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venerdì 4 dicembre 2015

Le accuse di Putin, il figlio di Erdogan e il Qatar

(Pubblicato su Formiche)

La retorica del presidente russo Vladimir Putin sul caso del jet russo abbattuto dalla Turchia non si è arrestata nemmeno dopo la richiesta di de-escalation avanzata nell’incontro privato a margine della conferenza sul clima di Parigi, avuto con Barack Obama, che aveva evocato il “nemico comune” Isis come buon motivo per far tornare la quiete tra i due paesi. E dunque, cosa potrà fermarla?

Non perdoneremo. Durante il discorso alla Nazione, tenuto ieri nella sala di San Giorgio del Cremlino, ha usato parole «cingolate» contro i turchi: «Non dimenticheremo l’abbattimento del jet», «Si pentiranno di quello che hanno fatto». “Se qualcuno pensa che le reazioni della Russia saranno limitate alle sanzioni commerciali, si sbaglia di grosso”, ha aggiunto Putin, che intanto ha sospeso le trattative dietro alla costruzione del Turkish Stream, imponente gasdotto con cui la Russia avrebbe dovuto raggiungere la Turchia con ampie quantità di gas naturale, in grado di generare surplus da vendere al resto d’Europa (attraverso altre condotte).

LA LEVA DIPLOMATICA DIETRO ALLA CRISI

Sempre ieri, il vice ministro della Difesa russo, Anatoly Antonov, aveva mostrato in una conferenza stampa corredata da mappe e filmati (ripresi in un maxi schermo posto alle sue spalle come in un’aula universitaria), quelle che sarebbero state le prove dei traffici di petrolio in entrata in Turchia dalle aree amministrate dal Califfato. Greggio estratto dai campi pozzi controllati dai baghdadisti e poi rivenduto in Turchia. Traffici noti, sempre esistiti fin da prima dell’Isis, quelli del contrabbando di petrolio dalla Siria alla Turchia, ma ora sono diventati la leva diplomatica usata da Putin per sollevare le accuse di ambiguità all’omologo Recep Tayyp Erdogan. Ambiguità, per altro, spesso rinfacciata anche dagli alleati occidentali dei turchi, che hanno chiesto in più riprese ad Ankara di gestire meglio la questione-Califfato, cominciando dal controllo dei confini. Due giorni fa il Financial Times scriveva che nell’altro incontro avuto da Obama a Parigi, quello con Erdogan, l’americano aveva chiesto al turco di chiudere i propri confini con la Siria, perché Washington li considera un agevole crocevia di armi e uomini diretti al Califfato.

Le note vie dei traffici. Il petrolio viene trasportato nel territorio turco attraverso tubature improvvisate (se n’era parlato parecchio lo scorso anno), barili agganciati a zattere di fortuna che solcano i corsi d’acqua, camion cisterna. Tutto alla luce del giorno: un’attività che avviene da diversi anni, che permette al greggio di arrivare fino al Kurdistan o addirittura pare fino ad Israele (come aveva scritto il sito londinese Al Araby, specializzato sulle questioni del mondo arabo). Il commercio coinvolge intere comunità delle città di confine, sia in Siria che in Turchia: impossibile che le autorità ne siano all’oscuro, più probabile che chiudano un occhio, sotto mazzette magari, davanti ad un’attività economica che in certe aree diventa socialmente importante. Mentre i signori del contrabbando si arricchiscono.

LE ACCUSE ALLA FAMIGLIA DI ERDOGAN

Il governo russo ha direttamente accusato membri della famiglia di Erdogan di essere collusi con questo sistema illegale. Si parla del genero del presidente turco e soprattutto del figlio, Bilal. Trentaseienne imprenditore con esperienze di studio negli Stati Uniti, Bilal è proprietario, socio, a volte oscuro, di diverse aziende: alcune operano nel settore energetico, e su queste i russi hanno puntato l’obiettivo, perché secondo l’intelligence del Cremlino sfrutterebbero l’oro nero dell’Isis commerciandolo poi sul mercato asiatico. Non ci sono prove di queste attività, se non le parole dei militari di Mosca, che accusano i membri della famiglia di Erdogan di essere in affari con il Califfo. Bilal è già finito in mezzo a questioni del genere: tempo fa una sua foto fece il giro dei social network perché l’utente che l’aveva postata commentava che le due persone riprese insieme al figlio del sultano di Ankara, erano due leader turchi dello Stato islamico. Altri commentavano che erano due semplici, ma noti, kebabbari: alcuni dicevano che in realtà dietro alla vendita dello street food più popolare della Turchia, si nascondeva una cellula di reclutamento dei baghdadisti. Anche in questo caso, informazioni che si riportano senza conferme.

Le controprove. Erdogan ha definito «immorali» le accuse russe, e ha annunciato a sua volta di avere lui delle prove che dimostrano il coinvolgimento di Mosca in quei traffici illegali di petrolio, citando un nome noto del settore, George Haswani. Haswani, siriano con passaporto russo, è da tempo finito sotto sanzioni occidentali, perché considerato il tramite nelle ben note trattative che coinvolgono il governo siriano e il Califfato, dove il primo è costretto a comprare il petrolio estratto nei campi di Deir Ezzor sotto il controllo dell’Isis, per mantenere attive le proprie strutture statali. Il nome di Haswani, citato da Erdogan senza aggiungere troppi dettagli, è un boomerang di propaganda per la Russia, che accusa la Turchia di avere link con il petrolio del Califfato, con le mani sporche di greggio. Inoltre è utile per ricordare un aspetto: è dimostrato che le produzioni di greggio dei “pozzi del Califfato” raggiungono un mercato interno, cioè quello siriano e quello iracheno, e soltanto un’aliquota di queste viene destinata alle “esportazioni di contrabbando”. Aliquota che non è per niente sufficiente al mantenimento delle richieste statali turche, per essere chiari, ma che tuttavia permette a quei soggetti che operano nel settore di tenere in piedi una struttura piuttosto proficua, sebbene anche questa basata più che altro su giri locali.

