Pagine

Nuova policy

Policy del blog, da qui a un tempo x

Visualizzazione post con etichetta Bergdahl. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bergdahl. Mostra tutti i post

giovedì 21 agosto 2014

Che fare con gli ostaggi?

(Pubblicato su Formiche)

Qualche tempo fa, il New York Times ha pubblicato un articolo di Rukmini Callimachi in cui si spiega molto approfonditamente il comportamento di diversi paesi, davanti al rapimento di un proprio connazionale.

Alla luce dell’uccisione del giornalista James Foley, rapito in Siria nel 2012 e decapitato in un video da un soldato dello Stato Islamico, la questione diventa di primaria importanza.

Per Foley non è stato pagato nessuno riscatto: ovviamente il riferimento è ai due anni fin qui trascorsi, perché nei giorni precedenti l’uccisione, non ci sarebbe stata nessuna cifra congrua a bloccare l’esecuzione. Il valore che il Califfo voleva dare a quella morte, andava oltre quello economico: c’era la sfida all’Occidente, il monito per fermare le azioni in Iraq, la volontà di “legittimarsi” a livello internazionale come nemico pubblico numero uno.

Nei due anni che Foley – come altri – ha trascorso in prigionia, gli Stati Uniti, almeno formalmente, non hanno mai parlato di riscatto. È la politica americana del “non si tratta con i terroristi”, che ha trovato molte infrazioni ed eccezioni più o meno segrete, ma che sul fatto degli ostaggi mantiene una linea abbastanza pura.

La motivazione non è la crudeltà o il menefreghismo versi i propri connazionali, come ovvio, ma dietro alle scelte degli Usa (e pure UK) c’è una strategia. Pagare il riscatto, trattare, darebbe adito a successivi rapimenti: come dire, se i terroristi vedono che paghi, allora utilizzeranno i rapimento come “un prelievo da bancomat”. Un ostaggio, uguale soldi. Contrariamente, se i terroristi vedono che sequestrare un americano (o un inglese) non è un’attività economicamente proficua, dovrebbero essere più restii a farlo. In più, molto spesso questi stati inviano squadre speciali a liberare i propri concittadini, anche all’interno di territori rischiosi. Altro deterrente al rapimento, dovrebbe essere la possibilità dell’epilogo violento, dopo un blitz delle SOF.

Così è stato tentato di fare anche nel caso di Foley: all’inizio di luglio un commandos della Delta Force – con supporto aereo al seguito – è stato spedito in Siria nella area petrolifera di al-AKershi (nei pressi di Raqqa) che lo Stato Islamico ha trasformato in una sorta di centro di addestramento. Secondo le informazioni raccolte dall’intelligence, nella base sarebbero stati detenuti diversi ostaggi – non era chiaro se tra questi ci fosse anche Foley, ma ci sono ancora un’altra ventina di cittadini Usa rapiti dagli jihadisti. Il blitz c’è stato, è andato a buon fine – diversi uomini del Califfo sono rimasti sul terreno, mentre c’è stato solo un soldato americano ferito lievemente – ma gli ostaggi non c’erano.

Errore di comunicazione, spifferate o pura coincidenza, non è chiaro, fatto sta che le forze speciali se ne sono tornate a mani vuote. Tuttavia la Casa Bianca ha scelto di diramare i dettagli dell’operazione – forse troppi, a detta di qualcuno, tanto che potrebbero esporre i piani di azione delle SOF e far perdere il fondamentale effetto sorpresa. Ma dietro c’è una ragione ben precisa: trasmettere ai rapitori, di ogni genere e tipo, che se vengono presi cittadini americani in ostaggio, non solo non si hanno soldi in cambio, ma si rischia di morire ammazzati dalle forze speciali.

In realtà anche gli Stati Uniti non sono dure e puri come vorrebbero far credere, e si sono trovati in diverse occasioni a trattare per il rilascio dei propri uomini: eclatante, qualche mese, il cambio dei cinque capi talebani di Guantanamo con il soldato Bowe Bergdahl. Ma non solo, molto spesso l’America ha utilizzato dei mediatori, nazioni che si sono fatte da ambasciatori nelle trattative evitando l’esposizione diretta di Washington.

