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sabato 7 novembre 2015

Come (e perché) Hollande va alla guerra contro l’Isis

(Pubblicato su Formiche)

La Francia ha deciso di inviare nuovamente nel Golfo Persico la portaerei Charles De Gaulle per impiegarla nelle operazioni militari contro lo Stato Islamico. La nave, che Reuters ha spiegato si muoverà con il suo gruppo di battaglia (composto da alcune fregate, una nave da rifornimento e da un sommergibile nucleare), è già stata impiegata come rampa di lancio per i raid contro le postazioni del sedicente Califfato da febbraio ad aprile di quest’anno.

CONTRO L’ISIS

Il presidente francese François Hollande ha definito la decisione “razionale”, in quanto permetterà ai caccia francesi di “essere più efficienti in coordinamento” con gli alleati. Attualmente Parigi ha operativi contro l’Isis sei caccia Mirage di stanza in Giordania e altri sei Rafale che decollano da un base negli Emirati Arabi Uniti. La presenza della De Gaulle, la più grande nave da guerra francese che può contenere fino a 40 velivoli e operare 100 voli giornalieri, potrebbe per gli esperti ridurre i tempi di operatività e di percorrenza degli aerei.

Secondo i dati riportati dall’Agence France Presse, da quando la Francia ha avviato la campagna di bombardamenti nella coalizione anti Isis guidata dagli Usa, ha compiuto 271 airstrike, a fronte di 1285 missioni. I raid si sono concentrati quasi esclusivamente sull’Iraq. Soltanto due hanno interessato il territorio siriano, per andare a colpire direttamente jihadisti francesi ritenuti potenzialmente pericolosi per il “terrorismo di ritorno”.

L’Eliseo descrive le operazioni sul territorio siro-iracheno come una necessità di autodifesa, dopo aver provato sulla propria pelle il terrore di attacchi interni spinti dai jihadisti; il più noto è quello alla redazione parigina del giornaleCharlie Hebdo. La Francia è militarmente impegnata contro il terrorismo, essendo un Paese che soffre al proprio l’attecchimento di istanze islamiste radicali.

L’IMPEGNO DI PARIGI

Giovedì, mentre da Parigi si annunciava l’invio della portaerei (decisione presa dopo la riunione del Consiglio di Difesa), il capo di Stato maggiore dell’Esercito francese, Pierre de Villiers, si trovava a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso dove si è svolto l’incontro tra i capi di Stato maggiore dei Paesi del cosiddetto “G5″ (composto da Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad). Tema del vertice: come migliorare le condizioni di sicurezza nell’area del Sahel, dove la Francia è impegnata dall’agosto del 2014 nell’operazione Barkhane. Con de Villiers erano presenti anche il comandante della missione francese in Africa centrale e quello delle operazioni speciali. Parigi ha disposto un quartier generale a N’Djamena, la capitale del Ciad, da cui gestisce circa tremila soldati dispiegati in altre basi che si trovano nei cinque Paesi con cui ha stretto la collaborazione militare: si tratta di un piano ereditato, e lo scorso anno incrementato, dall’operazione Serval. L’obiettivo francese è sostenere queste sue ex colonie (i Paesi del “G5″) contro l’avanzata di alcuni gruppi islamisti; i principali sono Al Mourabitoun, guidato da Mokhtar Belmokhtar (uomo sulla lista dei più ricercati terroristi a livello globale, più volte dichiarato ucciso da raid occidentali), Aqim, ossia la filiale maghrebina di al Qaeda, ed infine Ansar Dine, l’organizzazione malese che durante il conflitto del 2012 era riuscito a prendere sotto il proprio controllo ampie fette di territorio. Inoltre, da sud arriva anche la minaccia espansionistica di Boko Haram.

IL MILITARISMO DI HOLLANDE

Sempre giovedì, Hollande ha tagliato il nastro inaugurale al “Pentagono made in France”, che il Figaro ha descritto come “13,5 ettari di cui 4 di spazi verdi, comprende 320 mila metri quadri di uffici ed accoglierà 9.300 impiegati che potranno godere anche di alloggi, mense, un centro sportivo con piscina e tante altre strutture. Vi saranno concentrati ben dodici uffici della Difesa [tra cui] lo Stato maggiore delle forze armate (Cema); quelli dell’Esercito, della Marina e dell’Aviazione; la Direzione generale degli armamenti (Dga); il centro operativo”. La costruzione della struttura è iniziata nel 2008 ed è costata 4,2 miliardi di euro.

Due giorni fa il giornale investigativo francese Le Canard Enchaîné ha scritto di essere entrato in possesso di alcuni documenti che dimostrano come il governo stia pensando di concedere ai circa settemila militari dispiegati a protezione di obiettivi sensibili interni nell’operazione “Sentinelle”, una copertura legale che permetterebbe loro di sparare a potenziali terroristi. Sarebbe un quadro giuridico unico nella storia della Francia, che concederebbe all’Esercito la possibilità di sparare per primo lungo le strade francesi: attualmente i militari di “Sentinelle”, che è un’attività di sicurezza nata dopo i fatti di Charlie Hebdo, hanno soltanto il diritto di rispondere al fuoco.

Il militarismo francese è frutto di necessità politiche e di questioni pratiche, e in questa fase sembra rinvigorito (Hollande, già nel 2013, fu l’unico che rispose favorevolmente all’idea di Barack Obama, poi abbandonata, di bombardare Damasco, per punire Bashar al-Assad per gli attacchi chimici contro i civili).

Nel mese di dicembre a Parigi si svolgerà il vertice globale sul clima, a cui parteciperanno capi di Stato e di governo da tutto il mondo; il prossimo anno, inoltre, la Francia ospiterà gli Europei di calcio. Accentramenti di persone e personalità “invitanti” per il terrorismo. Fin qui le questioni pratiche, ora le politiche: a convincere il governo di sinistra di Hollande ad esporsi verso policy militari dal “pugno duro”, potrebbero essere state anche considerazioni come quelle riportate nell’ultimo saggio del politologo Gaël Brustier, “A demain Gramsci”, in cui l’intellettuale ha spiegato perché a suo parere la droite “ha vinto nelle teste”, mentre la gauche soltanto “nelle urne”, come ha raccontato in un articolo sul Foglio Mauro Zanon. La gente è più a destra del governo, che vuole dunque intestarsi azioni “toste”. Si confrontino i commenti critici dell’Obs sulla decisione di schierare la portaerei con il sondaggio, pubblicato a metà settembre dal Journal du Dimanche, dove oltre la metà dei francesi si diceva favorevole all’invio di truppe di terra in Siria contro l’Isis.

GUAI TECNICI

C’è dell’altro. Secondo alcuni esperti che hanno analizzato la missione militare contro lo Stato Islamico (che Parigi chiama “Chammal” e che riguarda l’Iraq, mentre l’allargamento dei raid al territorio siriano ancora non ha nome), al momento la Francia si trova già al massimo sforzo delle disponibilità tecniche impiegate: principalmente, si ritengono insufficienti le ricognizioni a lungo raggio, perché gli aerei che compiono queste attività devono dividersi tra Siria, Iraq e Sahel. Sarebbe questo il motivo per cui gli attacchi aerei francesi sulla Siria sono arrivati soltanto a fine settembre, mentre il governo di Parigi li dava per operativi dall’inizio dello stesso mese: non erano stati raccolti sufficienti dati d’intelligence, a causa della sovrapposizione delle missioni. Sotto quest’ottica impiegare la Charles De Gaulle rappresenta non uno step up operativo, ma una necessità per la Francia.

mercoledì 28 ottobre 2015

Irak, ecco quello che ha detto davvero Blair

(Pubblicato su Formiche)

Da qualche giorno sta facendo molto discutere un’intervista che l’ex premier britannico Tony Blair ha concesso aFareed Zakaria per la CNN. Blair avrebbe chiesto scusa per la guerra d’Iraq, e la circostanza ha infiammato i media italiani e stranieri, che hanno ripreso la notizia con enfasi e sensazionalismo, forse esagerato, forse spinto da letture ideologiche (Blair è da anni accusato di aver tradito i principi della sinistra, il pacifismo che ai tempi toccava il culmine, assecondando la richiesta americana del neocon guerrigliero George W. Bush di attaccare l’Iraq nel 2003).