IL QATAR

Da ieri circola anche la notizia su un possibile accordo tra Turchia e Qatar in materia energetica. Reuters ha scritto che Ankara vorrebbe ridurre del 25 per cento le importazioni dalla Russia del proprio fabbisogno annuo di gas naturale. Alcuni siti scrivono che sarebbe in costruzione un affare con Doha, ad occuparsi della pratica Erdogan in persona: accordi stretti durante la visita ufficiale di questi giorni nell’emirato del Golfo. Il gas che arriverebbe dal Qatar sarebbe trasportato attraverso navi in forma liquefatta, per poi essere trasformato nei rigassificatori di Marmara Ereglisi e Aliaga, anche se è probabile che i due impianti siano sottodimensionati per le esigenze richieste. Si tratta di voci non ancora ufficializzate, che arrivano a coda di un incontro in cui i due Paesi hanno deciso di eliminare l’obbligo dei visti sui passaporto per i rispettivi viaggiatori. Aperture proficue per Ankara, meno per Mosca, che ha nella Turchia il suo principale cliente di gas naturale, con una dipendenza che sfiora il 60 per cento del fabbisogno: su questo Putin dovrà fare letteralmente i conti. Saranno questi a fermare la retorica di Putin?

Il proxy siriano. Ancora una volta, la guerra siriana si dimostra come un polarizzatore: Qatar e Turchia vogliono una Siria senza Bashar el Assad e ciò che lui rappresenta, mentre la Russia è intervenuta al fianco di Damasco non tanto per difendere direttamente il rais, quanto per mantenere in piedi lo status quo del regime (garanzia storica di alleanza, fin dai tempi del presidente Hafez, padre di Bashar). Dietro all’eventuale accordo sul gas tra turchi e qatarioti, sembra esserci più di un mero affare commerciale.

mercoledì 2 dicembre 2015

Russia, Turchia e il petrolio del Califfo

(Pubblicato su Formiche)

L’abbattimento del jet russo da parte di due caccia dell’aviazione turca ha acceso un dura e appuntita retorica tra i due Paesi in causa: nello scambio di dichiarazioni, Vladimir Putin, parte lesa, è stato quello che ha calcato più la mano, definendo tra le altre cose (e più volte) la Turchia come un paese colluso con lo Stato islamico. È un argomento noto e discusso non solo dopo le dichiarazioni di Putin, e pare che, anche ammessa l’assenza di una diretta collusione, c’è o c’è stata – secondo diversi osservatori – una morbidezza fin troppo perpetrata da parte di Ankara, e del presidente Recep Tayyp Erdogan, nel gestire la questione Isis, lasciando libero transito dai confini per combattenti e traffici del Califfato. Tra questi, oltre l’aspetto del rifornimento delle armi, c’è il commercio di petrolio, su cui Putin ha alzato i toni con un’affermazione che suona più o meno così: la Turchia ha abbattuto il nostro aereo perché noi stiamo combattendo una guerra ai baghdadisti, mentre i turchi sono in affari con loro, gli comprano il petrolio, e la famiglia di Erdogan è direttamente implicata nei traffici del Califfo. Accuse non da poco, ma cosa c’è di vero?

TRAFFICI TORBIDI

Le affermazioni che Putin ha fatto durante una conferenza stampa suggeriscono che la Turchia è talmente coinvolta con i traffici del Califfato da non temere una grossa crisi diplomatica (come quella che ha seguito l’abbattimento del Sukhoi russo), pur di proteggerli. In realtà il contrabbando di prodotti petroliferi dalla Siria oltre il confine turco è un’attività che va avanti da decenni: solo che dal 2014, quando lo Stato islamico controlla gran parte dei giacimenti petroliferi siriani (e di alcuni in Iraq), questi traffici sono praticamente gestiti dagli uomini del Califfato. È molto probabile che diversi business man turchi, così come funzionari frontalieri ed elementi (deviati) dei servizi segreti di Ankara, siano parte attiva di questi traffici, che tuttavia rappresentano un’aliquota molto bassa del giornaliero fabbisogno turco, il quale invece è strettamente dipendente dalle forniture russe, rimarcano alcuni analisti.

I FLUSSI

Secondo diversi studi i giacimenti sotto il controllo dello Stato islamico, a metà del 2015, erano in grado di produrre dai 30 ai 40 mila barili di greggio al giorno. Questi venivano (e vengono tuttora) per lo più raffinati in strutture improvvisate dall’IS (e in alcune preesistenti che l’IS aveva occupato) per poi essere venduti come benzina o diesel in Siria e Iraq: che la componente del traffico interno era quella a percentuale maggiore, era stato dimostrato anche in un’inchiesta di qualche mese del Financial Times. L’aliquota eccedente, si pensa possa comunque continuare a fluire verso la Turchia, percorrendo quelle “rotte” di contrabbando in piedi già prima dell’avvento del Califfato.

