Eugenio Scalfari ieri sera ospite a
"Otto e mezzo" su La7, sosteneva che non si dovrebbe
parlare di staffetta tra Letta e Renzi: il termine secondo lui è
improprio. C'è invece una dichiarazione proprio di Renzi, che
dimostra che in fin dei conti la scelta lessicale stavolta non è
stata così sgangherata: «Questa legislatura ha utilizzato il
19% della barra vita e ha davanti a sé l'81%. Che facciamo, lo
buttiamo via?».
È proprio quell'81% che rappresenta la
parte di corsa che dovrà sostenere Renzi, se, come sembra a sentire
i vari retroscenisti e (ri)costruttori di scenari politici, dovesse
andare a Palazzo Chigi. Una staffetta da correre effettivamente
sulla stessa gara: anche perché, ancora – come dice qualcuno (e
stiamo aspettando dal giorno dopo le primarie) –, non si capisce
chiaramente in cosa un governo Renzi possa essere diverso da quello
Letta. A meno della figura guida, che, in effetti, può essere di per
sé deterrente positivo – come lo è stato già da qualche tempo,
dalla segreteria del Pd – e non mi par poco.
Ragion per cui, in fin dei conti, la
scelta giusta sulla "staffetta" non riguarda soltanto
quella lessicale, ma anche e di più, quella di sostanza. Non vedo
quale stranezza, quale indecenza, quale colpo di stato, debba esserci dietro.
Certo, la questione va divisa in due:
da un lato c'è la vicenda politica personale di Renzi, dall'altro
quella del Pd, del governo e dell'Italia. Se infatti è possibile che
Renzi esca indebolito – il menù sarebbe quello dell'"essere
alla fine uno come tutti gli altri" e del "volere solo il
potere" e del "non aver avuto il coraggio di passare per le
elezioni" –; è altrettanto vero, che l'Italia, il governo, il
Pd, vivrebbero una nuova spinta – con ogni probabilità
(pro)positiva, il che sarebbe solo un bene.
Per capirci, quando alla fine di giugno
2013 il primo ministro australiano Julia Gillard si dimise dal suo
incarico per assenza del supporto del partito (il Labor, il
simmetrico del Pd), fu sostituita con una votazione al caucus da
Kevin Rudd senza suscitare chiacchiericci e scandali sull'assenza di
un voto popolare a legittimare il cambio – tralascio le questioni
personali tra i due, perché non sono argomento di questa
discussione.
Sarebbe giusto a questo punto, farmi
notare che il precedente citato non è dei più felici: Rudd –
soprannominato "Lazzarudd" dagli australiani perché era
resuscitato da una morte politica, proprio per colpa di Gillard, che
lo aveva sostituito al giro precedente – ha perso poi le elezioni
successive contro il candidato di destra Tony Abbot. Ma sarebbe
altrettanto giusto, dividere i destini nostri da quelli della terra
dei canguri: si parla di metodi. Perché infatti la sconfitta di Rudd
non è stata conseguenza della "staffetta australiana", ma
del logorio del partito e dello sfiancamento dell'elettorato.
Tornando in Italia, dunque, la cosa da
chiedersi è proprio questa: Letta ha ancora la fiducia del Partito
democratico? E quel 24% di gradimento tra gli italiani, cosa può
rappresentare per il futuro del Pd?
Gira tutto intorno a questo: non a caso
il presidente Napolitano ha commentato l'eventuale cambio con un
programmatico «decida il Pd».
Sarà ovviamente anche un gioco di
alleanze politiche e di equilibri – ed equilibrismi, forse –
parlamentari, per raggiungere le maggioranze necessarie: ma se il Pd,
che ha legittimamente scelto alle primarie Matteo Renzi come guida –
con l'ovvio obiettivo di traguardare la Presidenza del Consiglio –
dovesse riuscire a ricostruire una fiducia con le altre forze
politiche, in grado di sostenere un nuovo governo Renzi, quale
sarebbe il male? (Faccio notare, che ancor più in questo caso, fermo
restando che Ncd e Sc restino del gruppo, di "staffetta" si
può parlare).
Molte argomentazioni, per concludere,
girano intorno al fatto che il cambio rappresenterebbe un'assenza di
democrazia – spesso noi tiriamo in mezzo paroloni dei quali non
percepiamo bene il significato, a proposito di scelte lessicali –:
ma anche questo, non è corretto, non del tutto almeno. Perché
sebbene l'investitura di Renzi non passi direttamente per le urne,
passa attraverso vari vagli, tutti legittimati dalla volontà
popolare. Innanzitutto, le primarie, dove il principale partito di
governo, ha scelto il suo leader – e ripeto, non certo separandone
i destini futuri da quelli di un premier. E poi le volontà di quegli
altri alleati politici: la democrazia rappresentativa è fatta anche
di questo, persone scelte dagli elettori, messe a rappresentare le
proprie posizioni e le proprie scelte politiche. Per dire quindi, che
se Alfano scegliesse di allearsi con Renzi, ne ha il mandato del suo
popolo, che ha deciso di essere da lui rappresentato – altrimenti,
si fa come per esempio succede in Germania, si passa da un referendum
degli iscritti, dove il voto determina il futuro politico anche delle
alleanze (è così, più o meno, che sono nate le Große Koalition):
la conseguenza ovvia, sarebbe che lo stesso Renzi (o chi per lui) si
debba trovare a fare i conti con i risultati, ma questo sarebbe
comunque un atto di democrazia e un problema successivo.
Credo allora che il vero obiettivo del
futuro politico del Pd, dell'esecutivo e dell'Italia, sia tralasciare
i bazantinismi sulle – seppur importanti – questioni di metodo, e
lavorare forte sui contenuti. Contenuti che ovviamente possono essere
creati, soltanto se c'è un partito forte a sostenerli: e credo che
Letta questo lo sappia («Non starò a galleggiare», parole sue),
così come Renzi.
E in questo, soprattutto, mi va di
rilfettere su un fatto: il passaggio di Renzi a Palazzo Chigi,
sarebbe tutto l'opposto dell'arrampicata al potere, della
realizzazione del personalismo. Il «Chi me lo fa fare» probabilmente
sarebbe la scelta migliore per chi volesse restare all'interno di
quella comfort zone di cui parlava mesi fa Blair sul New Stateman («Avere una visione moderna alza il livello del
dibattito. Aiuta a evitare il pericolo che vittorie conquistate con
la tattica portino a sconfitte strategiche. [...] Ci tiene fuori
dalla nostra “comfort zone”, ci impedisce di giocare sul sicuro,
e in fin dei conti risulta più produttivo e soddisfacente sia per il
partito che per il paese»). E invece, scegliere di metterci la faccia, adesso, subito, impaludarsi in un fango non cercato, significherebbe mettersi al servizio del Paese,
e del partito.
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