihad palestinese: l’accoltellamento è un attacco kamikaze che spinge al martirio, visto che più volte è avvenuto sotto gli occhi delle forze di sicurezza che intervenendo con rapidità sul luogo del reato, spesso reagiscono aprendo il fuoco ed uccidendo l’assalitore. Queste azioni non sono frutto di un programma politico, di un progetto di stato nazionale palestinese, della storica “resistenza popolare”, ma sembrano soltanto guidate dall’odio verso gli ebrei esternato da “lupi solitari” che si fanno portavoce di un sentimento più diffuso (per il momento: poi magari arriverà la vera Intifada, e la rivolta diventerà organizzata).

Il motivo dell’esplosione di violenze ha un espediente pratico: è legato al diffondersi di false voci di modifiche del regolamento di accesso alla città santa di Gerusalemme. Si sono diffuse da fine settembre tra i palestinesi chiacchiere infondate sull’intenzione di Tel Aviv di modificare le vecchie regole sulla gestione del sito, voci smentite più volte dal governo israeliano, ma che tuttavia hanno proliferato e infiammato la popolazione musulmana, soprattutto le ali più radicali. Non è da escludere che dietro ci sia una campagna pensata per polarizzare questo periodo di relativa pace (alcuni osservatori sollevano l’ipotesi di un coinvolgimento iraniano, che provoca lo stato ebraico: ma sono ipotesi per il momento non basate su fatti concreti).

A fomentare situazioni di odio potrebbe essere stata anche la propaganda dell’IS, sia esterna (che arriva a livello globale) sia interna, dove fazioni estremiste inclini al Califfato si stanno diffondendo tra i gruppi armati palestinesi e cercano proseliti (a danno di questi, che stanno cercando di reprimerli). Per l’IS, scatenare una nuova guerra con Israele può essere utile sia in termini pratici (indebolire i gruppi storici del jihad locale) sia di propaganda (proporsi come alternativa).

È quindi sotto quest’ottica, che, per il momento, più che una rivolta palestinese (una “nuova Intifada”), Israele pare stia subendo gli artigli della fascinazione del jihad globale: messaggio molto fomentato dallo Stato islamico (e che potrebbe essere «eccitato anche dall’accordo sul nucleare iraniano», come sostenuto al Foglio dal direttore del Besa Center Zisser Ifraim Inbar). Anche i boia del Califfo, d’altronde, usavano un coltello per sgozzare gli ostaggi occidentali nei video.

Da qui, il grosso del problema arriverà se i grandi gruppi islamisti palestinesi come Hamas, Fatah, Jihad islamica, decideranno, come sembra stia accadendo, non solo di elogiare e glorificare queste azioni, ma di sposarne i contenuti e organizzarne la gestione in una nuova rivolta armata.

domenica 11 ottobre 2015

Israele, Hamas e l’Intifada dei coltelli

(Pubblicato su Formiche)

Caccia israeliani hanno colpito questa mattina all’alba due obiettivi militari di Hamas nella Striscia di Gaza: si trattava di due impianti che il partito/milizia palestinese avrebbe utilizzato per la produzione di armi. Gli airstrike sono arrivati in risposta al lancio di un razzo partito da Gaza e intercettato dal sistema di difesa missilistico Iron Dome mentre sorvolava, poco prima della mezzanotte si sabato, una fascia meridionale del territorio israeliano; il sistema era stato schierato nelle zone tra Be’er Sheva e Ofakim dopo che altri tre razzi erano stati lanciati nella notte precedente. Nel raid, secondo i media palestinesi, sarebbe rimasta uccisa una donna incinta e la sua giovane figlia.

Un’ondata di violenze infiamma nuovamente il Paese, a meno di un anno dall’ultimo conflitto, quello definito da Tel Aviv “Margine di protezione” e rievocato per un secondo round da alcuni politici dell’ala conservatrice israeliana. Sabato il primo ministro Benjamin Netanyahu ha firmato il decreto per richiamare in servizio centinaia di agenti di polizia riservisti. Il sito internet del quotidiano Yedioth Ahronoth ha pubblicato due giorni fa un’infografica in cui riportava tutti gli attacchi palestinesi contro cittadini dello Stato ebraico avvenuti venerdì, soltanto venerdì. La lista è lunghissima, soprattutto se si pensa che riassume quello che è avvenuto in un singolo giorno di questa settimana di scontri. Si tratta prevalentemente di azioni puntuali, non attentati organizzati, ma iniziative personali di uomini appartenenti ai vari gruppi combattenti, soprattutto Jihad islamica e Hamas, ma anche Fatah del presidente Abu Mazen, che da una settimana ha ricominciato a rivendicare attentati. Qualcuno l’ha già definita “l’Intifada dei coltelli”, perché la gran parte di questi attacchi sono arrivati per accoltellamento.

Gesti inusuali gli accoltellamenti, ma che seguono una dinamica inedita: il portavoce del sedicente Califfato, Abu Mohammed al Adnani, aveva chiesto più volte ai “credenti” di colpire con qualsiasi tipo di arma, compresi i coltelli di casa, per uccidere gli “infedeli”. Hamas da tempo ha aperto una guerra ideologica (fatta anche di repressioni materiali) con alcune fazioni interne che occhieggiano all’IS, mentre invece l’organizzazione centrale si trova in opposizione al Califfato. Ancora queste componenti filo-baghdadiste sono nettamente minoritarie, ma è evidente come il richiamo delle parole del Califfo è comunque attrattivo anche per chi si dichiara fedele ai gruppi storici palestinesi.

Nella mattinata odierna, però, si è tornati ai vecchi metodi: un’autobomba è stata fatta esplodere. Un’auto sospetta è stata fermata dalla polizia della Giudea e Samaria lungo la strada 437 che collega Ma’ale Adumim al checkpoint di e-Zaim. Appena un agente di pattuglia ha aperto la porta del veicolo, la conducente ha gridato “Allahu Akbar” e ha fatto saltare la carica esplosiva, che però non era di grande entità (o non ha funzionato) e ha soltanto ferito il poliziotto, mentre la terrorista sarebbe in gravi condizioni.

Sabato Hamas, che amministra politicamente la Striscia si Gaza, aveva chiamato ad una nuova Intifada (da tempo alcuni analisti evocano lo spettro della Terza Intifada). La “rivolta” palestinese però non sta ancora raggiungendo i livelli di violenza delle due “edizioni” precedenti, e forse Hamas è ancora fiaccata dalla guerra dello scorso anno . Il premier israeliano e il capo dell’Autorità palestinese Abu Mazen sono stati raggiunti, separatamente, da due telefonate del segretario di Stato americano John Kerry che ha chiesto una de-escalation. La posizione ufficiale della Casa Bianca è «preoccupazione», niente di più solido.