Blair in realtà non ha per niente chiesto scusa per la guerra, ma piuttosto ha difeso l’intervento del 2003, ammettendo comunque che alcuni errori sono stati commessi: «Trovo difficile chiedere scusa per aver rimosso Saddam, e ancora oggi credo che l’Iraq senza Saddam sia migliore di quanto non lo fosse con lui», ha detto. Si è invece scusato «per aver seguito delle informazioni di intelligence sbagliate», quelle che hanno attribuito a Saddam Hussein il possesso di armi di distruzione di massa e che erano la ragione ufficiale per l’intervento militare del Regno Unito accanto agli Stati Uniti. Si è scusato anche «per alcuni errori di pianificazione e, certamente, per i nostri errori di valutazione su ciò che sarebbe accaduto una volta rimosso il regime». Il riferimento, ovvio, è alla situazione attuale, all’avanzata spropositata del gruppo estremista guidato da Abu Bakr al Baghdadi, ma anche agli anni immediatamente successivi all’invasione, quelli che hanno portato alla guerra civile settaria che ha prodotto l’implosione dello Stato iracheno.

Blair però ha anche evidenziato il dramma siriano come uno dei pericoli dell’inazione (nota: la quota dei morti causati dalla guerra civile in Siria ha raggiunto 250 mila).

SONO POSIZIONI NON NUOVE QUELLE DI BLAIR

Anche se molti dei giornali che hanno ripreso l’intervista hanno dimenticato di ricordarlo, queste opinioni sono già state espresse in passato dall’ex primo ministro inglese. Tuttavia, con più o meno dolo, s’è preferito dare risalto a due argomenti di sicuro appeal tra un certo genere di opinione pubblica: quelli da cui nascono i titoli e articoli del genere “Blair si scusa per la guerra in Iraq” e “ammette che ha creato l’Isis”. Entrambi dei falsi. Durante l’intervista alla CNN Blair ha soltanto detto che ci sono elementi di verità nel fatto che la guerra irachena possa aver “gonfiato” le potenzialità dell’attuale IS: un ragionamento quasi ovvio (se tu vai a combattere i tuoi nemici terroristi piuttosto che lasciarli liberi di agire, è possibile che questi si difendano e contrattacchino). Affermazione che contemporaneamente strizza l’occhio al pensiero maistream.

LA STORIA DELL’IS E LA GUERRA DEL 2003

È ormai noto che la storia dell’Isis, o IS, abbia preso vita dall’esperienza di Al Qaeda in Iraq (AQI), cioè la fazione del network globale del terrorismo jihadista guidata dal terrorista Abu Musab al Zarqawi a cui Saddam Hussein, sunnita, aveva offerto protezione già prima dell’arrivo delle forze occidentali. Sulle relazioni tra l’IS e il regime baathista di Saddam, sono state raccolte molte testimonianze provanti in questi ultimi mesi. Così come sulla linea cronologica che lega i baghdadisti attuali ai miliziani qaedisti di Zarqawi ci sono pochi dubbi ormai. Tanto che molta dell’attuale leadership sembra sia stata ereditata dall’esperienza precedente; e Zarqawi è venerato come un eroe popolare dai sunniti radicali iracheni: e questa magari è una di quelle conseguenze, dei “gonfiaggi” di forza, di cui ha parlato Blair. In verità, però, AQI durante gli anni successivi all’invasione del 2003, era stata quasi annientata dal Surge americano promosso dall’allora capo delle operazioni in Iraq, il generale David Petraues, e dal connesso Sunni Awekening, il risveglio dei sunniti iracheni che aveva isolato i terroristi.

L’INCHIESTA CHILCOT

Secondo molti osservatori, l’intervista di Blair ha un timing molto chiaro: sono in arrivo, infatti, le conclusioni dell’inchiesta parlamentare “Chilcot”, che indaga sulla guerra d’Iraq e prende il nome da Lord Philip Chilcot, colui che Gordon Brown incaricò nel 2009 di guidare la commissione indagante. Il capo corrispondente politico del Guardian, Nicholas Watt, ha scritto che quello di Blair è stato un tentativo di «preparare il terreno» in vista del rapporto parlamentare (che si prevede duro sulle responsabilità del governo di allora). La leader dello Scottish National Party Nicola Sturgeon su Twitter ha definito l’intervista un’operazione di spin politico.

Brendan O’Neil sul suo blog sullo Spectator ha invece evidenziato un’altra questione: le scuse di Blair non portano ad un dibattito proficuo sul militarismo, ma piuttosto a un «raccapricciante processo-show sulla morale dell’ex primo ministro» e della sinistra inglese. O’Neil ha paragonato queste vicende alle streghe bruciate nel Medioevo: con i sacrifici sull’altare dei media come quello di Blair, secondo O’Neill, i Labour sperano di «purificarsi» davanti all’elettorato «e tornare grandi». Nel 2004 Madelein Bunting spiegò in un editoriale sul Guardian che occorreva «lasciare che Blair pagasse il prezzo per l’Iraq» per dare un «nuovo impulso [a sinistra]». Eccoci qua.

venerdì 11 luglio 2014

Torna la guerra in Israele: il Medio Oriente è fuori controllo

Eccola, è già arrivata: «la retorica sull'Intifada pauperista ed epica», di un pezzo della sinistra italiana accompagna, come sempre, inevitabilmente, i fatti di quello che sta succedendo in Israele. La citazione è rubata a Mattia Peradotto, presidente dei Future Dem (associazione giovanile nazionale, di primo rilievo nella galassia del Partito democratico); uno di quelli che la sinistra la rappresenta adesso e la rappresenterà in futuro, cercando di spostarla dai vecchi sistemi mentali – sperem.
L'approccio alla questione israelo-palestinese, è tra i vari vùlnera incolmabili, storici, di quel genere radical (chic, si aggiunge) della sinistra nostrana, che si porta dietro lo stare con i più deboli, ma dai lettini dell'Ultima Spiaggia di Capalbio.
Capire quello che succede in quella striscia di terra contesa, zeppa di storia, di cultura, di attesa, di passione, di sangue, è complicato: la semplificazione del buono e del cattivo, d'altronde, è molto meno faticosa e più basica. Quasi quasi anche più convincente.
È perché non si tratta semplicemente dello stare dalla parte dell'una o dell'altra realtà di questo scontro storico – a noi troppo distante per viverlo –, come ormai la razionalizzazione da bar-sport della nostra politica ci ha abituato. Dal nostro comodo appartamento umbro, l'unica cosa che possiamo, è limitarci ai fatti, onestamente, senza ipocrisie e congetture preconfezionate, intellettualmente liberi insomma – tuttavia non ci riusciremo facilmente. C'è troppa narrativa, che in parte (e in parte a nostra discolpa) arriva anche direttamente da quei territori, miele per chi se ne nutre.
Invece mai come adesso, in tutto il Medio Oriente, occorre attenersi alle vicende reali, al quel che succede, e non alle proprie idee – o ideologie. Talmente è fluida la situazione – si usa dire così, ché rende bene l'idea di un qualcosa che può uscirti di mano nel momento in cui credi di saperlo maneggiare. E pensare che poche settimane fa, erano tutti insieme da Papa Francesco a pregare per la pace.
La vicenda che ha dato il via a tutto, è tragica e vergognosa: tre studenti yeshiva, adolescenti, figli come i nostri, rapiti da due banditi “vicini al mondo di Hamas” e uccisi a sangue freddo. Durante le inutili operazioni di ricerca, le forze di sicurezza israeliane si sono concentrate sul gruppo islamista, sebbene si sia sempre dichiarato estraneo al rapimento, arrestandone numerosi componenti. Estraneità che tuttavia è stata condita comunque da alcuni commenti favorevoli sul gesto da parte di membri del movimento e il lancio di svariati razzi verso il territorio israeliano. Poi c'è stato l'altro fatto altrettanto vergognoso: sempre un giovane protagonista, stavolta palestinese, ucciso barbaramente da ebrei radicali – dei pazzi.
Da lì il finimondo, più o meno. I razzi da Gaza non hanno più smesso di piovere, e sono arrivati fino ai cieli di Tel Aviv e Gerusalemme: ordigni modificati artigianalmente sulla base di missili iraniani, diretti verso obiettivi esclusivamente civili, senza disdegnare la centrale nucleare di Dimona (pochi i danni, di fatto, perché il sistema di difesa e intercettazione anti-missile Iron Dome ha lavorato a dovere). Israele ha risposto: non una rappresaglia, ma una vera e propria campagna militare, ha sottolineato Netanyahu. Raid aerei su centinaia di obiettivi, che si sono portati dietro vittime civili, forse il frutto dell'uso di scudi umani da parte di Hamas, a sentire il primo ministro.
Morti: «danni collaterali» li ha definiti Bibi, come se bastasse quando si parla di persone. E non c'è discernimento tra i morti. Quelli di qua o quelli di là – per coloro a cui piace mettere un “qua” e un “là” – hanno lo stesso valore: non è vero?
La situazione è tremenda. Per la prima volta dal 2012, anno in cui ci fu una breve guerra, Hamas ha rivendicato il lancio di razzi verso Israele – negli ultimi giorni uno ogni dieci minuti. Il governo israeliano, oltre agli F16, agli Apache, ai droni, che hanno colpito più di 500 siti militari del gruppo jihadista, è pronto con le truppe di terra e ha approvato la richiesta dell'esercito (e dello Shin Bet) di allertare 40 mila riservisti – un programma ampio quello dell'Operation Protective Edge, una «campagna lunga» l'ha definita il ministro della Difesa Yaalon.
Hamas sebbene si sia militarmente rafforzata nel corso degli ultimi anni (dalle stime avrebbe a disposizione 11500 missili, mine e dispositivi anti-carro, oltre che combattenti addestrati) è in difficoltà – differentemente dai tempi passati, quando le azioni militari non fecero altro che rafforzarla, stavolta Israele potrebbe dare il colpo di grazia all'organizzazione e al suo braccio armato, le brigate Hazzedin al Qassam. Non è più condivisa dal popolo, nemmeno da quello di Gaza, ed è stretta anche ad occidente dall'Egitto, dove l'esercito di Sisi è in azione contro i tunnel del contrabbando; proprio quello stesso Egitto che ha aperto il valico di Rafah per il passaggio dei feriti e che s'era offerto da mediatore di pace (credibile anche per Israele) pochi giorni fa – interessato, sia chiaro, visto che l'instabilità a pochi passi dal Sinai mossa dalla costola dei Fratelli musulmani, dichiarati fuorilegge in patria, è una realtà scomoda anche per il Cairo.
E Abu Mazen? L'anziano leader dell'Autorità nazionale palestinese potrebbe essere l'unico in grado di costruire la pace. Potrebbe.
Ci crede (un po') Israele, anche se lo ha criticato ampiamente per la scelta di accettare l'appoggio politico del partito di Hamas all'attuale esecutivo tecnico e Netanyahu ha fatto sapere che il «cessate il fuoco non è in programma». Ci crede la comunità internazionale. Ci crede, su tutti, da sempre, Barack Obama: giorni fa sul quotidiano israeliano Haaretz l'ha definito come l'unica possibile «controparte impegnata per una soluzione a due stati».
D'altronde proprio Mazen nei giorni tesi delle ricerche dei tre yeshiva ha messo a disposizione le sue forze di sicurezza per aiutare l'IDF israeliane.
Sulla sua adeguatezza restano comunque dubbi, invischiato nella bipolarità legata alla gestione dei rapporti con Hamas. E tutto diventa ancora più complicato dalle questioni complesse dietro alla sua delicata successione – e quei dubbi aumentano.
Niente è semplice in quelle terre: il Medio Oriente è definitivamente fuori controllo. E purtroppo in certe circostanze è faticoso distinguere i buoni dai cattivi. Anche se sarebbe facile, e soprattutto bello.
Ma volete una semplificazione comunque? Allora diciamo che tutto sta dietro ad un problema: “finché israeliani e palestinesi non si riconosceranno come esseri viventi, non ci sarà mai pace” (citazione un po' modificata, stavolta rubata al gruppo di @ItalianPoltics).