I PREZZI E LE NECESSITÀ

La qualità dei prodotti che escono dalle raffinerie dell’Isis non è buona, anzi tutt’altro: comunque, per molti dei cittadini che vivono nell’area occupate dal Califfato (o quelle controllate da altro genere di ribelli, tagliate dagli approvvigionamenti del governo di Damasco), le alternative sono ben poche se si vogliono mandare avanti veicoli e soprattutto produrre energia elettrica da generatori e mantenere impianti di riscaldamento. Il petrolio del Califfo costa dai 20 ai 25 dollari al barile, e dunque anche per la catena di contrabbando rappresenta un buon affare: cioè, un affaristaturco, per esempio, poteva comprarlo e rivenderlo in modo illegale restando tranquillamente sotto i 100 dollari al barile, permettendo guadagni ad ogni anello della filiera. Questo con i prezzi del 2014, però: perché il calo vertiginoso del prezzo del petrolio degli ultimi mesi, ha ridotto i margini, e dunque fatto sì che l’attività diventasse meno proficua per tutti.

I CONTI

Ankara consuma 720 mila barili al giorno, dunque si capisce che “ciò che ne resta di quei 30/40 prodotti dal Califfo” è una percentuale minima del fabbisogno turco. All’opposto, la Turchia, come detto, è strettamente dipendente dal petrolio di Mosca, che per altro fornisce ai turchi anche circa il 60 per cento del fabbisogno annuo di gas naturale. Secondo alcuni osservatori, sembra abbastanza improbabile che, come dice Putin, Erdogan abbia deciso di abbattere il Sukhoi perché vedeva nelle operazioni della Russia un rischio per il proprio import di petrolio dal Califfato: se la Russia decide di tagliare definitivamente i flussi, la Turchia resta a secco, e quello che entra di contrabbando dalla Siria, o dall’Iraq, non è certamente sufficiente a sostenere il fabbisogno di Ankara.

TIDAL WAVE II

Da metà ottobre, gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione diretta specificatamente a colpire le autobotti che trasportano il petrolio dell’Isis (il nome è evocativo, perché riprende quello di una missione analoga lanciata da Washington durante la Secondo Guerra Mondiale, contro l’oro nero di Hitler). Azioni di questo genere, finora, non erano mai state lanciate per la paura di colpire i civili, in particolare i trasportatori: che in molti casi sono gli stessi che lavoravano nel settore anche prima dell’avvento dei baghdadisti, privati cittadini costretti a chiudere accordi (e pagare dazi) agli uomini del Califfo per mantenere in piedi la propria attività, legali, di commercio. Inoltre, tra questi, certamente, c’è anche chi sostiene traffici di contrabbando (che magari portano parte del petrolio verso la Turchia). Dopo gli Stati Uniti, anche Russia e Francia hanno avviato raid aerei contro il sistema di trasporto del petrolio califfale.

martedì 1 dicembre 2015

Che cosa pensano leader ed esperti del Sukhoi russo abbattuto dalla Turchia

(Pubblicato su Formiche)

Il sito specializzato in questioni aeronautiche The Aviationist, qualche giorno fa ha lanciato un sondaggio via Twitter. Il quesito era: “Voi pensate che l’abbattimento del Su24 russo da parte degli F16 turchi sia stata un’azione legittima o un’aggressione?”. Al momento della stesura di questo pezzo i voti danno l’ipotesi dell’aggressione in testa con il 54 per cento. È una divisione su cui esperti internazionali si stanno esprimendo in questi giorni, e a cui è appeso il futuro dei rapporti tra Turchia e Russia, ai minimi storici dopo decenni di neo partnership economica e commerciale.

LE POSIZIONI DEI LEADER

La questione si inquadra in un contesto politico particolare, perché sia in Turchia che in Russia i leader politici hanno costruito il proprio consenso grazie a una retorica forte, nazionalistica, molto legata ai trionfali passati dei propri paesi (l’impero ottomano e quello russo) e continuamente spinta da attività di propaganda. “La Turchia non perderà il sonno per le parole dure di Mosca” ha scritto in un editoriale su Al Jazeera Alexsander Nekrassov, un ex consigliere del Cremlino, “perché i rischi superano i benefici”. Tuttavia “le personalità e gli stili politici dei due presidenti sembrano rispecchiare l’un l’altro”, hanno spiegato gli analisti Fiona Hill e Kemal Kirişci della Brookings Institution e queste somiglianze “sono ormai entrate in gioco in modo drammatico”. Per questo è difficile trovare nelle posizioni di Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin lati morbidi, almeno nella formalità delle dichiarazioni: il guaio, secondo i due ricercatori, è che le conseguenze della vicenda passeranno presto dalla ribalta pubblica “verso l’arena segreta”, e il proxy potrebbe essere il teatro siriano, dove i turchi potrebbero aumentare il sostegno alle fazioni “amiche” dei ribelli (senza badare troppo alla matrice islamista dei vari movimenti armati), mentre Mosca continuerà a colpirli. Circostanza questa che giocherebbe a favore di entrambi i malanni siriani, il regime e lo Stato islamico. Della stessa opinione sono Henri Barkey e William Pomeranz del Woodrow Wilson International Center, che in un editoriale per la Cnn hanno scritto che l’abbattimento del jet russo avrà un solo vincitore: Bashar al-Assad.

PENSIERI DAGLI USA

Il presidente americano Barack Obama si è mostrato più ponderato: chiamato in causa perché la Turchia fa parte della Nato, alleanza militare di cui gli Stati Uniti sono “azionisti di maggioranza”, Obama ha affrontato la vicenda con il classico distacco, leggermente pendente verso l’alleato, ricordando che la Russia non ha diritto di sconfinare sui cieli di altri Paesi e sostenendo che Ankara invece ha in teoria il diritto di difendersi in circostanze di minaccia. Niente di specifico sulla vicenda: ma d’altronde Washington vuole evitare al massimo di rimanere coinvolta nel pasticcio. A latere del vertice mondiale sul clima di Parigi, Obama ha incontrato sia Putin che Erdogan, in separata sede: è stato invece rimandato un faccia a faccia tra il russo e il turco.