Netanyahu, successivamente, ha però accusato sul suo account Twitter Mazen di essere responsabile profondo della situazione: «Incitamento mendace» l’ha definito Bibi. Mazen a fine settembre durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva annunciato che AP non avrebbe più rispettato gli accordi di Oslo, sulla cui Dichiarazione di principi si basano gli ultimi dodici anni di colloqui di pace tra Israele e Palestina. Pochi giorni dopo quelle parole, Fatah ha rivendicato l’uccisione in strada di due coniugi israeliani davanti a quattro dei loro sei figli.

lunedì 5 ottobre 2015

Siamo al prologo della Terza Intifada?

(Pubblicato su Formiche)

Centinaia di persone sono rimaste ferite negli scontri tra manifestanti palestinesi e forze di sicurezza israeliane (IDF) avvenuti nella notte tra domenica 4 e lunedì 5 ottobre in Cisgiordania e a Gerusalemme; un ragazzo palestinese di 18 anni è rimasto ucciso ─ aveva lanciato una bomba incendiaria.

La circostanza di cronaca che ha prodotto gli scontri, è la decisione israeliana di bloccare ai palestinesi l’accesso alla città vecchia di Gerusalemme: decisione presa dopo che persone di origine ebrea erano finite vittime di attentati nei giorni precedenti. Giovedì scorso una coppia di coniugi israeliani è stata uccisa nel West Bank, non lontano da Nablus, mentre viaggiava in auto insieme a quattro dei sei figli: i colpi di arma da fuoco sono stati sparati da un’auto in corsa. In un commento ufficiale sulla vicenda il portavoce di Hamas Husam Badran ha detto: «Benediciamo l’uccisione di coloni in Cisgiordania» e ha invitato a compiere altre azioni del genere. Sabato due ebrei ortodossi sono stati accoltellati e uccisi a Gerusalemme mentre andavano a pregare al Muro del Pianto, con loro altre due persone sono state ferite in modo grave: l’attentatore era un diciannovenne appartenente alla Jihad islamica palestinese. Hamas in un comunicato l’ha definito «un eroe» ─ il giovane è poi stato ucciso dalla polizia. Domenica un ragazzo di quindici anni ebreo è stato accoltellato e ferito al volto da un palestinese, sempre a Gerusalemme; nel frattempo, per concludere, dalla Striscia di Gaza ─ territorio dove Hamas governa a seguito di un mandato popolare ─ sono stati lanciati dei razzi sul suolo israeliano a cui l’aviazione di Tel Aviv ha risposto con alcuni raid su obiettivi militari palestinesi nella Striscia. Gruppi di coloni estremisti hanno iniziato gesti di rappresaglia, appiccando incendi a case palestinesi.

Quello che è successo in questi ultimi giorni, secondo alcuni analisti può rappresentare il prologo per la terza Intifada. Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot (che ultimamente ha un grande credito di autorevolezza visto che è stato il primo a segnalare l’assembramento di truppe russe in Siria il mese scorso) ha scritto in un editoriale che si tratta di «un’Intifada di giovani infiammati dall’Islam radicale» più che a proteste contro l’oppressione amministrativa israeliana. Le frustrazioni sfogate dai palestinesi sono conseguenza dell’incessante predicazione dei gruppi fondamentalisti palestinesi, a cui ultimamente si sta abbinando anche quella dello Stato islamico.

Gli osservatori concordano comunque che ancora questi attacchi non hanno la pretesa di essere introduttivi a un’azione più organizzata. Si tratta digesti più o meno personali, ma che sono forse un problema anche più grosso, perché rappresentano quello che il portavoce del Califfo Abu Mohammed al Adnani aveva più volte chiesto ai “bravi musulmani”: colpite gli infedeli con ogni genere di arma, coltelli, macchine, pugni. E Hamas benedice gli attacchi, anche se non condivide la linea del Califfato, per attestare la propria predicazione sopra a quella che arriva in concorrenza dal sedicente stato siro-iracheno.

A complicare la situazione ci si mette anche un altro fatto: l’attacco di giovedì contro i due coniugi alla guida è stato rivendicato dalle brigate palestinesi Abder Qader al Husseini, cioè un gruppo affiliato alle brigate martiri di al Aqsa del partito al Fatah. Fatah è il partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, ed amministra sotto la quasi completa protezione e solidarietà internazionale la Cisgiordania. Nella rivendicazione si legge che l’attentato è stato «un atto necessario compiuto in nome della lotta del popolo per riprendere la terra usurpata e in nome del sacro jihad». Questo attacco e la successiva rivendicazione, sono arrivati dopo che il rais palestinese davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato di non riconoscere più gli accordi di Oslo, sulla cui Dichiarazioni di principi si basa il processo di pace fin dalla firma nel cortile della Casa Bianca alle 11 e 43 del 13 settembre del 1993.

Fatah è un partito milizia, dove la parte politica riceve finanziamenti onerosi dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, alleati israeliani, mentre quella militare armamenti dall’Iran e addestramento da Hezbollah, nemici esistenziali di Israele. Sembra che in questo momento la parte militare stia prendendo il sopravvento: la rivendicazione di un attentato è un atto forte, perché arriva dopo anni che l’organizzazione aveva deciso di abbandonare l’attività combattente.

L’escaltion di ostilità tra palestinesi e israeliani si inquadra in un momento particolarmente caldo per la regione mediorientale. In Siria la Russia è entrata in azione a fianco del regime, e rischia di sconvolgere le sorti della guerra civile e dell’intervento della Coalizione internazionale US-led per combattere il Califfato. Israele ha mostrato la sua preoccupazione quando il premier Benjamin Netanyahu è volato a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin con lo scopo di ricevere rassicurazioni sulla possibilità di continuare le proprie attività, che sono centrate nell’impedire all’Iran di approfittare del caos della guerra civile per fornire armamenti avanzati ad Hezbollah (che le intelligence prevedono pronto per un nuovo conflitto con Israele) ed evitare rappresaglie puntuali filo-iraniane. La creazione di una trazione russo-iraniana all’asse che comprende Damasco e i libanesi (e adesso, in parte anche Baghdad) ha dato nuovo spirito ai combattenti “anti-israeliani”. Il susseguirsi degli attentati in casa di questi ultimi giorni, è stato anticipato dal lancio di razzi dal territorio siriano un paio di mesi fa: anche in quel caso gli artefici furono i membri della Jihad islamica palestinese inseriti in una fazione delle Quds Force israeliane.

Sempre davanti alla stessa platea all’Onu, mentre si celebrava l’alzarsi della bandiera palestinese in mezzo alle altre, Netanyahu aveva tenuto un discorso in cui ripeteva di essere contrario all’apertura di credito all’Iran (quella susseguente all’accordo sullo stop momentaneo al programma nucleare). «Vi controlleremo da molto vicino» diceva il premier israeliano mentre denunciava l’atteggiamento tenuto dalle Nazioni Unite nei confronti di Israele: in Siria ci sono stati 250 mila morti in quattro anni, «dieci volte i morti palestinesi e israeliani in cent’anni di conflitto» eppure «soltanto l’anno scorso questa Assemblea ha adottato 20 risoluzioni contro Israele e soltanto una contro lo sterminio in Siria».