martedì 11 marzo 2014

Rahm Emanuel: il Renzi americano, o quasi

Rahm Emanuel lo chiamano Rahmbo: è il 55esimo sindaco di Chicago, Illinois. Windy City, distesa sulla sponda sud-occidentale del Lago Michigan, con i suoi 3 milioni di abitanti è la più grande città dell'entroterra statunitense, la terza per popolazione dopo Los Angeles e New York (l'intero agglomerato urbano conta quasi dieci milioni di persone).

La storia personale e politica del sindaco di Chicago, ricorda un po' quella di un altro sindaco che conosciamo bene: l'ambizione, la forza elettorale, l'accountability, la capacità di fare scelte impopolari, la velocità di azione amministrativa.

E chissà se anche Emanuel passando dal Municipio della città dell'Illinois, avrà detto alla vincitrice in pectore delle prossime primarie democratiche (e probabilmente delle presidenziali), Hillary stai serena.

Ho raccontato la storia di Emanuel su Formiche.
  

giovedì 2 gennaio 2014

De Blasio: parola d'ordine "disuguaglianza"

Scalinata del City Hall di New York, primo dell'anno 2014, Bill Clinton passa a Chirlane McCray (sposata De Blasio) una Bibbia appartenuta a Franklin D. Roosevelt, la mano poggiata sopra è quella del 109esimo sindaco di New York, che sta giurando il suo mandato davanti a cinque mila invitati che hanno resisto al freddo pur di non perdersi l'inaugurazione dell'amministrazione cittadina da parte di un sindaco democratico, nella città più liberal d'America - che negli ultimi vent'anni è stata governata però, da repubblicani e indipendenti.

Su tutti i quotidiani, è riportata quella che sta diventando la parola d'ordine di questa fase politica americana: "disuguaglianza". Il primo comandamento del sindaco De Blasio, è lottare per l'uguaglianza: gira tutto intorno a questo l'inauguration speech - l'avevo promesso una decina di giorni fa Obama alla conferenza stampa di fine anno, ha sfondato a testate l'argomento Elizabeth Warren. Il populismo di sinistra (di governo e di potere) ha ufficialmente inizio - e bisognerà farci i conti, probabilmente anche rivedendo l'approccio ordinario.

A sigillare tutto, poi, il passaggio di consegne tra l'ex sindaco Bloomberg - finito indipendente per avere più libertà, anche su certi temi (sebbene detti da lui erano meno credibili) - e i DeBlasios: ieri, alla fermata della metro, a pochi passi dal City Hall, l'incontro appena scesi da due treni pubblici per andare insieme alla cerimonia.

Dategli dell'establishment, se ne avete coraggio!

venerdì 20 dicembre 2013

Essere Davide Serra

C'è una bellissima intervista su IL del Sole 24 Ore, fatta dal direttore Christian Rocca a Davide Serra. Serra, che vive a Londra da una ventina d'anni, di lavoro fa il finanziere e gestisce un fondo - Algebris Investement - che muove 2 miliardi di dollari all'anno ed è considerato un "asso" nel suo lavoro, soprattutto per gli alti rendimenti che garantisce - anche il Financial Times ne parla, e bene.

Serra è finito nel mirino dell'ala sinistra (quella Pci-Pds-Ds) del Partito democratico italiana, quando ha appoggiato - già fatto nel 2012, a dire il vero - Matteo Renzi alle primarie: addirittura si accusava Renzi di averlo invitato a partecipare alla Leopolda. Il problema sarebbe che Serra è un cattivo, uno squalo della City, uno che ha la sede della sua azienda ad Antigua - che poi il fatto sarebbe "che ce ne frega a noi", visto che, ripeto, vive in Inghilterra da 20 anni e pagare le tasse sarebbe dovuto alla Regina (cosa che tra l'altro fa), e non a noi - uno che rappresenta il male del capitalismo, lo speculatore finanziario: quelli con cui non ci si dovrebbe confondere. Mai. (Vero, no? Ma le cose stanno realmente così?).

Come scrive Rocca «Trovo meraviglioso che gli stessi fan della merchant bank che non parla inglese, quelli che davano di gomito ai capitani coraggiosi (coraggiosi, ma con gli asset pubblici) e si congratulavano con i banchieri in coda alle primarie Pd ora siano improvvisamente indignati per un quarantenne che fa sul serio il finanziere nella piazza più importante del mondo».

Ma andando oltre, l'intervista è da leggere, perché Serra parla di cose concrete, con discorsi diretti e anglosassoni, e soprattutto utili: come per esempio aumentare le tasse sulle rendite finanziarie portandole al 30 per cento (+ 10 punti rispetto adesso), tagliando i costi della politica (via Senato e Province) e della spesa pubblica (modello Consip, virtuosismo pubblico), revisione verso l'equità sulle pensioni, recuperare l'evasione - ma non ditelo a quelli di sinistra.