LA PREMEDITAZIONE

Mark Galeotti, docente del Center for Global Affairs alla New York University, in un post pubblicato sul suo blog sul Guardian, ha sostenuto che stando ai dati finora pubblici, l’attacco dei due F16 non poteva non essere premeditato. Il jet russo ha violato lo spazio aereo turco “per soli 17 secondi prima di essere attaccato, e non stava facendo mosse ostili”, dunque l’abbattimento per Galeotti “suggerisce fortemente che [gli F16 turchi] stavano aspettando un aereo russo per entrare abbastanza vicino allo spazio aereo turco con l’obiettivo di fornire un messaggio piuttosto pirotecnico”. Ulteriore testimonianza di questo, secondo il professore americano, starebbe nel fatto che è stato lo stesso Erdogan a dare il via libera all’attacco (com’è possibile, in effetti, lo scambio di comunicazione in soli 17 secondi tra comando aereo e gabinetto presidenziale?). La linea della volontà premeditata di abbattere il Su24, è quella che esce anche dai media statali russi: Channel One Russia, per esempio, ha imbastito il proprio racconto sul fatto che la Turchia, sostenitrice dello Stato islamico, voleva vendicarsi per l’intervento di Mosca che stava spazzando via i terroristi. I russi sostengono anche che l’intercettazione del Su24 partendo dalle posizioni di stand-by a terra alla base di Dyarbakir dei due F16, è materialmente impossibile, date i tempi di percorrenza delle distanze e i tempi di attacco, questo “dimostra che l’operazione è stata pianificate in anticipo e i caccia erano pronti ad attaccare in un agguato aereo sovrastante il territorio della Turchia”, si legge nella nota del ministero della Difesa di Mosca. L’esperto militar e blogger Vladislav Shurygin ha scritto che la Turchia stava compiendo una vera e propria operazione di “stalking da diversi giorni” nei confronti degli aerei russi in missione.

I PRECEDENTI

Incursioni dello spazio aereo, sono solitamente concesse e in contesti meno tesi politicamente possono portare a forzare “l’intruso” fuori dello spazio aereo di sovranità (questo è successo spesso lo scorso anno nel nord Europa, durante i periodi più aspri della crisi ucraina, con velivoli russi che hanno violato sovente i cieli di Svezia, Norvegia, Danimarca, Scozia e Olanda). “In generale ti aspetteresti colpi di avvertimento” al massimo, continua Galeotti, che definisce “comprensibili” le parole del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, il quale ha parlato di “un agguato”. Per esempio, va ricordato l’episodio del 2012, quando la contraerea siriana colpì, abbattendolo, un aereo turco che aveva sconfinato: nell’occasione Erdogan su tutte le furie, sostenne che “una violazione di confine a breve termine non può mai essere un pretesto per un attacco”. E sulla stessa linea si pose l’allora segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, il quale definì l’attacco di Damasco “un altro esempio di disprezzo delle autorità siriane per le norme internazionali”.

NUOVI EPISODI?

L’analista militare Pavel Felgenhauer, colui che predisse nel 2008 l’azione di Putin contro la Georgia in Abkhazia, noto per le posizioni critiche con la leadership politica militare russa espresse anche con interventi alla Jamestown Foundation, intervenendo dagli studi della tv indipendente russa Dozhd (quelli nuovi, dopo lo sfratto del 2014 ordinato dal governo di Mosca) ha spiegato che “ulteriori duelli sono possibili, durante questi aerei russi potrebbero attaccare gli aerei turchi al fine di proteggere i nostri bombardieri; e anche battaglie navali tra le flotte turche e russe sono altrettanto possibili”. In effetti, il ministero della Difesa russa ha già comunicato che da dopo l’abbattimento tutti i bombardieri saranno scortati da caccia da superiorità aerea, al fine di evitare altri “incidenti”.

GLI AVVERTIMENTI DI ANKARA

Tara Copp, corrispondente dal Pentagono della rivista militare americana Stars&Stripes, ha ricordato che la Turchia in un incontro ufficiale aveva messo in guardia la Russia su episodi di sconfinamento già avvenuti (la pratica era arrivata anche alla Nato, che aveva chiesto rispetto degli spazi aerei). In quell’occasione fu deciso di aprire un canale di comunicazioni radio (lo stesso usato anche dagli Stati Uniti), ma secondo le autorità turche i due Su24 che lunedì stavano uscendo dal territorio siriano non hanno usato quel canale per rispondere agli avvisi dei piloti degli F16, circostanza che li ha portati a credere che si trattasse di una “minaccia imminente” e che quei due aerei fossero dell’aviazione di Damasco. Così, mentre uno dei bombardieri russi è rientrato in territorio siriano, l’altro, che si dirigeva verso Hatay, è stato abbattuto. Sotto quest’ottica si inquadra una regola d’ingaggio chiara esternata più volte dal governo turco che recita più o meno così: “chi entra senza autorizzazione sul nostro spazio aereo viene abbattuto”. Nel marzo del 2014 toccò ad un Mig, quella volta siriano davvero, colpito perché aveva sconfinato mentre colpiva i ribelli nell’area di Kassab a nord di Latakia: “Se violi il nostro confine, il nostro schiaffo sarà duro” era stato il commento di Erdogan su quell’episodio.