La stessa riqualificazione offerta all’Iran è pronta per Damasco in nome di una sgangherata realpolitik. Israele trema, perché i noti nemici interni stanno ricevendo nuovi stimoli dal trattamento benevolo internazionale verso i loro rinvigoriti sponsor esterni.

lunedì 28 settembre 2015

Israele colpisce di nuovo in Siria

(Pubblicato su Formiche)

Domenica in tarda serata, l’artiglieria dell’IDF (Israel Defence Forces) ha preso a cannonate alcune postazioni dell’esercito siriano a sud ovest di Quneitra, cittadina che si trova sulle alture di confine del Golan. Si è trattato di una rappresaglia punitiva dopo che due proiettili di mortaio partiti dalla Siria era caduto sul suolo israeliano, come confermato dai portavoce militari.

Israele ritiene responsabile l’esercito siriano per qualsiasi cosa accada al di là della linea frontaliera, dunque anche di quelli che almeno sembrano “proiettili erranti”, spillover del conflitto. Negli ultimi giorni, due volte il territorio israeliano era stato colpito da proiettili provenienti dalla Siria: la prima sabato sera, la seconda domenica poche ore prima dell’attacco ─ in entrambi i casi non ci sono stati danni e/o feriti. Questi cosiddetti proiettili erranti, certe volte sono casuali, certe volte meno: all’inizio di settembre, alcuni razzi caddero in territorio israeliano, e IDF rispose con la più ampia offensiva contro la Siria dai tempi della guerra del 1973. In quell’occasione l’azione punitiva israeliana fu più dura che mai, visto che l’intell di Tel Aviv aveva individuato nel responsabile dei lanci Saeed Izadi, terrorista del gruppo Jihad islamica palestinese, ora “arruolato” tra le linee iraniane come comandante della fazione palestinese delle forze speciali al Quds (quelle guidate dal generale Qassem Suleimani, responsabile delle operazioni estere dei Pasdaran). Il portavoce della Jihad islamica ufficialmente nega il coinvolgimento, ma i colpi di un mese fa, erano di per sé un messaggio chiaro sull’autore: si trattava di razzi, tipici delle azioni palestinesi, e non di proiettili di mortaio ─ anche in quell’occasione l’esercito siriano fu comunque ritenuto responsabile dell’accaduto. I colpi “erranti” di questa volta, invece, sono stati probabilmente sparati dai siriani contro i ribelli e poi finiti fuori bersaglio.

Secondo fonti arabe riportate dai media israeliani, un vice comandante del Battaglione 90 di Damasco, colpito da IDF, sarebbe rimasto «moderatamente ferito»: report non confermati del sito Israel Hayom parlano anche di due soldati siriani uccisi. Il coinvolgimento di uomini, feriti o uccisi, in questi attacchi potrebbe diventare un problema per Israele.

Qualche giorno fa il premier israeliano Benjamin Neatnyahu ha fatto una visita lampo a Moscaper incontrare di persona il presidente russo Vladimir Putin ─ nella visita è stato accompagnato da alti ufficiali dell’esercito e dei servizi segreti: parigrado russi erano stati convocati da Putin al summit. Durante il bilaterale, Netanyahu ha chiesto chiarimenti sugli intenti russi in Siria. Gerusalemme è preoccupata di due cose, strettamente correlate. Vuole evitare che si crei un asse di collaborazione anche in chiave anti-israeliana tra Iran e Russia (e dunque Siria e Hezbollah, entità satelliti delle due potenze). La Repubblica Islamica, come noto, ha tra gli obiettivi strategici/geopolitici, più o meno dichiarati, l’eliminazione dello stato sionista dalla carta geografica. In quest’ottica, la seconda preoccupazione israeliana, è quella di aver garantita la possibilità di continuare a compiere questo genere di raid (iniziati da molti anni), soprattutto quelli con cui “controlla” il traffico di armi tecnologiche da Teheran al partito/milizia libanese Hezbollah. Nel caos totale che la guerra civile siriana ha creato, gli ayatollah hanno approfittato per spostare armamenti verso Hez: l’intelligence israeliana pensa che quasi sicuramente quelle stesse armi verranno poi utilizzate per combattere un secondo round del conflitto contro Israele ─ un giornale kuwaitiano sabato ha anche diffuso la notizia, inverificabile al momento, secondo cui decine di carri armati di fabbricazione russa (d’epoca sovietica) sono stati forniti dal regime siriano a Hezbollah, per rinforzare l’alleato fondamentale contro i ribelli.

Questi traffici sono stati finora tenuti a bada dal controllo dall’alto israeliano, che osserva con i propri droni i movimenti e decide quando colpire “pere prevenzione”. Ora, con l’aumento della presenza russa, Israele teme che tra i “colpiti” di questi raid, possano finirci anche militari russi. “L’incidente” rappresenterebbe un grosso guaio diplomatico, chiaramente.

Da ieri circola anche la notizia secondo cui l’Iraq si è spostato sulla linea di Iran e Russia nella lotta allo Stato islamico, allontanandosi dall’orbita statunitense. Sembra che Baghdad, Mosca e Teheran (e Hezbollah), abbiano creato un centro di coordinamento “anti-IS” nella capitale irachena: coordinamento con cui i poco valorosi soldati iracheni metteranno a disposizione le proprie tecnologie militari, in alcuni casi fornite in altri addirittura regalate dagli americani, all’asse russo-sciita. Secondo il Wall Street Journal, inoltre, la collaborazione si basa anche sulla condivisione di dati di intelligence: dati che, in pratica, sono forniti agli iracheni dai droni e dai servizi americani, e che adesso rischiano di finir gestiti dal generale Suleimaini e dai comandanti russi.

martedì 8 settembre 2015

Grande scoperta: l’Islam moderato esiste (me l’ha detto l’Eni)

(Pubblicato su Formiche)

Premesse per nuovi equilibri mediterranei. Le argomentazioni “le primavere arabe ‘americane’ hanno fallito”, “sono tutti uguali da al Azhar a Raqqa”, “l’Islam moderato non esiste”, “stanno arrivando a Roma”, saranno trattate in data da definirsi, causa riqualificazioni in corso.

Dieci giorni fa, di domenica, la più grossa azienda italiana, l’Eni, ha annunciato di aver scoperto un reservoir di gas a largo dell’Egitto ─ il giacimento si trova in un’area del Mediterraneo a circa 200 chilometri dalla costa a una profondità di 1.450 metri, nel cosiddetto “Shorouck Block” dove Eni è attiva dal gennaio del 2014. “Zohr” (così è denominato il prospetto esplorativo) secondo i vertici della multinazionale italiana dell’energia, è «il più grande giacimento di gas del Mediterraneo» e avrà un impatto globale sul mercato energetico. Va da se che quel pozzo sarà il fulcro attorno cui girerà il futuro della geopolitica regionale.