Ah, sì: poi c'è la questione della charity che detiene il 22 per cento di Algebris, la The Children's Investment Fund Foundation, una delle più importanti fondazioni inglesi di beneficenza per bambini, di proprietà di Chris Hohn, finanziere e filantropo. E poi c'è "Hakuna Matata" di cui Serra è proprietario con la moglie, altra fondazione di beneficenza che aiuta ogni anno cinque mila bambini della Tanzania - ma non ditelo nemmeno questo a quelli là.



giovedì 19 dicembre 2013

Il turducken di Obama

Obama Warrenizing
A proposito di Elizabeth Warren, di Obama, dello spostarsi a sinistra per accontentare un crescente populismo (di sinistra), quella base che chiede e che vuole, quei temi e quegli argomenti su cui si trova un consenso facile e comodo; l'essere anti-establishment e anti strutturazioni del potere, raccogliere applausi e riprendersi un po' di popolarità; Bill de Blasio che ha stregato la sinistra italiana (e anche qualcuno che si dice liberista, e che forse in quel caso aveva sbagliato cavallo); e pure un po' delle dichiarazioni sulle slot machine di Renzi, fuori tempo - parlamentare - ma assolutamente nei tempi - della gente.

E poi capire se certe strategie politiche, sono profonde, sono vera e propria nuova energia propulsiva dell'azione politica, o se invece si tratta di un maquillage da popolarità, la faccia tirata a lucido per (ri)prendere i voti - alle mid term, o chissà, alle europee.

Insomma, c'è un po' tutta questa roba, in un post che ho scritto per Formiche: "La svolta, un po' a sinistra, di Obama".

Do you know Elizabeth Warren?

La senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren ha presentato un disegno di legge, per impedire alle aziende di controllare lo stato bancario - e la sua storia - dei potenziali dipendenti. Secondo diverse ricerche, infatti, sarebbe comune la situazione in cui, in fase di colloquio di lavoro, il controllo del credito dell'aspirante employer sarebbe condizione che ne blocca l'assunzione. Circostanza collegata però, secondo quello che sostiene Warren, a una situazione ereditata dalla profonda crisi del 2008, che ha prodotto perdite economiche, fallimenti, spese mediche assistenziali inattese, che hanno portato all'impoverimento delle persone. Sarebbe dunque discriminante, poco utile e non funzionale, dare importanza alla valutazione del conto corrente dei futuri assunti, come ulteriore punto - dai dati anche di un certo peso - negativo, per un eventuale rifiuto.

Al di là delle strette contingenze di quella che sembra una proposta assolutamente ragionevole (anche perché potrebbe essere opinabile il contrario, e cioè l'esistenza della prassi del controllo dei conti bancari), è più interessare inquadrare la questione, come ulteriore tassello del puzzle che compone il personaggio di Warren.

Qualche tempo fa, la rivista progressista New Republic pubblicò una copertina che riprendendo il cartellone di "Essere John Malkovic", titolava "Hillary's nightmare": c'era un folto gruppo di persone con su la faccia di Elizabeth Warren.

S'è deciso in America, che la sfidante - e l'incubo - di Hillary Clinton (ormai sempre più candidential)  per la corsa alla Casa Bianca, sarà lei: insegnate di Harvard, molto anti-establishment, immersa in quello che ultimamente viene definito "populismo di sinistra", praticamente il femminile di Bill de Blasio (concessione, ma non troppo), dedicata cuore e anima da dopo il 2008, alla tutela dei consumatori dalle speculazioni bancarie e alla disuguaglianza di reddito.

La forza di Warren all'interno dell'elettorato liberal americano è stata dirompente, i video di alcuni suoi discorsi pubblici e apparizioni varie sono diventati virali, con milioni di visualizzazioni da parte di chi comincia a pensare un Partito democratico più di sinistra, più vicino agli ultimi, più lontano dai grandi gruppi d'interesse (grandi aziende e Wall Street in testa). Argomenti, appunto, da protesta civile, da indignazione, da populismo di sinistra, s'è detto.

I detrattori dipingono Warren di un'ossessiva ricerca di popolarità, una multimedialità quasi patologica, un feedback con la costituency studiato in ogni dettaglio, attraverso prodigiosi sforzi di pubbliche relazioni, per costruire ad arte un'immagine vendibile e che cavalchi i temi del consenso. Ma per molti, non si tratterebbe di celebrità: la Warren senatrice - passata per la presidenza della Commissione per la supervisione economica del Congresso tra il 2008 e il 2011, e successivamente dal ruolo di Consigliere speciale del Tesoro, nella prima Amministrazione Obama - sarebbe diventata «inesorabilmente, forse spietatamente, forse anche un po' messianicamente, incentrato sulla promozione della sua agenda politica».

Tra i suoi più grandi successi, il ritiro di Larry Summers - scelta numero uno di Obama - per la carica di presidente della Fed, accusato di essere troppo incline alla deregolamentazione delle operazioni finanziarie (poi si sa come è andata, con l'incarico alla "colomba" Yellen).

Certo, non sarebbe la prima volta che si assiste a una rivolta pseudo populista, di sinistra, anche contro i vertici del partito dem - considerato da Warren un establishment come tutti gli altri - con esiti di sicuro non trionfali: il guaito di Howard Dean, Bill Bradley nel 2000, fino ai tentativi degli Occupy del 2011, tutti finiti più meno nel fumo.

Ma tre sviluppi suggeriscono che questa volta le cose possono andare diversamente. Per prima cosa anche a livello di élite, il partito ha cambiato molto negli ultimi anni. Chris Murphy, senatore del Connecticut, stima che si sia ribaltata la situazione di non troppo tempo fa, in cui i democratici del Congresso erano divisi più o meno equamente tra i sostenitori di Wall Street e gli scettici di Wall Street, con "gli scettici" che stanno diventando maggioritari.

Secondo aspetto le dimensioni del messaggio di Warren, che a differenza di altre sfide libere, ha appeal nazionale. Il sondaggista Celinda Lake ha trovato che il sostegno per "regole più severe" per Wall Street travalica le linee di partito, aumentando negli ultimi due anni da oltre il 70 per cento a più dell'80. In South Dakota, uno Stato in cui Mitt Romney ha chiuso con 18 punti di vantaggio, un recente sondaggio ha mostrato che il democratico Rick Weiland, sconosciuto ex collaboratore di Tom Daschle, si troverebbe a soli sei punti di distacco dall'ex governatore repubblicano dello stato per il posto al Senato, libero il prossimo novembre.

Per finire, inoltre ci sarebbe un'aspetto personale tra le due eventuali sfidanti: le debolezze di Hillary Clinton si allineano perfettamente con le passioni del momento. La macchina politica dei clintonians è costosa e molto "amica" di Wall Street, Hillary è una donna del Partito, da anni al centro delle questioni del governo - prima come first lady e poi con gli incarichi personali -, figura che rappresenta a tutti gli effetti l'establishment politico statunitense.

L'establishment, appunto. (Ma occhio, che Warren non è Ted Cruz).

venerdì 1 novembre 2013

Socialismo (sur)reale

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha dichiarato che l'ex presidente Ugo Chavez è apparso ad un gruppo di operai edili nel mezzo della notte, mentre stavano lavorando per la costruzione di una nuova linea della metropolitana di Caracas.

In un'intervista alla tv di Stato ha detto - mentre passavano delle immagini di un  muro bianco con dei segni simili ad occhi e bocca -: "Chi è quella faccia? Quello sguardo è lo sguardo della patria che è ovunque intorno a noi, anche in fenomeni inspiegabili" e ha aggiunto "Chavez è ovunque, noi siamo Chavez, tu sei Chavez".

Non è la prima volta che Maduro usa surreali apparizioni di Chavez, per imbonirsi i consensi nel popolo e come leva per evidenziare che il proprio mandato viaggia su una buona strada - con la benedizione del Presidentissimo.  In questi primi mesi, infatti, Maduro sta raccogliendo opinioni controverse e sicuramente meno consensi del previsto. E d'altronde le "epifanie" raccontate da Maduro, troverebbero buon gioco nella riverenza (quasi religiosa, a volte) con cui viene tratta abitualmente Chavez.

Un sorta di campagna demagogica ai limiti dell'onirico e della superstizione, con la quale l'attuale presidente sta cercando di nascondere i reali problemi del Paese.

Tra i punti di questa campagna, c'è poi la solita critica alla destra internazionale imperialista, in questo momento incarnata da Twitter. Il presidente, molto attivo sul social network di Dorsey, ha più volte denunciato in questo periodo attacchi contro il suo account e quelli governativi. Nell'occasione in cui ha raccontato dell'apparizione ha detto a proposito: "Stiamo scoprendo un massiccio attacco da parte della società Twitter e l'ala destra internazionale contro gli account di patrioti bolivariani e chavisti".

