Ospito con piacere questo post di Francesco Balducci, presidente di Libere Frequenze, su un tema caro e inquietante: il gioco d'azzardo legalizzato delle slot nei luoghi pubblici.
Negli ultimi tempi si è riusciti,
finalmente, a portare all'attenzione dell’opinione pubblica un
tema delicato con innumerevoli risvolti di ordine politico,
socio-sanitario, legale: il gioco d’azzardo.
È esperienza comune assistere alla
nascita e alla proliferazione nelle nostre città di sale-slot o alla
comparsa delle new-slot in luoghi che avrebbero tutt’altra
funzione, come bar e centri sociali, che perdono così la loro veste
di centri di aggregazione per diventare tutt’altro.
Il discorso è complicato, così come
lo è quello riguardo alla regolamentazione di alcol e altre sostanze
d’abuso; si rischia infatti di affrontare tali questioni con
spirito proibizionista (inutile, inefficace e, per quanto riguarda
chi scrive, politicamente irricevibile) o, viceversa, ignorare il
problema all’insegna di un “laissez-fare” che lascia alla
libera responsabilità dell’individuo la gestione dei propri vizi.
Ovviamente quest’ultimo approccio
potrebbe essere filosoficamente accattivante se non fosse che, in
materia, il “libero arbitrio” risulta essere più che altro un
miraggio, venendo gravemente compromesso dall’insorgere della
dipendenza, che ha molto più a che fare con la psichiatria che con
le John Stuart Mill e Locke.
Dunque sarebbe auspicabile che lo Stato
regolamenti adeguatamente il campo, così come ha cercato di fare
(con risultati ovviamente perfettibili e controversi) per esempio con
l’alcol, per predisporre gli strumenti adeguati affinché i singoli
cittadini ed il tessuto sociale possano gestire il fenomeno quando
questi diventa patologico e per la protezione delle fasce deboli
della popolazione (minorenni, anziani, pazienti psichiatrici,
giocatori patologici).
A riprova del fatto che si tratta di un
fenomeno enorme, che sarebbe assurdo non affrontare con la serietà
che merita, analizziamo i dati per farci un’idea delle sue
dimensioni: in Italia il gioco muove soldi pari al 4% del PIL
nazionale, rappresenta il 12% della spesa delle famiglie italiane; il
fatturato del settore nel 2011 è stato di 80 miliardi di euro (+30%
sull’anno precedente e +400% rispetto al 2003!), con entrate
erariali comprese tra gli 8 e i 10 miliardi. Questo vuol dire che in
media ogni italiano, neonati compresi, ha sborsato in un anno 1300
euro per tentare la fortuna.
Con questi numeri l’Italia occupa il
primo posto in Europa e il terzo posto al mondo (!) tra i Paesi che
giocano di più (dati ufficiali AAMS, Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, Dossier Azzardopoli di Libera e Manifesto dei sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo).
Un primo tentativo di affrontare il
problema, almeno da un punto di vista socio-sanitario, è stato fatto
dal governo Monti, nell’ambito del decreto legge 158/2012
(il così detto “decreto Balduzzi”), il quale ha inserito (art. 5 comma1) il GAP (Gioco d’Azzardo Patologico) (1) nei LEA
(Livelli Essenziali di Assistenza), senza tuttavia dare alcuna
indicazione sulle fonti di finanziamento delle attività di
prevenzione e cura. In altre parole, “l’inserimento della
ludopatia nei LEA rischia di fatto di restare inevasa, se non negli
aspetti formali sicuramente nella sostanza” (2) .
Sarà
una proposta facile e banale ma è d’obbligo far notare come tali
risorse, in tempi di tagli alla sanità, potrebbero arrivare da un
aumento della tassazione sul gioco che è rimasta invariata mentre,
come abbiamo visto prima, il giro d’affari è vertiginosamente
aumentato.
Ci sono altri punti parzialmente
positivi nel decreto Balduzzi: l’obbligo di esposizione di
materiale informativo delle ASL e formule di avvertimento sul rischio
di dipendenza, la limitazione della pubblicità negli ambiti dedicati
ai minori e il rafforzamento della protezione dei minori, in
particolare con il divieto per questi non solo di giocare ma
addirittura di accedere nelle sale “prevalentemente o totalmente
dedicate al gioco”.
La valutazione di questi ultimi due
punti ci porta, al vero nodo principale: la diffusione
capillare dei giochi. Come sottolinea con forza l’Associazione per
lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio (ALEA),
“la 'polverizzazione' del gioco d’azzardo determina una
situazione tale per cui la contiguità con esso può essere raggiunta
dal minore all’interno delle migliaia di bar, edicole e tabaccherie
che ospitano in modo promiscuo apparecchi newslot e simili”.
Tutto ciò rende estremamente arduo, se
non vano e puramente di facciata, ogni tentativo di controllo. È
quindi chiaro quanto sia necessario che “il legislatore, piuttosto
che focalizzarsi su aspetti particolari e specifici, appronti un
articolato completo e di ampio respiro”(3) , avente alla
base un ripensamento complessivo e radicale del modello distributivo
dei giochi, per esempio limitandolo a casinò o sale dedicate in cui
questi divieti possano essere fatti rispettare davvero.