Queste nazioni, molto spesso, sono europee: c’è anche l’Italia in mezzo. Secondo fonti anonime citate in un articolo del Foglio, il ruolo di mediazione di Roma, è stato spesso primario: «Stati Uniti e Gran Bretagna si sono appoggiati alla rete italiana in più occasioni, delegando le operazioni, come dimostrano le quasi trenta lettere di ringraziamento inviate da altrettanti paesi consapevoli del fatto che fossero stati pagati i riscatti attraverso “fondi speciali” finiti sotto la voce aiuti umanitari o condivisione di strutture e operazioni d’intelligence».

Questa è la prassi: non si può indicare la voce “riscatto” nei bilanci: dopo il 9/11, c’è una risoluzione delle Nazioni Uniti che vieta di dare soldi a terroristi rapitori, e recentemente c’è stato anche un accordo tra i paesi del G8 che si sono impegnati a fermare questo circolo vizioso che finisce per diventare un affare proficuo per il mondo del terrore.

Si sa che gli impegni formali sono fatti per essere violati, se possibile segretamente. Così l’Italia ha avuto un ruolo chiave – riconosciuto ufficialmente – anche nella mediazione per la liberazione dei giornalisti Florence Aubenas, George Malbrunot e Christian Chesnot, rapiti in Iraq nel 2004. E dire che secondo il NyTimes, la Francia è il paese che paga più spesso i riscatti ai terroristi.

Se essere rapiti con un passaporto inglese o americano, spesso può significare andare incontro alla morte, avere una carta francese significa essere una valida merce di scambio – e attenzioni connesse. La Francia paga, e così fanno austriaci, spagnoli e svizzeri. Anche l’Italia è tra i paesi che non si tira indietro davanti ai riscatti da pagare ai terroristi: sembra che tutti i maggiori casi degli ultimi tempi siano stati risolti da borsoni di monete consegnate ai rapitori dagli uomini dei servizi segreti.

Il Wall Street Journal, che ha scritto un altro articolo sul business degli ostaggi, ha provato a contattare le varie sedi diplomatiche, che hanno tutte prontamente – e ovviamente – smentito ogni genere di coinvolgimento.

Ma i dati ci sono. A quanto pubblicato dalla studio del NYTimes, i rapimenti sono diventati il core-business di al-Qaeda e dei gruppi jihadisti (collegati e non). Sarebbero 125 i milioni di dollari incassati dalla Base dal 2008 ad oggi: di questi, 66 milioni versati durante l’ultimo anno. Segno evidente che l’attività dei rapimenti si sta incrementando, a fronte di un pagamento quasi sicuro. L’Aqap, la cellula qaedista che opera nella Penisola Araba ed è centrata nello Yemen, ha guadagnato da sola quasi 30 milioni di dollari: oltre 20 milioni sono stati pagati da Qatar e Oman tra il 2012 e il 2013.

Quello degli ostaggi è un dilemma vecchio quanto il mondo. Che fare?

Trattare è complicato, e l’Italia – paese che ha convissuto con il terrorismo interno – lo sa bene. Ma d’altronde il peso politico di un ostaggio morto è enorme. Uno stato che vede morire un proprio cittadino sotto la falce dei terroristi, rischia di cadere in crisi di identità, una crisi di affidabilità e di capacità risolutive dell’esecutivo, che mette a rischio il feedback tra Stato e cittadini, una crisi di coscienza collettiva – “Si poteva fare di più”. Molti Paesi scelgono allora la soluzione più facile: il pagamento. Linea che però, dati alla mano, fa soltanto il gioco dei terroristi.

giovedì 10 luglio 2014

Il sergente Bergdahl e il martire talebano

(Articolo pubblicato su Formiche)

L’immagine gira da ieri sui social network: i protagonisti, sono forse più noti per il nome che per il volto. Quello a destra il sergente Bowe Bergdahl, il soldato americano rapito dai talebani nel 2009 e rilasciato – in cambio di cinque prigionieri di Guantanamo – i primi di giugno di quest’anno. Unastoria lunga e articolata la sua, piena di misteri e lati oscuri, che ha da subito suscitato polemiche negli Stati Uniti.