Sembra che sia stata inviata dal governo venezuelano una formale denuncia verso la sede di Twitter. L'ha detto Maduro.



venerdì 6 settembre 2013

Il carro del rottamatore

Avevo detto con me stesso - lo so che le mie elucubrazioni personali hanno un interesse relativo, ma la cosa ha un ruolo nel dipanarsi di questo post - che nel mese di agosto la politica sarebbe stata destinata in un angolo.

L'ho fatto. Senza perdermi niente - questo è il ruolo, e serve a dire che la discussione politica italiana sta andando avanti con una pigrizia tremenda, stancamente ancorata a questioni ormai mitologiche. La patologia cronicizzata del berlusconismo, si abbina alle invettive di Grillo (a giro, contro chi passa, anche se un avversario preferenziale #adesso, a quel che ho capito, l'ha scelto: d'altronde si sa che lui fa così), all'indecisione morbosa del Pd, e al solito Renzi sì o Renzi no.

Dunque chiudo i giornali, o meglio le notizie di politica - quella dei partiti -, un mese fa e mi ritrovo allo stesso punto, che nemmeno fosse una puntati di Lost, o di Beautiful forse. Secondo una personale applicazione del rasoio di Occam, la motivazione è da ricercare nella generale volatilità della discussione, rappresentata - eccezioni fatte - dalla weismanniana germinale pochezza di chi quella discussione l'impersona.

Ma questo sarebbe lamentela, sarebbe ozioso "son tutti uguali", al limite sarebbe qualunquismo: tutte cose che adesso tanto vale lasciar perdere.

Perché un lato buono c'è, e senza costruzioni troppo almanaccate si chiama Matteo Renzi. Tanto buono che - forse, e dico forse, unica novità, ma nemmeno troppo - ormai si sta assistendo al fenomeno sociale della salita sul suo carro: quello del vincitore, in pectore, o "del rottamatore" come l'ha definito Gramellini. Con il solito impennarsi delle considerazioni a latere, dopo che lo stesso Gramellini ha sdoganato - gran brutta parola - la questione.

Tralasciando il fatto che di solito di "vincitori in pectore" è pieno il lato del torto, tanto che Brecht dovrebbe restare in piedi, vi racconto una storia che è successa molto prima dell'editoriale di Gramellini - tanto per capirci, in tempi non sospetti. La storia è vera, così si scrive, e si presuppone che voi che state leggendo vi fidiate di quel che dico, altrimenti è un problema - per voi, non per me.

Questo storia racconta di un'associazione culturale del paese dove vivo, di aerea molto-renziana, composta da giovani molto in gamba, con una gran voglia di fare buone e belle cose - molte cose. Loro - a differenza mia che escluso quella X su quel nome non ho fatto altro - hanno anche affrontato con quell'entusiasmo che sappiamo, quelle primarie maledette.

Sono vicino ad alcuni di loro, per condivisioni di idee, non faccio parte dell'associazione per ragioni molto simili a quelle che mi avevano portato a "non leggere di politica in agosto" - diciamo che questo è l'agosto della mia vita politica, deluso come tanti, stanco come tutti.

Beh insomma, in questa associazione c'è stata un qualcuno - senza dire uomo o donna, alto o basso, bianco o blu - che si è "arruolato" con il chiaro intento di ripulirsi la faccia. Faccio notare, che quell'intento è "chiaro" perché quel qualcuno l'ha dichiarato, più o meno esplicitamente: come dire, "non è che sia renziano/a, ma Renzi va e dunque devo essere qui, se voglio continuare ad essere anche là". Il "là" è abbastanza individuabile in mappa e diciamo che corrisponde con la spendibilità pubblica - elettorale (?) - della propria immagine, che sai com'è il prossimo anno da noi ci sono le amministrative.

Questo succede e sta succedendo da un po': anche perché non credo nella straordinaria lungimiranza del protagonista - l'uso del maschile è per il neutro - della storia. Si diventa renziani non perché ci si sente accomunati da determinate visioni - per me l'aspetto liberale della sinistra, per dire, per un altro le merendine anni '90, potrebbe - o perché si crede fino in fondo in lui: ci si diventa perché è à la page. O meglio, perché serve: utilità - che dovrebbero farci un'app quelli di Apple, ché c'è un app per tutto e non vuoi farne uno per diventare renziano?

Una volta si parlava di ruoli "di lotta" e "di governo": ora non più, si diventa renziani per sopravvivenza.

Non c'è nemmeno convenienza, anche perché quel che dice Renzi adesso - dopo che ho riaperto quelle pagine di "interni" - è lo stesso di prima. L'intento di rottamar...no, il termine è desueto e ha creato diverse complicazioni: l'intento di rinnovare e di cambiare c'è e resta fermo lì, con l'obiettivo ben fisso su certi soggetti - faccio notare, purtroppo per noi, noi più giovani intendo, spalmati in tutte le fasce di età.

La speranza di certi allora, è di salire su quel carro e come diceva Gramellini di nascondersi tra la paia e spuntare fuori al momento opportuno. Dunque occhi ben aperti, ché sotto al sole le lame di certi coltelli luccicano.

Ma in fondo, va così e va bene così: perché quando salgono i clandestini, vuol dire che il carro va verso una meta migliore, buona, giusta.


martedì 9 luglio 2013

Ed Miliband traccia il segno

Ed Miliband oggi alla St. Bride’s Foundation ha probabilmente segnato un passaggio epocale: lo svincolo, il taglio del legame, del cordone ombelicale, che lega il Labour party ai sindacati.

Legame fisico, non soltanto culturale come dalle nostre parti, perché l'opzione opt-out, è una specie di silenzio/assenzio in base al quale gli iscritti ai sindacati finiscono automaticamente tesserati ai laburisti, contribuendo per di più con 3 fucking pound annuali al finanziamento delle casse del partito.

Ci sarà modo di tornare a commentare i risvolti di quel che è successo o meglio succederà. Intanto voglio riportare per intero tutto il discorso che Red Ed ha fatto oggi.

mercoledì 3 luglio 2013

Dire sì

Ho scritto per Leopolda, il superblog di Europa.
Ho scritto su un tema caro a tutti: l'ambiente. La Terra è il pianeta in cui viviamo e credo che tutti dovremo essere portati a tutelarlo e a fare un eventuale passo indietro su quelle che sono le nostre abitudini per rendere le nostre esistenze sostenibili.
Ma credo e lo credo ancora più fermamente, se possibile, che parlare di ambientalismo non può risolversi sempre e soltanto nel dire "no".

La cultura politica riformista deve essere il vettore del sì: togliersi dall'ottica miope e prendere decisioni futuribili, con il coraggio di passare da impopolari nel presente.

Per chi non lo ha letto là, ecco il link:
- Per un ambientalismo del sì.

giovedì 13 giugno 2013

Profetissimo me

Era il 10 ottobre del 2007. Campagna elettorale agli sgoccioli per la fondazione del Pd. Ero Coordinatore del Comitato Promotore di Bastia Umbra. Scrivevo questo, per un incontro in un Centro Sociale del comprensorio locale.
Dire che si possono riconoscere dei tratti simili a quelli che coinvolgono il dibattito politico dem di questi giorni, è assolutamente un eufemismo. Poi, come al solito, non chiediamoci il perché.
Era questo di cui scrivevo su qdRmagazine di questa settimana.
"Non è facile, al termine di una giornata di lavoro avere ancora voglia di concedersi alla politica. Soprattutto in questo periodo, in cui l’ampio spazio dato dai mass media a Beppe Grillo e alle sue varie iniziative satellite, stanno cercando di fomentare un sentimento tanto antipolitico, quanto progrillista. Guardate signori che non è un caso che tutto sia venuto sotto i riflettori a pochi giorni dalle votazioni costituenti del PD: il blog di Grillo è un po'che recita le stesse cose, ma non c’è mai stato momento più adatto per pubblicizzarlo: è per questo che credo che tutto sia accelerato da una strumentalizzazione faziosa e mirata ad ottenere un certo genere di consenso.

Non voglio sicuramente negare, che alcune battaglie sono giuste: in Italia occorre abbattere i costi della politica, ma occorre altresì farlo con processi regolari e credibili . Non basta un comico ad eleggersi paladino del popolo.

Stiamo qui, però per parlare di noi, e non degli altri. Di noi DEMOCRATICI e del nostro partito, il PARTITO DEMOCRATICO, che avrà inizio la sua storia domenica 14 ottobre quando si voterà per l’elezione del segretario Nazionale e Regionale. Come ha detto Veltroni, nella sua dichiarazioni d’intenti “fare un’Italia nuova: è questa la missione, la ragione, il senso del partito democratico.”
Per questo nasce il Partito democratico. Che si chiamerà così. A indicare un'identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all'irrinunciabile tensione all'uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.