Insomma, in definitiva, “il nodo
fondamentale relativo all’impatto sociale dell’azzardo sulla
comunità locale non è tanto la distanza da punti sensibili della
città (uno solo degli elementi da considerare), quanto piuttosto il
modello complessivo di distribuzione dell’azzardo, modello che andrebbe progressivamente ridefinito nella direzione di
una riduzione dell’offerta e con il ritorno ad un modello non così
capillarmente polverizzato”. (4)
Questa è anche una tematica ricca di
conflitti d’interesse, di diverse dimensioni e gravità. Se,
infatti, sembrano tutto sommato minori quelli segnalati dall'ALEA
che riguardano la costituzione di un osservatorio specifico di
esperti ma non indipendente bensì presso l’AAMS (Amministrazione
Autonoma dei Monopoli di Stato) il quale però ha il suo compito
primario nell'acquisizione dei proventi fiscali e l’attribuzione
agli stessi Monopoli di Stato della funzione di controllo e
contestazione degli illeciti piuttosto che ad enti terzi,
probabilmente non si può dire lo stesso delle grandi società di
giochi che finanziano (legalmente ovviamente, sulle opportunità
politiche a voi le valutazioni) le fondazioni di politici dei diversi schieramenti.
Non riguarda assolutamente passaggi di
soldi ma è tutta politica e di contenuto la contestazione che Matteo
Iori, presidente del Conagga
(Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d'Azzardo) rivolge al governo Letta, il quale pochi giorni fa (22 giugno)
ha deciso di attribuire le deleghe ai giochi al sottosegretario
all’Economia Alberto Giorgetti (Pdl), il quale ha già tenuto tale
delega nell'ultimo governo Berlusconi ed ha sempre mostrato
soddisfazione per l’attuale stato delle cose, affermando a metà
marzo 2013: “E’ un settore di tutela nei confronti dei cittadini
e dei consumatori che possono, nella loro libera facoltà e scelta,
decidere di avere un intrattenimento attraverso il gioco lecito".
Di massima rilevanza anche gli intrecci
tra gioco d’azzardo e mafie. Libera, infatti, ha da tempo messo in guardia sugli interessi che hanno le cosche, su tutto il territorio
nazionale, ad investire e riciclare soldi attraverso il gioco legale.
“La regolazione del gioco in Italia è talmente contraddittoria che
la criminalità organizzata non si preoccupa neppure di imbastire un
sistema di gioco d'azzardo illegale: le basta infiltrarsi nei
circuiti legali. Sono stimati in 2 miliardi e mezzo gli introiti
della "mafia da gioco" nel solo 2009. Basta guardare al
numero di Procure impegnate su questo tema nell'ultimo anno, ben 12,
in ogni parte d'Italia”.
Dati 2010: sono state
6.295 le violazioni riscontrate dalla Guardia di finanza: oltre 8
mila le denunce, 3.746 le macchine sequestrate (312 al mese) e 1.918
i punti di raccolta di scommesse non autorizzate scoperti (+165%
rispetto al 2009). Si capisce quindi quanto una nuova
regolamentazione del gioco significhi anche in termini di contrasto
alla criminalità organizzata.
Quello di cui abbiamo bisogno, oltre
alla sensibilizzazione sociale e culturale da parte delle
associazioni (da segnalare, tra gli altri, il Manifesto #noslot dell’associazione Vita), è una battaglia il più possibile
trasversale che veda unite le forze politiche.
Da questo punto di vista chiudo citando
due iniziative positive.
Il “Manifesto dei sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo”, sottoscritto
da più di 50 Comuni italiani che, tra le altre cose, chiede una
legge nazionale fondata sulla riduzione dell’offerta e soprattutto
che doti i sindaci di ciò di cui ora sono sprovvisti: potere di
ordinanza su orari d’apertura, distanze da luoghi sensibili
e di parere preventivo vincolante su nuove installazioni di gioco
d’azzardo. Insomma trasferire potere decisionale dallo Stato al
primo cittadino, che conosce da vicino la realtà ed è in grado di
intervenire o meno a tutela.
Infine, la proposta di legge n.574
presentata il 27 marzo 2013 dall'onorevole Lorenzo Basso (Pd),
attualmente assegnata alle Commissioni riunite VI Finanze e X
Attività Produttive, che recepisce le istanze dei sindaci, opera una
stretta sulla pubblicità (anche web) e prevede l’istituzione di un
fondo per la prevenzione/cura della ludopatia e di contrasto
all'usura con una parte dei proventi del comparto giochi.
@BaldiUmbro
Note:
- Il GAP (Gioco d’Azzardo Patologico), comunemente chiamato “ludopatia”, è una seria patologia psichiatrica classificata nel DSM IV (la bibbia internazionale della psichiatria, per intenderci) tra i “disturbi del controllo degli impulsi” e che verrà riclassificata nel DSM V nella categoria delle cosiddette “dipendenze comportamentali”, in forte attinenza con la tossicodipendenza.
- “Dichiarazione congiunta di ALEA e di AND a commento del testo coordinato del decreto legge 158/2012 convertito con legge 189/2012, recante “Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute”
- Ibidem
- Ibidem
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