IL PARERE DEGLI ESPERTI

Alzare il livello della propria credibilità dopo mesi di avvertimenti, “abbiamo bisogno di inviare un messaggio che siamo seriamente proteggere i nostri interessi”, è quello che secondo Alexander Clarkson, docente presso il King College di Londra, ha voluto fare Erdogan. Per Dmitry Gorenburg, professore al Davis Center for Russian and Eurasian Studies dell’Università di Harvard, il fatto preoccupante è che l’incidente è arrivato nel momento in cui lo Stato islamico si è rivelato più pericoloso per attacchi all’estero (riferimento agli attentati di Parigi, a Beirut, alla bomba sull’Airbus russo caduto sul Sinai), ma “gli interessi divergenti dei paesi coinvolti” non permetteranno la creazione di un fronte unico contro il Califfato. Edward Lucas, senior editor dell’Economist, sottolinea come questo incidente “atteso” (visto che nello stesso spazio volano aerei americani, russi, siriani, francesi) dimostri, al di là della propaganda trionfalistica con cui Mosca descriveva la propria missione contro i terroristi, che “la Russia sta combattendo una vera e propria guerra, dove i suoi aerei non sono al sicuro”. Il grande problema è che, secondo Alex Kokcharov, analista della rivista di intelligenceIHS, nella guerra per procura siriana si sta assottigliando la distanza i proxy locali e i propri sponsor, con quest’ultimi sempre più coinvolti direttamente.

PUTIN E LA NATO

Clarkson spiega che la Russia s’è presa dei rischi folli aumentando in modo così evidente il proprio coinvolgimento in Siria: rischi economici e pure militari, per non parlare delle possibili ritorsioni sulla sicurezza interna. Con l’idea del “possiamo fare quello che vogliamo, come con l’Ucraina, hanno completamente sottovalutato” la situazione. Per questo, secondo Galeotti, “non ci stiamo dirigendo verso la Terza Guerra Mondiale”, anche se Mosca, come visto, cercherà di punire Ankara e di far valere il proprio peso, “la Nato e soprattutto la Germania, lavoreranno per una de-escalation”. Gustava Gressel, del Council on Foreign Relations dell’Unione Europea, ha spiegato intervenendo a Radio Free Europe, che “Erdogan non gode di pieno sostegno dall’Occidente, e solo perché la Russia è antioccidentale non significa che l’Occidente sosterrà ciecamente la Turchia”.


venerdì 27 novembre 2015

Siria, tutte le nuove tensioni fra Turchia e Russia

(Pubblicato su Formiche)

L’aviazione turca ha deciso di sospendere i voli sulla Siria, che sono parte dell’intervento militare contro lo Stato islamico, che Ankara sta portando avanti affiancando alla Coalizione internazionale a guida americana. Fonti anonime hanno rivelato al quotidiano Hurryet che la decisione è stata presa in concerto con la Russia, che a sua volta ha annunciato l’intenzione di sospendere le attività militari nell’area siriana prossima al confine turco: si tratta di strascichi della complicata vicenda dell’abbattimento di un bombardiere russo ad opera di due F16 turchi, avvenuto pochi giorni fa.

Dopo l’incontro tra vertici militari del 25 novembre, con cui il capo di stato maggiore turco ha cercato di spiegare come sono avvenuti i fatti, sono in programma altri meeting politici di alto livello: i due ministri degli Esteri dovrebbero incontrarsi il 3 o il 4 dicembre a Belgrado, a margine di un summit internazionale, ma finora la Russia non ha risposto ufficialmente all’invito della Turchia. Questi dialoghi diplomatici, così come la decisione turca di sospendere le operazioni aeree in Siria, sono il segnale che i due governi tendono verso una de-escalation della crisi.

IL JET RUSSO ABBATTUTO DAI TURCHI

Tuttavia i toni tra Russia e Turchia si mantengono formalmente alti, e indubbiamente le personalità dei leader dei due Paesi influenzano questa situazione, anche se diversi analisti continuano a pensare che si tratta di “espressioni ad uso interno”, per saldare nei fatti la propaganda narrativa attraverso cui il neo-Zar e il neo-Sultano hanno costruito il proprio consenso, e che gli interessi che avvolgono i rapporti tra Ankara e Mosca alla fine avranno la meglio.

Reazioni. Così, mentre Recep Tayyp Erdogan annuncia di non volersi scusare per l’abbattimento e di essere pronto ad colpire altri velivoli se ce ne fosse la necessità, Vladimir Putin dispone le batterie antiaeree S400 in Siria (annuncio di Ria Novosti, a proposito di propaganda e consensi). E in Russia sono state bloccate le importazioni di polli provenienti dalla Turchia, per ragioni igienico-sanitarie (lo stesso fu fatto con i cioccolatini ucraini, molto prima dell’invasione della Crimea, si ricorderà: anche se le circostanze sono diverse); inoltre un gruppo di 50 imprenditori turchi è stato fermato dalle autorità russe a Krasnodar, nella Russia meridionale, con l’accusa di aver mentito sul motivo del loro ingresso nel Paese: per loro multa e dieci giorni di galera. Ma potrebbero essere attività di contorno. Dei controlli pretestuosi nei confronti delle aziende turche che operano in Russia aveva parlato anche Al Jazeera, raccogliendo conferme e testimonianze: le autorità russe entrano nelle aziende turche cercando informazioni sulla regolarità dei dipendenti, bloccando per ore le attività aziendali e cercando tutti i modi per intralciare il lavoro, raccontano i testimoni alla tv qatariota. Sebbene dal 2011 non ci sono più controlli sui visti, pare anche che alcuni turisti turchi siano stati bloccati in vari aeroporti russi e sottoposti a severe e lunghissime ispezioni: stessa procedura è toccata a camion che arrivavano dalla Turchia.