Ciò di cui l'Italia ha bisogno è un partito del nuovo millennio. Una forza del cambiamento, libera da ideologismi, libera dall'obbligo di apparire di volta in volta, moderata o estremista per legittimare o cancellare la propria storia. Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo. Il Partito democratico è un partito aperto, che si propone, perché vuole e ne ha bisogno, di affascinare quei milioni di italiani che credono nei valori dell'innovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità, dell'equità e dell'interclassismo e del riformismo. Quei milioni di italiani che nelle imprese, negli uffici e nelle fabbriche dove lavorano, nelle scuole dove insegnano, sentono di voler fare qualcosa per il loro Paese, per i loro figli. Quei milioni di italiani che si impegnano nel volontariato, che fanno vivere esperienze quotidiane e concrete di solidarietà. Quei milioni di italiani che trovano la politica chiusa, e che se provano ad avvicinarsi ad essa è più facile che si imbattano nella richiesta di aderire ad una corrente o ad un gruppo di potere, piuttosto che a un'idea, ad un progetto.

Il Partito Democratico, ognuno lo intende, serve anche a "fissare" i riformisti al principio del bipolarismo e della alternanza. Quel principio che in varie forme, e con vari modelli elettorali, vive in ogni paese europeo. Bipolarismo, in alcuni casi bipartitismo, appaiono il modo in cui, per virtù politiche e istituzionali, si succedono al governo forze diverse, in un clima di stabilità e di rappresentanza non frammentata. È forte il senso di responsabilità delle forze politiche: non è più possibile che un governo di destra o di sinistra, debba sottostare a squilibrati personalismi.

Non voglio passare per grillini, ma indubbiamente ci sono domande giuste da porci. Perché se i parlamentari eletti direttamente sono 577 in Francia, 646 in Gran Bretagna, 614 in Germania e 435 negli Stati Uniti, in Italia ci devono essere mille tra deputati e senatori?
Perché una legge deve passare, per essere approvata, una o due volte in due rami del Parlamento?
Perché il governo non può vedere approvate o respinte le sue proposte di legge in un tempo certo?
Perché non ridurre, a tutti i livelli, la numerosità degli organismi elettivi?
Perché, una volta sviluppato tutto il necessario confronto nelle Commissioni, non approvare la legge finanziaria senza lo stillicidio degli emendamenti in Aula?
Perché in Italia si è per troppo tempo preferito una politica invadente ed una democrazia debole. Occorre un Democrazia che decide. Democrazia è ascolto, è condivisione, ma alla fine è decisione. E perché non potrebbe essere proprio il garante massimo di quella democrazia, il Capo dello Stato, ad essere eletto direttamente dal popolo?

Questa non è antipolitica alla Grillo, questo è riformismo: questo è volere il bene dell’Italia e il Partito Democratico segue questo faro. L’Italia per crescere ha bisogno di stabilità, di serenità: rilassare il clima politico e lavorare nell’interesse dei cittadini. E questo anche a Bastia.

Si tratta soltanto  di alcuni spunti di dialogo, il PD si propone di aprirne molti altri. Noi stessi, comitato promotore, abbiamo intenzione, dopo il 14 ottobre di proporre tavoli di lavoro specifici sulle necessità di Bastia. Dove parteciperanno tecnici, e cittadini comuni; dove gli amministratori dopo aver ascoltato la voce del popolo potranno formalizzare una proposta realmente condivisa. Perché il partito democratico punta realmente sulla PARTECIPAZIONE, a cominciare da domenica e per tutte le tappe importanti del suo futuro. Non stiamo cercando voti, stiamo cercando idee e lavoratori per condividere questo progetto. Fassino all’ultimo congresso DS ha definito così il PD:
"Diamo vita al Partito Democratico non per un'esigenza dei DS o della Margherita o di un ceto politico. No. Il Partito Democratico è una necessità del Paese, serve all'Italia. Vogliamo dare vita ad un soggetto politico non moderato o centrista, bensì progressista, riformista e riformatore. Un partito che faccia incontrare i valori storici per cui la sinistra è nata e vive – libertà, democrazia, giustizia, uguaglianza, solidarietà, lavoro – con l’alfabeto del nuovo secolo: cittadinanza, diritti, laicità, innovazione, integrazione, merito, multiculturalità, pari opportunità, sicurezza, sostenibilità, sopranazionalità. E per questo dovrà essere un partito del lavoro, dello sviluppo sostenibile, della cittadinanza e dei diritti, dell'innovazione e del merito, del sapere e della conoscenza, della persona e della laicità, della democrazia e dell'autogoverno locale, dell'Europa e dell'integrazione sopranazionale, della pace e della sicurezza"

Ripeto, era il 10 ottobre del 2007. Per dire.

martedì 4 giugno 2013

Avvisate quelli più in là


Avvisate tutti quelli più a sinistra di me (e vi assicuro che sarà un lungo lavoro, ché sono molti), ché dice il The Economist - mica pizza&fichi - che la povertà sta finendo. Dal 1990 ad oggi si sono ridotti della metà (erano due miliardi ai tempi) i poveri. Non che adesso si scialacqui nel latte d'asina. Avviso: non provate a confondere la nostra crisi, con la povertà, quella vera.

Ah! Sì. Dicevo di avvisare quelli più a sinistra di me, perché come ricorda anche Christian Rocca, uno dei principali motivi del successo, sono state - oltre la globalizzazione, la liberalizzazione dei mercati e la ridistribuzione reddituale in Cina - le politiche progressiste di Blair e Clinton. Sinistre moderne, liberali, riformiste e progressiste.

I nemici mondiali dei nostri gauchisti.

giovedì 30 maggio 2013

Ro-to-la

Non voglio fare quello con la matita rossa. Pero’, certo, non bastano più le indicazioni di Grillo e Casaleggio. Un movimento nato dalla rete, che ha svegliato una cultura politica pigra, una volta entrato in Parlamento deve cambiare tutto. E non può dire ai parlamentari: non dovete elaborare strategie
Queste le parole (in un'intervista al CorSera) che sono costate a Rodotà la spietata reazione di Grillo. Oggi pomeriggio sul blog il leader 5 Stelle ha risposto con un post rio le cui parole centrali, riguardano proprio Rodotà:
Sono usciti dalle cantine e dai freezer dopo vent'anni di batoste e di vergogne infinite del loro partito, che si chiami pdmenoelle o Sel, non c'è differenza. In prima fila persino, con mio sincero stupore, un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi a cui auguriamo una grande carriera e di rifondare la sinistra
La reazione sdegnata, anche nei commenti a dire il vero, è arrivata da tutte le parti: e perché si è trattato di un'offesa personale (quell'"ottuagenario" suona cattivo, sprezzante, materiale), e perché è sembrato un tradimento (l'insulto raddoppia). C'è anche chi ha commentato quel "miracolato dalla rete", dietro a cui sta un mondo, una determinazione esistenziale, del Movimento. Tutto vero. Ma non è solo questo.

A mio avviso questo è l'aspetto superficiale delle vicenda. Se si guarda con occhi scevri, liberi da tanta inciviltà e violenza, si riesce a capire il passaggio politico importante che sta affrontando Grillo. Enormemente sconfitto alle elezioni, serviva qualcosa per riaffermare il proprio essere, il logos attorno a cui il movimento si muove.

Serviva soprattutto, è qui che sta l'essere, differenziarsi, e creare un fossato profondo, per separarsi dalla sinistra. E per far questo, occorreva adesso, scrollarsi di dosso quella figura che volens ut nolens, era diventato il simbolo di questo accomunamento: Rodotà, appunto. Personaggio di indiscutibile valore, che aveva calamitato - e verso il Movimento, anche se sia chiaro, Rodotà non è mai stato uno di loro - molta attenzione e consensi. Rodotà incarnava la legittimazione culturale, storica, al limite accademica, a tutto quello che Grillo aveva creato: come dire "se anche Rodotà dice che andiamo bene, allora andiamo bene davvero".

Ma Grillo ha visto lungo, forse: non si confonda quel post con uno psicodramma da pugile alle corde o capriccio infantile. Grillo ha visto dietro a Rodotà il ricompattarsi di un fronte, storicamente politicizzato, e di uno spazio, che non era proprio e che non avrebbe mai voluto lo diventasse. Deriva complicata, a cui vedeva lasciarsi trasportare anche da alcuni dei suoi. La sinistra.

