Prima revers larghi, quasi
imbarazzanti, giacche un po' troppo lunghe e pantaloni con fondo
oltre i 17,5 centimetri. Quasi non a suo agio, si direbbe. Matteo
Renzi è più casual, più rapido, più veloce. Sta meglio in
chiodo e chinos, piuttosto che in abito formale: allo stesso modo in
cui è più comodo dentro Amici che alle direzioni di partito (che
poi sarebbe da dire, dove di amici non è ha troppi, ma su via, senza
polemiche). Adesso quelle giacche invece, sono diventate
terribilmente alla moda, revers stretti e cravatte smilze – alla
Hedi Slimane, per dire – e bene sia: perché con quei vestiti di
prima, bastava scivolare nel tweed per somigliare tremendamente a Mr.
Bean.
Si scherza, ovviamente.
Ma è tutto lì il punto: lo scherzo,
il gioco, l'ironia e l'auto-ironia: l'intelligenza, di chi si fa
fotografare in versione #mustache dalemiano per scommessa col Trio
Medusa o di fianco alla parodia in carta pesta del carnevale di
Viareggio, e chi si ingessa con i millerighe e il taglio di capelli
da catalogo nordcoreano.
È la post-politica? Sì, no, forse. È
qualcosa di diverso, sicuro, rispetto a quello che la politica di
sinistra ha offerto finora. Che poi in realtà, sarebbe stato
qualcosa di diverso quasi un paio di anni fa: qualcosa di nuovo ai
tempi, che ancora continuiamo ad aspettare, data l'aridità che ci
circonda.
Renzi, invece, è una spugna: uno che
capisce quello che c'è da assorbire e quello che occorre lasciar
scolare. Renzi, dato anomalo per uno di sinistra di questi tempi,
capisce quello che c'è intorno a lui. Capisce la realtà, capisce la
gente. E da quella gente, da molta, è capito: udite, udite! Talmente
tanto che se ci fosse stato lui alle elezioni di tre mesi fa,
staremmo qui a parlare di "renzismo". E invece.
Ma resta comunque una parte di elettorato che continua – anche qualche commento in quello spazio su Europa,
Leopolda, ne è limipida conferma – a non capirlo. Si tratta di
gauchisti dell'ultim'ora o di altro? Perché per i guachisti
non c'è medicina, rimasti fuori dai Vault del moderno pensare,
ostinatamente accecati da una muleta, che nemmeno Joselito
sarebbe in grado di fermare. Meglio andare sugli altri: quelli che
non sono del tutto convinti, abituati a roba diversa, non pronti a
questa specie di rivoluzione pop della sinistra italiana.
E perché si sa: non è questione di
gouche caviar, si tratta semmai di intellectual chic de
nonantri. Maria de Filippi è abominevole, ce l'hanno insegnato:
si pensa a Gao Xingjian, mica a Federico Moccia. Perché un bel pezzo
di sinistra italiana è ancora un po' Capalbio, nonostante l'Ultima
Spiaggia quasi se lo portava via il mare (che sia un segno?). Ed è
su quel modello che si è basato e formato finora un bel pezzo di
elettorato, creando un'intellighenzia rossa di borgata (salvo poi
rimediare al vulnus col panino con la frittata). Gente ancora
distante dal Renzi mainstream: legittimamente al limite, incolpevoli
in fondo, la responsabilità è semmai di quelli che sono stati gli
educatori. Quelli che hanno fatto passare Renzi, per un Bel Amì
bardato alla Arfio Marchini: che ci vuoi fare se a loro è sempre
piaciuto più Cruscev di Malenkov. Insomma, non puoi prendertela con
il ventenne che ha votato Bersani, perché gli han detto che Renzi
era un "fascistoide", un liberal, il male, la peste. La colpa è di chi
insegna: dei modelli, appunto.
La distanza aumenta poi, se si va oltre
l'estetica, ma verso l'etica renziana. Disturba l'individualismo da
leader naturale, importuna l'ambizione, infastidisce il realismo e la
pragmaticità, turba l'approccio smart, ché si è troppo
abituati e legati, ancora, alle riunioni fiume con i discorsi oltre
l'ora. E poi Renzi è giovane, e diciamocelo in faccia: in questo
paese, ancora (ripeto), se sei giovane ed hai delle buone idee, c'è
ancora (ripeto di nuovo) chi ti guarda storto, diffidente, quasi
impaurito. Se poi la scelta semantica, è caduta su un termine come
"rottamazione", tutto incrementa esponenzialmente, in un
modo che nemmeno Fourier con la Trasformata riuscirebbe a spiegare.
Panico, angoscia, ansia, perché in bilico c'è la sopravvivenza. E
tutto ricade su quegli altri, quelli che si fidano, che accedono ai
modelli, e da quelli si formano: gli elettori dai quadri partitici.
L'obiettivo più importante, da qui al
congresso, allora è lì: recuperare quei voti "interni"
(ahimé ancora di gran lunga più numerosi di quel che si
crede), passaggio che sarà molto più difficile che calamitarne di
"esterni". Voti veraci, voti di gente di sinistra, voti
indottrinati e da rendere liberi. Come fare è un arcano. Perché se
si fosse veramente scevri basterebbe un attimo: ci si guarderebbe
intorno e si ripercorrerebbe quel che è successo fino a l'altro
ieri, e tutto finirebbe lì. Ma l'ideologismo batte l'idea a
tavolino, ancora. E la formazione è qualcosa di recondito, di
acquisito, di automatico e strutturato, quasi pavloviano.
Proprio su quest'avverbio, "ancora",
si giocherà la partita: molto più che su "adesso", perché
che questo sia il momento, si sa. Per conquistare la fiducia e
liberare le anime da quel che era il passato, occorrono i fatti, però senza passi falsi, schietti e diretti, senza dar adito a
supposizioni. Occorre che si tolgano paraocchi, si cambino concezioni
ancestrali, si rivoluzioni il pensare.
Mica facile.
La via imboccata è giusta: esprimere
sommessamente, quasi per non disturbare adesso, il dissenso verso
questa sghemba alleanza di governo, è un passaggio in quella via.
Male sarebbe stato scivolarci su, come per il Quirinale. Lo stesso
vale per il lavorone fatto in giro per l'Italia per i ballotaggi:
lavoro che porterà anche un fine personale (lo dico per non sembrare
ingenuo) è vero, ma è innegabilmente un lavoro speso per il
Partito.
Andare avanti, dunque. Oltepassare il
guado (pieno di coccodrilli, anche giornalistici, che aspettano).
Perché, come diceva Paciolla,
quell' "abito marrone di Occhetto resta nei nostri occhi":
ma il paese è di quelli che quell'abito l'hanno visto dal passeggino
e non dal palco. Memorie affettive, ultimi baluardi di un bel tempo
che fu (se fu?!), sono cosa che non ci interessa. Quello che ci
interessa è che tutto questo non continui ad inquinare il domani,
fatto di quei passeggini e dei loro componenti, purtroppo educati con
i mezzi disponibili ai tempi.
Superare questi pregiudizi. È questo
che continua ad essere il problema ontologico intorno a cui si dipana
il Daseyn nel Pd. La sinistra della superiorità intellettuale
(etica ed estetica, badate bene): è quello che ci ha affondato.
Superare gli stereotipi e quello che si portano dietro, concetti
zavorre, e aprire gli occhi ad un nuovo modo di essere sinistra,
anche dal punto di vista della presenza esteriore.
Che non significa
assolutamente, perdere il senso della parte in cui collocarsi. Tutto
questo è Matteo Renzi, e lo sarà il Pd con Renzi.
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