A cominciare dall’Egitto. Il Paese è governato ufficialmente dalla fine di maggio 2014, quando il golpista generale dell’esercito Abdel Fattah al Sisi ha vinto le elezioni. Da allora il suo governo è accompagnato dalle critiche degli analisti economici che ne studiano la stabilità (bassa) vincolandola ad un problema in cima alla lista: l’energia. Sisi è una sorta di rais con pochi spicci, che però sta ottenendo un buon consenso interno (vero e non soltanto di regime) e un’ottima considerazione internazionale. I Paesi del Golfo lo aiutano, la Russia lo corteggia, i governi occidentali l’hanno eretto a baluardo contro l’Islam radicale. E così è diventato il punto di equilibrio di un’area complicata. Si passa serenamente sopra al fatto che questo equilibrio ha un prezzo che si paga sul piano dei diritti umani. Si passa serenamente sopra al fatto che Sisi fu messo a capo dell’esercito da Mohammed Morsi (il presidente voluto dalla adesso odiatissima Fratellanza musulmana) perché incarnava la devozione islamica. Ora Sisi è un anti-islamismo-radicale, uno di quelli che rappresenta il futuro dell’Islam di governo (tra i “poco importa” c’è pure la definizione storica che il Wall Street Journal gli affibbiò: «Un riformatore improbabile»). Ambiguo, è il moderato che serviva, anche se moderato non è: per dirla con Franklin Roosevelt, «è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». Però i soldi stanno finendo, e vincolare l’economia nazionale ai caritatevolmente interessati aiuti arabi sarebbe una follia.

Con Sisi il governo italiano, il paese dell’Eni, ha aperto un canale preferenziale, ufficialmente da quando al forum economico di Sharm el Sheikh, a marzo, il premier Matteo Renzi fu invitato per un incontro bilaterale riservatissimo. Le informazioni che uscirono parlavano di accordi in materia di sicurezza e sviluppo economico. Per l’Italia, l’Egitto è il partner fondamentale nella gestione della crisi libica, capitolo spinoso di politica estera, che prima o poi Roma dovrà decidersi di affrontare con priorità. (Nota: Sisi è completamente sbilanciato a favore dello pseudo-governo di Tobruk e considera quegli altri di Tripoli terroristi alla stregua dell’IS e dei jihadisti libici. Questo non è quello che in via assoluta si può definire “un bene” per una futura conclusione della guerra civile in Libia: ma “poco importa”, si diceva).

Ora l’Egitto, grazie all’italiana Eni, ha scoperto di aver sotto il proprio sedere un giacimento di gas enorme: ossigeno per il governo alle strette su spese e casse. L’amministrazione a causa di un sistema di sussidi che Sisi sta lentamente riformando, compra “energia” per oltre il 70% di quei sussidi (per questo è il problema principale), per rivenderla a prezzo più basso nel mercato interno, ma non ha soldi per comprarne abbastanza da mandare a regime le centrali elettriche, così soprattutto in estate i balck-out sono all’ordine del giorno. Con Zohr potrebbero arrivare tra i trenta e i venti miliardi di metri cubi annuali su un fabbisogno energetico di 55: non sarà l’indipendenza energetica nixoniana, ma è di certo una boccata d’aria che libererebbe risorse a lungo periodo al Paese. Cartolina dall’Italia: felicitazioni se (se!) Zohr darà più stabilità all’Egitto.

Nel frattempo in Russia. Rosneft, l’azienda dell’energia del Cremlino, ha già siglato un accordo con la compagnia statale egiziana per la fornitura di gas naturale (in stato liquido): il flusso inizierà da ottobre, l’accordo è precedente alla scoperta dell’Eni. Comunque Zohr andrà a regime completo intorno al 2020, dunque c’è da coprire questo lasso di tempo, e comunque nonostante il governo del Cairo sia stato «galvanizzato dalla notizia della scoperta» (parole di Claudio Descalzi, ad Eni, su Repubblica), non è detto che le estrazioni entreranno tutte in Egitto. Eni prevede di vendere senza gasdotti e infrastrutture (che sono una sorta di vincolo tra estrattore e destinatario finale delle condotte), ma tramite carico e scarico dalle navi. Questo sistema sposta la vendita su un piano di “acquisto in acquisto”, nell’ottica del miglior offerente sul mercato: e non è detto che sia sempre l’Egitto (cfr poche righe sopra: «se (se!) etc etc»).

Psicoanalisi ebraica. L’indomani della scoperta la borsa di Tel Aviv ha accusato il colpo, con le azioni delle compagnie che gestiscono i due principali giacimenti off-shore israeliani (Levathian e Tamar, scoperti nel 2010) precipitate. I due reservoir rappresentavano il primato regionale ante-Zohr: erano non solo una leva per il Pil israeliano, ma pure il gancio geopolitico per rafforzare i rapporti regionali con Cipro, Grecia, Giordania, Egitto e Turchia. C’erano già le lettere d’intenti per gli accordi con l’inglese British Gas e la spagnola Union Fenosa, vettori da usare nella vendita del gas israeliano all’Egitto: sarebbe stata l’apertura del capitolo energetico nella rinnovata partnership israeliana col Cairo di Sisi, basata finora sulla collaborazione per la sicurezza a Gaza e sul Sinai (threat: Hamas e provincia egiziana dello Stato islamico).

Ma, come si diceva, il peso geopolitico del pozzo dell’Eni non è uno scherzo: se da un lato Israele vede sfumare le possibilità di vendere il proprio gas in Egitto (ammesso il “offerente sul mercato” di Eni), girandosi dall’altra parte vede l’opportunità turca. Le relazioni tra Ankara e Tel Aviv sono bloccate per una ragione formale: la storiaccia della “Navi Marmara” (nave turca diretta a Gaza sotto embargo, in cui morirono nove persone a causa di un raid delle unità speciali israeliane salite a bordo per fermarla). Ma tra i due Paesi gli scambi commerciali non si sono interrotti, con un volume che ha toccato quota 5,44 miliardi. Un’intesa energetica, sarebbe un importante segno di distensione tra due maxi-potenze mediterranee che si trovano allineate su una posizione chiave: essere entrambe apertamente contro il regime siriano di Bashar el Assad e il suo sponsor, l’Iran. Linea talmente condivisa e univoca, che sia Israele che Turchia hanno chiuso più di un occhio sulle attività dei ribelli siriani lungo i propri confini, e più volte li hanno indirettamente aiutati colpendo i governativi: e “poco importa” se i ribelli erano islamisti.