Critiche. La scelta turca di autorizzare l’abbattimento del Su-24 s’è portata dietro anche delle critiche: vari analisti americani hanno espresso critiche e perplessità per la mossa turca, e in effetti gli Stati Uniti temono di finire invischiati nel pasticcio. Il generale Leonardo Tricarico, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, ha spiegato intervenendo a Rai News 24 che la Nato non prevede l’abbattimento automatico dei velivoli che sconfinano lo spazio aereo, e dunque la Turchia avrebbe agito in violazione delle regole dell’alleanza. Sempre di più sono coloro che vedono nell’atto colposo turco, una sorta di premeditazione: gli F-16 erano in attesa dell’ingresso del bombardiere, hanno aspettato con calma, poi appena possibile hanno colpito (il tempo dev’essere stato stretto, visto che secondo i dati diffusi dall’ambasciata americana in Turchia, lo sconfinamento è durato 17 secondi ed ha interessato un’area non più ampia di 3 chilometri quadrati).

I soccorsi. Il governo turco ha anche diffuso l’audio degli avvertimenti lanciati dai propri piloti, per confermare la tesi sostenuta. All’opposto, il copilota russo sopravvissuto ─ l’altro è morto, probabilmente ucciso dai ribelli turkmeni ─ sostiene che il suo aereo non ha violato lo spazio di Ankara, e può confermarlo anche perché ha una completa conoscenza della zona. Il salvataggio di Konstantin Murakhtin, questo il nome del secondo pilota e navigatore del jet russo Su-24, secondo quanto raccontato da un portavoce dei ribelli dell’area, sarebbe stata una storia da «film di James Bond». In effetti Mosca ha messo in piedi una complessa operazione, durata 12 ore, dove i marines russi sono stati aiutati dalle forze speciali dell’esercito siriano: sarebbero state queste a ritrovare Murakthin entrando per 4,5 km in zone controllate dai ribelli, per poi consegnarlo alle unità search&rescue russe, che lo hanno poi trasportato alla base di Humeymim, vicino Latakia (la stessa dove sono state disposte le batterie missilistiche S400). Ci sono anche versioni diverse sul recupero: alcuni ribelli sostengono che il pilota sia caduto in una sorta di “terra di nessuno” (né in mano all’esercito né all’opposizione), e che a provvedere al salvataggio sarebbero state delle unità degli Hezbollah libanesi.

Quello che è noto, è che un elicottero da trasporto Mil Mi-8 russo è stato colpito da un missile anticarro Tow sparato dai ribelli siriani: è stato centrato mentre era a terra. Inoltre, durante la ricerca è rimasto ucciso un marines russo.

Il pilota. Secondo quanto dichiarato dal pilota sopravvissuto, non ci sarebbero stati i “dieci avvertimenti in cinque minuti” di cui hanno parlato le autorità turche, e sostiene che nemmeno un avviso di violazione è stato lanciato al suo aereo. Intervistato alla base aerea di Latakia, Murakhtin ha detto di conoscere molto bene la zona ed ha escluso che il suo Su-24 abbia invaso lo spazio aereo turco «nemmeno per un secondo».

Comunicazioni. Ufficialmente la Turchia mantiene una linea: “Non sapevamo di che nazionalità fosse l’aereo che abbiamo colpito”, che tradotto significa “pensavamo fosse siriano, e dunque ci era pure concesso tirarlo giù”. Ma Putin non ci crede, e sostiene che il comando operazioni russo aveva «informato i nostri colleghi statunitensi in anticipo circa il dove, il quando e a che quote avrebbero lavorato i nostri piloti. La parte statunitense, che guida la coalizione di cui fa parte anche la Turchia, sapeva dove sarebbero stati i nostri aerei e a che orario». Tra Turchia e Russia è attivo dal 15 ottobre un canale di comunicazioni, che è lo stesso usato anche dagli Stati Uniti, per evitare incidenti del genere: è del tutto legittimo pensare che la torre di controllo della grande base aerea americana di Incirlik, in Turchia, abbia registrato l’intera comunicazione tra gli F16 e il Su24, senza metterci becco.

Intanto i raid continuano. La Turchia ha denunciato da un po’ che nell’area in cui il jet russo è stato abbattuto, l’azione di Mosca si concentra da giorni contro i ribelli turcomanni e non contro lo Stato islamico, andando a favorire soltanto il regime siriano (mentre Ankara sostiene i ribelli turkmeni contro Damasco). Nonostante la promessa russa di sospendere questo genere di attività, nella serata di mercoledì i bombardieri russi hanno pesantemente colpito la zona di Azaz, vicino al confine turco: sembra (notizie non confermate) che siano stati colpiti convogli o depositi di armi destinate ai ribelli siriani ─ un’attività simile a quella che Israele compie con Hezbollah, una pratica che adesso la Russia potrebbe aprire nei confronti della Turchia, e Ankara avrebbe difficoltà a denunciare questo genere di raid perché significherebbe un’ammissione implicita di responsabilità nel fornire armi alle opposizioni in Siria secondo un’agenda propria. Secondo altre ricostruzioni, sarebbero stati aiuti umanitari, ma si sa che molto spesso sotto quest’etichetta vengono fatti viaggiare gli armamenti.

