(Articolo pubblicato su Rivista San Francesco 05/2014)
L'ultima, in ordine
cronologico, la vicenda legata alla morte del padre gesuita olandese
Frans van der Lugt, che si era rifiutato di lasciare Homs per non
abbandonare i pochi cristiani rimasti: è stato giustiziato con due
colpi alla testa da un commando, lunedì 7 aprile. Quasi
contemporaneamente, il quartiere cristiano di Damasco era sotto
attacco dei colpi di mortaio dei ribelli: almeno undici civili
uccisi.
A riportare in luce la
triste sorte dei cristiani in Siria, erano stati i racconti della
presa di Kessab, città vicina al confine con la Turchia: segno
restante della presenza armena (cristiana) nel Medio Oriente. Chiese
profanate, dipinti squarciati: il parroco della città sulla sua
pagina Facebook aveva denunciato almeno ottanta morti: più di
quattrocento famiglie costrette a fuggire e chiedere aiuto alle
comunità cristiane di Latakia, lasciandosi indietro tutto quello che
restava di una vita passata tra i ricordi degli orrori del Medz
Yeghern – il “Grande Male”, il genocidio armeno per mano dei
Giovani Turchi, che durante la Prima guerra mondiale volevano uno
stato nazionale.
Poco prima, a inizio
marzo, la cristianità come colpa, era toccata invece alla cittadina
di Yabrud, Rif di Damasco: settimane di combattimenti incessanti, poi
la vittoria delle forze governative. Il reporter del "Telegraph"
Robert Fisk raccontava di una città vandalizzata dal controllo
dei ribelli: la chiesa di Nostra Signora, la più antica di tutta la
Siria, era diventata «luogo di vergogna», copie del Nuovo
Testamento bruciate, dipinti distrutti, le statue dei santi con gli
occhi cacciati dalle orbite e gli arti mozzati.
Soltanto gli ultimi di una
lunga sequenza di episodi, che dall'inizio del conflitto siriano
coinvolgono i cristiani: ormai disorientati, persi tra le file di
questa guerra diffusa, asimmetrica, priva di discernimento –
ammesso che le guerre possano mai avere.
Ma non solo la Siria: a
inizio aprile una coppia di cristiani è stata condannata a morte in
Pakistan dalla controversa legge sulla blasfemia – spesso usata in
modo arbitrario e strumentale –: stavolta l'oggetto era un sms
ritenuto offensivo verso Maometto. In Nigeria, la più forte
economica d'Africa vive ancora le enormi incoerenze del continente:
tra queste gli islamisti di Boko Haram, protagonisti dai primi
dell'anno di una nuova terribile ondata di violenze nella lotta per
uno stato islamico nel nord del paese, che ha come vittime designate
soprattutto i cristiani dei villaggi settentrionali. Senza
dimenticare gli attentati talebani alle messe in Afghanistan e il
pensiero culturale anti-cristiano strisciante in Libia, o le
difficoltà della comunità storica di cristiani iracheni alle prese
con il furore dello Stato Islamico d'Iraq.
E si tratta di un elenco
che sarebbe ancora più lungo: lo stesso Card. Bagnasco, aveva
denunciato qualche mese fa, la reazione «tiepida» della comunità
internazionale, che «fa finta di non vedere» questo genere di
fatti, che invece continuano a riempire le pagine di cronaca, anche
nella nostra parte di mondo – dove spesso ci dimentichiamo della
fortuna del poter pregare liberamente.L'ultima, in ordine
cronologico, la vicenda legata alla morte del padre gesuita olandese
Frans van der Lugt, che si era rifiutato di lasciare Homs per non
abbandonare i pochi cristiani rimasti: è stato giustiziato con due
colpi alla testa da un commando, lunedì 7 aprile. Quasi
contemporaneamente, il quartiere cristiano di Damasco era sotto
attacco dei colpi di mortaio dei ribelli: almeno undici civili
uccisi.
A riportare in luce la
triste sorte dei cristiani in Siria, erano stati i racconti della
presa di Kessab, città vicina al confine con la Turchia: segno
restante della presenza armena (cristiana) nel Medio Oriente. Chiese
profanate, dipinti squarciati: il parroco della città sulla sua
pagina Facebook aveva denunciato almeno ottanta morti: più di
quattrocento famiglie costrette a fuggire e chiedere aiuto alle
comunità cristiane di Latakia, lasciandosi indietro tutto quello che
restava di una vita passata tra i ricordi degli orrori del Medz
Yeghern – il “Grande Male”, il genocidio armeno per mano dei
Giovani Turchi, che durante la Prima guerra mondiale volevano uno
stato nazionale.
Poco prima, a inizio
marzo, la cristianità come colpa, era toccata invece alla cittadina
di Yabrud, Rif di Damasco: settimane di combattimenti incessanti, poi
la vittoria delle forze governative. Il reporter del "Telegraph"
Robert Fisk raccontava di una città vandalizzata dal controllo
dei ribelli: la chiesa di Nostra Signora, la più antica di tutta la
Siria, era diventata «luogo di vergogna», copie del Nuovo
Testamento bruciate, dipinti distrutti, le statue dei santi con gli
occhi cacciati dalle orbite e gli arti mozzati.
Soltanto gli ultimi di una
lunga sequenza di episodi, che dall'inizio del conflitto siriano
coinvolgono i cristiani: ormai disorientati, persi tra le file di
questa guerra diffusa, asimmetrica, priva di discernimento –
ammesso che le guerre possano mai avere.
Ma non solo la Siria: a
inizio aprile una coppia di cristiani è stata condannata a morte in
Pakistan dalla controversa legge sulla blasfemia – spesso usata in
modo arbitrario e strumentale –: stavolta l'oggetto era un sms
ritenuto offensivo verso Maometto. In Nigeria, la più forte
economica d'Africa vive ancora le enormi incoerenze del continente:
tra queste gli islamisti di Boko Haram, protagonisti dai primi
dell'anno di una nuova terribile ondata di violenze nella lotta per
uno stato islamico nel nord del paese, che ha come vittime designate
soprattutto i cristiani dei villaggi settentrionali. Senza
dimenticare gli attentati talebani alle messe in Afghanistan e il
pensiero culturale anti-cristiano strisciante in Libia, o le
difficoltà della comunità storica di cristiani iracheni alle prese
con il furore dello Stato Islamico d'Iraq.
E si tratta di un elenco
che sarebbe ancora più lungo: lo stesso Card. Bagnasco, aveva
denunciato qualche mese fa, la reazione «tiepida» della comunità
internazionale, che «fa finta di non vedere» questo genere di
fatti, che invece continuano a riempire le pagine di cronaca, anche
nella nostra parte di mondo – dove spesso ci dimentichiamo della
fortuna del poter pregare liberamente.
Nota: questo pezzo è stato scritto oltre un mese fa, ragion per cui non sono presenti alcuni importanti aggiornamenti. Per capirci, non si fa menzione delle ragazze rapite dai Boko Haram o delle condizioni di padre Dall'Oglio che in questi giorni sono tornate di cronaca, eccetera.
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