Grillo sa bene che quegli orizzonti sono cupi. Il Pd è un mastodonte, contro il quale è inutile inquadrarsi alternativa. Più in là del Pd, c'è tutto quel marasma in cui Sel sta provando - di nuovo, ancora, adesso - a trovare il bandolo della matassa, senza risultati e soprattutto senza voti. Il Movimento non può passare per un partito di sinistra, pena la cancellazione, l'alienazione, lo straniamento di tutto quello che fin qui si è costruito e detto. Il Movimento deve essere individuato come qualcosa di oltre, di successivo, di post destra e sinistra.

E allora, è in quell'ironico "auguriamo una grande carriera e di rifondare la sinistra" (mancava solo aggiungesse "lontano da qua" per essere più didascalico) la verità profonda dell'attacco di Grillo. Un attacco fondativo, o ri-fondativo: Rodotà è un proxy, che Grillo usa per dire altro, di più politico ed importante. E quel che vuol dire è molto simile a un "non provateci, noi non siamo la soluzione momentanea per gli scontenti riuniti della sinistra italiana, e non vogliamo diventarlo".

Se Rodotà avesse o meno l'intento di riaggregare una sinistra più in là del Pd, usando i consensi di Grillo, non è chiaro e forse non lo si saprà mai. Ma d'altronde meglio giocare d'anticipo, guardarsi le spalle, non farsi ingannare: il complottismo è il forte del Movimento, d'altronde.

giovedì 23 maggio 2013

La fine dell'Internazionale Socialista

Oggi a Lipsia inizia la manifestazione per i 150 anni di fondazione del più antico partito socialdemocratico del mondo: la Spd. È una manifestazione che segnerà l'inizio della campagna elettorale e che somiglia molto ad un congresso, sopratutto ad un congresso internazionale con gli altri partiti di area.

Sì, perché l'Internazionale Socialista, associazione a cui aderiscono i principali partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti e progressisti, è giunta al capolinea. In vista una nuova entità, a cui molti, non tutti, aderiranno.

Su questo ho scritto per qdRmagazine (che tra l'altro ha rinnovato la veste grafica ed è davvero molto più figo). Per leggere seguire il link:


- La fine dell'Internazionale Socialista

giovedì 2 maggio 2013

Need an organizer

C'è una pezzo scritto direttamente da Arnie Graf su LabourList, che dovrebbe essere la linea guida per qualsiasi politico di sinistra nel mondo. A maggior ragione in Italia. Chi è Graf? Arnold “Arnie” Graf, 68 anni, di Chicago è un community organizer. Nato da una famiglia di operai newyorkesi di origini ebraiche, da sempre elettore democratico, è nel settore da cinquant’anni. Ha lavorato sulla formazione del giovane Barack Obama. L'incontro con Ed Miliband, come lui stesso dice, è avvenuto nel 2010 appena che"il fratello piccolo" fu eletto leader del partito laburista britannico. Da allora vive in Gran Bretagna, dove sta cercando di far sì che le politiche del Labour "non vengano imposte dall’alto in basso, ma dalla base alla dirigenza". Quello che dice, va letto con attenzione e dedizione per ogni singola parola.
Nel dicembre del 2010 Lord Maurice Glasman mi presentò a Ed Miliband. Fino a quel momento per quarantacinque anni ero stato un community organizer (organizzatore comunitario) negli Stati Uniti. Non avevo mai lavorato per un partito. Avevo speso tutte le mie energie per costruire organizzazioni forti di cittadini, che potessero chiedere conto ai leader sia politici sia del privato e che potessero lanciare nuove idee dal basso.
Una delle organizzazioni che ho aiutato a costruire concepì l’idea del salario di sussistenza. Nel 1994 la B.U.I.L.D. riuscì a far approvare la prima legge sul salario di sussistenza dal consiglio comunale di Baltimora. Da allora la legge sul living wage è stata adottata da oltre cento amministrazioni in America. (…)
Durante il nostro primo incontro ho appreso con piacere che Ed aveva sostenuto il reddito di sussistenza durante le primarie per la leadership laburista. Alla fine di quell’incontro Ed mi chiese di tornare nel Regno Unito per dare una sistemata al partito.
Rimasi sorpreso e onorato.
Nell’estate del 2011 sono tornato in Gran Bretagna. Ho iniziato a viaggiare in tutto il paese, incontrando quadri di partito e leader di associazioni del terzo settore. In oltre due anni ho incontrato letteralmente migliaia di persone. Ho lavorato con gli organizer laburisti, i dirigenti, i militanti e i simpatizzanti nello sforzo di costruire un partito che ha il corpo di un’organizzazione forte e l’anima di un movimento.
Cosa ho imparato in questo tempo? Ho visto una gran voglia di parlare di sé, della propria famiglia, del lavoro e delle aspirazioni, delle gioie e delle preoccupazioni, delle ansie per il futuro. Ho incontrato uno straziante senso di perdita e un sentimento crescente di impotenza su come riempire il vuoto. È un sentimento perfettamente comprensibile. Basta farsi due passi su una qualsiasi strada di negozi, fare caso alle saracinesche chiuse, al diffondersi dello strozzinaggio legalizzato.
Un grande poeta (W.B. Yeats, ndt) ha scritto che quando «il centro non tiene», le cose crollano a pezzi. Cos’è questo centro che evita che le cose crollino? Cos’è che tiene viva la speranza? I miei cinquant’anni dentro l’esperienza del community organizing mi hanno insegnato che ci sono legami – relazioni e istituzioni – abbanstanza forti da proteggere le persone e da consentire che prende il via un’azione collettiva finalizzata al bene comune.
Il problema oggi è che troppe delle istituzioni che un tempo erano al servizio delle persone si stanno sgretolando, o perdono la loro vitalità, o sono già crollate. Tra le tante istituzioni che crollando e perdono la fiducia della gente ci sono i partiti. Per molte persone la parola “politico” ormai corrisponde a un insulto.
Una delle esperienze che mi ha più turbato è l’incontro con una quantità di persone che non hanno votato e che non voteranno. È gente che indica due ragioni per il suo gesto. Una la potrei classificare come una triste rassegnazione. Dicono che votare è una perdita di tempo. Che tutti i politici sono uguali, a prescindere dal partito. Che tutti i politici sono bugiardi. Poi ci sono gli astensionisti arrabbiati. Il rifiuto di votare è il modo in cui manifestano il loro potere. È il loro modo di mandare i politici a quel paese.
Quello che mi preoccupa di più è che molte di queste persone sono elettori di centrosinistra, anche se il riflusso dalla politica vale per tutti i partiti. Quando busso alla porta delle persone, ottengo la stessa risposta da gente di tutte le provenienze politiche: «Ho smesso di votare». Giustamente Ed Miliband ha spiegato che è uno dei problemi cruciali per il paese. Per questo ha inserito tra le sue priorità quella di avviare un grosso ripensamento culturale del Labour. Il partito deve essere il cambiamento che vuole portare nel paese.
Per farlo, Ed sta muovendo il partito da una cultura centralista e burocratica ad una di autodeterminazione, relazionale e localista. Vuole aprire il partito. La sua idea è di ridare significato alla politica a partire dal principio di sussidiarietà. Non sono un cattolico, ma ho imparato la sussidiarietà dalla dottrina sociale della Chiesa. Il principio di fondo è che le decisioni migliori e più efficaci vengono prese al livello di governo più vicino ai cittadini.
In passato, troppo spesso decisioni prese a Londra venivano trasmesse ai quadri locali di tutto il paese. Si chiedeva ai quadri di mettere in atto decisioni che non hanno contribuito a formare. In parte è per un semplice meccanismo di controllo. Manifesta una totale mancanza di fiducia nella capacità delle persone di incontrarsi per discutere, scontrarsi e trovare soluzioni per questioni che ritengono importanti.
È un cambiamento culturale che Bernard Crick ha chiamato fiducia nella affirmative person (“persona affermativa”). La convinzione che la maggioranza delle persone, se le circostanze glielo consentono, prenderà la decisione giusta. È un’esperienza che ho fatto durante la scrittura del nostro “manifesto aperto”. In quegli incontri c’era un’energia palpabile. E, altrettanto importante, c’era una straordinaria dose di talento.
Una grande istituzione non cambia in fretta o facilmente. Gli interessi corporativi sono sempre lì, pronti a mettersi di traverso. Ho 69 anni e sono un organizer da cinquanta. In tutto questo tempo ho rischiato la vita parecchie volte, specialmente quando ero impegnato nel movimento americano per i diritti civili. Mi hanno rivolto tutti gli insulti possibili. Ho sperimentato grandi vittorie e sconfitte devastanti. Non sono uno sprovveduto. So quanto ci vuole per avviare un grande cambiamento e quanto è difficile per istituzioni con una lunga storia e con le loro consuetudini.
Una volta Ed mi ha chiesto perché avevo accettato di passare così tanto tempo lontano da casa. Gli ho risposto che credo nella tradizione del Labour party. Dopo tutto, un partito che si chiama “Labour” non può che provenire da una storia buona. Eppure, dopo tre anni che sto qui, c’è un’altra ragione per cui continuo a fare questo lavoro. Ho sviluppato fiducia, rispetto e ammirazione per le persone di qui. La loro decenza e il loro spirito generoso meritano una politica di contenuto, profonda e inclusiva. In qualche modo spero che – lavorando con Ed e con i quadri, i militanti e i sostenitori del Labour – potrò essere parte anch’io di un nuovo giorno per il Regno Unito.