I problemi di Mosca. Tuttavia, in soli due mesi di intervento in Siria, la Russia s’è vista davanti agli occhi una serie di situazioni negative: il probabile attentato dell’Airbus Metrojet, con 224 cittadini russi morti per la probabile esplosione di una bomba a bordo; un cacciabombardiere abbattuto e un elicottero distrutto; una situazione sul campo molto difficile, con il regime alleato di Mosca che conquista soltanto lo 0.4 % del territorio, e la necessità di spingere sull’acceleratore dell’intervento; il complicato intreccio con la Turchia, che rischia di finire in qualcosa di imprevedibile.

Tutti gli affari in bilico tra Turchia e Russia

(Pubblicato su Formiche)

L’abbattimento del bombardiere russo SU 24 Fencer avvenuto martedì nei cieli tra la Turchia e la Siria, ad opera di due caccia F16 turchi, rischia di aprire degli scenari traumatici sia a livello militare, in quanto nell’ultimo mezzo secolo non era mai successo che un Paese della Nato abbattesse un aereo russo, ma anche dal punto di vista degli equilibri economici e commerciali che coinvolgono Russia e Turchia, e per estensione una serie di indotti collegati a queste relazioni.

I CONTROVERSI RAPPORTI TRA MOSCA E ANKARA

Secondo uno studio fatto dalla BBC, nel 2013 il 30 per cento dei turchi vedeva la crescente influenza russa nel Paese in modo positivo, mentre il 46 esprimeva un parere negativo. Dietro a questo ci sono dissidi storici legati ai periodi imperialisti, migliorati durante la Prima delle Guerre Mondiali e poi peggiorati nuovamente nella Seconda; o più di recente, le controversie sul confine caucasico, la questione del Nagorno-Karabakh, Cipro, la stabilità mediorientale. Gli spigoli di queste passate controversie, però, sono stati smussati nel 2010 durante un bilaterale tra l’allora primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan e l’ex presidente russo Dimitri Medvedev: in quell’anno gli interessi geostrategici dei due stati hanno cominciato a diventare prioritari rispetto a certe questioni, facendo sì che le due potenze della regione transcaucasica stringessero strette partnership commerciali ed economiche.

Il proxy siriano. Il conflitto siriano, però, ha minato più volte gli equilibri di queste intese, mettendo i due Paesi su schieramenti diversi fin dall’inizio delle ostilità: Mosca non ha mai nascosto il proprio appoggio al regime, mentre Ankara ha sempre tenuto posizioni avverse a Damasco, sostenendo la ribellione anche in termini poco consoni (vedi appoggio a fazioni islamiste radicali), anche a causa della rivalità personale maturata negli anni tra Erdogan e Bashar el Assad (un tempo “amici”).

La minoranza turcomanna. Non bastassero le differenti visioni sul futuro siriano, su cui Vladimir Putin aveva da tempo messo in guardia Erdogan chiedendogli di restarne fuori, ultimamente la Turchia ha iniziato a rivendicare anche una sorta di umanitarismo riguardo alla minoranza turcomanna in Siria su cui Ankara si sente il dovere di badare. I turcomanni, o turkmeni, fanno storicamente parte dell’opposizione siriana, anche quella combattente (aiutata a prendere le armi dalla Turchia): il loro vice comandante è l’uomo che è andato in televisione a rivendicare l’uccisione dei due piloti del Su24 abbattuto martedì, colpiti dai suoi miliziani mentre scendevano a terra con il paracadute, una volta eiettati dal velivolo (un fatto di per sé disumano, al limite del diritto di guerra). Ankara però sostiene che i raid aerei russi si sarebbero concentranti contro queste popolazioni avverse al regime, senza un apparente motivo se non sostenere Assad, visto che i turkmeni non sono ribelli pro-Isis, anzi hanno il Califfo nei propri obiettivi tanto quanto il regime. I villaggi dove vivono si trovano al limite del confine turco-siriano, e quando il 19 novembre l’Ambasciatore russo ad Ankara, Andri Karlov, è stato convocato al ministero degli Esteri per parlare della questione, gli è stato fatto presente che laddove non arrivava l’aspetto “tutela della minoranza” si innescava quello della “sicurezza nazionale” (visto al vicinanza geografica al confine), e dunque la Turchia avrebbe difeso quelle aree.

LEGAMI ENERGETICI

Ora la Turchia sembra talmente decisa a voler risolvere la crisi siriana, al punto di rischiare di compromettere i rapporti con quello che nei tempi è diventato uno dei suoi partner più forti e strategici dal punto di vista economico, ossia la Russia. Ma Ankara è disposta a rinunciare questo cruciale partner economico?

Il gas. La Turchia è costretta ad importare oltre il 90 per cento del proprio fabbisogno annuale di gas. A queste forniture contribuisce la Russia per larga percentuale (il 58 per cento, pari a 27.33 miliardi di metri cubi, dato dell’ultimo anno), seguita da Iran e Azerbaijan, paesi che comunque hanno legami strategici con la Russia. In ballo c’è anche l’accordo per la costruzione del gasdotto Turkey Stream, infrastruttura annunciata durante una visita ufficiale di Putin ad Ankara nel dicembre del 2014, che dovrebbe servire per spostare il gas russo verso la Turchia passando sotto il Mar Nero. Attraverso queste tubazioni, il gas non consumato direttamente dal fabbisogno turco, potrebbe essere venduto in Europa: un doppio affare per la russa Gazprom. Questa reciprocità di interessi, potrebbe essere una delle ragioni della volontà di de-escalation sull’abbattimento, che molti osservatori hanno notato: al di là delle dichiarazioni di rito, della «dura retorica più per il consumo interno che per la vera sostanza» come l’ha definita il Telgraph, dal Cremlino infatti si sono avuti segnali composti. D’altronde la Turchia è il secondo principale mercato del gas russo, dopo la Germania, e mantenere in piedi certe relazioni, con il calo del prezzo del petrolio, conta non poco per un paese come la Russia che vincola alla vendita delle risorse energetiche i bilanci dello stato. «Non vi è alcuna incipiente o conclamata crisi tra la Russia e la Turchia», ha spiegato Wolfang Piccoli, amministratore delegato della società di consulenza Teneo Intelligence a Politico.