Addirittura pare sia in piedi una mediazione in Qatar condotta dal presidente Recep Tayyp Erdogan, che sta dialogando con Hamas e israeliani. Erdie vuole vincolare i futuri contratti energetici all’embargo su Gaza (l’Islam moderato di governo e di potere). Ora si dovrà aspettare le nuove elezioni turche di novembre per capirne di più, ma intanto il pozzo Eni ha scombussolato nuovamente gli equilibri geopolitici mediterranei.


martedì 1 settembre 2015

Si vota sull'Iran, Israele dice la sua

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 01/09/2015)

Con Bob Menendez sono due: due big tra i senatori democratici hanno detto che quando il deal sul nucleare con l'Iran approderà al Congresso, voteranno contro ─ il primo è stato la futura leadership alla Camera Alta, Chuck Schumer. Il voto contrario sconfesserà Barack Obama, che comunque potrebbe anche riuscire a superare l'ostacolo che per il momento è composto dai due senatori e da una decina di deputati, oltre al fossato repubblicano. Obama non teme il “primo giro”, visto che sa che poi potrà porre il veto e a quel punto raggiungere i due terzi dei rappresentati per sbloccarlo sarà quasi impossibile. Ma, conteggi a parte, le defezioni hanno un valore politico e ideologico.

Menendez con la sua dichiarazione di contrarietà, ha nuovamente stigmatizzato le differenze tra la sinistra della mano tesa e quella dei falchi liberal. Parole segno di un solco dottrinale: «Questo accordo è basato sulla speranza ─ dice il senatore ─ la speranza che quando la clausola sullo stop nucleare scadrà, l’Iran avrà ceduto ai benefici del commercio e dell’integrazione globale. La speranza che i più conservatori avranno allora perso il loro potere e la rivoluzione avrà abbandonato i suoi obiettivi di egemonia. E la speranza che il regime lascerà che gli iraniani decidano del loro futuro. La speranza è parte della natura umana, ma sfortunatamente non è una strategia per la sicurezza nazionale». Tempo fa sull'Atlantic, uno degli intellettuali più vivaci della sinistra liberal mondiale, Leon Wieseltier scrisse a proposito di questo accordo: «Il rapporto da antagonisti tra l’America e il regime di Teheran era dettato dal fatto che eravamo davvero avversari ─ e prima spiegava che l'antiamericanismo iraniano ha radici ideologiche e teologiche esistenziali ─ Quale democratico, quale pluralista, quale liberal, quale conservatore, quale credente, quale non credente vorrebbe questo Iran come amico?». (Segnarsi questi due passaggi, per il futuro che verrà).

Intanto l'Agenzia internazionale dell'energia atomica ─ che ha il compito più delicato di tutto l'accordo: verificarne il rispetto e eventualmente innescare gli snap back di rappresaglia globale ─ ha comunicato mercoledì scorso di aver ricevuto un buon volume di informazioni dall'Iran. Ma il suo capo Yukiya Amano ha avvisato che c'è bisogno di più soldi per continuare nell'attività prevista dal dossier ─ comunque si pensa anche che il set di dati fornito da Teheran possa essere stato volutamente sovradimensionato per fuorviare e complicare le inchieste. Gli Stati Uniti, il più grosso finanziatore dell'agenzia, hanno già risposto che copriranno le spese, anche se in America in questo momento l'AIEA sta subendo molte critiche. La scorsa settimana è uscito uno scoop un po' disordinato dell'Assacioted Press, che prima ha pubblicato un pezzo su una documento visto in esclusiva, poi lo ha corretto eliminandone le parti con le rivelazioni, e poi ha riconfermato tutto. Nel frattempo i repubblicani s'erano ancora più infuriati e diversi dem erano rientrati in difesa ─ l'annuncio di Menendez, sarà un caso, ma è arrivato in quelle ore. AP ha raccontato di aver preso visione di un documento «molto simile» a quello di stesura finale in cui si prevede un accordo tra AIEA e Iran sui controlli del sito di Parchin. Parchin è il più discusso dei complessi nucleari iraniani, perché si pensa che gli ayatollah vi stiano sviluppando gli studi per la bomba atomica. L'accordo prevederebbe che a Parchin le ispezioni, i monitoraggi, i campionamenti, la raccolta di testimonianze foto e video, vengano delegate dall'AIEA a ispettori iraniani. Cioè l'Iran dovrebbe autotestimoniare sull'autenticità di qualcosa che sta negando da anni. L'autoispezione, oltre ad aver generato buoni pezzi di sarcasmo americano, non è per ora confermata: ma è chiaro che sarebbe una contraddizioni in termini che travalica quel concetto di "speranza" di cui parlava Menendez e lo trasforma in un "famo a fidasse" ed è una questione che la metà basta per infiammare chi all'accordo s'oppone con corpo e mente.

Qualche giorno fa, Israele è passato dalle parole ai fatti ─ l'uso del "corpo" è spesso abbinato ai ragionamenti da quelle parti. È una storia complessa, ma che può essere un segnale indicativo per il futuro: proviamo a spiegarla. Venerdì 22 agosto dalla Siria sono partiti quattro razzi caduti in territorio israeliano, nella zona di Quneitra, sulle alture del Golan. Dal 1973 non succedeva niente del genere; dalla Siria erano caduti anche ultimamente dei colpi di mortaio sul suolo israeliano, ma non s'erano mai visti razzi deliberatamente lanciati (nota: il tipo di armamento è importante per il proseguo della storia). Israele ha risposto con «il bombardamento sulla Siria più intenso degli ultimi quattro decenni» (D. Raineri, Foglio), questo tenuto conto che altre volte a quei colpi di mortaio c'erano state timide risposte e c'era stato qualche raid aereo per bloccare l'afflusso di armi al gruppo libanese Hezbollah. Quattordici postazioni dell'esercito siriano nel raggio di quindici chilometri dal confine sono state colpite dall'artiglieria dell'IDF (Israel Defence Force).

I portavoce dell'esercito hanno spiegato che dietro alle motivazioni dell'intervento pesante, c'è il fatto che a sparare non sono stati i siriani (e allora “perché li hanno colpiti?”, penserete voi. “La Siria è responsabile di tutto quel che succede in zona” ha spiegato un comandante ai media). A lanciare i razzi è stata la sezione palestinese della Quds Force, l'unità d'élite dell'esercito iraniano comandata dal generale Qassem Suleimani che si occupa delle operazioni speciali all'estero ─ e che è responsabile di tutta la politica militare internazionale di Teheran. Il successo dei Quds è nella strategia di Suleimani: muoversi creando alleanze con le milizie locali, come in Siria in Iraq, come in Yemen in Palestina o Libano. Il capo della sezione che ha lanciato i razzi a Quneitra, è Saeed Izadi, vecchia conoscenza israeliana, terrorista del gruppo Jihad islamico palestinese, gruppo islamista di Gaza che ha sede a Damasco ─ la capitale siriana è, ed è stata, il centro di appoggio per molti gruppi jihadisti che gli Assad hanno protetto in cambio di pace e tranquillità e per creare problemi ai propri nemici (vedi Stati Uniti e Israele, ma pure la Turchia). Il fatto che siano stati lanciati dei razzi, è la prova che a colpire Israele è stata una squadra palestinese: è una firma, oltre che un dichiarazione. Per questo il ministro della Difesa israeliano, Moshe Yaalon, ha detto che quello che è successo a Quneitra non è che l'aperitivo di quello che potrebbe succedere in futuro, dopo che l’Iran, riqualificato dal deal nucleare, sarà liberato dalle sanzioni internazionali e dunque avrà più fondi disponibili per finanziare i propri interessi e i propri gruppi in Medio Oriente.