La foto, inutile dire, che si aggiunge alla lista di quei misteri: perché l’altro uomo insieme al militare statunitense è il capo combattente Badruddin Haqqani, “un martire” come lo definiscono ifratelli, ucciso in uno dei cinque attacchi con cui i droni americani hanno colpito il nord Waziristan nei giorni tra il 18 e il 24 d’agosto del 2012. Badruddin è figlio di Jalaluddin, testa fondatrice dell’organizzazione (potente gruppo di insurrezionalisti islamici, che si sono sempre distinti dai talebani, pur gravitando nella stessa galassia, e che hanno rappresentato una delle minacce reali più consistenti durante la guerra afghana). FInché in vita, avrebbe ricoperto un ruolo di primo piano nel Miramshah Shura, consiglio di comando e controllo delle attività militari della rete Haqqani, nonché nella gestione diretta dei rapporti con al-Qaeda – la sua mano sarebbe dietro al rapimento, nel 2009, del giornalista del New York Times David Rohed, e all’assalto all’Intercontinental di Kabul del 28 giugno 2011.

È stato il Middle East Research Institute (MEMRI) a riconoscerlo.

A giudicare dalla immagini, che sono state diffuse in rete dall’account Twitter @khorosan3(associato, secondo il MEMRI, al fantomatico Emirato islamico d’Afghanistan), Bergdahl non sembra troppo scosso, e nemmeno il suo presunto aguzzino, che anzi sorride mentre appoggia amichevolmente il suo braccio sinistro intorno alla spalla del prigioniero.

Elementi sufficienti ad infiammare, di nuovo, le ipotesi secondo cui Bergdahl avrebbe cambiato schieramento. Si era parlato di un suo passaggio tra le forze dei miliziani locali, anti-USA, forse sulla spinta emozionale, quanto istintiva, di un possibile caso Homeland nel paese-reale (che colpo, eh!?). Sembra esserci poco di realmente credibile, tuttavia. Anche se restano comunque quelle lettere discutibile indirizzate ai famigliari, in cui il sergente esternava il proprio malcontento nei confronti del suo governo e dei commilitoni.

Un altro pezzo di questa storia da film, insomma.

lunedì 9 giugno 2014

La storia di Bowe Bergdahl è un lungo film

Il soldato americano liberato dall'Afghanistan qualche giorno fa, sembra a tratti avvicinarsi al Brody di Homeland. Al di là se sia un complicato disertore passato col nemico come il roscio (copyright Andrea Vianello) del telefilm, la sua storia è affascinante e intricata. Ci sarà molto da scoprire ancora.

Ho scritto un pezzo su The Post Internazionale dove si parla della riabilitazione e dei numeri usciti su Guantanamo che fanno infuriare il Congresso.

E un altro su Formiche, dove si raccontano dettagli sulla storia personale e sul presunto rapimento.




martedì 3 giugno 2014

La politica e la diplomazia dietro al rilascio del sergente Bergdahl

Ho scritto su Formiche, di come la politica americana ha reagito malamente alla liberazione del sorgente di fanteria Bowe Bergdahl, unico prigioniero di guerra in Afghanistan.

Il punto, ovviamente, non è il ritorno a casa del soldato - salutato da tutti come un eroe (più o meno, perché alcuni risvolti sulla sua storia sono in discussione, ma se ne riparlerà) -, ma il contemporaneo rilascio di 5 talebani detenuti a Guantanamo.

Si è creato il precedente? Si è scesi a trattative con i cattivi? "È stato fissato il prezzo: un soldato americano vale cinque terroristi", come ha sentenziato qualcuno?

Dai repubblicani in fibrillazione e qualche democratico che storce il naso, la questione si è spostata anche fuori confine, con Kabul che è si è unita ai rimbrotti di Washington - lato congressuale - lamentando il non coinvolgimento nell'operazione («Ci hanno avvertito solo a cose fatte» dicono dagli uffici dell'uscente Karzai). Ora si dovrà firmare l'accordo bilaterale di sicurezza, con entrambi i politici rimasti al ballottaggio presidenziale che avevano espresso intenti positivi - contrariamente a Karzai che quella firma non l'ah voluta mettere mai. Ma la vicenda della liberazione di Bergdahl, quanto peserà su questi futuri equilibri?