La centrale nucleare di Akkuyu. L’Akkuyu Nuclear Power Plan di Buyukeceli, nella provincia marittima meridionale di Mersin, sarà la prima centrale nucleare del paese; il luogo è stato scelto sia per la bassa densità di popolazione, sia perché è una delle aree della Turchia dove l’accelerazione sismica al suolo è più debole, ma questa scelta si è portata dietro le opposizioni ambientaliste che hanno accusato il governo turco di aver manomesso gli studi sull’impatto ambientale. L’appalto per la costruzione è stato affidato ad un società controllata dalla Rosatom, la corporation statale del nucleare russo: l’accordo è frutto, anche questo, dell’intesa diplomatica del 2010 e dovrebbe partire il prossimo anno per essere operativo tra il 2020-2022. L’impianto sarà composto da quattro reattori ad acque pressurizzata VVER (progetto di ideazione russa) e avrà un costo di 20 miliardi di dollari, compreso le opere edile affidate alla società russa specializzata in costruzioni nucleari Atomstroyexport (ASE), in partnership con la turca Ozdogu. La Rosatom si occupa anche del finanziamento del 93 per cento del progetto.

LE ALTRE RELAZIONI ECONOMICHE

Il commercio. Dopo gli accordi del 2010, per il passaggio frontaliero tra Turchia e Russia non è più necessario il visto. Questo era stata pensata dai due governi come una misura per migliore le funzionalità commerciali con il fine di aumentare il volume di scambi. Ad oggi, oltre il 13 per cento del totale delle importazioni turche arriva dalla Russia per un totale di affari pari a 32,7 miliardi di dollari annui.

Il turismo. Le coste turche sono meta agevole e piacevole per i turisti russi che scendono dal Mar Nero. Le località balneari si abbinano alle ricchezze storico-archeologiche a attraggono annualmente milioni di russi. Il complicarsi dei rapporti diplomatici potrebbe frenare anche questo nevralgico settore dell’economia turca. Mercoledì era prevista la visita ad Ankara del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: cancellata per ovvie ragioni, il capo della diplomazia russa ha anche invitato i propri cittadini a non andare in Turchia per ragioni di sicurezza; non il migliore messaggio commerciale per il turismo turco, ma sono dichiarazioni rivedibili.

PUTIN REALPOLITIK

Solo il realismo politico molto spinto di Vladimir Putin è in grado di impedire al Cremlino di disporsi su posizioni dure nei confronti dei turchi e degli alleati occidentali. Posizioni per certi versi legittimate dal diritto e dalla logica, ma che incontrano un particolare contesto storico e geopolitico. Il presidente russo, infatti, sa di poter giocare la carta del jet abbattuto su altri tavoli negoziali, quelli per esempio che riguardano il sollevamento delle sanzioni conseguenti alla crisi ucraina e quelli in cui si decidono le sorti della Siria: in definitiva, la vicenda potrebbe essere un asso nella manica per ciò che riguarda la riqualificazione internazionale del leader russo.

UNA LETTURA LATERALE DELLA VICENDA DEL SU24

Alcuni analisti ritengono che dietro alle ragioni dell’abbattimento del bombardiere russo possano esserci le frustrazioni turche (l’Independent ha scritto una articolo molto critico verso Ankara, con un inizio che spiegava da sé l’intero pezzo: «Turkey is getting desperate»). Una parte di osservatori ritiene infatti che la Turchia pensava di poter giocare un ruolo chiave nella crisi siriana (cosa che cerca da anni), soprattutto dopo il G20 di Antalya, ma alla fine l’unico aspetto importante e in parte decisivo dell’intero vertice è stato il faccia a faccia tra Barack Obama e Putin. Da lì, i fatti di Parigi, che hanno segnato un passaggio ulteriore verso una possibile joint venture tra forze occidentali e russe in chiave anti-Isis (la Francia sta già coordinando le operazioni navali della portaerei “Charles de Gaulle” con quelle dell’incrociatore russo “Moskva”, per esempio). Alzare il livello della tensione sarebbe dunque una rischiosa strategia di Erdogan, per allontanare la possibilità che le forze amiche della Nato si uniscano a quelle russe nella soluzione della crisi siriana: una soluzione che messa in tale modo, prevederebbe un futuro di qualche genere per il regime, una sorta di divisione territoriale che concederebbe spazio anche ai curdi siriani del Rojava. Esattamente quello che Ankara non vuole.

martedì 15 aprile 2014

Il caccia russo che ha scherzato con la nave americana

Il Pentagono ha diffuso la notizia ieri: sabato un Su24 Fencer russo, avrebbe compiuto diversi passaggi radenti intorno al cacciatorpediniere "Donald Cook", inviato in missione nel Mar Nero. Un gesto provocatorio, che a tutti gli effetti testimonia il forte stato di tensione che si sta vivendo in queste ore nella regione.

Ne ho scritto un breve pezzo su Formiche.