Damasco non vuole fare la guerra ad Israele, ma l'Iran ha sempre chiaro l'odio esistenziale verso lo stato ebraico, e dunque utilizza il proxy siriano per colpire. Teheran tiene vivo il regime siriano, e per questo Assad non può fare altro che prestarsi alle volontà iraniane.


mercoledì 1 luglio 2015

Pessime notizie dal Sinai, mentre l’IS colpisce Hamas a Gaza

(Pubblicato su Formiche)

«La sharia sarà applicata a Gaza a dispetto di voi», ha detto un uomo a volto coperto in un video girato da Aleppo e indirizzato ai «tiranni di Hamas» . All’interno della Striscia, se non proprio a Gaza, ci sono gruppi radicali che inquadrano Hamas come una realtà “troppo moderata” e che colpiscono con attentati uomini legati al partito/milizia palestinese: sono gruppi che si proclamano affiliati allo Stato islamico.

Nell’enclave costiera palestinese, non è nuova la presenza di entità islamiste che non ritengono sufficientemente integra l’applicazione conservatrice dell’Islam che Hamas propone nella zona. Solitamente vengono definiti “salafiti-jihadisti”: nel 2009 un gruppo di questo genere arrivò a proclamare un Emirato islamico a Rafah, la calda zona di frontiera con l’Egitto ─ l’iniziativa fu poi repressa dalle forze di sicurezza di Hamas.

Questi gruppi sanno di non poter competere al momento con la radicazione territoriale di Hamas, tuttavia sottolineano continuamente la propria presenza, anche cercando di complicare i già tesi rapporti con Israele. Ogni tanto lanciano un razzo verso il territorio dello stato ebraico, cercando di provocare una reazione violenta di Tel Aviv e di approfittare di un nuovo eventuale conflitto, che potrebbe sia creare uno spazio di attività per questi gruppi filo-IS (come successo in Siria, Libia e Yemen), sia indebolire le forze militari di Hamas facendo allentare la presa su Gaza al partito/milizia.

La narrativa su cui questi gruppi, che si sono riuniti in un consiglio direttivo centrale ─ che sostiene anche un’ala militare, la brigata Omar Hadid ─, cercano di creare proselitismo è semplice e diretta: a Gaza la popolazione vive male, è povera e sofferente, perché Hamas ha accettato troppo passivamente le restrizioni israeliane ed egiziane, invece nelle aree siro-irachene dove regna il Califfo si vive bene perché Dio ci protegge.

Risultato: testimonianze raccolte tra i salafiti-jihadisti, che raccontano di come sia bello vivere sotto il Califfato tramite i messaggi ricevuti da parenti e amici che sono partiti a combattere il jihad verso la Siria o l’Iraq, e di come sarebbe bello che il Califfo arrivasse anche a Gaza. Per ora, secondo quanto diffuso dalle autorità, non ci sono ufficialmente collegamenti diretti tra l’amministrazione centrale siro-irachena e i gruppi locali, anche se sono state tracciate linee di denaro che rientrano in territorio palestinese dalla guerra a est, frutto dei compensi che i combattenti recepiscono dall’IS e che rigirano alle proprie famiglie a Gaza.

Le forze di sicurezza di Hamas hanno avviato nel mese di aprile una fitta serie di ricerche che ha portato all’arresto di diversi esponenti dei gruppi più radicali ─ molti di questi sono stati torturati durante gli interrogatori. Come rappresaglia, i gruppi hanno scatenato una serie di attentati contro uomini di Hamas ─ uno ha colpito un negozio di pollo di proprietà di un funzionario dell’intelligence, Saber Siyam ─ e il lancio di razzi per provocare la rappresaglia israeliana. A quel punto Hamas ha provato una distensione, rilasciando alcuni dei catturati, tra questi c’era anche Mahmoud al Salfiti, condannato a 15 anni di carcere per l’omicidio dell’attivista italiano Vittorio Arrigoni, nel 2011 ─ ora sembra che al Salfiti sia fuggito in Siria. Molti appena rilasciati sono stati rispediti in carcere, con addosso ancora i segni delle torture.

La linea dura di Hamas contro i gruppi più estremisti, sta lenendo alcune tensioni con Israele, nell’ottica del nemico comune. Sia Tel Aviv che Gaza, hanno inquadrato il rischio maggiore: se lo Stato islamico si espande nella Striscia, può facilmente arrivare a contatto con la Wilayat Sinai, la realtà affiliata allo Stato islamico che opera nella penisola egiziana. Da ottobre l’Egitto ha creato una zona di cuscinetto sul confine, demolendo diversi edifici e distruggendo i tunnel che erano usati per i passaggi di contrabbando da e per la Striscia.

In queste ore la fazione egiziana dell’IS ha lanciato una potente offensiva simultanea contro le forze governative per conquistare la città di Sheikh Zuweid, a pochi chilometri da Rafah e quindi dal confine israeliano e palestinese. Si tratta della serie di attacchi più grandi avvenuti nel Sinai ─ dove dopo il rovesciamento di Mohammed Morsi avvenuto due anni fa da parte dei militari (e dell’attuale presidente Sisi) sono stati uccisi circa 600 soldati egiziani.

La battaglia è ancora in corso, e le notizie che arrivano sono confuse anche a causa del blackout-media imposto dal governo del Cairo: si parla di 30 o forse 50 o addirittura 70 militari uccisi, diversi feriti e alcuni rapiti dall’IS. Ora gli F16 dell’Aviazione stanno bombardando le postazioni dei combattenti islamici.