Altro mezzo passo falso (per non dire tutto), dopo il quasi inutile discorso di West Point del 28 maggio, in cui i piani strategici e le visioni del presidente Obama sulla politica estera per i prossimi due anni, sono stati oggetto di critiche anche fameliche - qui le reazioni dei giornali americani, ma i quotidiani internazionali non sono stati più morbidi (eccezione fatta per quelli italiani, che evidentemente godono ancora del fascino provinciale dell'"Americano a Roma" dell'Albertone Nazionale, quando si parla del presidente).

In più, come se non bastasse già, nella vicenda della liberazione è stato coinvolto il Qatar, paese che sta garantendo già la permanenza e la sicurezza dei cinque terroristi liberati da Guantanamo. Al di là delle questioni di diritto internazionale lamentate anche dagli afghani - il Qatar è un paese terzo, che non ha voce in nella faccenda, con i cinque uomini che dovrebbero tornare in Afghanistan -, il problema è anche di credibilità e affidibilità del partner scelto dalla Casa Bianca.

Il regno dell'emiro al-Thani è noto finanziatore di gruppi islamisti, a cominciare dalla Fratellanza Musulmana, per poi arrivare fino a forze combattenti jihadiste (anche tra quelle impegnate in Siria). In più, proprio in questi giorni, stanno emergendo nuove rivelazioni sull'affaire Mondiali 2022: come non bastassero le continue morti durante la costruzione degli impianti e le condizioni di pseudo-schiavismo a cui sono costretti i lavoratori (denunciate più volte da diverse associazioni internazionali), ci si mette anche la spinosa accusa dei brogli e delle mazzette dietro all'assegnazione della Fifa - tanto che la federazione mondiale starebbe pensando a ridefinire nuovamente la designazione (circostanza storica, mai avvenuta prima).

Insomma Doha non brilla per integrità, ma a quanto pare il ruolo qatariota nel processo di pace tra Taliban afghani e governo (e realtà internazionali), sarebbe pregresso. E magari Obama sta cercando di riallacciare quel canale in vista dell'abbandono militare del paese.


lunedì 2 giugno 2014

I 5 in cambio del sergente Bergdahl

L'unico militare americano prigioniero in Afghanistan, è stato liberato sabato in via pacifica. Dietro al rilascio del sergente Bowe Bergdahl (lo avevo raccontato su Formiche) ci sarebbe stato infatti uno scambio, mediato dal Qatar (circostanza che fa discutere), con cinque talebani rinchiusi a Guantanamo.

Il riscatto pagato dall'America era stato tirato in ballo per primo dal Washington Post, successivamente hanno iniziato a girare le prime foto dei cinque uomini, e poi, oggi, sono stati diffusi i nomi. Diciamo praticamente in via ufficiale. Dalle ricostruzioni note, vediamo chi sono.

- Mohammad Fazl: vice ministro della difesa dei talebani durante la campagna militare americana nel 2001, è accusato di crimini di guerra, tra cui l'uccisione di migliaia di musulmani sciiti.

- Khirullah Khairkhwa: era un alto funzionario talebano, ex ministro degli interni e governatore di Herat, terza città dell'Afghanistan. Sospettato di aver avuto legami diretti con Osama Bin Laden.

- Abdul Haq Wasiq: era vice ministro talebano con compiti nell'intelligence; ha più volte ricordato egli stesso la centralità del suo ruolo nel formare alleanze con altri gruppi islamici per combattere contro le forze americane e della coalizione.

- Mullah Norullah Noori: era un alto comandante militare talebano e un governatore. Accusato anche di essere coinvolto negli omicidi di massa di musulmani sciiti.

- Mohammad Nabi Omari: ha tenuto molteplici ruoli di leadership nei talebani, tra cui il capo della sicurezza. Accusato di essere coinvolto e di aver guidato svariati attacchi contro le forze americane e della coalizione.