(il pezzo è riportato anche su Europa)

lunedì 22 aprile 2013

When in trouble go big (ovvero perché il Pd doveva scegliere Prodi)

When in trouble go big, è un modo di dire anglosassone che significa più o meno, "quando sei in difficoltà, vai forte". Il blog di Francesco Costa, che è un bravo giornalista de IlPost, prende questo nome e dà la descrizione migliore: "quando ci si trova in difficoltà i mediocri minimizzano, si avvitano, vanno sul sicuro, cercano scappatoie e formule di circostanza, mentre i bravi vanno all’attacco e ribaltano la situazione". La questione si chiuderebbe qui, perché poi non servono altre cose: ognuno è in grado di capire le associazioni. Ma provo ad argomentare, cercando di non sottovalutare un paio di aspetti importanti.

La frase del titolo è il motivo per cui penso che il Pd avrebbe dovuto scegliere da subito - il tempo di quando farlo l'ho già tirato in ballo almeno dieci volte - Romano Prodi come nome da sostenere per la presidenza della repubblica. Un nome simbolo del Partito Democratico, un nome che non necessita di bigliettini da visita per essere identificato né in Italia né all'estero, l'ultimo nome vincente che la sinistra è riuscita a produrre. Oltre tutto, l'ultimo vincente prima di lui, era sempre lui. E pensare che Prodi non sia stato un buon leader perché non è stato capace di reggere quelle schegge impazzite che si trovava all'interno del governo, è quanto meno riduttivo e superficiale. Prodi è un leader: con Prodi il Pd è nato, con gli altri ha rischiato di sfasciarsi, fino ad oggi.

L'aspetto politico della questione, riguarda sicuramente che futuro avrebbe potuto avere il Pd se avesse veramente scelto Prodi. Mi riferisco alle possibili alleanze con cui costruire un governo. Ovvio pensare che Pdl e Lega si sarebbero chiamati fuori, lo avevano detto da subito. Ma, per primo, non si sarebbe perso l'alleato di programma, Sel. E in più si sarebbe guadagnato l'appoggio di Sc, con Monti che su Prodi - anche per questioni di rapporti personali - non avrebbe mai potuto far mancare il consenso. M5S non si sa, ma forse avrebbe lasciato passare qualche voto, stile Grasso-Boldrini. 

E il governo che poi sarebbe venuto fuori? Se doveva essere governo di larghe intese, perché Prodi non avrebbe potuto rappresentare quel che Napolitano rappresenta? Sarebbe stato lo stesso e sul piano della responsabilità  - su cui in questo momento Berlusconi sta giocando la sua continua campagna elettorale - sicuramente il Pdl non si sarebbe potuto sfilare facilmente, anche se da qui a dire che poi avrebbe fatto lo stesso il governo e evitando di cedere alla tentazione di urlare al golpe comunista, il passo è lungo. Ma tanto qualcuno che grida al golpe, in Italia c'è sempre. 

A mio avviso poi, fare un governo con il Pdl è il più grosso degli errori - elettoralmente parlando - che il Pd potrebbe commettere. L'inciucio, così in giro chiamano le "grandi intese", mi sembra che non sia molto ben visto generalmente dall'elettorato e non sarà la costituency del Pd a cambiare quest'opinione diffusa. L'ho già detto che il Pd dovrebbe tentare di fare un governo da solo (che vuol dire con Sel) e poi cercare di essere condiviso (per esempio da M5S e Sc) su questioni importanti (tipo gli 8 punti famosi) e risolvere la pratica in fretta. Poi scioglimento delle Camere e votazioni, rapidamente. Se no, scioglimento e votazioni subito.

Chiudo il cerchio, comunque continuando a pensare - al di là di quello che sarebbe successo dopo - che indicare Prodi e cercare consenso su di lui, sarebbe stato un gesto di autodeterminazione per il Pd. Che avrebbe potuto mostrare per una volta da quel 25 febbraio, di avere le idee chiare su quel che vuole e su come lo vuole.
Che quando sei il partito più partito degli altri, non fa mai male.  

venerdì 19 aprile 2013

Fermi tutti

Il pd dopo il flop di Marini ha deciso di candidare Prodi alla presidenza della repubblica.
Prodi non vale Marini, è sicuramente una scelta migliore.
Se si devono cercare i motivi, si deve andare a vedere in :

1. Prodi è il candidato del Pd, e non quello del Pd che piace a Berlusconi. E non è per fare un dispetto al Pdl, che poi chi se ne frega, ma è per affermare un qualche indirizzo dem. Una scelta, vera, insomma.

2. Prodi ha un curriculm migliore rispetto a Marini, soprattutto su quel che concerne la credibilità e la diffusione della sua immagine a livello internazionale. Tutto il mondo sa chi è Romano Prodi (vedi incarico Onu e presidenza del consiglio europeo, per dirne un paio).

3. Prodi è un candidato che può mettere d'accordo tutte le anime del Pd. Lo stesso Renzi, che è stato molto critico sugli altri - tutti gli altri. E poi era - sottolineo era - anche ben visto da Grillo.

Ora la questione è di tempistica. Scegliere Prodi, adesso, significa scegliere politicamente. Il Pdl non ci sta, dunque la condivisione non ci sarà, anche se aree di Scelta Civica potrebbero anche convergere alla fine (molto difficile visto la minaccia di dimissioni di Monti, se non passano i voti della Cancellieri). Grillo? Non è escludibile la possibilità che M5S voti per il professore, anche se adesso come adesso abbandonare la scelta di Rodotà non è facile. Anzi, praticamente è fantapolitica..

Politicamente comunque, il dato c'è: il Pd ha deciso cosa fare (e di farlo). Una scelta, finalmente: non dico sia buona o meno. Ora la questione come dicevo è di tempo però (forse è nel come farlo): perché - come era valido per Rodotà - il Pd ha sbagliato il momento della decisione. Decisione che sia chiaro, per il verso che hanno preso le cose, era inevitabile ed inevitabilmente era diventato questo anche il "quando" doveva essere presa.
Per quel che riguarda la cosa giusta da fare (il come, appunto), invece, sarebbe stato meglio scegliere direttamente Prodi come candidato da difendere, senza se e senza ma e senza cercare possibili accordicchi: il che significava autodeterminarsi davvero, con coraggio, senza paura e facendo la parte dei trascinatori, uscendo dal vuoto comfort, ma senza scomodarsi nemmeno troppo.
Ma tutto questo, un partito forte, l'avrebbe fatto qualche giorno fa. Non oggi.

Ci tengo a  far notare, che il ragionamento viaggia al di là del nome. Prodi o Rodotà, nelle loro differenze sono elementi altrettanto validi. Non ho espresso pareri di sorta, perché avrei indistintamente avallato qualsiasi delle due scelte, ma se fosse stata fatta con un senso (che poi significa anche un tempo giusto). Qua si parla del comportamento del Pd, del metodo della scelta e non del merito o del nome di quella scelta. Sebbene è pure vero che, fosse stato scelto Rodotà, c'era sicuramente più spazio per una condivisione e dunque il contenuto della scelta avrebbe avuto un senso un po' diverso. Sottolineo anche, che quando intendo condivisione su Rodotà, non parlo soltanto di M5S: perché se il Pd avesse fatto quel nome la scorsa settimana, era molto probabile che anche SC e Pdl avrebbero dato il via libera. Allo stesso modo, se il Pd avesse fatto a quello stesso tempo, il nome di Prodi, M5S e SC avrebbero detto ok.

La politica è questione di tempi. E il Pd non li capisce mai. E questa non è un'opinione, ma è un dato confermato dalla realtà dei fatti. Che continua a perpetrarsi in un modo spiazzante, quasi a pensare che ci sia premeditazione, ingegno, progetto, nel fare le cose sempre male.
Adesso bisognerà vedere se Prodi ce la farà.