Lunedì al Cairo, un’autobomba ha ucciso il procuratore generale Hisham Barakat: secondo gli analisti la firma è quella del gruppo del Sinai: una volta conosciuto come Ansar al Beit Maqdis, da novembre ha fatto la bayat al Califfo, il giuramento di fedeltà, ed è diventato “Provincia” dello Stato islamico a un passo da Gaza e Israele.


martedì 30 giugno 2015

Israele crea uno special team per attaccare l’Iran (che non si sa mai)

(Pubblicato su Formiche)

Doveva essere oggi 30 giugno la deadline per il deal sul nucleare iraniano, ma la data è stata prorogata, spostata per l’ennesima volta, nell’ottica di un negoziato difficilissimo che con ogni probabilità sta attraversando la fase più complicata nonostante l’intesa generica trovata con l’accordo quadro siglato ad aprile. Ci sono aspetti che sembrano ancora fermi al momento in cui la trattativa è iniziata, cioè 18 mesi fa. Come saranno gestite le ispezioni internazionali? Teheran permetterà la presenza degli osservatori nelle proprie centrali? Che tempi di sviluppo dovranno avere le infrastrutture nucleari iraniane? E poi c’è il grande tema, quello sollevato da Alan Kuperman sul New York Times: l’allungamento del tempo di breakout, cioè quello necessario all’Iran per produrre uranio arricchito a livello militare ─ adesso è di due/tre mesi, lo spegnimento di diverse centrifughe dovrebbe portarlo fino a un anno, ma successivamente nuovi sviluppi dell’industria nucleare iraniana potrebbero farlo anche scendere a una settimana.

Tutti gli attori istituzionali al tavolo negoziale, si dicono, per lo meno a parole, fiduciosi sulla possibilità di trovare a breve un’intesa (posizioni ufficiali, che spesso si scontrano con le rivelazioni ai media di anonimi funzionari che seguono i colloqui o con le letture degli analisti). Tra questi, una specie di convitato di pietra è Israele: la Repubblica Islamica è nemica esistenziale dello stato ebraico (l’affermazione può avere anche l’opposta direzionalità), per questo Tel Aviv non partecipa ai negoziati, anzi, non perde occasione per delegittimarli e descriverli come il massimo dei mali possibili in questo momento.

Teheran è considerata dagli israeliani una minaccia incombente, e in questo trova ragione quanto rivelato dal sito di informazione in lingua ebraica Walla!, secondo cui il capo di stato maggiore di IDF (l’esercito israeliano), Gadi Eizenkot, ha messo il suo vice, Yair Golan, a capo di una squadra che dovrà studiare un piano di attacco militare da utilizzare contro l’Iran.

Sui giornali israeliani più vicini alle istanze della Difesa, da tempo si legge della necessità che la Knesset non tagli i bilanci militari, perché la possibile firma dell’accordo sul nucleare iraniano, significherebbe il caos nella regione mediorientale, e potrebbe richiedere un impegno armato contro Teheran. In realtà l’opzione di un attacco alle centrali nucleari iraniane è in pianificazione da oltre 15 anni, spostando puntualmente i bilanci soprattutto dell’Aviazione, perché l’opzione di una serie di attacchi aerei è considerata la più percorribile a tutt’oggi. Due mesi fa tutti i membri degli squadroni di F16 israeliani, hanno tenuto un’esercitazione in Grecia: l’addestramento riguardava operazioni rapide notturne in un teatro operativo sconosciuto. Testimonianza che si trattava di un training mirato, è lo schieramento a terra di sistemi missilistici avanzati tipo gli S-300, che la Russia ha in consegna per l’Iran.

Il clima che si respira negli ambienti più tosti di Tel Aviv è semplicemente riassumibile: l’Iran sta bluffando. Mente sullo stop al progresso nucleare militare, mente sul numero dei reattori, mente sull’intero programma. A questo si aggiunge il timore che il sollevamento delle sanzioni internazionali possa arricchire le casse degli ayatollah di soldi che poi potrebbero finire per alimentare gruppi terroristici filo-iraniani e nemici di Israele (Hezbollah e Hamas, in pratica).

La preoccupazione del “nemico-Iran” sta accomunando le visioni strategiche di alcuni Paesi dell’area mediorientale che in precedenza non avevano rapporti diplomatici così cordiali. Un paio di settimane fa, due alti funzionari del governo saudita e di quello israeliano hanno tenuto un incontro comune (dove hanno parlato di una strategia per contrastare Teheran) in un think tank di Washington.La scorsa settimana Haaretz parlava di colloqui distensivi tra Turchia e Israele avvenuti in segreto a Roma. I due Paesi una volta erano alleati, ma i rapporti si sono interrotti dopo che nel 2010 un commando di incursori dell’unità speciale israeliana “Shayetet 13″, nell’ambito dell’operazione militare “Brezza Marina”, aveva assaltato la nave turca “MV Mavi Marmara” appartenente alla Freedom Flotillia per Gaza, mentre cercava di forzare il blocco navale portando aiuti umanitari nella Striscia. Negli scontri sul ponte della nave, nove attivisti rimasero uccisi e decine feriti, mentre sono stati feriti (due in gravi condizioni) anche diversi militari.

La condanna da parte di Ankara dell’assalto, aveva aperto la crisi diplomatica tra i due Paesi con l’espulsione dell’ambasciatore israeliano. Ora si parla di un risarcimento che Israele pagherà alle famiglie delle vittime, come richiesto dalla Turchia. La possibilità della soluzione arriva due settimane dopo che l’AKP, il partito del presidente Recep Tayyip Erdogan, non nuovo ad uscite antisioniste, ha perso la maggioranza in parlamento, ma non solo.

Negli anni attorno al 2010, la Turchia, in piena spinta economica e di crescita, era diventata il fulcro della geopolitica regionale ed era riuscita in parte ad offuscare l’influenza iraniana in Siria, Libano, Palestina e Iraq. A quei tempi, facendo leva su quella nuova centralità, Ankara, membro Nato ma non nuova a posizioni estremamente ambigue, si era esposta a difesa del programma nucleare iraniano e proposta nel ruolo di mediazione con Teheran ─ arrivò pure a votare contro le sanzioni chieste dall’America al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ora la Turchia è stata completamente estromessa dai negoziati del 5+1 (USA, Cina, Russia, Francia, Inghilterra, Germania) che hanno portato avanti quest’anno e mezzo di colloqui con l’Iran; in più in questo momento, il possibile accordo si basa su equilibri geopolitici completamente rovesciati. La Turchia non gode più di quella propulsione, e all’opposto l’Iran, con il ruolo svolto nella lotta al Califfato praticamente al fianco della Coalizione internazionale in Iraq e Siria, e con l’influenza pesante di cui gode a Baghdad e Damasco (e Beirut e Sana’a), si trova in una posizione di assoluto favore. Gli errori di Ankara nella gestione delle Primavere arabe, l’ambiguità nei confronti delle posizioni radicali incarnate dai gruppi jihadisti sunniti, hanno spostato l’influenza mediorientale che aveva la Turchia, verso l’Iran.

Erdogan sa che dovrà ricostruirsi una posizione, e gioca al solito la carta dell’ambiguità. Se non si schiera contro Teheran, non vuole nemmeno mettersi contro i nemici di Teheran, e lascia lo spazio politico a una riconciliazione con Israele.

martedì 16 giugno 2015

Possibile che Israele abbia un nemico interno peggiore di Hamas?

