«In questo momento
Israele e Hamas condividono un interesse comune, che è prevenire la
discesa nel caos della Striscia di Gaza: anche Hamas per il momento
cerca stabilità ed è contro lo Stato islamico». Queste parole
risalgono ai primi di maggio, e secondo il quotidiano israeliano
Yedioth Ahronot sono state pronunciate dal generale che guida
il Comando sud delle forze armate israeliane, Sami Turgeman. Non
avendo mai ricevuto una smentita ufficiale, è lecito pensare che
siano vere: e dunque c'è uno scenario chiaro che vede Israele
“abbozzare” su Hamas pur di evitare che l'IS diventi manistream
all'interno della Striscia. È la storia del "il nemico del mio
nemico eccetera" e del "se meglio non c'è che peggio non
venga" più tipicamente umbro.
I media israeliani hanno
commentato la situazione definendola «curiosa» (The Times of
Israel), e «bizzarra» (Haaretz). Non cambia niente, full
disclosure, sul rapporto tra Hamas e Israele: due entità che
restano arci-rivali; però adesso se ne trovano una terza di fronte
che le inquadra entrambe nell'obiettivo. Ragion per cui, pragmatica
chiama.
Hamas controlla
militarmente la Striscia di Gaza dal 2007, ma la presenza di gruppi
più estremisti, essenzialmente di ispirazione salafita, è una
realtà nota ─ nel 2009 alcuni di questi si spinsero fino al
proclamare un Emirato islamico a Rafah, la zona di frontiera con
l'Egitto (qui ci si tornerà). Le entità più radicali accusano da
sempre quelli di Hamas di essere "mollaccioni", perché
accettano le elezioni e dunque "un potere diverso da quello di
Allah sulle vicende degli uomini". Lo faceva al Qaeda, e lo fa
la sua filiale siriana, la Jabhat al Nusra ─ che in questi giorni
sta ricevendo una ripulitura mediatica grazie alla sponda del Qatar
via Al Jazeera e
una sorta di appoggio aereo occidentale ad Aleppo, dove i raid della
Coalizione internazionale stanno in realtà bombardando l'IS, ma a
tutti gli effetti spianano la strada ai gruppi ribelli, tra cui Nusra
appunto, che con l'IS sono in competizione in quell'area. Lo fa lo
Stato islamico, che oltre a non condividere il percorso democratico
(è un eufemismo clamoroso) intrapreso da Hamas, non ne condivide
nemmeno l'attuale posizione di tregua nei confronti con Israele ─
per chi se lo fosse dimenticato, lo scorso anno, di questi tempi, a
Gaza stava per iniziare una nuova guerra.
I gruppi che si dicono
affiliati allo Stato islamico a Gaza, non hanno lo spessore di
ufficialità e contatti che hanno altre realtà in giro per il mondo
─ per esempio, quelli egiziani del Sinai, che ricevono direttamente
fondi dalla Siria e dall'Iraq (sulla situazione in Egitto, di nuovo,
ci si tornerà). Il legame che lega i gruppi della Striscia al
Califfo è per ora simbolico: si tratta di mille uomini (ma ci sono i
più faziosi, o i più pessimisti, che dicono otto mila), che per il
momento rappresentano un'esistenza marginale all'interno di una
popolazione di quasi due milioni di abitanti, dove Hamas è
maggioritaria. Questi gruppi hanno sigle diverse, e non si sa bene se
perché sono realmente frammentati o se è una strategia per
confondere gli osservatori: i due più attivi sono Ansar al Dawla al
Islamiya (“I sostenitori dello Stato islamico”) e la Brigata Omar
Hadid ─ notare il nesso: Omar Hadid era un comandante iracheno
ucciso nella battaglia di Fallujah nel 2004, compagno di Abu Musab al
Zarqawi, fondatore ideologico dello Stato islamico.
Per il momento, Hamas li
sta tenendo sotto controllo. La polizia di Gaza (che è comandata da
Hamas) compie spesso retate sui luoghi di raggruppamento di questi
gruppi, che reagiscono lanciando razzi contro Israele (l'ultimo due
sabati fa è caduto su Ashkelon): così Israele risponde bombardando
Hamas ─ perché secondo Tel Aviv ogni missile che parte dai
territori della Striscia è responsabilità e colpa di Hamas. La
tattica è chiara, e punta ad indebolire Hamas e a provocare un nuovo
massiccio intervento militare israeliano: il fine dei locali “amatori
del Califfo” è quello di rendere Hamas sempre più debole e
diffondersi nella Striscia ─ anche facendo passare il messaggio
propagandistico del “vedete quelli di Hamas vi hanno riportato in
guerra un'altra volta, credete a noi che siamo meglio”. Israele
però ha comunicato che, a parte qualche raid sui depositi d'armi
conosciuti, per il momento non raccoglierà la provocazione. È stato
proprio Turgeman a dichiarare in un incontro con i rappresentati dei
consigli cittadini locali: «Israele non comincerà una campagna
militare come risposta per alcuni sporadici lanci di razzi».
L'Egitto, si diceva. A
pochi chilometri da Gaza, dove la Striscia confina con il nord del
Sinai, c'è il valico di Rafah. Un crocevia di traffici, che ai tempi
in cui la Fratellanza comandava al Cairo, permetteva
l'approvvigionamento di ogni genere di bene a Gaza ─ Hamas è
un'emanazione della Fratellanza. Il presidente/generale Al Sisi ha
chiuso il valico da diverso tempo: si tratta di uno dei provvedimenti
forti del nuovo governo egiziano, indicativo di una politica
internazionale volta ad accreditarsi come “il nuovo Islam di
governo che combatte, tosto, i terroristi”. Due settimane fa,
l'Egitto ha riaperto il passaggio nella direzione “per la
Palestina”; sabato ha riaperto il transito per tre giorni in
entrambe le direzioni. Una decisione importante, che potrebbe
significare una sorta di distensione dei rapporti tra Gaza e Cairo
(tesissimi da due anni). Scelta funzionale: gli egiziani stanno
combattendo la loro guerra al terrorismo direttamente in casa, contro
quella che ormai ha preso il nome di Provincia del Sinai dello Stato
islamico (Wilayat Sinai), e che una volta era il gruppo jihadista
Ansar Bait al Maqdis, operativo e sanguinario nella penisola
egiziana.
Aprire il valico significa
“collaborare con Hamas” (si sottolineano le virgolette) sul
controllo del passaggio di armi e soldi verso il gruppi affiliato al
Califfato nel Sinai.
L'espansione globale dello
Stato islamico, sta producendo queste “bizzarre” scelte
pragmatiche di politica internazionale. Per esempio, sembra che
l'Iran stia fornendo armi e soldi ai Taliban afghani appoggiandone la
ribellione perenne, con il fine di tenerli lontano dall'influenza
dell'IS ─ e contemporaneamente contenere eventuali minacce in un
paese confinante. I talebani del mullah Omar, il tempio del jihadismo
sunnita, che prendono aiuti dalla Repubblica Islamica degli sciiti.
“Bizzarro” forse è poco.
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