«In questo momento Israele e Hamas condividono un interesse comune, che è prevenire la discesa nel caos della Striscia di Gaza: anche Hamas per il momento cerca stabilità ed è contro lo Stato islamico». Queste parole risalgono ai primi di maggio, e secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot sono state pronunciate dal generale che guida il Comando sud delle forze armate israeliane, Sami Turgeman. Non avendo mai ricevuto una smentita ufficiale, è lecito pensare che siano vere: e dunque c'è uno scenario chiaro che vede Israele “abbozzare” su Hamas pur di evitare che l'IS diventi manistream all'interno della Striscia. È la storia del "il nemico del mio nemico eccetera" e del "se meglio non c'è che peggio non venga" più tipicamente umbro.

I media israeliani hanno commentato la situazione definendola «curiosa» (The Times of Israel), e «bizzarra» (Haaretz). Non cambia niente, full disclosure, sul rapporto tra Hamas e Israele: due entità che restano arci-rivali; però adesso se ne trovano una terza di fronte che le inquadra entrambe nell'obiettivo. Ragion per cui, pragmatica chiama.

Hamas controlla militarmente la Striscia di Gaza dal 2007, ma la presenza di gruppi più estremisti, essenzialmente di ispirazione salafita, è una realtà nota ─ nel 2009 alcuni di questi si spinsero fino al proclamare un Emirato islamico a Rafah, la zona di frontiera con l'Egitto (qui ci si tornerà). Le entità più radicali accusano da sempre quelli di Hamas di essere "mollaccioni", perché accettano le elezioni e dunque "un potere diverso da quello di Allah sulle vicende degli uomini". Lo faceva al Qaeda, e lo fa la sua filiale siriana, la Jabhat al Nusra ─ che in questi giorni sta ricevendo una ripulitura mediatica grazie alla sponda del Qatar via Al Jazeera e una sorta di appoggio aereo occidentale ad Aleppo, dove i raid della Coalizione internazionale stanno in realtà bombardando l'IS, ma a tutti gli effetti spianano la strada ai gruppi ribelli, tra cui Nusra appunto, che con l'IS sono in competizione in quell'area. Lo fa lo Stato islamico, che oltre a non condividere il percorso democratico (è un eufemismo clamoroso) intrapreso da Hamas, non ne condivide nemmeno l'attuale posizione di tregua nei confronti con Israele ─ per chi se lo fosse dimenticato, lo scorso anno, di questi tempi, a Gaza stava per iniziare una nuova guerra.

I gruppi che si dicono affiliati allo Stato islamico a Gaza, non hanno lo spessore di ufficialità e contatti che hanno altre realtà in giro per il mondo ─ per esempio, quelli egiziani del Sinai, che ricevono direttamente fondi dalla Siria e dall'Iraq (sulla situazione in Egitto, di nuovo, ci si tornerà). Il legame che lega i gruppi della Striscia al Califfo è per ora simbolico: si tratta di mille uomini (ma ci sono i più faziosi, o i più pessimisti, che dicono otto mila), che per il momento rappresentano un'esistenza marginale all'interno di una popolazione di quasi due milioni di abitanti, dove Hamas è maggioritaria. Questi gruppi hanno sigle diverse, e non si sa bene se perché sono realmente frammentati o se è una strategia per confondere gli osservatori: i due più attivi sono Ansar al Dawla al Islamiya (“I sostenitori dello Stato islamico”) e la Brigata Omar Hadid ─ notare il nesso: Omar Hadid era un comandante iracheno ucciso nella battaglia di Fallujah nel 2004, compagno di Abu Musab al Zarqawi, fondatore ideologico dello Stato islamico.

Per il momento, Hamas li sta tenendo sotto controllo. La polizia di Gaza (che è comandata da Hamas) compie spesso retate sui luoghi di raggruppamento di questi gruppi, che reagiscono lanciando razzi contro Israele (l'ultimo due sabati fa è caduto su Ashkelon): così Israele risponde bombardando Hamas ─ perché secondo Tel Aviv ogni missile che parte dai territori della Striscia è responsabilità e colpa di Hamas. La tattica è chiara, e punta ad indebolire Hamas e a provocare un nuovo massiccio intervento militare israeliano: il fine dei locali “amatori del Califfo” è quello di rendere Hamas sempre più debole e diffondersi nella Striscia ─ anche facendo passare il messaggio propagandistico del “vedete quelli di Hamas vi hanno riportato in guerra un'altra volta, credete a noi che siamo meglio”. Israele però ha comunicato che, a parte qualche raid sui depositi d'armi conosciuti, per il momento non raccoglierà la provocazione. È stato proprio Turgeman a dichiarare in un incontro con i rappresentati dei consigli cittadini locali: «Israele non comincerà una campagna militare come risposta per alcuni sporadici lanci di razzi».

L'Egitto, si diceva. A pochi chilometri da Gaza, dove la Striscia confina con il nord del Sinai, c'è il valico di Rafah. Un crocevia di traffici, che ai tempi in cui la Fratellanza comandava al Cairo, permetteva l'approvvigionamento di ogni genere di bene a Gaza ─ Hamas è un'emanazione della Fratellanza. Il presidente/generale Al Sisi ha chiuso il valico da diverso tempo: si tratta di uno dei provvedimenti forti del nuovo governo egiziano, indicativo di una politica internazionale volta ad accreditarsi come “il nuovo Islam di governo che combatte, tosto, i terroristi”. Due settimane fa, l'Egitto ha riaperto il passaggio nella direzione “per la Palestina”; sabato ha riaperto il transito per tre giorni in entrambe le direzioni. Una decisione importante, che potrebbe significare una sorta di distensione dei rapporti tra Gaza e Cairo (tesissimi da due anni). Scelta funzionale: gli egiziani stanno combattendo la loro guerra al terrorismo direttamente in casa, contro quella che ormai ha preso il nome di Provincia del Sinai dello Stato islamico (Wilayat Sinai), e che una volta era il gruppo jihadista Ansar Bait al Maqdis, operativo e sanguinario nella penisola egiziana.
Aprire il valico significa “collaborare con Hamas” (si sottolineano le virgolette) sul controllo del passaggio di armi e soldi verso il gruppi affiliato al Califfato nel Sinai.

L'espansione globale dello Stato islamico, sta producendo queste “bizzarre” scelte pragmatiche di politica internazionale. Per esempio, sembra che l'Iran stia fornendo armi e soldi ai Taliban afghani appoggiandone la ribellione perenne, con il fine di tenerli lontano dall'influenza dell'IS ─ e contemporaneamente contenere eventuali minacce in un paese confinante. I talebani del mullah Omar, il tempio del jihadismo sunnita, che prendono aiuti dalla Repubblica Islamica degli sciiti. “Bizzarro” forse è poco.